La terra ha perso il futuro

Inserito in NPG annata 1991.

(NPG 1991-02-44)


Nata alla fine del quindicesimo secolo, la modernità agonizza in questa fine del ventesimo. La modernità non è stata solo un fenomeno storico, un'idea-guida; era una convinzione e, in realtà, nel diciannovesimo secolo è diventata una religione che ignorava di essere tale, perché il suo fondamento era proprio ciò che si era imposto nel confronto con la religione rivelata: la scienza materialista, la ragione laica, il progresso storico.
Nella concezione moderna, i progressi della scienza, della tecnica, della ragione, si rafforzavano a vicenda e confermavano la grande legge del progresso irreversibile.
Condorcet aveva enunciato il principio del progresso indefinito dello spirito umano. Lamarck e Darwin avevano rivelato la direzione ascendente dell'evoluzione biologica.
Auguste Comte aveva formulato la legge dei tre stati, che dimostrava come l'umanità stesse per accedere all'età razionale. Renan aveva predetto che la Scienza avrebbe chiarito i misteri dell'universo e diffuso universalmente i suoi benefici. Il «socialismo scientifico» di Marx aveva formulato la legge storica che prevede l'avvento di una società senza sfruttamento né dominazione.
C'erano certo dei reazionari, che nel nuovo divenire vedevano decadenza e disgregazione, ma i modernisti erano persuasi che la marcia in avanti fosse irresistibile. Il Tempo recava necessariamente con sé lo sviluppo e il progresso. L'idea si imponeva proprio mentre si arrivava al compimento trionfale della Storia, con la democrazia per gli uni, il socialismo per altri, la società industriale per altri ancora.

Gli orrori delle guerre

I cataclismi storici rappresentati dalle due guerre mondiali misero in dubbio le certezze del progresso, ma la religione del progresso trovò l'antitodo che esaltò la sua fede, persino dove avrebbe dovuto crollare. Gli orrori di queste due guerre divennero allora, come nell'Apocalisse, gli agonizzanti preavvisi degli imminenti tempi felici. L'esasperazione della fede nella salvezza della Terra fu inseparabile dai dubbi, dalle inquietudini, dalle incertezze che la minacciavano e che essa combatté con fanatismo: più la Storia diventava orribile, più il radioso avvenire trovava la sua conferma apocalittica.
Ma, in realtà, la crisi del progresso era iniziata qua e là negli anni 20 e 40, con le delusioni del dopoguerra e la coscienza del carattere regressivo del nazismo e del comunismo stalinista. Hiroshima, nel 1945, introdusse l'ambivalenza nel progresso scientifico.
Negli anni 70, l'allarme ecologico planetario ha introdotto l'ambivalenza nello sviluppo tecnico della crescita industriale. Poi, con il crollo dello stalinismo e del maoismo, l'ideale della rivoluzione socialista perse irrimediabilmente il suo significato salvifico e rivelò il suo volto dantesco.
Oggi scocca l'ora dei bilanci di fine secolo. La scienza non è solo chiarificatrice, è anche cieca sulla sua avventura, che sfugge al suo controllo e alla sua consapevolezza; i suoi frutti, come l'albero biblico della conoscenza, producono contemporaneamente il bene e il male. La tecnica porta, insieme alla civilizzazione, una nuova barbarie, cieca e manipolatrice. La parola «ragione» ha compreso non solo la razionalità critica, ma anche il delirio logico e la
razionalità che non vede il concreto e l'esistente.
La politica merita ancora la definizione di Saint-Just: «Tutte le arti hanno prodotto cose meravigliose; solo l'arte di governare non ha prodotto che mostri».
Dobbiamo renderci conto che ciò che considerammo progresso della coscienza umana era e rimane pervaso da formidabili forze inconsce. Non siamo più all'ultima tappa prima di accedere al «radioso avvenire». Siamo in Notte e nebbia. Non siamo nel momento in cui si compie la storia umana, siamo ancora alla preistoria dello spirito, siamo ancora all'età planetaria del ferro. Il progresso non è automaticamente assicurato da alcuna legge storica. Il divenire non è necessariamente sviluppo. Il futuro si chiama ormai incertezza.
Avevamo già perduto i Principi che ci radicavano al passato; abbiamo ora perduto le Certezze che ci teleguidavano verso il futuro. La crisi del divenire («il divenire è ormai problematico, e lo sarà per sempre», diceva Patocka), è nello stesso tempo la crisi dell'era planetaria.
La crisi dello sviluppo non scuote solo il Terzo Mondo, ma anche il nostro, che si è sottosviluppato moralmente, intellettualmente, affettivamente, nel suo sviluppo tecnoscientifico e a causa di questo. Le crisi di tutti gli ordinamenti, alla fine del nostro secolo, si innescano una con l'altra.
Viviamo nello stesso tempo la crisi del Passato, quella del Futuro e quella del Divenire. La crisi del Passato, quella dei Fondamenti, era stata aperta dalla stessa modernità. Ma la crisi del Futuro e quella del Divenire hanno messo in crisi la modernità.
La crisi della modernità, cioè la perdita della certezza nel progresso e della fede nell'Avvenire, ha provocato due tipi di risposte.
La prima è il neofondamentalismo. È la volontà di radicarsi nuovamente e ritornare proprio alle origini della Tradizione abbandonata dal modernismo.
Il neofondamentalismo assume tanto forme religiose che nazionali e etniche, e diventa quantomai virulento quando è contemporaneamene etnico, nazionale e religioso.
I neofondamentalismi pretendono di rompere con l'avventura del divenire, di ritornare al tempo ciclico e regolato dal passato. Ma in realtà lo Stato nazionale, la tecnica, l'industria, la produzione di armi che utilizzano i neofondamentalismi, continuano a farli partecipare come attori all'ignoto divenire.
La seconda risposta è il post-modernismo. Il modernismo era la fiducia del progresso ininterrotto e teleguidato. Il postmodernismo è la presa di coscienza che il nuovo non è necessariamente migliore di ciò che lo procede, che il progresso non è storicamente garantito. Ma il postmodernismo è cieco, quando crede che tutto sia già stato detto, che tutto si ripeta, che non succeda nulla, che non ci sia più storia o divenire.
Il neomodernismo continua a gemere sulla morte del divenire, mentre una Storia temporaneamente murata e rinchiusa spezza la sua gogna e scorre impetuosa.
Sbadiglia di noia mentre la rivoluzione antitotalitaria si compie su oltre un sesto della Terra. Vede un monotono show televisivo nei festeggiamenti del muro di Berlino e in piazza Venceslao e un brutto telefilm nel sordido processo ai due Ceausescu. Continua a pensare che i giochi siano fatti, i cambiamenti sono possibili. Crede che il disgelo dell'Est sia un generale liquefarsi della Storia, proprio nel momento in cui diviene Niagara.
La Storia non è né al suo capolinea stagnante né trionfalmente in marcia verso il radioso avvenire. È catapultata in un'avventura sconosciuta.
Infatti, dopo l'inizio dei tempi moderni, eravamo senza saperlo nell'ignota avventura. La Scienza era, fin dal suo inizio, cieca sul significato storico del suo stesso sviluppo. La Ragione era cieca sulle proprie cecità.