Donne che

portano frutto

La fecondità nella Bibbia

Rosalba Manes

La storia della salvezza si apre nel libro della Genesi con la promessa divina della fecondità: «siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,28) che diviene anche impegno e responsabilità per la creatura umana. Il Nuovo Testamento poi ci presenta attraverso le parole di Gesù il progetto di ogni esistenza credente: «vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» Gv 15,16). Ogni chiamata è destinata alla fecondità, ogni vita esiste perché sia fiorente.
La Scrittura ci insegna che la fecondità riguarda la procreatività ed è legata alla maternità e alla paternità biologica, ma al tempo stesso travalica il piano della generatività e tocca ambiti più interiori. Lo si vede in modo particolare nelle donne. Le donne della Bibbia sono interlocutrici, sono «aiuto» (cf. Gen 2,20), sono madri. Eva, primizia di tutte le donne, è detta «madre di tutti i viventi» e il suo nome ha a che fare con la vita. La maternità nella Bibbia appare sempre come un dono, è pura grazia. Le matriarche sono tutte sterili, non sono “proprietarie” della vita. È infatti l’intervento premuroso di Dio che conferisce loro la fecondità, così accade per Sara, per Rachele, per Anna, la mamma di Samuele. La maternità è avvertita come un compito: la sterile supplica e implora il Dio della vita, la vedova, come Tamar e Rut, architetta una strategia ad hoc perché nel proprio grembo germogli la vita e possa anch’essa dare il suo apporto alla genealogia degli uomini e contribuire all’edificazione della storia. La fecondità delle donne della Scrittura non è legata solo alla loro capacità generativa ma anche al loro coraggio (come si assiste nella vicenda di Giuditta), alla forza della loro compassione (come si apprende dalla storia di Ester) e alla custodia della vita (come si apprende da Agar schiava di Sara).
Nella Bibbia la donna e la vita costituiscono un binomio inscindibile. Il libro dei Numeri, ad esempio, diversamente dal libro dell’Esodo, mostra una stretta connessione tra la morte di Miriam sorella di Mosè e l’assenza d’acqua per il popolo (cfr. Nm 20,1-2). Quando Miriam non c’è più, sparisce anche l’acqua e il popolo patisce la sete. Segno che quando non c’è più la donna la vita è a rischio. Le donne assicurano la vita non solo generando figli, ma promuovendo la fede e la speranza.
L’esempio più grande di una maternità che supera il dato biologico appare nel Nuovo Testamento quando ai piedi della croce dinanzi al Figlio che si dona «sino alla fine» la maternità di Maria dilata i confini del dato genetico e si fa accoglienza, prossimità, custodia del discepolo amato e in lui dell’umanità di tutti i tempi.
Questa accoglienza della donna viene tratteggiata con maestria da Luca nei Racconti dell’infanzia (Lc 1–2) dove ci presenta tre donne feconde perché capaci di ascolto e di servizio, di fede e di profezia: Maria, Elisabetta e Anna.
Questa triade di donne ci mostra la primavera dello Spirito. Sono donne luminose e feconde non per il dato della maternità fisica, ma per la fertilità del terreno dei loro cuori. Sono donne della lode e dell’annuncio che meriterebbero il titolo di giubilatrici, donne cioè che si aprono alla gioia per la visita salvifica di Dio nella storia e contagiano gli altri con la loro gioia, rendendoli sensibili a Dio e al suo operare. Si tratta di tre donne che rappresentano tre status diversi e tre generazioni: Maria la vergine che è giovanissima; Elisabetta la sterile che è una donna matura; e Anna la vedova che è ultraottuagenaria.
Maria ed Elisabetta sono presentate come donne gestanti, sono le nuove madri di Israele, matriarche della nuova alleanza: l’una ha in grembo il Messia d’Israele che è anche il Salvatore del mondo, l’altra Giovanni Battista, il Precursore. Elisabetta è madre d’Israele alla maniera delle matriarche, delle prime madri perché, come tutte loro, sperimenta il miracolo della vita e la potenza di Dio che visita la sterile, la salva dalla sua umiliazione e la riabilita permettendole di abbracciare il compito che la donna ha nella storia: generare. Maria invece è madre in modo straordinario perché è la prima ed unica madre di Israele (e dell’universo intero!) a generare per intervento dello Spirito santo e non di uomo. Anna invece è vedova e ormai vecchia per la generazione fisica, ma vive un’altra maternità, non meno importante e dignitosa: è madre di Israele nello Spirito perché «parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38).
Queste donne sono aperte alla vita perché hanno gli occhi della fede: vedono oltre il visibile, oltre le categorie mondane e la logica asfittica delle leggi, e colgono le tracce dell’intervento di Dio nella Parola soprannaturale e nella storia della salvezza (Maria), in un grembo di donna (Elisabetta), in un bambino (Anna). Maria ascolta, accoglie e si mette in cammino; Elisabetta riconosce che Dio non solo l’ha visitata mediante il miracolo del germogliare della vita nel suo grembo ma attraverso la Sua stessa presenza reale in Maria; Anna, la cui condizione di vedova non la rende donna frustrata ma donna di intercessione, feconda attraverso i suoi digiuni, donna di diakonía nel tempio dove spesso gli uomini fanno mercato, vede nella carne indifesa di un bimbo la potenza di riscatto del Dio di Israele.
Tutto l’essere di queste donne si coinvolge nell’avvento di Dio nella storia. Corpi che si aprono a Dio e lo lasciano abitare, facendosi “casa” e portando frutto. Il tesoro scoperto esse non lo tengono per sé: lo confessano, lo proclamano, lo cantano, lo diffondono con la loro tenerezza. La loro piccolezza (la tapéinosis di cui parla Maria in Lc 1,48) non è più segno di emarginazione, ma luogo del trionfo dell’amore salvifico di Dio.
Le tre giubilatrici sanno che la storia non si muove in forza della bravura umana, ma della potenza di un Dio che sta dalla parte dei piccolissimi. Non confidano in se stesse e nelle loro rivoluzioni, ma nella forza rivoluzionaria della tenerezza di Dio.

(LETTERA END - Luglio/Settembre 2015)