Diritto naturale:

il beneficio del dubbio

Gustavo Zagrebelsky 

 

Questo è uno dei numerosi dibattiti in cui, su  un tema controverso e fonte di divisione tra  il mondo dei credenti e quello dei non credenti, si invitano due persone di diversa appartenenza; e si pensa debbano  rappresentare posizioni non coincidenti, se non addirittura in contrasto tra loro.  Io vorrei sottolineare che l’obiettivo del nostro incontro non è quello di decretare  un vincitore e uno sconfitto fra i due interlocutori. Siamo qui per ragionare  insieme e per trovare un bandolo comune a problemi che coinvolgono tutti. È  nello spirito socratico che vogliamo affrontare il tema di questa serata: Socrate  diceva che una discussione merita di essere fatta quando se ne esce avendo  abbandonato un proprio errore. Quindi è un fatto positivo essere trovati in fallo  dal proprio interlocutore, o quanto meno aver maturato un dubbio su quanto si  credeva all’inizio, perché altrimenti è inutile discutere. Pertanto, per affrontare  in modo costruttivo una discussione dovremmo porci nell’ottica di accogliere con  piacere l’idea di poter essere colti in errore. 

Dopo aver nominato la parola dubbio - e il tema del diritto naturale riguarda  tale questione -, permettetemi di dire due parole a difesa del dubbio e di  coloro che dubitano, i quali non sono i nemici della verità. Anzi, se ci pensiamo,  solo chi crede in qualcosa può dubitare. Se non si crede in nulla non si può neanche dubitare. La capacità di dubitare è una virtù di coloro che credono in qualcosa  e per questo ritengono che ciò in cui credono possa essere rivisto in ordine a  una conoscenza più approfondita, a un percorso di verità. Richiamo questa considerazione  perché pare che all’Università Cattolica di Milano sia esposto un manifesto  in cui vengo additato al ludibrio degli studenti come un relativista etico, cioè  uno che non crede in nulla. Questa piccola avvertenza metodologica è importante:  se ci pensiamo, solo il dubbio ha consentito, nel corso della storia, di progredire  nelle conoscenze, non solo scientifiche, ma anche morali. 

1. La riscoperta del diritto naturale 

E adesso vengo alle nostre convinzioni morali e in particolare al tema del  diritto naturale. La storia della giustizia naturale e del diritto naturale è fatta di  corsi e di ricorsi. Oggi siamo in un momento di riscoperta. Fino a qualche  anno fa, il tema del diritto naturale era lasciato in disparte nel dibattito pubblico;  certo, l’argomento veniva affrontato nelle facoltà di teologia, ma non nel dibattito  pubblico. Persino il Papa ha riconosciuto che attualmente il diritto naturale  non è à la page. Ma lo sta ridiventando, e se ne può capire facilmente il  motivo, in un momento come quello attuale, caratterizzato da profonda inquietudine,  non solo per le ragioni politiche generali e di ordine mondiale che sconvolgono  la nostra esistenza e quella dei nostri figli, ma direi soprattutto per lo  sviluppo della scienza, e in particolare della scienza applicata ai grandi temi  della vita. Siamo giunti al punto che la tecnologia applicata alle scienze biologiche  sembra in grado di riprodurre la vita medesima e comunque di operare  manipolazioni genetiche molto rilevanti. In ogni caso, tutti noi saremmo d’accordo  nel dire che non basta che una cosa sia tecnicamente possibile perché sia  anche moralmente possibile.

Questa proposizione ci indica l’esigenza di criteri per stabilire dei limiti  e dei confini. E il tema del diritto naturale mi pare nasca qui, perché si pensa  che esso consenta di stabilire quel confine che andiamo cercando. Rivolgersi  alla natura per cercare di scoprirne le leggi più profonde che è bene rispettare  corrisponde a un atteggiamento naturale dell’essere umano: il singolo, il soggetto,  cerca un riferimento in ciò che sta fuori, l’oggetto, il quale ha una sua consistenza,  una sua ragione, una sua razionalità implicita. La rinascita del diritto  naturale, quindi, è tutt’altro che inspiegabile. Il diritto naturale può essere dato  per morto in determinati periodi della storia, ma non è mai stato ucciso del tutto.  E questo è un momento di rinascita. Quando la legge fatta dagli uomini secondo  le loro mutevoli convenzioni appare ingiusta, le si contrappone la legge obiettiva  della natura, che nessuno può alterare.

Aggiungo che l’appello al diritto naturale non ha nessun significato positivo  in relazione alla distinzione tra progressisti e conservatori. L’appello al diritto  naturale può essere fatto per conservare o restaurare, oppure può essere uno  strumento rivolto all’instaurazione di un ordine diverso dall’esistente, quindi avere una funzione progressista. Infatti in nome del diritto naturale si vogliono  talvolta congelare situazioni sociali e talaltra addirittura rivoluzionarle.

Così, oggi, la Chiesa cattolica si appella al diritto naturale per opporsi ai  cambiamenti in tema di unioni tra persone, eutanasia, sperimentazione scientifica,  sviluppi della genetica, quando non per tentare di tornare all’antico dal  punto di vista della situazione sociale in tema di famiglia, contraccezione, aborto,  ecc. In questo modo la Chiesa viene a proporsi come grande rassicuratrice  che dispensa certezze etiche, in un mondo - si dice - moralmente sfibrato dal  famigerato «relativismo etico», di cui io sarei appunto un rappresentante, e che  sarebbe sinonimo di edonismo e scetticismo antirazionalista, nascosti sotto i  panni accattivanti della tolleranza. Il diritto naturale è indubbiamente una notevole  risorsa che appaga il bisogno di sicurezza. Di fronte a veri o presunti  arbitrii e perfino di fronte a veri e propri delitti compiuti con l’avallo della legge  fatta dagli uomini, che cos’è più rassicurante di una legge obiettiva, sempre  uguale e valida per tutti? La legge della natura appunto, che gli uomini non  possono alterare e corrompere a loro piacimento. 

2. Una natura, molte interpretazioni 

Il diritto naturale però non è affatto il terreno del consenso, che abbraccia  l’umanità intera in nome di una giustizia universalmente riconosciuta. Al contrario,  è il terreno dei più radicali conflitti. Anzitutto, che cos’è la natura alla  quale ci appelliamo? Se ci volgiamo al passato vediamo una grande confusione.  Per qualcuno, i cristiani per esempio, la natura è opera di Dio, ma per altri, gli  gnostici, è opera del demonio. I primi ameranno la natura come Dio ha amato il  creato - ricordate il racconto biblico (Genesi 1), in cui ogni giorno si conclude  con il Signore che guarda le sue opere e dice: «è cosa buona»; e quando crea  l’uomo aggiunge: «è cosa buona, molto» - con la convinzione che essendo la  natura buona e opera di Dio occorre rispettarla com’è. La natura che è, deve  anche essere. I secondi, gli gnostici, reagiranno come a una cosa corrotta, e faranno  di tutto per non farsi prendere dalle sue bassezze. E poi, indipendentemente  da Dio e dal demonio, per alcuni la natura è madre benefica, per altri  matrigna malefica. La visione dell’illuminismo proto-romantico, di Jean-Jacques  Rousseau per esempio, era quella dell’armonia della vita naturale guastata dalla  civiltà. Ma Giacomo Leopardi era pieno di disperazione verso quella natura  che «per costume e per istinto è carnefice impassibile e indifferente della sua  propria famiglia, de’ suoi figliuoli e, per così dire, del suo sangue». «È funesto  a chi nasce il dì natale», canta alla luna il pastore errante dell’Asia.

Che cosa vediamo poi dentro al diritto naturale? Alcuni, come gli stoici, vi  vedono il regno dell’uguaglianza e della dignità umana; i Padri della Chiesa svilupparono  questa visione nell’idea di uguaglianza e fratellanza dei figli di Dio, non  senza qualche volta limitarla solo ai credenti in Cristo. D’altra parte Aristotele  considerava la schiavitù conforme alla natura. Per i sofisti Gorgia e Trasimaco,  secondo i Dialoghi di Platone, la natura vuole servi e padroni, essendo la giustizia  naturale l’utile del più forte, quindi la sopraffazione del più debole. Herbert Spencer,  filosofo del cosiddetto darwinismo sociale, era sulla stessa linea quando affermava  che «solo la natura, lasciata libera, assicura i necessari ricambi. Se lo  Stato interviene a favore dei bisognosi o degli ignoranti con ospedali e scuole, fa  solo sopravvivere a danno della collettività, che li deve poi mantenere, i soggetti  più deboli della razza umana, i parassiti». E quest’idea, applicata non solo ai  singoli uomini ma alle razze, ha permesso perfino di affermare che i razzisti sono  i veri difensori della natura e le loro leggi sono le vere leggi di diritto naturale.

Sono esempi raccolti a caso e mostrano come non esiste «una» natura da  tutti riconoscibile. Si può parlare di natura, e quindi di legge naturale, solo  dall’interno di un sistema di pensiero, di una visione del mondo che interpreti  la natura. E i sistemi e le visioni appartengono non alla natura, ma alle culture,  e proprio per questo sono differenti e spesso antitetici.

Si discute in questi tempi di eutanasia. Papa Benedetto XVI ripete con insistenza  la sua convinzione: «Nessuna legge può sovvertire la norma del Creatore  senza rendere precario il futuro della società con leggi in netto contrasto con il  diritto naturale. Dalla natura derivano i principi che regolano il giudizio etico  della vita da rispettare dal momento del concepimento alla sua fine naturale».[1]

Spero di non sembrare provocatorio citando un altro documento che ricorre  al «diritto naturale» per sostenere una posizione opposta. È un opuscolo nazista  del 1940, intitolato Tu e il tuo popolo, sul tema del cosiddetto annientamento dei  «mal riusciti» e delle «razze decadenti» e si appella proprio al diritto naturale.  È destinato agli adolescenti, considerati facilmente influenzabili e capaci di essere  veicoli di diffusione ideologica attraverso i legami familiari e sociali e utilizzati  dunque come strumenti di manipolazione pubblica della comunità tedesca.  Si tratta di un tema drammatico e di un argomento assai strumentalizzabile: «Dovunque  la natura sia lasciata a se stessa, le creature che non possono competere  con il loro prossimo, i più forti, sono eliminate dal flusso della vita. Nella lotta  per l’esistenza questi individui sono distrutti e non possono riprodursi. [Questi  individui: si intende esseri viventi, non necessariamente esseri umani viventi.]  Questo si chiama selezione naturale. Gli allevatori e gli orticoltori che desiderano  particolari peculiarità eliminano sistematicamente i soggetti con caratteristiche  indesiderate e allevano quelle creature che dispongono dei geni desiderati. L’allevamento  non è diverso dalla selezione artificiale. Nel caso degli esseri umani,  il completo rifiuto della selezione [considerato un fatto innaturale] ha condotto a  risultati indesiderabili e inaspettati. Un esempio particolarmente chiaro è l’incremento  delle malattie genetiche. In Germania, nel 1930, c’erano circa 150mila  persone in istituti psichiatrici e circa 70mila criminali in carceri e prigioni.  Essi erano tuttavia solo una piccola parte del numero reale di handicappati. Il loro numero è stimato in oltre mezzo milione. Essi richiedono un’enorme spesa  da parte della società [e qui si fa il conto della spesa]: 4 marchi al giorno per un  malato mentale; 3,5 per un criminale; 5 o 6 per un sordomuto o un mutilato.  All’opposto un lavoratore non specializzato guadagna 2,5 marchi al giorno; un  impiegato 3,5; un impiegato statale di basso livello 4 marchi. (Il ministro del  Reich, dott. Frick, ha fornito questi dati per il 1933). Prima [dell’instaurazione  del regime nazista], coloro che erano affetti da tali handicap, se non collocati in  istituzioni, erano liberi di riprodursi, e nel caso di alcolisti e handicappati mentali  il numero di figli era spesso molto elevato. Una singola alcolista, nata nel  1810, aveva 890 discendenti nel 1939. Metà era mentalmente ritardata, 181  erano prostitute, 146 mendicanti, 76 criminali, 7 assassini, 40 erano in ospizi.  La donna è costata allo stato 5 milioni di marchi che sono stati pagati dalla gente  in buona salute. Ciò ha alzato le tasse e ridotto le opportunità per gli altri».[2] 

3. Presupposti culturali del diritto naturale 

Noi naturalmente leggiamo con orrore queste espressioni, ma non in nome  della natura tradita, bensì della cultura, della civiltà, dell’umanità o della religione,  tutte cose che non hanno a che vedere con la natura, intesa nella sua  dura realtà. Appartengono al campo della libertà, non della necessità. Che la  natura possa essere apprezzata solo dal punto di vista di una qualche visione del  mondo e non dal punto di vista di una pretesa essenza meramente esistenziale  dell’essere umano, è riconosciuto nella relazione di p. Wojciech Giertych, teologo  della Casa pontificia, al già citato Congresso internazionale dello scorso febbraio.  In un passo finale si riconosce che la natura umana non è un concetto  biologico né sociologico, bensì, con Tommaso d’Aquino, un concetto teologico.  Che cos’è un essere umano dovrebbe comprendersi considerando il suo rapporto  con Dio. I precetti fondamentali del diritto naturale sarebbero percepibili solo  per mezzo di un’intuizione metafisica delle finalità dell’esistenza, un’intuizione  di fede: «La realizzazione pratica dell’ethos del diritto naturale non è possibile  senza la vita della grazia». Fides et gratia, dunque, come presupposti per il discorso  cristiano sulla natura.

Ma cosa c’è di più innaturale di questa visione della natura, se per percepirla  dobbiamo fare riferimento alla grazia? Dico innaturale dal punto di vista di  chi, legittimamente, non è credente. In realtà questa impostazione divide nettamente  il campo dei credenti da quello dei non credenti e fa riferimento a una  visione del mondo o dell’essere umano nel mondo in rapporto con Dio. Questo,  ribadisco, è cultura, è fede che può diventare cultura, ma non è natura.

Oltretutto teniamo conto che finora abbiamo parlato del diritto naturale  nella sua versione classica o antica. Ma esiste una versione del diritto naturale moderna, che è un diritto di ragione. Il diritto naturale sarebbe ciò che si  scopre facendo uso della retta ragione. Dal punto di vista storico c’è da considerare  che il pensiero giusnaturalistico-razionalistico, sviluppatosi in Europa  nel ’600-’700, si è contrapposto radicalmente nei suoi contenuti al diritto naturale  «oggettivo». È un’altra prova della relatività di questa categoria; un’altra  prova del fatto che ragionare in termini di natura non ci consente di trovare con  certezza quella linea di confine a cui facevo riferimento all’inizio.

Il riferimento alla ragione come autorità che scopre la verità, pone la questione  dell’autorità. In nome della natura «razionale» si sono fatte le guerre del  XVIII secolo e si sono tagliate tante teste. Posto anche che esista una legge naturale,  diceva Pascal, ci sono senza dubbio leggi naturali ma la ragione le ha  corrotte. Cioè, ammesso anche che vi siano leggi naturali, chi ne definisce il  contenuto? E questo è il tema dell’autorità, che, secondo me, è fondamentale.  Non ci sarebbe, mi pare, nessun problema nel rapporto tra mondo laico e mondo  dei credenti se i credenti dicessero: «C’è una giustizia naturale, ma noi dobbiamo  andare a scoprirla». La giustizia naturale è un appello alla ricerca, ma non è  detto a priori quale ne sia il contenuto. Perché se c’è un’autorità che si sente  autorizzata a proclamare una legge naturale in nome della verità, naturalmente  questo crea conflitto con coloro che non riconoscono quella verità e, ancora di  più, quella autorità. Se, viceversa, coloro che credono nella natura normativa  sostengono che c’è un diritto naturale, ma questo va cercato perché non sappiamo  davvero cosa contenga, allora esiste la possibilità, su questo terreno, di  creare un contesto di dialogo. I credenti potrebbero trovare nelle posizioni dei  non credenti delle buone ragioni per far maturare le proprie convinzioni e viceversa.  È un po’ la speranza che Jürgen Habermas esprimeva nel 2004 nel colloquio  con l’allora cardinale Ratzinger, e cioè che i credenti e i non credenti abbiano  la capacità di apprendere gli uni dagli altri. Ma ciò a patto che nessuno si  proclami possessore a priori della verità, e che tutti si muovano nel dubbio.

Non vorrei parlare di cose che non mi competono in questo gioco delle  parti, ma aggiungo che proprio i credenti nella Parola di Dio dovrebbero essere  i più prudenti nel parlare di queste cose in termini di verità, se è vero che tra noi  poveri esseri umani e la parola di Dio c’è una distanza incommensurabile. A  questo proposito cito sempre il Salmo 64, che per me è un lampo di verità: «Una  parola disse l’Eterno, due ne udimmo». E come ci orientiamo tra queste due? E  nella apparizione di Dio sull’Oreb a Elia (2 Re 19), si narra come Dio si manifesta  al suo profeta: «Ci fu un terremoto, ma Dio non era nel terremoto. Ci fu un  vento fino a quando si udì una voce di silenzio sottile. Quando Elia la udì si  copri il capo con il mantello in segno di rispetto». Questo atteggiamento di  umiltà per i non credenti dovrebbe essere naturale; ma dovrebbe esserlo anche  per i credenti, se è vero che la parola di Dio ci trascende così tanto. Da questo  atteggiamento di umiltà, il dubbio. 

(Aggiornamenti sociali, 2/2008, pp. 91-96)


[1] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Congresso internazionale sulla legge morale naturale promosso  dalla Pontificia Università Lateranense, 12 febbraio 2007, in . [N.d.R.]

[2] Reichsleitung deR NSDAP [Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei] – hauptamt füR eRzieheR  (NSLB [Nationalsozialistische Lehrerbund]), Du und dein Volk, Deutscher Volksverlag, Monaco 1940. Una traduzione  inglese dell’opuscolo è disponibile in . [N.d.R.]