Il multiculturalismo è finito?

Le esperienze europee di integrazione degli immigrati

Maurizio Ambrosini

 

Nell’ottobre 2010 la cancelliera tedesca Angela  Merkel prende posizione sul multi- culturalismo, affermando che l’approccio multiculturale del «viviamo fianco a fianco e ne siamo felici è fallito, completamente  fallito». E se è vero che la Germania ha bisogno degli immigrati per sostenere  il sistema produttivo, questi «si devono integrare e devono adottare la  cultura e i valori tedeschi».[1] 

Il pronunciamento della cancelliera tedesca segue peraltro quelli di diversi  altri leader politici ed è ripreso qualche mese dopo dal nuovo premier inglese  Cameron: più o meno tutti, in Europa, hanno preso le distanze dall’approccio  multiculturalista che per un periodo abbastanza lungo, tra gli anni ’80 e  ’90 del secolo scorso, aveva rappresentato una sorta di ortodossia nel discorso  pubblico e intellettuale intorno al trattamento delle minoranze immigrate nelle  società occidentali. Si può affermare che il nuovo secolo, dopo gli attentati terroristici  e la crescente reattività del corpo elettorale rispetto alla questione  delle migrazioni, ha riportato in auge istanze assimilazionistiche. La maggior  parte dei leader politici oggi sostengono, pur con diverse sfumature, che gli  immigrati devono dimostrare di volersi integrare nella società di cui sono entrati  a far parte. 

Obiettivo di questo articolo è anzitutto quello di fare il punto sullo stato del  multiculturalismo nell’Europa contemporanea, distinguendo politiche dichiarate  e politiche praticate, livello nazionale e livello locale. Nella seconda parte,  prenderemo invece in considerazione il concetto di «integrazione», solitamente  contrapposto al multiculturalismo, e vedremo che nei fatti le due istanze non  sono alternative, ma si mescolano e si richiamano vicendevolmente.

 

1. Modelli multiculturali e assimilativi

 

Non molti anni fa un influente sociologo americano come Nathan Glazer  poteva proclamare, nel titolo di un suo libro, «We are all multiculturalists now»[2] (Ora siamo tutti multiculturalisti). Va precisato però che il multiculturalismo  non ha mai costituito un fenomeno organico e unitario: al suo interno è  possibile distinguere approcci più radicali e altri più moderati, come pure una  dimensione analitica (l’osservazione dell’insediamento sul territorio di gruppi  con riferimenti culturali diversi da quelli della popolazione nativa) e una componente  normativa (le proposte volte a istituzionalizzare e tutelare i gruppi culturalmente  minoritari). 

Le molteplici accezioni assunte dal concetto di multiculturalismo hanno  fatto sì che sotto la sua etichetta potesse essere collocato ogni sorta di intervento  a favore degli immigrati come pure, negli ultimi anni, che ad esso venissero  attribuite le più gravi responsabilità rispetto al deficit di integrazione  delle popolazioni straniere, a partire dalla segregazione urbana e sociale delle  minoranze, alla formazione di comunità parallele, alla volontà di introdurre nei  sistemi normativi occidentali istituti giuridici lesivi dei diritti individuali, come  la poligamia o il diritto familiare islamico, o altri principi che configurino uno  statuto di inferiorità per le donne: di qui il famoso  libro della filosofa politica e  femminista americana Susan Moller Okin, che nel 1999 divenne quasi uno slogan:  Il multiculturalismo fa male alle donne?[3] 

Senza addentrarci in un’analisi compiuta dei diversi approcci e interventi  multiculturali, richiamiamo la classificazione proposta da due studiosi di scienza  politica canadesi, Keith Banting e Will Kymlicka,[4] che hanno individuato  otto tipi di politiche multiculturali: 1) l’affermazione del multiculturalismo a  livello di assemblee legislative; 2) la sua adozione nelle politiche scolastiche; 3)  l’inclusione di rappresentanze o di sensibilità alla differenza etnica nel mandato  dei mass media di emanazione pubblica; 4) le esenzioni dai codici di abbigliamento  laddove previsti (negli ospedali, nei corpi di polizia, ecc.) o dalla chiusura  domenicale degli esercizi; 5) la concessione della doppia cittadinanza; 6) il  finanziamento delle attività culturali delle organizzazioni legate ai gruppi etnici;  7) il finanziamento dell’educazione bilinguistica o nella lingua madre; 8) le  azioni positive (sistemi delle quote e simili) a tutela delle minoranze etniche.[5]

 

a) Il superamento dei modelli nazionali 

Gli approcci multiculturalisti sono dunque stati recepiti in modo diverso dai  sistemi politici e dalle politiche europee nei confronti di immigrati e minoranze  etniche. Malgrado il primato occupato nel dibattito per buona parte del periodo  considerato, la loro concreta attuazione ha dovuto fare i conti con retaggi storici,  tradizioni e strutture giuridiche, visioni ideologiche della nazione e della cittadinanza,  convenienze politiche ed elettorali, e anche nei casi più avanzati si è  trattato di un primato relativo, limitato ad alcune materie e mescolato con norme  e pratiche operative che riflettono istanze di altra natura. 

Con il volgere del XXI secolo sono riemerse altre preoccupazioni, in  realtà sempre presenti nel trattamento di minoranze immigrate che si insediano  entro i confini di uno Stato nazionale. La paura dell’immigrazione come  minaccia per la sicurezza e il benessere delle società occidentali ha posto sotto  accusa gli approcci multiculturalisti, accusati di produrre separatezza e frammentazione  sociale, attraverso l’istituzionalizzazione di comunità autoreferenziali. Ad esempio, un Paese-guida delle politiche multiculturali in Europa come  l’Olanda è stato il primo a introdurre corsi di lingua e integrazione culturale rivolti  ai nuovi arrivati, rapidamente seguito da altri Governi europei, in forme più  o meno vincolanti. Proprio il caso olandese mostra però che, se l’epoca di maggior  fulgore degli approcci multiculturalisti non ha prodotto grandi effetti sul piano  delle realizzazioni, la attuale perdita di consenso del multiculturalismo non si  traduce in profondi cambiamenti delle politiche in uso, salvo l’introduzione di  alcune innovazioni simbolicamente esemplari.  In questo senso si può affermare che si assiste al ritorno, specialmente in  Europa, di un neoassimilazionismo più o meno leggero, attraverso l’introduzione  di requisiti di conoscenza linguistica al momento della concessione del  permesso di soggiorno o dell’accesso ad altri diritti di residenza, oppure tramite  l’innalzamento del livello di competenza richiesto, l’introduzione correlata di  verifiche di conoscenza della storia, della cultura e delle leggi nazionali fondamentali,  l’assunzione di impegni pubblici o giuramenti, riproposti in forme più  solenni e cerimoniali che nel passato, soprattutto al momento della concessione  della cittadinanza, in cui i nuovi cittadini si impegnano a rispettare la Costituzione  e le norme fondamentali del Paese che li accoglie.[6] 

Un altro aspetto problematico del dibattito attuale consiste nella tendenza  a ricondurre i problemi strutturali di discriminazione degli immigrati o delle  minoranze etniche a problemi di diversità culturale, cosicché gli immigrati  stessi diventano responsabili della loro concentrazione in aree urbane degradate.  In realtà, la discriminazione strutturale e una duratura emarginazione urbana  favoriscono il recupero reattivo delle diversità culturali; i due fattori, combinandosi,  tendono a produrre le comunità separate, arroccate nella loro identità e  diffidenti verso una società ricevente percepita come prevenuta e ostile. È stato  relativamente facile addossare alle politiche multiculturali, in Gran Bretagna o  in Olanda, la responsabilità del fallimento del progetto di costruzione di una  società più accogliente e reciprocamente tollerante. Bisognerebbe però mettere  in conto il fatto che le componenti più deboli delle popolazioni immigrate si ripiegano  su stesse e si oppongono all’integrazione soprattutto quando restano  confinate ai margini della società: allora può manifestarsi la tendenza a razionalizzare  l’esclusione in termini di scelta oppositiva e di affermazione identitaria  polemica e non negoziabile.

 

b) Politiche di immigrazione e processi di integrazione 

Non vanno confuse, in altri termini, le politiche di trattamento dell’immigrazione  (e specificamente delle diversità culturali) con i processi effettivi di  integrazione degli immigrati, tributari degli andamenti economici, del funzionamento  dei mercati del lavoro, della ricezione dell’immigrazione da parte delle  società riceventi, di politiche più complessive come quelle di welfare.[7] In certi  casi, come quello tedesco, l’integrazione degli immigrati è stata favorita da politiche  e dispositivi diversi, che riguardavano la popolazione in generale, come  il robusto e universalistico sistema di welfare, divaricandosi dagli intenti perseguiti  dalle politiche migratorie. In altri, l’enfasi su alcune misure od orientamenti  multiculturalisti [8] non ha saputo contrastare la marginalità strutturale degli  immigrati.

Questi riferimenti possono essere riepilogati in un assunto: se non si guarda  al livello delle retoriche pubbliche, ma a quello delle politiche effettive, si può  notare una tendenza verso l’attenuazione e il superamento, nei fatti, della canonica  contrapposizione dei modelli nazionali di politiche migratorie, ossia dei  modelli multiculturalisti (rappresentati da Paesi come Olanda o Gran Bretagna)  rispetto ai modelli assimilazionisti (il cui esempio più citato è quello francese). 

Prendiamo un altro esempio. Tanto lo Stato tedesco, a dispetto della recente  presa di distanza dall’approccio multiculturalista, quanto lo Stato francese,  campione della laicità, hanno iniziato da alcuni anni a finanziare con denaro  pubblico la formazione dei leader religiosi musulmani sui rispettivi territori.  Ci si può chiedere se si tratti di politiche assimilative, in quanto puntano a formare  dei responsabili comunitari nella lingua e nella cultura del Paese ospitante,  oppure di politiche multiculturaliste, giacché di fatto riconoscono e rafforzano il ruolo delle minoranze religiose organizzate come strutture intermediarie  dell’integrazione degli immigrati. 

Confrontando il caso francese con un caso apparentemente antitetico come  quello britannico, si nota uno scarto tra le «filosofie nazionali» e le effettive risposte  politiche alla presenza di immigrati e minoranze etniche.[9] Ogni Paese  devia nei fatti dal modello di integrazione proclamato a livello ideologico,  cosicché, analizzando il fenomeno in maniera empirica anziché normativa, l’idea  stessa di un «modello» viene relativizzata.[10] Nei fatti si nota una convergenza  tra Francia e Regno Unito perché simili sono le sfide da affrontare: dare una  cittadinanza effettiva a minoranze spesso trattate come componenti sociali di  seconda classe, mentre le preoccupazioni legate alla sicurezza tendono a individuare  le diversità religiose e culturali come minacce nei confronti dei «valori  condivisi» e dell’identità nazionale. 

I modelli riescono sempre meno a cogliere l’insieme spesso farraginoso delle  politiche e degli interventi concreti, stratificati nel tempo e legati a preoccupazioni  e obiettivi diversi; i casi nazionali con il passare degli anni si sono evoluti,  uscendo dalle coordinate dei modelli originari; differenti categorie di immigrati  (come i rifugiati, i lavoratori stagionali, i discendenti di antichi emigranti, ecc.)  ricevono trattamenti diversi da quelli previsti dal modello generale; le politiche  locali si discostano sempre più da quelle previste dal modello nazionale.[11]

 

2. La dimensione locale delle politiche per gli immigrati

 

Quest’ultimo punto merita un approfondimento. Alla luce delle notevoli distanze  tra retoriche nazionali e politiche locali, si può affermare che un territorio,  con le sue istituzioni, le sue scelte politiche, il suo tessuto associativo, può esercitare  un ruolo attivo nel configurare forme più avanzate (o al contrario, arretrate)  di inclusione dei migranti nella comunità locale e nel promuovere rapporti pacifici  e reciprocamente benefici tra vecchi e nuovi residenti. Si può quindi parlare  di una dimensione locale dell’integrazione e della cittadinanza degli immigrati. 

Se le stesse istanze relative alle differenze culturali, difficilmente accolte a  livello di legislazioni nazionali, possono trovare a livello locale maggiori possibilità  di ricezione, è vero anche il fenomeno opposto: in ambito locale sorgono  anche movimenti di opposizione all’insediamento di strutture o servizi destinati  a popolazioni immigrate, oppure — fatto ancora più interessante — di  edifici che rivelano sul piano simbolico la trasformazione della società in senso  multietnico e multireligioso,[12] a dispetto del diritto alla libertà di culto sancita dalle carte costituzionali. Il caso più tipico e frequente è ovviamente quello dei  luoghi di culto delle minoranze islamiche. 

Nel nostro Paese, i governi di varie località dell’Italia settentrionale si sono  posti in evidenza per misure di politica municipale, spesso inefficaci o revocate  per intervento di altre autorità, tendenti a marcare i confini, a distinguere cittadini  e immigrati, a negare o limitare benefici, opportunità, diritti a loro favore.  Anche quando si tratta di diritti sanciti da norme nazionali, dalle carte costituzionali  o da dichiarazioni delle istituzioni internazionali sottoscritte dai Governi,  la loro fruizione effettiva passa sovente attraverso la cruna dell’ago delle decisioni  assunte in ambito locale, come nel caso del rilascio delle concessioni edilizie  per l’edificazione di luoghi di culto o delle autorizzazioni necessarie per aprire  scuole o centri culturali. Soprattutto a livello locale, si coglie l’influenza esercitata  nei processi di governante [13] da diversi attori delle società civili, compresi  i movimenti e le associazioni e promossi dagli immigrati o i comitati locali che si  oppongono a determinati provvedimenti, come l’allestimento di servizi di accoglienza  per rifugiati o minoranze rom e sinti: che siano favorevoli o contrari  all’inclusione degli immigrati nella comunità locale, questi attori incidono sulle  scelte delle istituzioni e sulla loro attuazione effettiva. È sempre a livello locale  che ci si misura con le implicazioni e le istanze che scaturiscono dalla modificazione  in senso multietnico della composizione della popolazione, con l’accresciuto  pluralismo degli stili di vita e dei rapporti sociali che ne deriva. 

Come abbiamo ricordato, le politiche locali si discostano sovente dai  modelli nazionali (dichiarati), a volte cercando di compensarne carenze e contraddizioni. 

Per esempio, in Germania diversi Land a guida socialdemocratica  hanno istituito da tempo servizi per l’integrazione degli immigrati, in contrasto  con il modello del lavoratore-ospite. In Francia, molte amministrazioni locali e  regionali hanno introdotto interventi di mediazione e iniziative multiculturali, in  contrasto con l’ideologia repubblicana di indifferenza verso le diversità etniche  e culturali. In altri casi, sono invece le politiche nazionali a spingere amministrazioni  locali riluttanti verso l’attuazione di misure di inclusione. 

A livello locale l’attivazione delle istituzioni pubbliche e delle società civili  mescola elementi assimilativi (come i corsi di lingua, le politiche per il lavoro o per l’alloggio) con elementi multiculturali (come il sostegno alle associazioni,  alle domande relative al culto o alle produzioni culturali degli immigrati).  Il vero spartiacque contrappone governi locali inerti, poco sensibili o programmaticamente  ostili all’integrazione degli immigrati e governi locali disposti  a investire risorse e a rischiare emorragie di consensi elettorali per sostenere  misure volte all’accoglienza delle popolazioni straniere e alla promozione  di società locali più integrate e inclusive; così come nella società civile si contrappongono costruttori di iniziative di integrazione (tanto assimilative quanto  volte a promuovere le culture minoritarie) e mobilitazioni contro gli immigrati. 

Una ricerca su alcune città italiane ha inoltre posto in luce la dipendenza  delle politiche locali dal loro percorso politico precedente, che si traduce  in uno scarto tra la dimensione delle politiche dichiarate, con il loro apparato  retorico, e quella delle politiche in uso, che si riferisce ai comportamenti effettivi.[14] Può dunque accadere che a determinati pronunciamenti politici non seguano  scelte congruenti, o che queste si limitino ad aspetti simbolici volti a  impressionare l’opinione pubblica, anche attraverso le polemiche che suscitano  (pensiamo al caso del velo); oppure che a cambiamenti di maggioranza al governo  delle città, malgrado le dichiarazioni, non corrispondano cambiamenti profondi  nelle politiche destinate agli immigrati, giacché la dimensione organizzativa  e la dipendenza dai modelli di intervento ormai consolidati vincolano le  politiche in uso. In altri termini, parecchie amministrazioni locali si comportano  meglio di quanto lascerebbero pensare i discorsi dei loro amministratori. 

Assume rilievo in proposito anche un altro aspetto importante quanto trascurato:  governi e amministrazioni locali, come quelli nazionali, non sono  blocchi monolitici, ma hanno al loro interno settori, uffici e funzionari che  possono seguire visioni diverse del fenomeno migratorio. Il ruolo degli operatori  pubblici, sindacali o del terzo settore, con gli intrecci di relazioni e scambi cooperativi  costruiti nell’interazione, rappresenta uno dei fattori esplicativi sia  della continuità delle politiche in uso, sia degli scostamenti rispetto alle politiche  dichiarate. 

Il dibattito richiamato aiuta infine a formulare una riflessione più ampia  sulle politiche nei confronti degli immigrati. La questione dell’integrazione non  può essere disgiunta dal dibattito sulla cittadinanza. L’insediamento stabile di  popolazioni immigrate pone in rilievo, infatti, i limiti della classica concezione  che collegava diritti politici (il voto) e diritti sociali (i servizi di welfare), avendo  come presupposto l’appartenenza alla comunità nazionale. Si configura il rischio  della scissione degli abitanti di un determinato territorio in due gruppi: i cittadini  a pieno titolo, abilitati a concorrere alle decisioni pubbliche mediante il  voto, e i nuovi meteci, lavoratori accolti in quanto utili, ma privi del diritto a  concorrere alle scelte del territorio in cui risiedono.[15] Questa disuguaglianza  erige una barriera che contrasta con le domande di integrazione a carico degli  immigrati. La questione del trattamento dell’immigrazione rivela così la sua  natura più profonda e autentica: si tratta in effetti di pensare l’integrazione  della società nel suo complesso, in presenza di un crescente pluralismo etnico  e culturale della popolazione.

 

3. L’integrazione, tema controverso

 

Le questioni poste richiamano inevitabilmente un altro tema controverso del  dibattito sui rapporti tra immigrati e società riceventi: quello dell’integrazione dei  nuovi arrivati nelle società in cui hanno scelto di stabilirsi. Vale la pena di richiamare  il dibattito sull’argomento per cercare di pervenire a una precisazione sul  modo di intendere il concetto e quindi di delineare politiche appropriate.

 

a) L’integrazione nel paradigma assimilazionista 

Una prima visione, ampiamente circolante nell’opinione comune e nel discorso  pubblico, è quella che riprende il paradigma assimilazionista del passato,  in cui l’immigrazione è vista come un fattore di turbamento dell’ordine  sociale. I migranti, per essere accettati, devono quindi conformarsi ai modi di  vivere e alle pratiche sociali delle società in cui risiedono: devono lasciarsi assimilare,  abbandonando o nascondendo il più possibile nella sfera privata i  tratti culturali che li differenziano dalla maggioranza. 

Sul piano delle politiche pubbliche, soprattutto dopo gli attentati del settembre  2001, queste preoccupazioni si sono tradotte, come già accennato, in un  ritorno alla richiesta di adesione e conformità alla società ricevente e alle  sue istituzioni, da verificare al momento dell’ingresso o in altri passaggi salienti,  come la naturalizzazione: di qui la nuova importanza attribuita alla conoscenza  della lingua, misurata mediante apposite prove, e i tentativi più controversi e  per forza di cose limitati di valutare la lealtà politica dei nuovi arrivati, anche  ricorrendo a corsi e appositi «contratti di integrazione». 

Va osservato al riguardo che gli impedimenti che gli Stati democratici incontrano  nel sondare atteggiamenti e convinzioni degli stranieri residenti si traducono  in un’accentuazione degli sforzi di monitoraggio della sfera cognitiva: gli  Stati riceventi tendono a chiedere di più ai nuovi arrivati, in termini di conoscenze  linguistiche e normative, ricodificando la cittadinanza come una relazione  contrattuale. Rispetto alla posizione liberale, che vede la cittadinanza come un  veicolo di integrazione, si torna almeno parzialmente verso una concezione più  conservatrice e restrittiva della cittadinanza come premio all’integrazione. 

Una visione più ampia dell’integrazione consente invece di individuare  almeno quattro aspetti-obiettivo delle politiche pubbliche in materia di integrazione  degli immigrati.[16] Il primo consiste nel massimizzare l’utilità dell’immigrazione  per il Paese di arrivo, contenendone gli effetti negativi. Ne discende  la sorveglianza della mobilità attraverso le frontiere, la selettività nei confronti  dei candidati all’ingresso, il ritorno a forme di immigrazione temporanea o, come  oggi si preferisce dire, «circolare». Il secondo aspetto riguarda la tutela del  benessere e dell’integrità delle persone e comunità immigrate, attraverso la concessione di diritti e l’erogazione di servizi correlati. Rientra in quest’ambito  la tutela della dignità culturale dei gruppi minoritari, che richiede il contrasto  di retoriche pubbliche offensive, che però non siano lesive del benessere dei  nazionali, una potenziale tensione che ha dato luogo a conflitti di intensità accresciuta.  Il terzo aspetto delle politiche di integrazione richiama questo problema,  puntando a realizzare un’interazione positiva, o almeno a basso conflitto,  tra minoranze immigrate e maggioranze e minoranze nazionali. Trova qui collocazione  la promozione del dialogo interculturale, insieme allo scambio quotidiano  tra persone e gruppi di origine diversa. Il quarto aspetto riguarda la capacità,  se non di produrre benefici, almeno di evitare danni «transnazionali», ossia  riferiti ai Paesi d’origine o a Paesi terzi. In questo caso, l’attenzione si focalizza  sul brain drain (il drenaggio dei cervelli) e sull’emergente fenomeno del care  drain (il drenaggio di risorse di cura), attraverso un’importazione di manodopera  femminile che destabilizza famiglie e sistemi di accudimento nelle società di  provenienza. 

Le politiche di integrazione, che ponevano inizialmente l’accento sul primo  aspetto-obiettivo (l’impatto positivo sulle società riceventi), si sono poi spostate  verso il secondo (l’integrità delle comunità immigrate), passando negli ultimi  anni a privilegiare il terzo (l’interazione a basso conflitto), recuperando nello  stesso tempo anche il primo. Continua invece a restare trascurato il quarto, che  sta a cuore soprattutto ai Paesi di provenienza. 

Questo dibattito pone in rilievo il fatto che l’integrazione è un processo,  che può essere attivamente promosso e perseguito da adeguate politiche. Gli  Stati riceventi si attribuiscono oggi soprattutto un ruolo di verifica e sorveglianza  dei risultati ottenuti, con un minor accento su una funzione promozionale.  Lasciano trapelare un pessimismo maggiore del passato sulla spontaneità e il  successo del processo, traducendo in norme una sensibilità indubbiamente diffusa  nell’opinione pubblica, e tendono a imputare la principale responsabilità  degli esiti ai migranti stessi, alla loro volontà e capacità di inserirsi nel nuovo  contesto di vita. 

L’approccio assimilazionista che ricalca l’impostazione del passato si discosta  da una seconda posizione, che ha largo seguito nel dibattito d’oltreoceano,  definibile come neoassimilazionista. Secondo questa corrente, l’assimilazione,  una volta liberata dal sovraccarico ideologico del vecchio impianto etnocentrico  da cui era scaturita, mantiene una fondamentale pertinenza: avviene sempre e  comunque, se non nella prima, quanto meno nella seconda o nella terza generazione.[17] In questa linea di pensiero, vi è una visione dell’assimilazione come  processo inevitabile: continua ad avvenire, indipendentemente dalla volontà dei  soggetti coinvolti, e riguarda ambiti come l’apprendimento linguistico, il superamento  nel tempo delle nicchie occupazionali connotate etnicamente, la crescita dei matrimoni misti. A lungo termine sul piano culturale le identità minoritarie  tendono a scomparire o a ridursi ad elementi simbolici, assorbite dalla cultura  maggioritaria [18].

 

b) «Integrazione» o «interazione»? 

Il concetto di integrazione ha incontrato invece varie critiche da posizioni  che rimandano alle suggestioni multiculturaliste. L’enfasi sulla pari dignità  delle culture, sulla critica alla pretesa superiorità occidentale, sullo scambio e  la comunicazione paritaria, conduce a porre al centro dell’attenzione l’idea di  «interazione»: l’accettazione reciproca, lo scambio paritario e la comunicazione  aperta sono aspetti decisivi dell’inclusione di minoranze etnico-culturali. Qualcosa  di simile avviene quando si adotta il concetto di «convivenza». 

Gli elementi di debolezza di questo approccio, quando tende a contrapporre  convivenza e integrazione, riguardano anzitutto il concetto di interazione,  che può evocare relazioni asimmetriche (di dominazione, discriminazione, ecc.) o conflittuali (di scontro, contrapposizione, ecc.), e va dunque qualificato per  assumere significati positivi. L’interazione — la convivenza «buona» — presuppone  poi un minimo di integrazione per poter cominciare, a partire dal possesso  di codici linguistici comuni che consentano di comunicare. Prolungandosi e rafforzandosi  nel tempo, produce conoscenza, frequentazione e amicizia, ossia,  propriamente, integrazione sociale. Da ultimo, va rilevato che il concetto di integrazione  tiene conto della dimensione strutturale, ossia del benessere e dell’integrità  delle persone e delle comunità immigrate,[19] nonché del trattamento  egualitario e delle opportunità di accesso a servizi, istituzioni, posizioni lavorative  non solo marginali. Se si parla di interazione, o di convivenza, l’accento viene  invece posto sulla dimensione comunicativa e culturale, trascurando gli aspetti  strutturali. In altri termini, si può interagire o convivere anche in contesti di  dura discriminazione razziale. Nei regimi coloniali o schiavisti, dominatori e  dominati interagivano e convivevano, ma non in condizioni di equità e di opportunità  di vita buona per tutti. 

L’interazione rientra dunque nel concetto di integrazione come processo,  certamente lo qualifica, ma non lo sostituisce né tanto meno vi si contrappone.  Stimola a evitare, anche implicitamente, di proporre una gerarchia tra  una cultura dominante, quella maggioritaria, e delle culture subalterne, quelle  minoritarie. Spinge a porre in rilievo ambiti e occasioni di comunicazione paritaria.  Malgrado le lodevoli intenzioni, non sembra tuttavia poter rappresentare  un’alternativa soddisfacente al vecchio concetto.

 

c) I processi di identificazione 

Uno sguardo in parte diverso proviene dal filone degli studi culturali, in  cui il fuoco dell’analisi si sposta verso i processi di identificazione. Da questo  versante proviene una critica all’idea delle «culture» come contenitori omogenei,  compatti, tendenzialmente chiusi, e soprattutto da preservare nella loro presunta  autenticità, verso cui si orienta una parte del variopinto fronte delle posizioni  multiculturaliste. La visione di cultura proposta è molto più fluida e sfrangiata,  continuamente reinterpretata e negoziata a seconda delle situazioni e dei contesti  di interazione. Gli individui di volta in volta, consapevolmente o meno, adottano  atteggiamenti, rappresentazioni, pratiche sociali, retoriche, che possono  rimandare a tradizioni culturali più o meno autentiche, a modelli appresi nella  società ricevente, a ibridazioni e rielaborazioni soggettive degli uni e degli altri.  I giovani, più flessibili e capaci di apprendere, sono in prima linea in questa  incessante ridefinizione dei profili identitari e delle logiche di azione.[20] I giovani  «sempre più negoziano e definiscono spazi di riconoscimento, modelli di comunicazione  e forme di identificazione, che sono dissociate dalla cittadinanza  etnica e culturale», senza però assumere acriticamente i modelli delle società  riceventi. Si tende quindi a vedere le seconde generazioni come «luoghi di formazione  di nuovi codici, forme di azione e di identificazione che anticipano  tendenze più generali verso l’elaborazione di nuove idee di cittadinanza».[21]

 

4. Ridefinire l’integrazione

 

Il concetto di integrazione, pur sollevando dubbi e critiche, resta difficilmente  sostituibile nello studio dell’inserimento sociale dei giovani di origine  immigrata. Certamente va interpretato in modo accurato; proponiamo pertanto  alcuni elementi di caratterizzazione del concetto. 

L’integrazione va concepita anzitutto come un processo che si distende nel  tempo, dipende da una pluralità di fattori (il mercato del lavoro, l’accettazione  degli immigrati, il sistema complessivo di welfare), non discende meccanicamente  dalle politiche, anche se evidentemente è favorito da quelle più aperte nei  confronti dell’inclusione paritaria degli immigrati nelle società riceventi. 

L’integrazione è inoltre un percorso sfaccettato e multidimensionale, che  può essere più avanzato in alcuni ambiti e meno in altri; può essere maggiormente  richiesta e promossa in alcune aree, soprattutto quelle di rilevanza pubblica  (ad es. la conoscenza della lingua della società ricevente), e lasciata invece alla  libera determinazione dei soggetti in altre, attinenti alla sfera privata. L’aspetto  più rilevante in proposito è la libertà religiosa. 

Non comporta una progressione lineare di stampo evoluzionistico, da  stili di vita «tradizionali» e determinati dall’appartenenza etnica a stili di vita  «moderni», individualistici, secolarizzati, conformi alle pratiche sociali prevalenti  nella società ricevente: può prevedere diverse articolazioni tra dimensione  individuale e collettiva, tra appartenenze che rimandano a legami etnici o religiosi  e comportamenti orientati alla fruizione delle opportunità offerte dalla società  ricevente. Non contrappone il riferimento a elementi culturali ascrittivi  all’acquisizione di competenze e abilità funzionali all’inserimento sociale. 

Riveste un carattere locale e contestuale: l’integrazione avviene in luoghi  specifici, in sistemi di relazioni situati nel tempo e nello spazio, non in un’astratta  «società italiana». Privilegia di fatto la dimensione micro (i rapporti interpersonali)  o meso (le attività associative o di gruppo), in cui si sperimentano occasioni  di socialità e forme di apprendimento. Nello stesso tempo, comporta la  consapevolezza che non tutte le frequentazioni e le pratiche apprese nella società  ospitante sono vantaggiose ai fini dell’accettazione, dell’inserimento, della  mobilità sociale. Del pari, la partecipazione a gruppi di coetnici può sia produrre  una socialità ristretta e oppositiva, sia rafforzare l’adesione a sistemi normativi  in grado di proteggere gli individui da derive anomiche, un aspetto di particolare  importanza per le giovani generazioni. 

Chiama in causa in vario modo la società ricevente e le sue istituzioni:  nelle normative sulla cittadinanza, nel discorso pubblico sugli immigrati, nel  clima di accettazione, pregiudizio o rifiuto di determinate categorie di residenti  stranieri, nell’impostazione e attuazione di politiche educative e sociali che influenzano  le condizioni di vita dei migranti e nelle risorse investite in esse,  nelle possibilità concrete di incontro nella vita quotidiana. 

Per concludere, non serve ed è anzi poco produttivo continuare a discutere  di «modelli» di inclusione degli immigrati, contrapponendo integrazione e multiculturalismo.  Ancora meno condivisibile è l’attuale processo a una versione  fantasmatica del multiculturalismo, da cui si fa discendere o una chiusura di  fatto nei confronti dell’accoglienza degli immigrati, o un ritorno al vecchio assimilazionismo,  con le sue pretese di conformismo, omogeneità, invisibilità delle  differenze culturali. Abbiamo invece bisogno di politiche pragmatiche, che  accompagnino con saggezza una trasformazione della società in senso  multietnico che sta già avvenendo ogni giorno, sotto i nostri occhi, spesso con  la collaborazione di noi stessi. È il multiculturalismo quotidiano.[22] Assumere  un’assistente domiciliare per curare i nostri anziani oppure mangiare un kebab o un piatto di sushi sono già azioni quotidiane che parlano di come stiamo agendo  per la costruzione di una società più eterogenea e plurale di quella che abbiamo  conosciuto nel passato e che forse vorremmo conservare. 

(Aggiornamenti sociali 5/2011, pp. 343-354)



[1] Taino D., «La Merkel dichiara fallito il modello multiculturale», in Corriere della Sera, 17 ottobre  2010.

[2] Glazer N., We are all multiculturalists now, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1997.

[3] Cfr Moller Okin S., Is multiculturalism bad for women?, Princeton University Press, Princeton (NJ) 1999  (tr. it. Diritti delle donne e multiculturalismo, Raffaello Cortina, Milano 2007).

[4] Cfr Banting K. – Kymlicka W., «Do Multiculturalism Policies Erode The Welfare State?», in Cultural Diversity  versus Economic Solidarity. Proceedings of the Seventh Francqui Colloquium. Brussels, 28 February-1  March 2003, De Boeck&Larcier, Bruxelles 2004, 227-290.

[5] Questi autori hanno classificato i Paesi dell’area OCSE su una scala che può raggiungere un punteggio  massimo di 8 quando in un Paese sono adottate tutte le politiche elencate. In testa alla graduatoria figurano  Canada e Australia, con sei punti, definiti Paesi con forti politiche multiculturali; segue un gruppo di Paesi con  politiche modeste (punteggio di 5,5), in cui rientrano Belgio, Nuova Zelanda, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Svezia, Stati Uniti; infine, l’ultimo gruppo, con politiche deboli, comprende Austria, Danimarca, Finlandia,  Francia, Germania, Giappone, Grecia, Irlanda, Italia, Norvegia, Spagna, Svizzera.

[6] Cfr Zincone G., «Introduzione. Il passaggio al primo piano», in Id. (ed.), Immigrazione: segnali di integrazione.  Sanità, scuola e casa, il Mulino, Bologna 2009, 7-67.

[7] Cfr Ambrosini M., Un’altra globalizzazione. La sfida delle migrazioni transnazionali, il Mulino, Bologna  2008.

[8] In genere su aspetti leggeri, in termini di costi e di impatto sociale, come il sostegno ad attività culturali  o formazioni associative delle minoranze etniche, o alcuni emendamenti di programmi di insegnamento  e libri di testo.

[9] Cfr Bertossi C., French and British Models of Integration. Public Philosophies, Policies and State Institutions,  ESRC Centre on Migration, Policy and Society, Working Paper N. 46, University of Oxford, Oxford 2007.

[10] Cfr Martiniello M., Le socetà multietniche, il Mulino, Bologna 2000.

[11] Cfr Zincone G., «Introduzione. Il passaggio al primo piano», cit.

[12] Si pensi al voto referendario svizzero contro l’erezione di minareti: non di per sé contro l’edificazione  di luoghi di culto da parte delle minoranze musulmane, ma di segni architettonici visibili che alterino quello che  potremmo definire il «paesaggio simbolico» delle città elvetiche.

[13] Ossia nei processi effettivi di costruzione e attuazione delle politiche pubbliche, in cui esercitano  un’influenza spesso importante vari attori e forze, dagli apparati amministrativi, agli interessi economici, alle  organizzazioni professionali e sindacali, ai soggetti della solidarietà organizzata.

[14] Cfr Campomori F., «Il ruolo di policy making svolto dagli operatori dei servizi per gli immigrati», in  Mondi migranti, 3 (2007) 83-106; Id., Immigrazione e cittadinanza locale. La governance dell’integrazione in  Italia, Carocci, Roma 2008.

[15] Cfr Walzer M., Sfere di giustizia, Feltrinelli, Milano 1987.

[16] Cfr Zincone G., «Introduzione. Il passaggio al primo piano», cit.

[17] Cfr Ambrosini M., «Figli dell’immigrazione. Difficoltà e risorse», in Aggiornamenti Sociali, 11 (2009)  662-673.

[18] Cfr Alba R. – Nee V., «Rethinking assimilation theory for a new era of immigration», in International  Migration Review, 4 (1997) 826-874.

[19] Cfr Zincone G., «Introduzione. Il passaggio al primo piano», cit.

[20] Cfr Ambrosini M., Richiesti e respinti. L’immigrazione in Italia, come e perché, Il Saggiatore, Milano  2010.

[21] Cfr Colombo E. – Domaneschi L. – Marchetti C., Una nuova generazione di italiani. L’idea di cittadinanza  tra i giovani figli di immigrati, FrancoAngeli, Milano 2009, 24-25.

[22] Cfr Colombo E. – Semi G. (edd.), Multiculturalismo quotidiano. Le pratiche della differenza, FrancoAngeli,  Milano 2007.