Figure dell'esilio

Lucia Mondella e Maria Zambrano

Carmelo Mezzasalma


Nata, insieme alla successiva, come contributo per il III Forum sul fenomeno delle migrazioni promosso dall'Accademia di Studi Mediterranei di Agrigento (29-30 novembre 2017), la riflessione rilegge due emblematici itinerari di sradicamento e di abbandono.

Letteratura ed emigrazione, un dramma contemporaneo

Il sociologo Zygmunt Bauman, in una conversazione con Riccardo Mazzeo, sostiene giustamente che letteratura e sociologia condividono il medesimo campo di indagine, gli stessi temi e gli stessi argomenti, nonché - se non del tutto, almeno in misura sostanziale - la vocazione e l'impatto con la società: «Come uno di noi ha dichiarato mentre tentava di far luce su questo essere affini e collaborative - scrive Riccardo Mazzeo  la letteratura e la sociologia non sono affatto in competizione... né tanto meno sono in disaccordo o in contrasto. Che lo si sappia o no, deliberatamente o praticamente, esse perseguono lo stesso obiettivo; si potrebbe dire che sono sulla stessa barca» (Z. Bauman-Riccardo Mazzeo, Elogio della letteratura, Einaudi, Torino 2016, pp. VII-VIII).
In effetti, almeno in diversi casi, la letteratura anticipa o segue quelle dinamiche, psicologiche e sociali, che la storia umana, lungo i secoli, sperimenta con una regolarità impressionante. Per cui, si potrebbe aggiungere che davvero letteratura esociologia, anche se con statuti d'interpretazione diversi, non sono poi così lontane l'una dall'altra. Mai o quasi mai. Così il fenomeno contemporaneo dei tragici sbarchi a Lampedusa o altrove di milioni di immigrati, provenienti dall'Africa, con il suo drammatico seguito di morti e di innocenti vittime, a ben vedere, ci conduce anche ad alcune pagine della letteratura che giustamente sono rimaste impresse nella nostra memoria collettiva e in quella di generazioni e generazioni di lettori-testimoni. In modo tutt'altro che occasionale o pretestuoso.
Pensiamo, ad esempio, a una delle più celebrate pagine dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni - Addio, monti sorgenti dall'acque, nel capitolo VIII del romanzo -, in cui Lucia, dopo il fallimento del progetto di matrimonio con Renzo, è costretta all'esilio dalla sua casa, dal suo paese, da tutti i ricordi che hanno reso bella e familiare la sua semplice vita a Pescarenico, sul lago di Como. E, in un tempo più vicino a noi, l'esperienza, non più letteraria ma concreta e storica, di Maria Zambrano (1904-1991), una delle più grandi figure femminili della filosofia moderna, che, in seguito alla guerra civile spagnola del 1939, era nella colonna interminabile di profughi che abbandonava la Spagna ormai in mano all'esercito di Franco. Furono anni, per María Zambrano, di grandi e dolorose peregrinazioni, tra Cuba e il Messico, la Francia e l'Italia, che segnarono per sempre non solo la sua vita, ma la sua stessa ricerca filosofica. Da quell'esperienza dell'esilio, infatti, la Zambrano ne uscirà segnata per sempre e proprio il tema dell'esilio è la cifra, illuminante e profonda, del suo pensiero.
Una condizione esistenziale, quella dell'esilio, vissuta e pensata nei suoi fondamentali momenti - sradicamento, abbandono, solitudine, essere nulla -, a partire dalla quale la Zambrano elaborerà una sua originalissima teoria della conoscenza: l'essere che noi siamo non è solo un cogito, un soggetto pensante o cartesiano, ma appunto un essere che patisce. La ragione in grado di coglierlo, che esce allo scoperto nell'esilio, è una ragione intuitiva, prima che discorsiva o razionale, capace di rivelare, dopo tutto, che l'essere umano sperimenta l'esilio come vera sua "patria". Ed è per questa ragione che la stessa ricerca filosofica non può fare a meno di pensare se stessa partendo proprio dall'esilio (cfr. M. Zambrano, L'esilio come patria, Morcelliana, Brescia 2016): si tratta degli scritti sull'esilio, e dall'esilio, vergati dalla Zambrano in diverse occasioni, ma che sarebbero confluiti in un'opera progettata e rimasta, purtroppo, incompiuta). D'altronde, tutta la filosofia di María Zambrano, interprete non a caso dell'opera di Miguel de Unamuno e della poesia di Antonio Machado, è segnata dallo sforzo di far parlare due filosofie contrapposte: quella maschile e quella femminile, nel dar voce anche a ciò che rimane in silenzio. Quasi nel celebrare il lato oscuro dell'esistenza, quello che non si vede, ma si sente. Due figure femminili, dunque, che tentano di dare voce a ciò che rimane in silenzio, l'esilio: Lucia dei Promessi Sposi e il dramma vissuto da María Zambrano dentro quell'esperienza traumatica che ne segnerà la vita e l'opera. Ripercorriamo, allora, brevemente questi due itinerari di sradicamento e abbandono.

Lucia e il suo celebre «Addio...»

«Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà più dovizioso» (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a cura di Gabriella Mezzanotte, Oscar Mondadori, Milano 2014, pp. 137-138). La critica ha distinto quattro momenti, in questo celebre e celebrato finale del capitolo VIII dei Promessi sposi che tutti più o meno, sui banchi di scuola, abbiamo sentito risuonare nell'anima come una lunga poesia intrisa di nostalgia e rimpianto, ma anche come una musica della nostra lingua che invita al silenzio e alla contemplazione di quel "Ramo del lago di Como...", altrettanto solenne, con il quale inizia il romanzo (cfr. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, commentati da Geno Pampaloni, De Agostini, Novara 1988, pp. 175-176).
Addio, monti sorgenti dall'acque... Tutti più o meno ci identificavamo nel sentire di Lucia che, rispetto all'attacco del romanzo, ci faceva percepire una nota nuova, quel senso di sradicamento dalla vita dei nostri affetti che – oggi lo sappiamo – era così convincente perché possiede una calda vibrazione autobiografica. Infatti, il Manzoni aveva per il lago di Como, dove è ambientata la prima parte del romanzo, una profonda nostalgia, la nostalgia degli anni dell'infanzia, da cui si era separato perché costretto dalla madre, Giulia Beccaria, a recarsi in collegio e, divenuto più grande, a Parigi. Il giovane Manzoni, dunque, sapeva bene cosa sia l'esilio e tanto è vero che, alla fine del brano, si scusa con i suoi lettori per aver forse "prestato" a Lucia molto del suo sentire in una simile circostanza.
Di fatto, come ha notato Cesare Angelini, c'è, nella scrittura del Manzoni, una presenza costante e affettuosa dei "monti", autentico retaggio della poesia e della vita infantile dello scrittore. E così la memoria si fonde con il paesaggio amato in uno slancio lirico ineguagliabile e sul quale dovremo ancora ritornare. Qui tutto è musica, grave ed elegiaca, come ci lascia intuire l'insistenza di quei "torrenti", di quelle case "biancheggianti", disseminate sui pendii, e che, quiete e silenziose, sembrano un gregge pacifico, "pascenti", e intento soltanto alla cura della vita.

Il momento sociologico, il dramma dell'emigrazione

Poi, quasi con un balzo immediato, Lucia pensa a tutti coloro che, a differenza di lei, hanno scelto di allontanarsi dal luogo natio nella speranza di fare fortuna altrove. Il dramma si allarga, improvvisamente, in un dramma collettivo che, da sempre, insidia la pace e la nostalgia della memoria e delle sue "radici". Alla critica questo balzo improvviso è sembrato troppo netto e in contrasto con lo slancio lirico inziale. Eppure, risponde bene alle intenzioni segrete del Manzoni che dilata sempre i sentimenti dei suoi personaggi ben oltre il terreno sicuro della soggettività personale. In ogni caso, i sogni della "ricchezza" agognata si "disabbelliscono", agli occhi dell'emigrante, che quasi si pente della decisione di abbandonare i luoghi della sua vita. Anche se è troppo tardi e rimane solo il rimpianto della decisione.
Come non riconoscervi, infatti, un dramma universale di impressionante attualità proprio "sociologica"? Pensiamo allo spaesamento, all'inadattabilità di migliaia e migliaia di italiani, particolarmente del nostro Sud, che hanno sofferto questa condizione solo qualche anno dopo il così detto "boom economico", per non pensare all'emigrazione del Sud verso l'America nei primi anni del Novecento. Ed ora, la nostra gente viene sostituita, in un dolore ancora più tremendo, da tantissimi africani che dalle coste della Libia o dell'Algeria affrontano l'ignoto del Mediterraneo, il "Mare nostrum", culla della nostra civiltà. Forse tutti, in fondo, accomunati – come dice il Manzoni –, da un "desiderio inquieto" di tornare sui propri passi, abbandonando il sogno di cercare quella ventura, spesso magra e allucinante, che il presentimento di future umiliazioni, se non di torture, rende ancora più amara e intollerabile al pensiero.

Il momento dell'amoroso pudore

«Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e n'è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia quei monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare ad un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa».
Dinanzi al ricordo degli affetti perduti, il canto sommesso della memoria di Lucia si riaccende in una tonalità quasi dissonante e che sembra annunciare i dolori futuri – l'incontro con la Monaca di Monza, l'Innominato – in un contrasto, psicologico e inquieto, tra ciò che è al momento perduto e l'incertezza che ora si profila all'orizzonte della vita. Geno Pampaloni nota, a questo punto, un chiasmo, una singolare consonanza non casuale, tra il misterioso timore di Lucia, quando sente avvicinarsi il passo aspettato del suo Renzo, e il lontano, misterioso spavento di don Rodrigo, dopo l'infiammato e profetico grido di padre Cristoforo: «Verrà un giorno...». La paura oscura di don Rodrigo, pur egli incancrenito nella sua malvagità, si accende di una premonizione di tipo religioso, anche se confusamente. Al contrario, il timore di Lucia è piuttosto terreno, un turbamento dei sensi e dell'intero corpo, che «il pudore incastona più che respingere» (G. Pampaloni, cit., p. 175). È una notazione giusta, molto pertinente con l'impianto generale dei Promessi sposi dove il Manzoni – che molti vorrebbero vedere come troppo clericale e per giunta "giansenista" – dimostra una libertà che lo rende veramente grande dal momento che non tace affatto la dimensione del corpo e il turbamento delle sue aspirazioni.
Ma c'è anche qualcos'altro. Renzo non è nominato espressamente da Lucia, ma è nominata la sua "persona", anzi il suo corpo che viene incontro alla sua amata, certo con amoroso pudore, ma anche perché lui pure conoscerà, da allora, il tormento dell'esilio. I lettori del romanzo, infatti, sanno che Renzo e Lucia sono legati da un destino comune e da un interno contrappunto di ricordi, di risonanze affettive, ma che li porterà, dopo l'esilio, a incrociare l'una il tradimento e la consegna nelle mani di persone senza scrupoli, l'altro il tumulto della grande storia. Come ha scritto Ezio Raimondi, l'esilio di entrambi procederà in due direzioni differenti: «... sull'asse semico di Lucia si incontrano Gertrude, l'Innominato, il cardinale Federigo, e magari donna Prassede o don Ferrante; mentre su quello di Renzo, fatta eccezione per il "vecchio" Ferrer, si dispongono gli uomini della strada e della piazza: osti, avvocati, vagabondi, mercanti, poliziotti, compagnoni, artigiani, monatti, contadini in miseria» (E. Raimondi, La ricerca incompiuta, in Il punto su: Manzoni, a cura di Elena Sala Di Felice, Laterza, Bari 1989, p. 164).
In ogni caso, il rimpianto di Lucia diventa, segretamente, trepidazione dolorosa per il destino di esule del suo Renzo che, a Milano, lo coinvolgerà in eventi ben più grandi di lui. Al momento, tuttavia, entrambi, Renzo e Lucia, devono confrontarsi con ipropri ricordi perduti che sono, in definitiva, «una delle grandi scoperte manzoniane», come afferma ancora Raimondi.

Il momento della fede

«Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande».
Anche qui, di fronte a questo momento della fede, diversi commentatori del Manzoni hanno trovato nella parola di Lucia una certa retorica religiosa, che, tuttavia, ci deve essere e non già per necessità delle ragioni dell'arte della scrittura. Eppure, Lucia esprime, velatamente, il coraggio della sua anima che le fa affrontare l'incertezza del futuro con lo sguardo della fede, non più della memoria, che può affidarsi, abbandonarsi a quel Dio "che non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande". È certo il richiamo alla fede nella Divina Provvidenza, che tanto inchiostro ha fatto scorrere su I promessi sposi del Manzoni, ma che appare assai diverso se l'affrontiamo dal punto di vista teologico e non genericamente cristiano-religioso.
Il card. Carlo Maria Martini direbbe tutto in maniera più profonda e più seria per il suo carico di fiducia nella vita e di speranza ben oltre le circostanze che ci troviamo a vivere: «Tutte le vicende umane hanno un significato e forse non possiamo scoprirlo immediatamente caso per caso, ma possiamo accoglierle sapendo che hanno certamente questo senso: Dio mi ama e mi conduce. Riconoscere che Dio educa me, vuol dire riconciliarmi con me stesso e con la mia vita, con i doni che ho e con quelli che non ho, con quelli che vorrei avere, con ciò che ho perduto e con il poco cammino, forse, che ho fatto. Riconciliarmi con la mia vita perché in essa Dio mi guida, mi sta guidando... Per me ha senso questa vita con i suoi contrasti e le sue lacerazioni, con le sue luci e con le sue oscurità. Sempre Dio mi conduce verso la purificazione del cuore, la maturità della fede, la somiglianza con Cristo» (C.M. Martini, Parole per l'anima, Piemme, Milano 2017, p. 170).
Ma se è questo il contenuto autentico della fede cristiana nella Divina Provvidenza, e che Manzoni vive anche nelle pagine del suo romanzo, c'è un'altra ragione, questa volta propriamente letteraria, che sembra determinare il discorso consolante di Lucia nel suo "addio" e che le dà il coraggio di guardare avanti. È una sorta di difesa della sua dignità umana che non può non rimandarci alla vigliaccheria di don Abbondio dalla quale sono partiti tutti i guai, compreso l'esilio. Anche Renzo, giunto a Milano, ha la sensazione, certo diversa, di trovarsi in un "giorno di conquista", ed è ciò che lo spinge avanti, senza sapere bene di che cosa vada in cerca, ma che è anche uno sdegno, quasi una protesta, si direbbe – commenta ancora Ezio Raimondi – «contro la morale di don Abbondio: e a poco apoco si trasforma in speranza di giustizia per sé, per gli altri. In mezzo al tumulto i discorsi più generosi, in fondo, sono i suoi» (E. Raimondi, cit., p. 165).
La "morale di don Abbondio", cui fa qui riferimento Ezio Raimondi, non è solo la vigliaccheria, la paura dí fronte al cieco potere di don Rodrigo, ma soprattutto il non aver accolto, evangelicamente – al di là della legittimità del matrimonio –, quei due giovani e di averli abbandonati al loro oscuro destino. San Paolo, nella sua lettera ai Romani, esorta così i cristiani: «Fratelli, accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo accolse voi» (Rm 15,7). E gli altri sono non solo gli ebrei e i pagani, ma anche i cristiani provenienti dall'ebraismo e quelli provenienti dal paganesimo. Tutti, in fondo – ecco la morale che don Abbondio neppure si sogna di vivere –, siamo stati anzitutto accolti e amati da Dio, mentre, al di là di tante diversità, c'è un amore di fondo misericordioso di Dio per gli uni e per gli altri. Ma c'è anche questo amore misericordioso che ci incalza, ci spinge, ci obbliga ad accoglierci, a parlarci, ad amarci.
La fede di Lucia, come dimostrerà ancora il seguito del romanzo, riposa in questo amore di Dio che, nonostante tutte le prove contrarie, non smette di seguire il destino umano di tutti.

Il silenzioso dolore di Lucia

Pur avendo cercato di analizzare quasi fino in fondo l'Addio monti di Lucia, c'è però qualcosa che rimane fuori da qualsiasi analisi, anche la più stringente ed esaustiva. Ed è il dolore, dolore umano fino all'osso, da cui è scaturito quell'Addio. La ricerca della critica letteraria, peraltro, com'è nel suo statuto, ha tentato di rintracciare la riuscita suggestiva del testo manzoniano nelle sue possibili "fonti". Si sono fatti, a questo proposito, i nomi di Schiller, Giovanna d'Arco, e di Madame de Staël, De l'Allemagne, che riporta di Schiller l'addio di Giovanna ai campi paterni e al suo gregge.
Giovanni Macchia, una delle intelligenze critiche più straordinarie della nostra letteratura, vi ha aggiunto l'addio al lago di Ginevra di Rousseau (cfr. G. Macchia, L'addio al lago, in Saggi italiani, Mondadori, Milano 1983, pp. 212-216). In una lettera, indirizzata al principe Beloselski, che gli parlava della sua Ginevra, Rousseau fu colto all'improvviso da un'acuta nostalgia per il lago della sua infanzia e non preoccupandosi del suo interlocutore si abbandona totalmente alla sua "reverie": «O lac sur les bords duquel j'ai passé les douces heures de mon enfance, charmant paysages où j'ai vu pour la première fois le majesteux et touchant lever du soleil...» (ivi, p. 214: «O lago sui bordi dei quali ho passato le dolci ore della mia infanzia, incantevoli paesaggi ove io ho veduto per la prima volta il maestoso e toccante alzarsi del sole...»). È una "fonte", questa di Rousseau, indubbiamente suggestiva e calzante. Lo stesso Manzoni, nella prima redazione di Fermo e Lucia, non solo rivelava un fondo autobiografico diretto, ma esso prendeva più spazio e mentre le espressioni erano più diluite, nordiche e vagamente romantiche. Quasi a sottolineare, come in Rousseau, il contrasto tra "civiltà" e "natura". Nella redazione definitiva dei Promessi sposi, invece, Manzoni elimina qualsiasi sovrabbondanza o sfogo romantico per attenersi piuttosto a un'essenzialità che coincide con la vera poesia.
E, se è vero che, come riconosce lo stesso Macchia, Addio, monti sorgenti dall'acque ha tentato poeti e musicisti nel cimentarsi in quel grande e pericoloso tema dell'addio, è altrettanto vero che Manzoni ha superato tutti. Compreso Rousseau: «Tra autore e personaggio, tra Manzoni che parla e Lucia che pensa, vi è come sospesa una voluta indecisione, una sublime incertezza, che non è tra le minori suggestioni di quella pagina tanto celebrata» (ivi, p. 216). Così il senso intimo del paesaggio che s'allontana lentamente nel buio della notte, diventa più cocente e doloroso agli occhi del ricordo. Un paesaggio non più "visto", ma "pensato", ed è per questo motivo che adombra un dolore ancora più lancinante. Dunque, conclude Macchia: «Addio, monti sorgenti» sembra l'attacco improvviso di una grande aria mozartiana, che s'inizi dopo un recitativo a mezza voce» (ivi).
Un'aria mozartiana! Davvero una stupenda notazione perché l'evocare qui la musica significa, dopo tutto, evocare il silenzio da cui muove proprio la musica, l'inespresso dell'anima che è anche commozione profonda ancora alla ricerca del proprio vero linguaggio. Ma c'è anche di più: Lucia, rivolgendosi alla natura amata, parla a un "tu" e tutto quello che sente, in definitiva, ha sempre questo "tu" che sfocerà infine nel "tu" concreto del suo Renzo. Ed è qui, io credo, l'apice della poesia del Manzoni, il silenzio interiore da cui scaturisce l'Addio monti.
Infatti, alla poesia, a qualsiasi vera poesia, è intrinseca una sorta di oscurità, ma che testimonia della presenza dell'estraneo custodita nella poesia stessa. Il poeta, in un certo senso, deve autotrascendersi perché il testo poetico possa vivere di vita propria. Così chi ha la vocazione alla poesia è realmente dimentico di sé al punto che, proprio la poesia, crea, direbbe Paul Celan, un «io straniero». Oggi non viviamo più poeticamente la vita, neppure il rapporto con gli altri, e nella rete digitale, abitata dall'ego, è andata perduta ogni estraneità, ogni inquietante spaesatezza, ogni "tu" autentico in carne e ossa.
La contemporanea ipercomunicazione, fatta di muri che si alzano e di muri da abbattere, per comunicare realmente, sembra soffocare gli spazi di silenzio e solitudine, dove solo è possibile dire cose che meritano davvero di essere dette l'uno all'altro. Essa soffoca soprattutto il linguaggio, al quale appartiene in modo essenziale il silenzio. Di fatto, il linguaggio emerge da una quiete silenziosa, come quella che assale Lucia mentre sente il battito silenzioso dell'acqua che le suscita le lacrime dell'addio, e dunque la poesia dell'addio. La stessa natura (i monti, le case, il lago, la sua casa e Renzo), principio poetico del dolore, si dischiude soltanto nella passività originaria dello stare in ascolto. Ed ha quindi ragione il "poeta" Manzoni: non soltanto ogni uomo è un interlocutore, ma anche ogni cosa, la vita, la natura, gli affetti. La poesia invoca, inoltre, un'altra cosa, la incontra nella sua irriducibile alterità, entra con lei in un rapporto dialogico: tutto, per la poesia, appare come un Tu (cfr. Byung-Chul Han, L'espulsione dell'Altro, Nottetempo, Milano 2017, p. 82)
Ed è il tu con il quale dialoga il dolore di Lucia, nell'incipiente esilio. Dal tu della natura al Tu di Dio. Forse, per tutte queste ragioni, l'Addio, monti sorgenti dall'acque suscita in noi oggi il canto doloroso di una inguaribile nostalgia che è anche la cifra segreta del nostro esilio.
L'acqua e l'esilio in Maria Zambrano addio al Lago di Como, con la presenza silenziosa dell'acqua, è come una metafora, eloquente e inquietante, dell'esilio. E questa stessa metafora dell'acqua è al centro delle riflessioni di Maria Zambrano nella sua esperienza dell'esilio. L'esiliato è, infatti, colui o colei che "abbandona la terraferma" al fine di inoltrarsi ín mare aperto per creare le proprie isole, spazi e tempi da abitare, radicandole proprio nell'acqua, in quell'elemento in apparenza contrario alla sicurezza terrena della "patria". Così, la Zambrano, rievocando la sua permanenza a Cuba, durante il suo esilio, vede in quest'isola il segreto della sua rinascita: «Le isole hanno dato all'anima umana l'immagine della vita intatta e felice, come se fosse un regalo del paradiso dove le due condanne, il lavoro e il dolore, sono sospese, un mondo magico in cui la "realtà" non è delimitata, e il sogno può essere uguale alla veglia. Perciò furono culla di dèi e di mitologia. E patria inestinguibile di metamorfosi» (M. Zambrano, L'esilio come patria, cit., p. 8).
D'altra parte, la Zambrano distingue tra l'esilio interiore, cioè di coloro che rimangono in patria, e l'esilio esteriore, di coloro che sono costretti a uscire e ad avventurarsi sulle strade dell'ignoto. Solo questi ultimi hanno accesso alla rivelazione dell'essere e vivono, a differenza degli altri rimasti in patria, un sogno davvero "creatore" e foriero di speranza, quasi un'utopia al di là delle stesse contingenze storico-politiche: «Mentre prosegue la storia si continua a sognare – scrive la Zambrano –. Ma se la storia è qualcosa di più di una serie di catastrofi,bisogna imparare a sognare. Il che è possibile per quanto possa apparire strano. S'impara a sognare approfittando del vuoto che lascia la consumazione della tragedia, la solitudine ed anche l'abbandono in cui resta chi è abbandonato in essa. Questo vuoto, questo deserto in cui rimane chi è stato lasciato senza di nulla – anche senza la morte – solo con la vita; senza realtà, ma con orizzonte e il tempo, al contrario dei sogni» (ivi, p. 9).
Come si vede, la condizione di solitudine, abbandono, assenza, morte – tipica degli esiliati –, viene considerata dalla Zambrano quasi come una "beatitudine" che, non diversamente dalla "mistica", cerca di superare la ragione pura per fare appello a una ragione più integrale e assoluta che si ricongiunga alla pienezza della vita. E se, in questa scrittura della Zambrano, vi è da un lato la realtà dolorosa dell'assenza della patria, dall'altro c'è anche la creazione, «il sogno creatore... l'utopia» – come la chiama – di uno spazio superiore al di là della storia. Dunque, una speranza, a tal punto da fare esclamare alla Zambrano: «Amo il mio esilio».

(FEERIA, 2017/2 - n. 52, pp. 31-37)