Ripensare il sociale

Francesco Provinciali


«Condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro»: partendo da un'acuta analisi di Giuseppe De Rita sulla situazione italiana, una riflessione sulle sfide che ci attendono nel campo dell'impegno sociale. Con tre priorità fra tutte: prendersi cura dell'ambiente, assumere in pieno la sfida educativa, superare le disuguaglianze.

Una società senza futuro?

In un recente e penetrante articolo comparso sul «Corriere della sera», Giuseppe De Rita considera le evidenze che si leggono nell'attuale fase di decadimento culturale, specchio di una società che si sta lentamente avvitando su se stessa, priva di sussulti nel presente e di speranze nel futuro, e si sofferma nel constatare come e in che misura le incidenze del relativismo etico e del lento affievolirsi della presenza dei principi e dei valori propri della cultura cattolica si sovrappongano alla più ampia deriva in atto, fino a farne parte. Il grande sociologo ci fa dono di un altro profondo contributo di analisi e di riflessione a conferma della sua grande capacità di leggere i fenomeni sociali e di inquadrare comportamenti, tendenze, umori e sentimenti del sentire collettivo, destreggiandosi sapientemente tra descrizioni interpretative e metafore ricche di suggestioni esplicative. Analisi, sì: formidabile e calzante, fedele e descrittiva, ampia e articolata. Ma anche sintesi ineguagliabile nell'offrire chiavi di lettura e spiegazioni sempre originali e convincenti.
In epoca di globalizzazione, non solo economica e finanziaria, è rilevante l'emergere di fenomeni di rimescolamento sociale e di tendenze contrapposte: da questo melting pot - che è soprattutto culturale perché tocca radici, tradizioni e identità - emerge un quadro tutt'altro che rassicurante in ordine alle consapevolezze del presente e alle direttrici di marcia in cui si è da tempo incamminata l'umanità. Lo stesso Zygmunt Baumann - descrivendo i contorni indefiniti e mutevoli di una "società liquida" - aveva ben evidenziato come nella molteplicità delle tendenze in atto e nella simultaneità degli opposti e dei contrari venissero a mancare a questa umanità le gerarchie di valore, le priorità, i punti di riferimento, il centro e le periferie, il prima e il dopo, il senso e le identità. Su questa ricca e suggestiva aneddotica delle condizioni della post-modernità si giocano da tempo i tentativi di analisi e di lettura di fenomeni magmatici e sfuggenti, al punto da rendere indefinite suggestioni `orientanti' come il sentimento di appartenenza e la consapevolezza di una matrice culturale fondante e comune. Valga per tutti la penetrante lettura delle derive in atto, data dal teologo Bruno Forte e la sua sollecitazione a ri-orientare l'impegno del mondo cattolico nelle problematiche sociali, impugnando saldamente il timone e la guida dei processi di conoscenza, azione e innovazione e formulando proposte capaci di raddrizzare la rotta.
I temi tratteggiati da De Rita, che pongono quesiti e urgenze ma anche doveri e riflessioni indilazionabili rispetto alla capacità della cultura cattolica, nella sua dimensione dottrinale, istituzionale ed ecumenica di porsi come 'presenza in campo', forza trainante e autorevole in grado di offrire temi, argomenti, principi e valori, sembrano non occasionalmente integrare le risultanze emergenti dai più recenti Rapporti del Censis (di cui De Rita stesso è fondatore e Presidente) sullo stato del Paese e della società italiana. Le argomentazioni usate da De Rita sembrano anzi completare, sul versante dell'analisi propria del migliore cattolicesimo sociale, le derive critiche evidenziate, su un piano istituzionale, nei citati "Rapporti" sulla condizione sociale contemporanea. Tanto che Paese e società appaiono quanto mai caratterizzati da disgregazione e disomogeneità, attraversati da contraddizioni e problemi cui la politica - in primis - non ha saputo dare risposte adeguate. Emergono una comunità sfiduciata, un'«Italia senza spessore che non sa reagire» e un Paese appiattito, economicamente fragile e in preda a un «calo di desiderio» che non lo fa ripartire. «Nel Paese sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Ma c'è di più: «si afferma un'onda di pulsioni sregolate», con comportamenti individuali orientati a un «egoismo autoreferenziale e narcisistico» che sfocia in episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e nella ricerca di esperienze che sfidano la morte, come il recente fenomeno del «balconing». In sostanza: «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che a un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali si va sostituendo un ciclo segnato dall'annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti».

Un paese senza identità

E dunque un'istantanea impietosa quella scattata da qualche anno dal Censis. L'Italia di oggi viene rappresentata come un'«ameba», un'entità informe e senza spina dorsale che stenta a prendere coscienza del proprio potenziale e a compiere quello scatto di orgoglio che le consentirebbe di riprendere forza e di guardare avanti. Le motivazioni, secondo i ricercatori, sono da scandagliare in diversi fattori: il venir meno dei valori alti che hanno caratterizzato i decenni passati, a partire dalla spinta emotiva ricevuta in eredità dal risorgimento, la delusione per un'economia di mercato che ha disatteso molte speranze, la mancanza di fiducia nella classe politica e nella sempre più marcata verticalizzazione di quest'ultima. E mi piace ricordare come lo stesso Giuseppe De Rita sottolinei che la politica in crisi, messa nell'angolo delle sue contraddizioni, tende a difendersi "verticalizzando sempre". Gli italiani sono afflitti da un vero e proprio «calo di desiderio» che si manifesta in ogni ambito della loro vita: raggiunti, in larga parte, i traguardi che ci si prefiggeva in passato (dalla casa di proprietà che oggi è una realtà per la maggior parte delle famiglie alla possibilità di andare in vacanza o possedere beni), ci si confronta oggi con la frenetica rincorsa a oggetti «in realtà mai desiderati», come l'ultimo modello di telefonino, magari il quinto o il sesto cambiato in pochi anni. «Tornare a desiderare – evidenzia il Censis – è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata ed appiattita». Nel nostro Paese sono 2.500.000 le persone tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e neppure cercano un impiego, anche per la propensione – confermata da più della metà dei giovani italiani in questa fascia di età – a non accettare lavori considerati faticosi o di scarso prestigio.
Sí aggiunga il problema delle povertà emergenti, che interessano da vicino il lento e inesorabile declino della borghesia (un tempo sinonimo di status e di solidità economica), oltre a vaste sacche di popolazione esclusa non solo dal "benessere sociale", nella sua accezione più diffusa., ma persino dalle più elementari forme di tutela della stessa dignità umana. Basti pensare che – ad oggi – in Italia il 9% della popolazione detiene il 48% del PIL: evidenza di un gap sempre più marcato e profondo tra ricchi e poveri, tra potenti e sottoposti. Nell'attuale condizione critica che sembra attraversare il pianeta e inglobare larga parte dei suoi abitanti, l'Italia non rappresenta un'eccezione, ma pare che qui – più che altrove – siano venuti meno il desiderio di fare e la voglia di reagire. E la situazione impantanata e incerta del quadro politico non aiuta a uscire dal magma indistinto, non porge la sponda a una ripresa della società civile, rende i cittadini "monadi isolate e spesso conflittuali", non tende la mano a chi ha bisogno, non offre argomenti convincenti a un nuovo decollo della speranza collettiva.

Tornare a pensare "in grande"

Da qualunque punto di vista si osservino le derive del presente, si avverte una nuova urgenza da più parti condivisa: occorre tornare a pensare "in grande", è necessaria una preliminare consapevolezza sulla dimensione planetaria delle urgenze che riguardano l'umanità. Non si tratta soltanto di un processo deduttivo, una sorta di sillogismo rovesciato che ci porterebbe a considerare solo in ultima istanza gli aspetti più prossimi e "avvertiti" della nostra quotidianità. Perché l'interdipendenza tra la dimensione locale e quella globale dei problemi che ci riguardano ci lega e ci avvolge in una sorta di rete universale, dove tutto è interdipendente, reciprocamente causale, interconnesso. Viviamo, ormai, in una specie di villaggio globale, non più soltanto virtuale o informatico, ma reale, legato alla movimentazione dei beni e delle persone, ma anche all'effetto domino che si viene a innescare in un sistema in cui ogni fattore di criticità genera una serie di "indotti" su scala mondiale. Serve allora stabilire delle priorità e da queste – a cascata –ragionare sulle scelte di politica sociale a livello continentale, nazionale, locale. Questo potrebbe essere un primo passo significativo per restituire dignità antropologica, culturale, sociale e valoriale all'impegno nel sociale. Ma anche per concertare strategie di crescita che non producano effetti perversi come l'allargamento della forbice tra paesi ricchi e paesi poveri, oppure tra una e l'altra classe sociale.
La questione sta esattamente in questi termini: crescita e sviluppo devono servire al perseguimento del bene comune, non creare nicchie di ricchezza occulta e sacche di nuove povertà. Non viviamo in un sistema di feudi ma ci sono in giro troppi – anche apparentemente minuscoli e insignificanti – feudatari. La classe dirigente non può più essere selezionata sulla base di criteri di "fedeltà" e "appartenenza" al gruppo dominante: la via italiana allo spoil system ha generato effetti perversi e devastanti poiché si è gradatamente estesa dalla politica (attraverso il sistema elettorale delle candidature predeterminate e "bloccate") alla pubblica amministrazione e poi via vía all'intero corpo sociale. Occorre allargare lo sguardo. Bisogna ripensare all'umanità nella sua accezione di "totalità etica", alle disuguaglianze vistose che fanno convivere ricchezze sfrenate e scandalose con condizioni di sopravvivenza disumane: e questa è una riflessione che deve riguardare la morale collettiva. Se la politica rinuncia a governare, a esercitare un'azione di riequilibrio e distribuzione delle risorse, di previsione sulle derive di breve, medio e lungo periodo, finisce per cedere lo scettro del comando alla finanza come espressione più prossima alla realtà e insieme sua attuazione, di quel "pensiero calcolante" che Heidegger aveva considerato come il più rilevante e minaccioso pericolo di disumanizzazione.

Nulla ci è estraneo

I rituali stanchi della politica nostrana ripropongono un cliché, un abito mentale, un modus vivendi et operandi lontano anni luce da questa presa di coscienza che la post-modernità ci impone. O cí riappropriamo dei nostri destini o finiremo soffocati nel "particulare" degli egoismi solipsistici propri di una società abbandonata ai marosi di una navigazione senza timone e senza meta. Ci siamo inzuppati fino al midollo di teoremi e spiegazioni sulle cause, gli effetti, i sensi e i doppi sensi della crisi, l'abbiamo girata e rigirata tra le mani in modo compiaciuto per vederne tutte le sfaccettature, siamo riusciti persino a descriverla con distaccata rassegnazione, come per esorcizzarla: c'è quella etica, quella globale, quella finanziaria, quella politica, quella educativa e quella sociale. E poi ce ne sono molte altre, che restano indecifrabili in quest'epoca dove la complessità diventa più un alibi che una risposta: nel grigiore generale non c'è poi molto da capire, sono cambiate tante cose e a volerle rincorrere tutte ci si impantana nella retorica. Nel suo genere, anche la crisi è un bene di consumo e c'è pure chi cí marcia alla grande.
Si sente in giro una gran voglia di ricominciare, se 'siamo quello che siamo stati' non ci resta altra speranza che si possa davvero cambiare, essere concretamente migliori. Non c'è altra direzione di marcia – 'indietro non si torna' – per questo ci tocca di dare la mano al futuro ed attrezzarci per affrontare il cammino, rimboccarci le maniche per costruire, come ebbe a dire Voltaire, 'il migliore dei mondi possibili'. Nel grande volano della globalizzazione nulla ci è estraneo e tutto ci riguarda: il nichilismo non governa mai il cambiamento, essere disfattistinon paga e non risolve, per questo il sogno diventa un dovere più che un auspicio, un'opportunità invece che un inconcludente passatempo. Si dice: `l'analisi conosce, la sintesi crea' e allora 'basta spiegare!', 'basta capire!', è ora il tempo di immaginare, se programmare oggi ha un respiro breve e molte ricette sono già sepolte nel cestino, nulla ci impedisce però di sognare qualcosa di nuovo e importante. Urge ridefinire contenuti e metodi capaci di promuovere nel sociale – e soprattutto tra le giovani generazioni – "nuovi stili di vita", centrati sul rispetto della dignità umana.
È altresì necessario che la Chiesa si dimostri capace di accettare e reggere la logica dell'apertura e del confronto sui temi che riguardano le condizioni di vita del suo popolo. Serve una vera e propria "pastorale del sociale" e una rivisitazione culturale della dottrina sociale della Chiesa che ha ispirato –dal dopoguerra in poi – la presenza e la militanza dei cattolici impegnati nel sociale o, più direttamente, in politica: a cominciare dal Codice di Camaldoli, dalla stessa Costituzione repubblicana (cui la cultura di ispirazione cristiana ha dato un contributo formidabile di idee e valori ancora attuali), dalle encicliche che più direttamente hanno riguardato l'ampia area tematica del sociale, del lavoro, dei giovani, della famiglia. Su questi temi sembra opportuna la formalizzazione di un vero e proprio "percorso di formazione", che coinvolga il mondo del laicato più sensibile e a diretto contatto con la società civile. Ma, intanto, occorre tratteggiare alcuni ambiti di priorità.

Tre impegni per il futuro: il destino ambientale

Da dove ripartire, allora? Mi guardo intorno e azzardo tre impegni: gli spunti ci sono, vicini e lontani. Al primo posto metterei il destino del mondo, l'emergenza ambientale. Ci sono dati che fanno rabbrividire: deforestazione galoppante, tonnellate di polveri sottili, alterazioni genetiche, inquinamento come deriva inarrestabile, compromissione irreversibile della salute generale, esaurimento delle fonti energetiche, cementificazione selvaggia. Un crescendo distruttivo e tossico che sta distruggendo il pianeta. È stato calcolato che, rapportando la presenza della vita sulla terra alle 24 ore di un giorno, lo spazio temporale occupato dall'avvento dell'uomo corrisponderebbe agli ultimi due minuti prima della mezzanotte. E in queste poche migliaia di anni di 'umanità' gli ultimi cinquant'anni sono più brevi di un nanosecondo: eppure, la maggior parte dello sfacelo provocato dall'uomo è concentrato in questo soffio finale.
La tutela ambientale è la precondizione contestuale alla sussistenza della vita stessa: urge, è assolutamente indilazionabile, che ogni comportamento umano, dall'azione del singolo alle scelte collettive, sia ispirato alla conservazione e alla valorizzazione della natura, alla stabilizzazione dell'ecosistema. Finora è stato il contrario: l'ambiente è quasi un ostacolo, un nemico che rallenta un progresso che si rivela poi effimero e breve, ogni metro di verde uno spazio da conquistare. La scienza è al servizio della vita, l'una per l'altra: possiamo dire che è sempre così?

La sfida educativa

C'è poi l'urgenza di accogliere tutte le sfide educative del nostro tempo e non si tratta solo di un fatto generazionale o istituzionalizzato: per essere chiari, non è solo un problema di scuola. Inutile investire sulla formazione, educare alle buone maniere se l'eloquenza dei comportamenti umani è poi di segno nettamente contrapposto. C'è bisogno impellente di una 'buona educazione', in un mondo dove le relazioni sociali si sono incancrenite nell'invidia, nella cattiveria, nel sospetto e nel rancore. Dopo la lunga stagione dei diritti è adesso l'ora di riparlare di doveri, qualcuno deve avere il coraggio di farlo. Un'umanità svuotata di sensibilità e rispetto, di tolleranza e senso del dovere è un'umanità abbruttita che brancola sulla soglia del baratro dove tutto è possibile, ogni violenza può prendere forma, anche per mano o per bocca di chi parla in nome della 'verità'.
C'è molto passato che non deve più tornare, dobbiamo educarci reciprocamente al buono e al bello. Mitezza, benevolenza, temperanza, rispetto sono ingredienti emotivi di una più estesa educazione sentimentale che urge a tutti: quella che accanto all'alfabeto dei saperi potrebbe dar voce all'alfabeto del cuore. Ciò che dobbiamo insegnare ai nostri figli ancor prima lo dobbiamo praticare noi stessi. Questa è l'anticamera, la via obbligata per passare a una civiltà basata sulla libera convivenza e sulla pace, come fondamento etico del vivere. È decisivo che del problema formativo si faccia carico la società: non come di un fardello inutile e dispendioso,ma come del miglior investimento collettivo possibile per conservare la civiltà come valore condiviso.

Superare le disuguaglianze sociali

C'è, infine, una terza domanda che non può essere elusa mentre ristagna da sempre, sopita, nelle coscienze: quella che riguarda il perdurare delle disuguaglianze sociali che generano discriminazioni e rinnovano povertà materiali e spirituali. Un recente studio della Fao ha calcolato che un miliardo di persone vivono nella fame. Contemporaneamente, una società opulenta e senza vergogna spreca risorse e beni materiali, elude il solo pensiero di rinunciare a qualcosa per consentire la sopravvivenza di altri esseri umani. Il debito dei paesi poveri pesa come un macigno sulle coscienze: non basta respingere barconi e migranti, la miseria e la disperazione busseranno con sempre maggior forza alla porta della nostra anima e delle nostre case. Serve una civiltà ispirata all'equità sociale e alla sobrietà nei consumi, dopo proclami e statuti, protocolli e trattati urge mettere mano concretamente al problema del welfare. A partire da qui, fino ai confini del mondo.
Convivere con questi drammi planetari, senza far nulla di concreto, ci rende tutti colpevolmente complici. I popoli soggiogati alla schiavitù della miseria non hanno la forza della ribellione, ma l'ignavia della nostra indifferenza la trasformerebbe in una condanna senza appello. Senza contare che anche intorno a noi si sedimentano sacche di emarginazione, solitudine e povertà. Il mondo del lavoro, in particolare, subisce le ricadute più pesanti della crisi in atto, del prevalere delle logiche finanziarie sui bisogni individuali e sociali, generando stagnazione, recessione e modificando radicalmente consuetudini e stili di vita. Occorre prestare grande attenzione al mondo del lavoro, a partire dagli ambiti caratterizzati da più evidenti "problematicità": la precarizzazione del lavoro, specie con riguardo alle giovani generazioni, che si traduce per loro in una nuova dimensione antropologica dell'esistere (si consideri che la disoccupazione giovanile in Italia è passata in 6 mesi dal 29 al 33 %); le insicurezze derivanti dal prevalere di contratti a termine, interinali o a tempo determinato; la diffusione della piaga del lavoro "sommerso", senza riconoscimenti di tipo contrattuale e previdenziale e senza alcun accreditamento sociale; le difficoltà delle imprese, strozzate dai finanziamenti a tassi elevati e dalle insolvenze della Pubblica Amministrazione; la crisi delle aziende (grandi-medie-piccole) e il fenomeno dei licenziamenti, legati alle impietose leggi del mercato, ma anche a scelte che non privilegiano certo il lavoratore e i suoi diritti; l'affievolirsi del "contratto sociale", dove persona, lavoro, dignità, valori umani sono sempre più subordinati ai profitti, agli utili e alle logiche della finanza e dei mercati; le difficoltà del "popolo delle partite Iva" ma anche il pressing fiscale insostenibile sul lavoro dipendente; il gap tra i salari (tra i più bassi d'Europa) e il potere d'acquisto (in attesa, peraltro, dell'aumento dell'aliquota Iva al 23 % sui generi di consumo al dettaglio); il mancato decollo del cosiddetto "quoziente famigliare", gli scarsi e incerti sostegni a favore delle famiglie numerose; il venir meno delle tutele sociali per disoccupati, anziani, disabili, svantaggiati; la difficile gestione dell'immigrazione e dell'integrazione sociale dei soggetti provenienti da Paesi stranieri; le vistose carenze in tema di politica della casa, di concessione dei mutui a favore delle giovani coppie, il libero mercato speculativo degli affitti 'in nero'.

Lavorare per il bene comune

Queste sono solo alcune "focalizzazioni" contingenti, per riportare l'attenzione e le proposte sul terreno della concretezza e della fattibilità. Riepilogando, tre contesti: ambiente, educazione, giustizia sociale. Tre risposte: sobrietà, tolleranza, solidarietà. Tre motivi per i quali vale la pena di darsi da fare per il bene comune, oltre gli interessi di parte e la progettualità asfittica e inconcludente di una società che sembra priva di orientamenti fondativi e di gerarchie valoriali. Sono occasioni di un rinnovato impegno che possono sostanziare di contenuti condivisibili la stessa politica, fino a renderla finalmente concreta, utile e lungimirante, se il metodo è quello del dialogo pacato e costruttivo e il fine è la persona, al centro di ogni progetto. È venuto il momento di uscire dal limbo delle incertezze, si fa pressante l'urgenza delle scelte, la scala delle priorità. Ci serve uno slancio vitale nuovo per fare tesoro della storia e affrontare a viso aperto, con speranza e coraggio, le inevitabili sfide che un futuro per molti aspetti ancora ignoto e imprevedibile ci sta preparando, che lo si voglia o no.
Per uscire dalla crisi non basta "volerlo" e neanche "progettarlo": bisogna concretamente impregnare la quotidianità di azioni esemplari e consapevoli, fino a dare un 'buon senso' alla nostra vita. Chiunque voglia – allora – accingersi a definire un progetto credibile di "modello sociale sostenibile" non può prescindere dal presupposto che la crisi globale e strutturale sta maturando nuove consapevolezze e nuovi bisogni popolari. È da queste istanze che bisogna partire per evitare le fumisterie linguistiche del passato. La gente avverte ciò che le è stato e le viene sistematicamente sottratto: pagando il prezzo più alto della fase recessiva, dell'inefficienza delle istituzioni, della perdita di credibilità della politica. Il livello di sfiducia è elevatissimo e si alzano i toni della protesta. Chi sta chiuso nei palazzi del potere non ha la più pallida rappresentazione della realtà, per questo la classe politica è violentemente contestata, disprezzata, screditata. Un conto è discettare di democrazia, libertà e uguaglianza a una delle tante tavole rotonde, un altro è capire che queste parole non contano nulla se il problema reale del momento è la disoccupazione crescente, la perdita dei posti di lavoro, la precarizzazione come ineludibile deriva sistemica, l'aumento vertiginoso del costo della vita, la fatica di arrivare a fine mese.
Se la gente scende in piazza per la fame e il lavoro siamo all'anticamera del baratro sociale. Quando, dall'altra parte, la corruzione resta impunita, i privilegi intoccabili, l'immunità copre i reati e la politica perde la faccia e la dignità, la democrazia diventa solo una vuota figura retorica di stile. Bisogna saper interpretare la disperazione e l'angoscia esistenziale della gente, dando voce al fitto tessuto sociale, ai suoi attori, spesso soccombenti rispetto a logiche di potere precostituite. D'altra parte, solo chi proviene dalla società civile conserva e trasferisce in comportamenti conformi ed esemplari il senso della concretezza dell'esperienza, il linguaggio delle cose, la capacità di rivisitare e rievocare, di cogliere e di leggere vissuti ed esperienze che appartengono direttamente al popolo, nella loro immediatezza, prima che il "politichese" se ne impadronisca trasformando l'esasperazione di una condizione antropologica vicina alla "soccombenza a vita", in una edulcorata e ammorbidita visione della realtà. Il forte disagio sociale e la condizione esistenziale di povertà materiale sono segnali che una classe politica degna e accorta, retta e sensibile deve saper cogliere. Non serve una lungimiranza particolare, basta entrare in qualche abitazione di un disoccupato o girare tra i banchi di un mercato rionale.

Alla ricerca di nuove regole

E allora, nello stendere programmi elettorali sarebbe bene prestare maggiore attenzione a ciò che si è perduto strada facendo: perché non si è liberi, uguali, sereni nell'animo se si subisce l'onta di uno sfratto, di un licenziamento, se non si possono mandare i figli a scuola perché l'istruzione torna a essere un lusso e un privilegio di pochi e nelle scuole mancano gessi e lavagne, se la pensione non basta, se le bollette non si possono pagare, se la salute è un lusso, se i libri non si possono acquistare, se i vestiti non si possono cambiare. Giudicherei un affabulatore e un qualunquista, un imbonitore in mala fede chi si presentasse al popolo promettendo cose astratte. Non è dunque necessario aprire lunghi e stucchevoli tavoli di concertazione per capire che ciò che va garantito sono i "beni comuni" che rendono dignitosa la condizione dell'esistere. Programmi troppo lunghi e progetti ridondanti e complicati sono bufale elettorali, hanno il fiato corto e il naso lungo di chi mente sapendo di mentire.
È importante sottolineare l'asserzione plurale dei beni: parlare di bene comune ha infatti un significato etico nobile e alto che va sostanziato nei fatti e negli esempi. E allora, ecco il diritto di votare e di scegliere, il diritto a una casa, il diritto allo studio, il diritto a un lavoro stabile, a una pensione dignitosa, il diritto a godere tutti di ciò che ci serve per vivere: l'aria pulita, l'acqua, il cibo, l'informazione, il rispetto delle regole, la tutela sociale, la sicurezza, la solidarietà, il piacere e il gusto di vivere, di praticare liberamente la propria "fede". Occorre partire dai bisogni della gente, senza generare nuove nicchie di privilegi, in un'ottica partecipata e popolare. Serve acquisire l'abito mentale e il modus operandi di chi attribuisce al "rispetto delle regole" una funzione di garanzia e di tutela della stessa democrazia. Occorre recuperare il senso e il valore della "legge" come consacrazione giuridica della ricerca del bene condiviso: servono naturalmente buone leggi, ispirate dalla nobiltà della politica a condizione che la politica si faccia carico dei bisogni sociali, interprete delle esigenze della collettività, non certo marchingegno per realizzare interessi personali o di parte secondo una logica "strumentale" del potere purtroppo assai spesso ricorrente a tutti i livelli di gestione della cosa pubblica.
Abbiamo bisogno di comportamenti esemplari, abbiamo bisogno di nuove regole, sagge, giuste, eque, solidali, sostenibili. Perché, come scrisse Georges Bernanos, «non siamo noi che conserviamo le regole ma sono le regole che conservano noi». Conservano i nostri diritti, indicano quali sono i corrispondenti doveri, restituiscono dignità alla natura umana, uguaglianza e libertà come poli non antitetici di una cultura solidaristica, intimamente e concretamente "giusta". ^

(FEERIA, 2017/2 - n. 52, pp. 16-22)