Il discepolo che Gesù amava nell’ultima cena di Gesù (Gv 13,1-30)


Il percorso di fede/vocazionale del "discepolo amato" /2

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2017-05-72)

A partire dalla seconda parte del vangelo giovanneo (il «libro dell’ora»: Gv 13-20) si presenta la figura del «discepolo amato»[1]. Assente nella prima parte del racconto evangelico, egli viene menzionato nel contesto dei racconti della passione in tre momenti: la partecipazione alla cena (13,23-25), l’ingresso presso la casa di Caifa insieme a Simon Pietro (18,15-16) e la sua presenza presso la croce di Gesù insieme alla Vergine Madre (19,25-37). Fermiamo la nostra attenzione sulla prima scena, cercando di cogliere il messaggio teologico-spirituale. Nel prossimo contributo focalizzeremo la figura del «discepolo amato» presente nelle due scene successive: in compagnia di Simon Pietro nel cortile del sommo sacerdote e che presso la croce del Signore (Gv 19,25-37).

Il discepolo amato nel contesto della cena

La seconda parte del vangelo giovanneo si apre con il gesto esemplare della lavanda dei piedi compiuto dal Signore. Nell’esordio narrativo l’evangelista annota che Gesù «sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). L’amore oblativo (agápē) del Cristo assume il carattere del dono pieno e totale di sé a favore dei suoi discepoli. Egli li amerà «fino alla fine» (eis télos). Questa affermazione non ha solo un valore temporale ma esistenziale e trova conferma nel grido finale di Cristo sul punto di morire: «È compiuto!» (tetélestai: 19,30). Donando la vita sulla croce il Signore porta a conclusione l’opera di amore che ha caratterizzato la sua missione nel mondo. Nello sviluppo della sezione di Gv 13-19 Gesù insegna e testimonia il valore profondo dell’amore[2], affidando come testamento ai suoi l’impegno ad «amarsi gli uni gli altri come il Padre ama il Figlio» (15,9.12). In tale contesto, fin dall’inizio in cui si descrive l’ultima cena è introdotta la figura singolare del «discepolo che Gesù amava»[3]. Egli racchiude in sé l’esperienza della sequela iniziata dai primi due discepoli (Gv 1,35-42) e come il «giovane» del gruppo degli apostoli, condivide le ultime ore di Gesù nel mondo. Fermiamo la nostra attenzione sulla pagina di Gv 13,1-30, che si compone di due parti: vv. 1-20: la lavanda dei piedi; vv. 21-30: l’annuncio del tradimento[4].

Il segno della lavanda dei piedi (vv. 1-20)

Il racconto della lavanda dei piedi (vv. 1-20) costituisce il gesto del «servo» che si china davanti ai discepoli per insegnare loro lo stile dell’amore redentivo. Durante la cena (v. 2), nella piena obbedienza alla volontà del Padre, mentre il diavolo opera nel cuore di Giuda Iscariota, Gesù «si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto» (vv. 4-5). La scena è descritta visivamente in tutte le sue fasi: preparazione, esecuzione e conclusione; otto azioni consecutive dal momento in cui Gesù si alza da tavola fino a quando si risiede (v. 12), durante la cena. Si tratta di un gesto non usuale, in quanto secondo gli usi locali del tempo, esso avveniva prima del pasto. I presenti accolgono il gesto. Tra di essi c’è anche il discepolo amato. Solo Simon Pietro mostra la sua contrarietà. Nei vv. 6-11 è presentato il dialogo con Simon Pietro che prima si oppone al gesto e, alla replica di Gesù (v. 8), invoca un bagno competo. Nella risposta del Cristo si rivela il valore spirituale e programmatico del gesto di Cristo: egli vuole esprimere il suo amore in forma estrema e dare l’esempio perché anche i discepoli in futuro possano fare altrettanto (vv. 12-15). L’ultima parte della pericope (vv. 16-20) è connotata dalla ripetizione della formula di rivelazione (vv. 15.20: «in verità in verità vi dico») e tratteggia lo stile diaconale che deve ispirare le relazioni ecclesiali: mettersi a servizio degli altri riconoscendo la presenza di Cristo come modello dell’amore accogliente che proviene dal Padre.

L’annuncio del tradimento (vv. 21-30)

Dopo l’insegnamento sul servizio, Gesù si commuove profondamente (cf. 11,35) e dichiara che uno dei suoi discepoli lo tradirà (v. 21). Segue la reazione di sconcerto e di smarrimento dei presenti, che non comprendono il dramma che sta per consumarsi. E’ importante osservare l’intreccio narrativo della scena descritta dall’evangelista: al centro si pone la figura di Cristo e di fronte a lui quella del traditore Giuda. Ai due lati del Signore sono presenti Simon Pietro e quel «discepolo che Gesù amava». Benché ricoprisse un ruolo primaziale, Simon Pietro sceglie la mediazione del «discepolo amato» per avere informazioni da Gesù[5] e invita l’altro discepolo a domandare l’identità del traditore. Il particolare decritto dall’evangelista è indicativo dell’intimità con il Signore: il discepolo amato «chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose Gesù: “È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò”. E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota» (vv. 25-26). Il «chinarsi» del discepolo sul «cuore turbato» di Cristo non solo indica un segno di discrezione, ma rappresenta un gesto di affidamento filiale e di tenerezza. Nel dramma che sta per consumarsi, il «discepolo che Gesù amava» è accanto al suo Signore che soffre e con la sua amicizia si fa prossimo di Cristo. Il segno del boccone offerto all’Iscariota rende manifesta la condizione terrificante del cuore di Giuda, reso schiavo del potere di Satana (cf. Lc 22,3). Mentre il gesto di Cristo voleva esprimeva la compartecipazione e il coinvolgimento nella commensalità, il traditore prende quel boccone, entrando definitivamente nella notte tenebrosa del male. Sembra che il boccone offerto da Gesù a Giuda diventi il segnale per Satana di prendere pieno possesso del traditore. In quell’istante Gesù si rivolge a Giuda dicendo: «Quello che vuoi fare, fallo presto» (v. 27), ma nessuno dei presenti comprende il vero senso della frase (vv. 28-29). Così, in silenzio Giuda esegue immediatamente l’ordine di Gesù (v. 30) e si inoltra nella «notte» mortale[6].

Prospettive teologico-pastorali

Il racconto evidenzia le tre figure principali che ruotano intorno a Cristo: Simon Pietro, che rappresenta il «discepolo reticente», Giuda che è l’«anti-discepolo» e il «discepolo che Gesù amava», esempio di fedeltà e di tenerezza. L’intero capitolo giovanneo fa emergere alcuni importanti spunti per la riflessione spirituale e pastorale.

Amare nella logica del servizio

Un primo aspetto emergente dall’analisi del brano è rappresentato dal segno della lavanda dei piedi e dalla spiegazione data da Gesù ai suoi discepoli. Il principio che guida il servizio è l’amore, che viene proposto nella cornice della commensalità e della fraternità familiare. Alla logica della separazione si contrappone quella della comunione e del servizio. La gestualità descritta dall’evangelista rivela uno stile inaugurato da Gesù «maestro e signore» che si fa «servo», depone le vesti, si cinge un asciugamano, prende il catino dell’acqua e si china davanti ai suoi discepoli per lavare loro i piedi. Siamo di fronte ad un sublime gesto di accoglienza e di partecipazione all’amore e l’insegnamento che segue qualifica l’esistenza dei discepoli nella prospettiva della pienezza e radicalità. In tale ottica, esso diventa criterio per definire i rapporti reciproci e i ruoli nella comunità di quelli che ora condividono la mensa con Gesù. L’immagine del servo, associata a quella dell’inviato, consente di parlare di un servizio e dono reciproco di amore.
Questo nuovo dinamismo che parte da Gesù rovescia lo schema dei ruoli nella comunità dei discepoli, prendendo come criterio fondamentale l’atto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli, così che anche l’apostolo è associato alla figura del servo. Entrambi, l’apostolo e il servo, hanno il loro archetipo nel Signore e Maestro, che ama in una forma paradossale.

Il tradimento e la sua notte

La descrizione giovannea dell’annuncio del tradimento pone in evidenza il contrasto tra il bene luminoso rappresentato dall’amore di Cristo per i suoi discepoli e il male tenebroso delineato dalla figura di Giuda Iscariota in balia si Satana. In questa lotta si coglie il turbamento di Gesù e il dramma della sua solitudine. Mentre l’ultima cena rappresenta il vertice della comunione tra Cristo e i discepoli, il gesto del tradimento costituisce la profonda ferita che lacera la fiducia e la comunione reciproca. La citazione del Sal 41,10: «Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno» (Gv 13,18) esprime tutta l’amarezza dell’inganno di colui che è amico e che si trasforma in nemico (Sir 6,9-10). L’evangelista sottolinea la condizione «diabolica» del cuore del discepolo, che rifiuta di venire ala luce, preferendo l’ambiguità e l’oscurità delle sue azioni. Il simbolo della notte in Giovanni richiama la presenza operante del male nel mondo (9,4; 11,10)[7]. Anche i discepoli sperimenteranno il dramma della «notte» nella sofferenza al Getsemani, nell’arresto di Gesù e nella sua condanna.

La figura del discepolo reticente

Dal racconto emerge anche il profilo di Simon Pietro e il suo carattere duro ma reticente. Di fronte al gesto umile di Gesù, il pescatore di Betsaida si oppone, cerca di resistere alla logica del servizio, condizionato dal contesto sociale che relegava solo agli schiavi quel ruolo subalterno. Egli fa fatica ad accettare un amore oblativo così radicale. Alla fine Pietro accetta di condividere l’amore di Cristo. La sua incomprensione si traduce nella solitudine. Egli evita di rivolgersi direttamente a Gesù, che aveva annunciato il tradimento e preferisce la mediazione del discepolo amato. Nello sviluppo del racconto di passione, Pietro evidenzierà la sua incapacità di donarsi e la sua fragilità nella fede: la promessa di dare la vita per Cristo (13,36-38), il tentativo di difendere il Signore (18,10-11), il triplice rinnegamento (18,25-27). Dietro la sua fragilità si cela l’insicurezza della fede e l’incapacità di fare un profondo discernimento sulla propria esistenza. Solo nella luce pasquale, l’apostolo potrà rileggere la propria identità e riscoprire il senso della sua missione, fondata sull’amore (Gv 21,15-19).

Il discepolo del cuore

La presentazione del «discepolo che Gesù amava» assume una funzione peculiare nel racconto giovanneo. Senza la pretesa di risolvere le problematiche collegate alla sua identità, lasciamoci guidare dalla tradizione che lo identifica con Giovanni di Zebedeo. L’evangelista lo descrive con la perifrasi relazionale dell’amore, associando la sua figura al giovane discepolo che ha posto la sua testa sul petto di Gesù. E’ l’icona dell’amicizia profonda, che si realizza quando si fa l’esperienza della sintonia degli affetti e della comunione. In questa figura anonima ci sono tutti i giovani del mondo, che cercano risposte di vita e vivono il bisogno di comunicare con la mente e con il cuore. Sul petto di Cristo potranno trovare quel riposo a cui aspirano e quell’accoglienza che cercano. Nella pagina giovannea il «discepolo amato» riveste il ruolo dell’intimità, della fedeltà e della tenerezza. L’intimità evoca il bisogno di scoprire la ricchezza profonda dell’amore di Dio. La fedeltà impegna il discepolo a vivere con coerenza e lealtà il rapporto con Cristo, testimoniando la sua Parola senza ambiguità né tradimenti. La tenerezza rivela la dimensione misericordiosa delle relazioni interpersonali che è in grado di guarire le ferite, di dare certezze nei momenti di turbamento e di aprire strade nuove verso il futuro. A tale proposito ci sembrano illuminanti le parole di papa Francesco per il nostro impegno ecclesiale a favore dei giovani:
«Il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza»[8].


NOTE

[1] Cf. R. Schnackengurg, Il vangelo secondo Giovanni, III, Paideia, Brescia 1981, 623-644; A. Marchadour, I personaggi del Vangelo di Giovanni. Specchio per una cristologia narrativa, Dehoniane, Bologna 2007, 159-168.
[2] Cf. la ricorrenze del verbo amare (agapáō): Gv 13,34; 14,15.21.23.28.31; 15,9.17.23-24; 17,26.
[3] R. Schnackengurg, Il vangelo secondo Giovanni, III, Paideia, Brescia 1981, 204-214; K. Wengst, Il Vangelo di Giovanni, Queriniana, Brescia 2005, 536-542; R. Fabris, Giovanni, Borla, Roma 2003, 586-590.
[4] Cf. Wengst, Il Vangelo di Giovanni, 536-542. Schnackenburg segnala sei tappe: vv. 1-5: introduzione alla lavanda dei piedi; vv. 6-11: il dialogo di Gesù con Simon Pietro; vv. 12-17: la lavanda compiuta da Gesù come esempio per i discepoli; vv. 18-20: preannuncio del tradimento e rafforzamento della fede; vv. 21-26: lo smascheramento del traditore; vv. 27-30: Giuda abbandona la sala (Schnackengurg, Il vangelo secondo Giovanni, III, 30-62).
[5] Commenta Marchadour: «È forse voler andar oltre il senso letterale pensare che, nel dubbio circa l’identità del traditore, e dalla scelta di Simon Pietro di passare attraverso di lui per arrivare al Signore, il solo che sia escluso come ipotetico traditore sia il discepolo amato? La vicinanza dice anche un affetto che è contenuto nel nome del discepolo amato» (Marchadour, I personaggi del Vangelo di Giovanni, 164).
[6] Annota Schnackenburg: «Per Giuda è la sfera delle tenebre di cui è definitivamente preda, l’ambito in cui avviene il crollo (cf. 11,10); per Gesù è l’ora in cui si conclude la sua attività fra gli uomini (cf. 9,4). La breve frase che conclude l’episodio riassume in sé la tenebrosità di questo avvenimento: una chiusa impressionante (cf. 6,71), che però l’evangelista serve solo da oscuro contrasto su cui far risaltare le successive partole che trattano della glorificazione» (Schnackengurg, Il vangelo secondo Giovanni, III, 62).
[7] Sul simbolo biblico della notte, cf. G. De Virgilio, La notte e il suo simbolismo biblico. La riscoperta di una categoria comunicativa nel contesto giovanile, «Note di Pastorale Giovanile» 3 (2003), 48-58.
[8] Francesco, Evangelii Gaudium, n, 87.