La nostra Nausea

dura da 80 anni

Massimo Recalcati

A ottant’anni dalla sua pubblicazione cosa può ancora insegnarci un’opera come La nausea di Jean- Paul Sartre? Apparsa nel 1938 quando l’Europa stava scivolando rapidamente nella catastrofe della seconda guerra mondiale, in tempi cupi dominati dagli appelli forsennati ad universali che travestivano feroci interessi sovranisti: il popolo, la nazione, la razza, il comunismo, il fascismo, il nazismo. Nelle sue pagine tanta letteratura (Kafka, Gide, Céline) e tanta filosofia (Nietzsche, Husserl, Heidegger).
Ma soprattutto una scoperta traumatica, quella dell’esistenza. Ci vuole un tremore, una vertigine, uno squarcio per riaprire i nostri occhi di fronte alla Cosa informe dell’esistenza. È questa la nausea che afferra Antoine Roquentin, il protagonista del romanzo.
L’impatto è ustionante: la nausea è la sensazione che emerge di fronte alla presenza senza senso — “di troppo” — dell’esistenza. Per quanto siamo “insabbiati” nell’esistenza, l’esistenza come tale è sempre nascosta. «È lì, intorno a noi, non si può dire due parole senza parlare di essa e, infine, non la si tocca». Essa impegna ciascuno ad inventarsi un senso perché non esiste alcun senso a priori — nessun fondamento — dell’esistenza. Cominciamo da qui, ci chiede Sartre. Non dai grandi valori, dagli universali che ubriacavano in quegli anni le masse. Iniziamo dall’incontro perturbante con la nostra esistenza singolare.
La tranquilla cittadina di Bouville era la prova dell’esistenza di Dio. I suoi abitanti credevano nell’ordine stabilito del mondo, nella sua identità senza fratture. Tutto appare addomesticato, regolato, purificato. La scabrosa eccedenza dell’esistenza non trovava posto in un mondo fatto di asettiche regole universali. Le figure degli abitanti di Bouville e dei loro antenati raccolte nel museo cittadino si trasfigurano così in un corteo di maschere di cera senza desiderio e senza scampo: erano tutti dei saluds, degli “sporcaccioni”. Mentivano. Credevano di avere diritto ad esistere. I ritratti che imbalsamavano i “capi” di questa piccola cittadina e che, in realtà, riempivano tutti i musei del mondo, erano semplici menzogne. È questa la nostra colpa più radicale: credere di essere qualcuno, di essere un Io, credere di avere un diritto speciale di esistere. La stessa retorica che trasuda dalle parole della triste figura dell’Autodidatta. Il suo criterio di lettura ci sorprende: non legge secondo un moto proprio di ricerca, ma seguendo il carattere arido della mera accumulazione enciclopedica, limitandosi seguire il semplice ordine alfabetico. Il suo intento è impossessarsi di tutto il sapere del mondo in quanto sapere dell’Uomo.
Ecco una delle lezioni fondamentali de La Nausea che non andrebbe mai dimenticata. Credere nell’Uomo è un comportamento di malafede. Non esiste l’Uomo; l’Uomo è solo una invenzione artefatta degli uomini. Esistono, caso mai, gli uomini al singolare, uno per uno, coi loro corpi concreti e i loro nomi propri. E gli uomini — tutti gli uomini — non sono alle prese con la Natura astratta dell’Uomo — che non esiste — ma con il problema della loro esistenza singolare, senza modelli, senza alcuna essenza universale che la possa supportare e garantire. Sartre sferrava così, attraverso il suo Roquentin, dei colpi mortali ad ogni forma di retorica umanistica: l’umanitarismo comunista, socialista, cattolico, insomma ogni filosofia dei valori si schianta contro la Cosa dell’esistenza che la nausea rivelava bruscamente nella sua pura contingenza. Una marmellata di buoni sentimenti rischia di nutrire la cultura dei diritti e dei valori cosiddetti universali. L’infima particolarità dell’esistenza viene così sublimata in un umanesimo astratto che sembra capace di digerire ogni spina, salvo poi frantumarsi di fronte all’incontro reale con l’alterità dell’Altro e provocare politiche xenofobe del rifiuto e dell’odio. Perseguendo il valore assoluto dell’Uomo, lo sguardo dell’umanismo retorico perde di vista le singolarità degli uomini. Non si può, infatti, amare l’Uomo o la Vita in generale.
In una scena capitale del romanzo, Roquentin e l’Autodidatta sono seduti allo stesso tavolo. Di fianco a loro, in un altro tavolo, una coppia di giovani amanti stanno conversando. Guardandoli l’Autodidatta dichiara con entusiasmo di amare in loro l’ideale puro della Giovinezza. Il suo interlocutore gli fa notare che non li può amare perché non saprebbe distinguere i colori dei capelli della ragazza, perché non saprebbe nemmeno riconoscerli per strada. Questo significa che l’astratto amore per l’Uomo proclamato dall’Autodidatta prescinde completamente dai corpi e dai nomi propri dei due amanti travasandosi in un contenitore universale e totalizzante. Lo ammonisce allora duramente Roquentin: «Non è affatto per loro che si sta intenerendo; lei si intenerisce sulla Gioventù dell’Uomo, sull’Amore dell’Uomo e della Donna, sulla Voce umana, ma non per la loro esistenza singolare».
Questa lezione etica de La Nausea è tanto scabrosa quanto, a mio giudizio, attualissima. La scoperta del carattere senza senso dell’esistenza mostra che i valori non esistono in un cielo lontano, non sono essenze immutabili che prescindono dal nostro impegno nel mondo. Ciascuno ha, infatti, la responsabilità di fare esistere i “valori”, ma solo a partire dal proprio essere nel mondo, dalla propria esistenza singolare, scostandosi da ogni celebrazione retorica delle virtù dell’Uomo. In questo modo La Nausea ci consegna un buon punto di partenza per non perdersi nella dimensione inevitabilmente impotente e patetica di ogni umanitarismo disincarnato. La solidarietà non può essere una bandiera universale — non è mai un diritto acquisto una volta per tutte — ma deve potersi rinnovare nella forma concreta della mia azione nel mondo.

(“la Repubblica” - 2 agosto 2018 - dal sito)