Nella solitudine

del deserto

Lisa Cremaschi

Il deserto nella Scrittura ha una duplice valenza: da un lato è luogo maledetto, luogo di tentazione, dall’altro è il luogo dell’incontro con Dio.
Il popolo di Israele liberato dalla schiavitù egiziana nel deserto deve imparare a togliersi l’Egitto dal cuore, a diventare libero assumendosi la responsabilità del proprio cammino.
È significativo che le ribellioni nascano sempre quando il popolo dimentica il fine della traversata nel deserto; si ferma alla difficoltà del momento, non sa guardare in grande. Allora la mormorazione diventa una grave tentazione ed è spesso accompagnata dal rimpianto dell’Egitto, di una situazione in cui si era schiavi, ma si viveva in una certa sicurezza. «Fossimo morti nel paese d’Egitto mangiando pane a sazietà!» (Es 16,3); «Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell’aglio» (Nm 11,5). È difficile assumersi la responsabilità di essere liberi. Il deserto è il luogo in cui emerge la verità, ciò che arde nel cuore; il popolo di Israele è invitato a ricordare tutto il cammino che il Signore gli ha fatto percorrere negli anni trascorsi nel deserto, per umiliarlo, metterlo alla prova, e sapere quello che aveva nel cuore (cf. Dt 8,2). Ma il deserto è anche il luogo dell’incontro con Dio; nella solitudine, nell’essenzialità alla quale l’esperienza del deserto riconduce, il popolo di Israele vive i momenti di più profonda comunione con Dio. È lì che Dio si rivela come l’amante che seduce la sua amata e «parla sul cuore» (Os 2,16), come un padre amorevole che circonda di affetto il suo bambino, lo sostiene, gli insegna a camminare tenendolo per mano (cf. Os 11,3). Nella solitudine del monte Sinai Mosè ha incontrato JHWH, il profeta Elia si è inoltrato nel deserto, Giovanni Battista predicava nel deserto, Gesù si preparò alla vita pubblica con quaranta giorni nel deserto e spesso si ritirava a pregare il Padre in luoghi solitari e invitava i suoi discepoli a pregare in solitudine, nel segreto della propria stanza (cf. Mt 6,3-6). Ciascun credente dovrebbe cercare un proprio “deserto”.
Un tempo di solitudine offre la possibilità di una conoscenza di sé, del proprio cuore fino a imparare a discernere tra le molte voci che parlano dentro di noi, la voce dello Spirito. Tutto questo richiede una lotta spirituale. Non appena si è soli, infatti, emergono dal nostro io più profondo idee confuse, sogni, sentimenti repressi, vecchi rancori, fantasie disordinate che si proiettano dinanzi ai nostri occhi.
Dice Gesù: «Dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi ...» (Mc 7,21s.). Occorre il coraggio di guardare ciò che ci abita.
Poco per volta, sostenuti dalla parola di Dio, si impara “l’arte dell’abitare con se stessi”, come dicevano i monaci antichi, si impara cioè a conoscere e ad accettare i propri limiti e le proprie ferite, a rappacificarci con noi stessi, a perdonare a chi ci ha fatto del male perché abbiamo riconosciuto che molto ci è stato perdonato.
I monaci parlavano di “cella interiore” che ciascun credente deve avere dentro di sé, un luogo interiore di intimità con il Signore che ovunque portiamo con noi, anche quando lasciamo la solitudine per incontrare gli altri.

(Meditazioni per il tempo di Quaresima 2018 per le Acli di Bergamo)