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    Babele: l’uomo sfida Dio


     

    Pg e Arte / Storia “artistica” della salvezza

    Maria Rattà

     

    L’episodio biblico della Torre di Babele, per il suo profondo insegnamento non solo religioso, ma anche etico e morale, ha popolato e continua a popolare l’arte di tutti i secoli. Il tema è divenuto così parte di opere che possono intendersi quali Bibbie dei poveri, nell’accezione catechetica e didattica dell’arte antica, utile alla conoscenza dei fatti biblici per i ceti meno colti e più poveri, ma anche di, per così dire, Bibbie dei ricchi, cioè codici miniati e altri libri destinati a uso ecclesiastico o commissionati da re e nobili, espressione, cioè, dei ceti abbienti e colti. Spesso, nelle rappresentazioni più antiche, la torre appare alta e stretta. È un’iconografia che si fonda sul campo, cioè sulle vere torri antiche. Così la presenta l’intarsio in avorio dell’XI nel Duomo di Salerno, immagine in cui sono i costruttori, con le loro braccia tese verso l’alto o verso il basso, a realizzare una vera e propria scala per l’edificazione dell’opera. È un pullulare di figure laboriose, intente nel loro piano di raggiungere il cielo. Ed è infatti simbolico che proprio l’uomo collocato sul punto più alto della torre superi, in altezza, la figura di Dio. Questi compare sul lato sinistro, immortalato nel momento in cui, a un suo cenno, le lingue degli uomini si confondono e il progetto della torre si vanifica. La Bibbie francesi Rylands French, del 1250 c., e Morgan Bible del 1250 c., così come pure la Golden Haggadah spagnola del 1320 c., sono squisite scene di cantiere, con un sistema di ruote, scale, carrucole e martelli, impiegati nella costruzione della torre. Diventano così, per l’osservatore di oggi, una finestra sul mondo medievale. Ancora più precisa è la rappresentazione del Duomo di Monreale. I suoi ricchi mosaici del XII secolo rendono con un realismo straordinario la costruzione non solo della torre, ma anche della città di Babele, presentando la fornace per cuocere i mattoni, le carrucole, la preparazione della malta, la lavorazione della pietra, ma anche scale e impalcature: un tutt’uno che rende visivamente ancora più gustosa la descrizione che ne fa la pagina della Genesi. Sempre su questo stile è anche il mosaico duecentesco della Basilica di San Marco a Venezia, in cui, così come in altre opere, l’architetto a capo dei lavori è facilmente individuabile per le dimensioni maggiori, o per i vestiti differenti rispetto a quelli di altri personaggi. Lo si vede chiaramente nell’affresco cinquecentesco di Nicola da Novasiri, realizzato per il santuario di San Donato, in provincia di Potenza. Qui la sproporzione tra i semplici operai e il direttore dei lavori è palesemente evidente, ma anche l’atteggiamento stesso del personaggio più grande, imperioso nel dare ordini precisi, non lascia spazio ad equivoci. Interessante e particolare è la scelta di Giusto de’ Menabuoi, che nel 1375 raffigura la torre, per il Battistero di Padova, in maniera molto simile allo ziqqurat, la torre mesopotamica a cui probabilmente si collega il racconto biblico su quella di Babele.
    Non mancano poi torri fortificate e piccole costruzioni che richiamano i castelli medievali, come si vede nella Bible historiale del 1320-1340 c., ma soprattutto nelle miniature del XV sec. La cura per i dettagli è dovunque, in ogni caso, quasi maniacale, con addirittura la presenza di Dio che si affaccia dal Cielo per vedere quel che accade sulla terra e la scena della lavorazione di una bifora nella World Chronicle del 1370 c. Straordinaria è poi la vetrata del duomo di Milano, opera eseguita forse da Corrado de Mochis di Colonia, su disegno Giuseppe Arcimboldi, nella metà del XVI sec. La scena è più che mai un’immagine del tipico cantiere dell’epoca, probabilmente quello che lo stesso Arcimboldi poteva vedere con i suoi occhi nella Fabbrica del Duomo. Sulla e attorno alla torre, immaginata a pianta circolare e con andamento a spirale (simile nella parte inferiore a una torre fortificata con contrafforti), compaiono ponteggi, carrucole, uno scalpellino, e l’architetto intento a controllare i lavori. L’immagine circolare verrà poi ripresa nell’area delle Fiandre, nel XVI sec., quasi in una commistione tra il minareto di Samarra (del IX sec., sito a nord di Bagdad) e il Colosseo. Inoltre, la costruzione viene immersa in un paesaggio nuovo, che assume non di rado i connotati delle città nordiche. Una vera rivoluzione è attuata da Brueghel il Vecchio, che avrebbe visitato Roma nel 1552-1553 c. L’artista fiammingo crea letteralmente una nuova iconografia della torre, che sarà poi utilizzata nei secoli successivi, ma molto probabilmente richiama anche, attraverso questo tema, la difficile situazione politico-religiosa delle Fiandre. Nella sua torre del 1563 (quella più famosa), l’edificio appare inclinato, e la pendenza sarebbe qui presente come presagio dell’incompiutezza dell’opera, che pare sul punto di collassare. I livelli della torre, inoltre, non sono completati. Come nelle opere precedenti, anche questa pullula di dettagli preziosi, ma nessuno degli operai è intento a lavorare: sopraggiunge infatti il re Nimrod, alla cui presenza tutti si inchinano. L’elemento diventa anch’esso segno dell’inconsistenza del progetto di Babele.
    E la storia di questa torre nell’arte non finisce qui, perché anche gli artisti moderni e contemporanei continuano a interessarsene, colpiti dalla sua capacità di parlare agli uomini di ogni tempo, grazie al suo messaggio dalle molte sfaccettature, non solo religiose: il rapporto con l’invisibile, la contestazione dell’autorità, la varietà del linguaggio. Escher, nel 1928, sottolinea il senso di vertigine che si può provare in cima alla torre, scegliendo di ritrarla proprio vista dall’alto, anzi, facendoci guardare da un punto ancora più elevato. Questa scelta prospettiva è il simbolo dell’ebrezza provata dall’uomo che sfida i limiti fisici e spirituali, ma anche umani, nell’allontanamento dal basso, cioè dai propri simili. Meno di un secolo prima, Gustave Doré aveva reso questo stesso sentimento vertiginoso attraverso la presenza di un uomo che sale su un blocco di pietra, e solleva le braccia, reclinando la testa all’indietro, come colto da un delirio di onnipotenza e di autocelebrazione. E, infine, l’arte contemporanea esplode poi un mix delle più diverse idee, tecniche e materiali, che non mancano mai di stupire.


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