Alla scuola dei Santi

Elio Guerriero


1. Il segno dell'accoglienza nei patroni dell'Europa

I protettori del continente: Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Bridiga, Caterina da Siena, Edith Stein

Un cammino attraverso le vite dei santi e delle grandi figure e modelli della spiritualità cristiana. È il senso del viaggio, curato da Elio Guerriero, che incomincia oggi con questo primo articolo su 'Avvenire'. Un percorso di avvicinamento alla scuola della santità che idealmente si collega al motu proprio Maiorem hac dilectionem dell’11 luglio con cui papa Francesco ha aggiunto «l’offerta della vita» quale nuova fattispecie dell’iter di beatificazione e canonizzazione, distinta dalle fattispecie sul martirio e sull’eroicità delle virtù.
La recente visita della cancelliera Merkel a Roma dove ha incontrato papa Francesco sembra aver rilanciato una visione dell’Europa aperta al rispetto e all’accoglienza. A questo riguardo non è certo fuori luogo ricordare i santi patroni dell’Europa. Protettori dell’antico continente, essi ne hanno segnato il carattere, e possono essere di valido aiuto per contribuire a determinarne le coordinate culturali e spirituali. Il primo patrono è Benedetto da Norcia, il giovane romano, che nel periodo della decadenza dell’antica capitale seppe conservare il meglio dell’eredità classica e nello stesso tempo accogliere i popoli nuovi rivolgendo loro parole di accoglienza e di incoraggiamento. Ne parla il biografo di Benedetto, san Gregorio Magno, che nel secondo libro dei Dialoghi, sintetizza in una scenetta di candore evangelico l’atteggiamento del padre dei monaci verso un goto che desiderava farsi monaco. «Un uomo di animo buono ma incolto chiese di entrare in monastero e l’uomo di Dio Benedetto lo accolse molto volentieri». La difficoltà e l’ostilità stavano, tuttavia, in agguato. Mauro, il priore della casa, affidò al nuovo arrivato un lavoro di disboscamento nei pressi di un lago. Mosso dallo zelo, il goto dava dei grandi fendenti per cui il ferro si staccò dal manico e andò a depositarsi sul fondo dell’acqua. Un oggetto di ferro all’epoca aveva un grande valore. Mortificato il goto ne informò Mauro il quale a sua volta riferì a san Benedetto. L’uomo di Dio accorse, prese dalle mani del goto il manico, lo immerse nell’acqua e all’istante il ferro risalì dal fondo dell’acqua e rientrò nel manico. Quindi Benedetto restituì l’attrezzo al goto dicendo: «Ecco, lavora e non ti rattristare». Così la vita del monaco diveniva una sintesi feconda tra azione e contemplazione, tra distacco dal mondo e impegno per l’uomo nuovo.
Dopo Benedetto, nel 1980 sono stati proclamati patroni del Vecchio continente i fratelli Cirillo e Metodio. Nativi di Tessalonica in Grecia, essi svolsero la loro opera all’ombra della corte di Bisanzio nel nono secolo, al tempo dell’arrivo di nuovi popoli dal nord e dall’oriente d’Europa. Di nobile famiglia, scelsero come compagna di vita Sofia, la sapienza, «la più bella di tutte le giovani candidate al loro matrimonio» ( Vita di Costantino III). Divennero, dunque, filosofi, cioè amanti della conoscenza delle realtà divine e umane e adeguarono la loro vita al conseguimento di questo bene prezioso. Su designazione delle autorità imperiali, tuttavia, dovettero svolgere delicati incarichi diplomatici. Si sa di una loro missione presso gli Arabi , ma molto più rilevante divenne la loro spedizione in Europa centrale, nella grande Moravia. Qui i due fratelli «guidarono i giovani nell’imparare a scrivere, insegnarono loro le cerimonie religiose…, seminarono la semente di Dio» ( Vita italica), in breve gettarono le basi per lo sviluppo della Chiesa e della cultura slava. A rendere stabile la loro opera di missione intrapresero poi un viaggio a Roma dove giunsero nell’868. Pochi mesi dopo, il 14 febbraio dell’869, Cirillo morì nella città dei papi mentre il fratello, consacrato vescovo, fece ritorno in Moravia. Morì nell’885, attorniato dall’affetto e dalla venerazione dei fedeli. Scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica con la quale proclamava i due fratelli patroni d’Europa: «I santi fratelli di Tessalonica mettono in risalto prima il contributo dell’antica cultura greca e, in seguito, la portata dell’irradiazione della Chiesa di Costantinopoli e della tradizione orientale, la quale si è così profondamente iscritta nella spiritualità e nella cultura di tanti popoli e nazioni nella parte orientale del continente europeo».
Gli altri tre patroni d’Europa sono altrettante donne, modelli di santità femminile, preziosa, come quella maschile, per la Chiesa e per l’Europa. Brigida nacque in Svezia all’inizio del 1300. Di nobile famiglia, fu sposa felice e madre di 8 figli. Parente della dinastia reale fu per qualche tempo invitata a corte come istitutrice di re Magnus II e della regina Bianca di Namur. L’ambiente della corte, tuttavia, si rivelò presto estraneo alla sensibilità di Brigida. Insieme con il marito ella intraprese allora un lungo pellegrinaggio a san Giacomo di Compostella. Attraversarono la Germania, la Francia e la Spagna e si resero conto della difficile situazione dell’Europa minacciata dalle divisioni politiche, dal disagio sociale e dalla diffusione della peste nera. Al ritorno dal pellegrinaggio il marito morì e Brigida sviluppò ulteriormente il suo interesse religioso. Fondò in patria un grande monastero a Vadstena, poi si imbarcò per Roma da cui compì un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme. Era un gesto di devozione ma anche un modo per indicare ai connazionali la strada per restare uniti a Cristo, sviluppare la dignità femminile e conservare l’unità del continente.
Di circa 40 anni più giovane di Brigida, Caterina da Siena ebbe fin da piccola una formazione dominata dall’interesse religioso. Contro le attese della mamma, rinunciò ad ogni proposta si matrimonio e lottò tenacemente per aderire al terzo ordine di san Domenico. Dotata di grazie mistiche, ebbe presto dei seguaci e con il loro sostegno esercitò un influsso crescente su Siena, sulla Toscana, sulle vicende italiane ed europee. Nel 1376 compì un viaggio ad Avignone, la città francese dove all’epoca risiedeva il papa Gregorio XI, per indurlo a ritornare a Roma. Gli storici contemporanei ritengono siano state altre le ragioni che indussero il pontefice a tornare a Roma. Ècerto, però, che la giovane senese con la preghiera, le penitenze e gli scritti contribuì a tener desta la coscienza dell’elevatezza del ministero petrino. A questo scopo Caterina trascorse gli ultimi mesi della sua vita a Roma dove morì nel 1379.
L'ultima patrona d’Europea è l’ebrea Edith Stein, divenuta monaca con il nome di Teresa Benedetta della Croce. Nacque a Breslavia nel 1891 e ricevette una formazione umana e culturale di rilievo. Tra le prime donne ad accedere all’università, scelse di studiare filosofia e divenne assistente di Edmund Husserl, il padre della fenomenologia. La prima parte della sua vita fu segnata dalla ricerca religiosa che la indusse prima ad aderire al cattolicesimo poi a divenire monaca carmelitana. La cruenta persecuzione cui furono sottoposti gli ebrei nella seconda guerra mondiale le fece riscoprire una profonda solidarietà con i suoi fratelli di razza. Con questo spirito affrontò l’arresto, l’internamento ad Auschwitz , la morte in campo di concentramento. Proclamandola patrona d’Europa, scriveva Giovanni Paolo II: «Dichiarare oggi Edith Stein compatrona d’Europa significa porre sull’orizzonte del vecchio continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza, che invita uomini e donne a comprendersi ed accettarsi al di là delle diversità etniche, culturali e religiose, per formare una società veramente umana». Era l’indicazione della via del rispetto e dell’accoglienza che nei secoli i santi patroni hanno percorso e indicato ai cristiani e agli uomini di buona volontà.

DA SAPERE. Aiutare l'unificazione nel segno della pace
San Benedetto venne proclamato patrono d’Europa da Paolo VI il 24 ottobre del 1964 con la lettera apostolica Pacis nuntius che definiva il santo di Norcia «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà e soprattutto araldo della religione di Cristo». Nella stessa giornata del 24 ottobre 1964 il papa bresciano consacrava la basilica di Montecassino, riedificata dopo la distruzione della guerra, mettendo così idealmente fine alla seconda guerra mondiale. Terminata la guerra si poteva e doveva edificare la nuova Europa nello spirito di unificazione tracciato secoli prima da san Benedetto. Gli altri 5 santi patroni d’Europa sono stati tutti dichiarati tali da Giovanni Paolo II. I santi Cirillo e Metodio vennero proclamati compatroni d’Europa con la lettera apostolica Egregiae virtutis del 31 dicembre 1980. Le sante Brigida di Svezia, Caterina di Siena e Teresa Benedetta della Croce vennero proclamate compatrone d’Europa alla vigilia del terzo millennio con la lettera apostolica Spes aedificandi del 1 ottobre 1999. Un volume sintetico sui profili biografici è «Santi patroni d’Europa» (a cura di Elio Guerriero, San Paolo).

(Avvenire, 29 luglio 2017)


2. Religioni unite dall'amore l'abbraccio nella differenza

Nel suo recente viaggio in Egitto, Francesco ha invitato al dialogo tra fedi. Uno stile nuovo anticipato da alcuni santi e testimoni, tra cui Charles de Foucauld, mat’ Marija Skobcova...

Nel corso del viaggio in Egitto del 28 aprile del 2017, parlando alla prestigiosa università di Al-Azhar al Cairo, dichiarava papa Francesco: «Nel campo del dialogo, specialmente interreligioso, siamo sempre chiamati a camminare insieme, nella convinzione che l’avvenire di tutti dipende anche dall’incontro tra le religioni e le culture». Davvero uno stile nuovo anticipato da alcuni santi e testimoni che hanno saputo far prevalere la carità su precedenti atteggiamenti di astio e di rivalità.
Restando in Egitto gli incontri di pace ebbero un prologo nel 1219 quando san Francesco si presentò al sultano Al Kamil con sentimenti di amore universale. In tempi più vicini a noi è stato il beato Charles de Foucauld (1858-1916) a farsi interprete di un atteggiamento di rispetto e di simpatia verso la religione islamica. Rimasto presto orfano, venne cresciuto da un nonno colonnello dell’esercito, che lo avviò a sua volta alla carriera militare. Negli anni giovanili, tuttavia, condusse una vita di ozio e trasgressioni fino a farsi espellere dall’esercito. Compì allora alcuni viaggi di esplorazione in Marocco che gli valsero degli importanti riconoscimenti in campo geografico. Nel frattempo, qualcosa in lui stava cambiando. Riaffioravano i suoi ricordi d’infanzia, insieme a quelli dei musulmani in preghiera. Riferì in una lettera all’amico Henri de Castries: «Non appena ho creduto che ci fosse un Dio, ho capito che non potevo vivere che per lui: la mia vocazione religiosa è nata nel momento stesso in cui nasceva la mia fede: Dio è grande...». Entrò allora nella trappa di Nostra Signora delle nevi ed emise i voti monastici. Partì poi per la Terra Santa dove cercò di imitare la vita povera degli anni nascosti di Gesù. Chiese poi di diventare sacerdote per potersi recare ai margini del deserto del Sahara, nell’oasi di Béni-Abbes e celebrare in solitudine il sacrificio della salvezza per elevare l’Ostia nel deserto, adorare il Signore che in essa è nascosto e, così, portarlo al prossimo. Venne ucciso il 1° dicembre del 1916 da un gruppo di tuareg in rivolta. I l secolo XX porta su di sé l’onta dell’eccidio degli ebrei.
Nel buio di questa assurda vicenda emergono le figure di alcuni testimoni del Vangelo che prestarono aiuto e levarono la loro voce di protesta anche a costo della vita. In questo contesto di dialogo ecumenico ed interreligioso merita di essere ricordata la figura della santa ortodossa, mat’ Marija Skobcova. Nata in Russia da nobile famiglia nel 1891, Elizaveta Pilenko visse da vicino la fine della dinastia degli zar, gli anni duri della rivoluzione sovietica, la fuga dalla madre patria e l’approdo a Parigi. Due volte sposata, ebbe tre figli, ma all’istituto di teologia ortodossa di San Sergio incontrò personalità straordinarie. E allora matura una nuova vocazione, quella di diventare monaca in mezzo al mondo.
È una situazione eccezionale anche per la Chiesa ortodossa, ma il metropolita Evlogij, grande personalità del cristianesimo russo dell’emigrazione, accoglie questo suo desiderio. Le dice al momento della tonsura monastica: «Vi è più amore, più umiltà e necessità nel rimanere nelle retrovie del mondo, respirandone l’aria viziata». Dal canto suo madre Maria, soprattutto dopo la morte delle due figlie naturali, vuole diventare una madre universale. Dapprima si dedica a raccogliere i più poveri tra i migranti russi poi estende la sua azione agli ebrei perseguitati. In particolare, nel luglio del 1942, si reca al Velodromo d’inverno dove sono raccolti i bambini ebrei destinati al campo di concentramento. Con la sua prontezza di spirito riesce a farne fuggire un certo numero, ma firma così la sua condanna. Gli è vicino l’unico figlio rimasto in vita, Jura, che viene arrestato e deportato prima ancora della madre. Arrestata a sua volta, madre Maria viene deportata nel campo di Ravensbrück dove muore il 31 gennaio 1945. Giusta delle nazioni, è stata canonizzata insieme con il figlio il 6 gennaio del 2004, divenendo così esempio straordinario dell’ecumenismo cristiano e del dialogo tra le religioni.
Recandosi in pellegrinaggio alla tomba di don Lorenzo Milani, papa Francesco parlò delle «figure più alte del cattolicesimo fiorentino... sotto il paterno ministero del cardinale Elia Dalla Costa » che lui stesso il mese precedente aveva dichiarato venerabile. Nato nel 1872 in provincia di Vicenza, il cardinale Dalla Costa univa una profonda pietà personale a una spiccata sensibilità pastorale. Vescovo di Padova dal 1923 al 1931, venne successivamente nominato cardinale di Firenze dove rimase fino al 1961. Nel capoluogo toscano si segnalò presto per la cura nelle visite pastorali e nell’attenzione per la vita spirituale dei sacerdoti cui raccomandava povertà, pazienza, umiltà e obbedienza. Nel 1938 pubblicò una famosa nota pastorale in cui prendeva le distanze dalle leggi razziali contro gli ebrei. Successivamente favorì l’aiuto concreto a favore degli ebrei. Per questa sua opera Dalla Costa è stato riconosciuto come giusto delle nazioni. Amico del patriarca Roncalli, ne favorì l’elezione a pontefice e ne sostenne l’iniziativa conciliare. Trascorse gli ultimi anni della vita nel silenzio e nella preghiera, nell’amore sempre più vivo per Gesù.
Ritornando al dialogo con l’islam, è diventata famosa la testimonianza dei monaci trappisti di Tibhirine sulla costa atlantica dell’Algeria. Guidati dal priore padre Christian de Chergé, i monaci conducevano una vita di preghiera e insieme di testimonianza cristiana in un Paese islamico. I rapporti con gli abitanti del luogo a lungo pacifici e rispettosi divennero improvvisamente tesi in seguito alla guerra civile che sconvolse l’Algeria. I monaci trappisti sapevano di essere in pericolo, decisero tuttavia di restare nel Paese che li aveva accolti per solidarietà con le tante vittime innocenti della violenza. Scrisse il padre de Chergé in quello che viene considerato il testamento dei trappisti di Tibhirine: «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese... Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato». Come aveva previsto padre Christian, 7 monaci, tra cui lo stesso priore, vennero presi in ostaggio nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996. I loro corpi martoriati vennero ritrovati dopo circa due mesi. La morte dei monaci di Tibhirine suscitò molto scalpore in Occidente. Il regista Xavier Beauvois ricostruì la loro vicenda nel film Uomini di Dio, vincitore del premio speciale della critica al festival di Cannes del 2012. È importante tuttavia sottolineare che i monaci erano ben lontani dal cercare la notorietà e soprattutto non desideravano suscitare sentimenti contrari all’islam. Volevano, invece, evidenziare gli elementi che possono favorire un incontro di fraternità tra le religioni.
Spostandoci verso l’Oriente, Shahbaz Bhatti (1968 - 2011) era ministro per le Minoranze religiose in Pakistan. Noto per il suo impegno a favore delle minoranze religiose nel suo Paese, si definiva un uomo che aveva distrutto le sue navi, che non poteva dunque recedere dal suo impegno. Aveva scritto in un testo di autopresentazione: «Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita...». L’auspicio di Bhatti venne accolto nel mistero della volontà di Dio ed egli venne ucciso il 2 marzo del 2011. Aveva scritto ancora: «Credo che i cristiani del mondo che hanno teso una mano agli islamici in occasione del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno, sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione».

DA SAPERE. Dai piccoli fratelli di Gesù allo spirito dei martiri d’Algeria

La prima biografia di Charles de Foucauld venne scritta da René Bazin nel 1921. Nel 1933 il padre René Voillaume fondò i Piccoli fratelli di Gesù ispirati alla vita e alla spiritualità di Charles de Foucauld, imitato nel 1939 da Magdeleine Hutin, fondatrice delle piccole sorelle di Gesù. In Italia la biografia e soprattutto lo spirito di fratel Carlo vennero fatti conoscere dal libro di R. Voillaume, «Come loro. Nel cuore delle masse. Vita e spiritualità dei piccoli fratelli di Gesù», San Paolo 1999. Su Elia Dalla Costa sono importanti i numerosi scritti di Bruna Bocchini Camaiani. Tra l’altro, l’autrice ha scritto un profilo del cardinale per il Dizionario Biografico Treccani e per il volume «La Chiesa in Italia», a cura di Elio Guerriero, San Paolo, 1996, pp. 420-434. Sui monaci di Tibhirine, cfr. J. Pierre Schumacher e N. Ballet, «Lo spirito di Tibhirine», Edizioni paoline, 2014, e Ch. De Chergé, «L’ altro, l’atteso. Le omelie del martire di Tibhirine», San Paolo, 2016. Su Shahbaz Bhatti, cfr. il volume del fratello maggiore del politico cattolico ucciso, Paul Bhatti, «Shahbaz. La voce della giustizia», prefazione del cardinale Parolin, San Paolo 2017.

(Avvenire, 9 agosto 2017)


3. Quella vocazione universale che nutre sempre la Chiesa

Figure esemplari delle comunità di credenti d’America, d’Africa e d’Asia - da Toribio di Mogrovejo a Romero a Tansi - esprimono la giovinezza dell’Annuncio, che trasmette entusiasmo anche all'Europa

A partire dal secolo scorso la Chiesa sta cercando di dare espressione visibile alla sua cattolicità presente in tutte le comunità del mondo vicine e lontane. È questo il senso della recente nomina da parte di papa Francesco di due cardinali dal Mali e dal Laos. Insieme alla cattolicità della gerarchia vi è poi una cattolicità dei santi che contribuiscono a rendere la Chiesa bella ed attraente, sinfonica nell'annuncio del Vangelo. San Toribio Alfonso de Mogrovejo (1538-1606) fu un vescovo spagnolo che, come Bartolomeo de Las Casas, sposò pienamente la causa degli indios. Verso la metà del 1500, dopo la celebrazione del Concilio di Trento, divenne viva la coscienza che bisognava mettere un freno alla condotta dei coloni che opprimevano senza pietà gli indios americani. Il re Filippo II decise allora di nominare arcivescovo di Lima in Perù proprio Toribio che al tempo della nomina era solo un buon credente, onesto e rispettoso. Dopo le iniziali resistenze, Toribio si preparò, venne consacrato vescovo e partì per Lima. Qui egli affrontò viaggi lunghi e disagiati, operò con avvedutezza, soprattutto fece sentire ai fedeli la vicinanza di Gesù e della Chiesa universale. Nei 25 anni in cui fu arcivescovo di Lima visitò per ben 4 volte l'intero Paese. Cavalcava un mulo e se le condizioni del terreno non lo consentivano prendeva il bastone e proseguiva a piedi per le comunità più impervie e lontane. Nel 1594, scrivendo a Filippo II, affermò di aver percorso 15.000 chilometri, cresimando oltre 60.000 fedeli. Come san Carlo Borromeo cui è stato più volte paragonato, teneva una sorta di diario dei suoi viaggi chiamato Libro de las Visitas. L'opera, piena di preziose annotazioni, testimonia l'amore ardente del padre buono verso i propri figli. Alla sua morte avvenuta nei primi anni del 1600 lasciava una Chiesa completamente riformata nella quale gli Indios si sentivano pienamente a casa.
A distanza di 400 anni, divenne arcivescovo di san Salvador, capitale dell'omonimo Stato dell'America centrale, Oscar Arnulfo Romero (1917-1980). Di umili origini, Romero aveva ricevuto una buona formazione a Roma dove aveva studiato presso l'università gregoriana. Ritornato in patria, era stato dapprima parroco poi svolse un lavoro paziente come segretario del Sedac, la conferenza dei vescovi del Centro America. In questo incarico ebbe modo di conoscere ed assimilare lo spirito del Vaticano II, la vicinanza della Chiesa ai poveri, lo sforzo di Paolo VI di favorire l'evangelizzazione e la promozione umana. Nominato arcivescovo di san Salvador in un periodo di grande turbolenza che portò il Paese alla guerra civile, reagì con dignità e rettitudine. Ricordò alle autorità politiche l'impegno per la giustizia, il dovere di difendere i poveri e i perseguitati dall'arroganza degli oppressori. Divenne così un simbolo scomodo, una voce da far tacere. Per la sua testimonianza il vescovo Romero venne ucciso durante la celebrazione della Messa il 24 marzo 1980. Scrisse papa Francesco il 23 maggio 2015 dichiarandolo beato: «La voce del nuovo Beato continua a risuonare oggi per ricordarci che la Chiesa, convocazione di fratelli attorno al loro Signore, è famiglia di Dio, dove non ci può essere alcuna divisione».
Dall'America centrale all'Africa Nera la Chiesa fa sue le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei poveri e di tutti coloro che soffrono. Iwene Michele Cipriano Tansi è il primo beato moderno della Nigeria. È conosciuto con tre nomi che indicano altrettante tappe significative della sua vita. Nacque nel 1903 ai margini della foresta della Nigeria meridionale da genitori pagani che gli diedero il nome di Iwene. Lo inviarono, tuttavia, alla scuola cattolica dove insieme con l'istruzione ricevette l'insegnamento del catechismo. A 9 anni Iwene chiese e ottenne il battesimo con il nuovo nome di Michele. Successivamente, entrò in seminario e venne ordinato sacerdote nel 1925. Parroco di una vastissima zona, favorì sia l'evangelizzazione che la promozione umana. In particolare, si adoperò a favore della dignità della donna. Alla fine degli anni 40 il suo vescovo espresse il desiderio che uno dei suoi sacerdoti facesse esperienza monastica per introdurre nella diocesi questa forma di vita. Uomo di preghiera, padre Michele si offrì volontario e prese contatto con l'abbazia di mount saint Bernard nella contea di Leichester in Inghilterra. Nel 1950 padre Michele Tansi entrò dunque nell'abbazia trappista e, dopo il noviziato, ricevette il nome di Cipriano. Dopo 14 anni di severa vita monastica padre Cipriano si accingeva a ritornare in Africa, quando morì improvvisamente nella solitudine dell'ospedale di Leichester. Di lui ha lasciato una viva testimonianza il cardinale Arinze, che proprio dal beato Tansi ricevette il battesimo e venne avviato alla vita sacerdotale. Disse, dunque, il cardinale nigeriano: mi colpiva «la maniera sobria con cui celebrava la Messa. Si vedeva che era un uomo di Dio, che non faceva del teatro, che non celebrava qualcosa che dipendeva da lui. È anche per questo suo modo di celebrare che la sua fede era contagiosa per noi giovani che partecipavamo a queste liturgie».
Restando in Africa non si può non ricordare un altro grande pastore, il cardinale Bernardin Gantin. Nacque nel 1922 a Toffo nel Benin. Ordinato sacerdote nel 1951, dopo soli 5 anni venne consacrato vescovo ausiliare e nel 1960 venne nominato arcivescovo di Cotonou, la capitale del Paese. Come tale partecipò a tutte le sessioni del Vaticano II destando l'ammirazione di molti padri conciliari per la sua prudenza e sapienza. Fu inoltre il primo vescovo africano a ricoprire incarichi di rilievo nella curia romana. Da ultimo venne nominato decano del collegio dei cardinali da cui si dimise nel 2001 per poter tornare nell'amato Benin. Morì nel 2008 compianto dai cristiani e dall'intero continente africano. Alla sua morte il presidente del Benin proclamò il lutto nazionale per tre giorni mentre l'aeroporto della capitale del suo Paese da allora porta il suo nome. Di lui ha detto ancora il cardinale Arinze: «Una cosa è importante e ci tengo a dirla: anche se era pieno di virtù, dobbiamo continuare a pregare per lui, come ci insegna la nostra fede cattolica». Pregare fino a quando verrà a sua volta canonizzato e allora lo si potrà invocare come intercessore.
Il viaggio nella cattolicità della Chiesa nei tempi moderni prosegue con la figura di un grande vescovo asiatico che è stato contemporaneamente un dono anche per la Chiesa universale. Il venerabile François-Xavier Nguyen van Thuan (1928-2002) è un uomo simbolo della svolta del millennio. Nato da un'antica famiglia vietnamita convertita al cristianesimo, ha davanti a sé la storia di tanti parenti morti martiri della fede. Dopo un'accurata formazione cristiana e la scelta della vita sacerdotale, la sua straordinaria testimonianza ha inizio nel 1975, quando viene nominato vescovo ausiliare di Saigon, la capitale del Vietnam del Sud. Quasi contemporaneamente i vietnamiti del nord, comunisti, conquistano Saigon e il vescovo Thuan viene arrestato senza spiegazioni e senza processo alcuno. Gli viene consentito solo di scrivere una lettera a casa per chiedere l'essenziale. Thuan ne approfitta per domandare un po' di biancheria e la medicina per lo stomaco. I familiari comprendono. Thuan vuole un po' di vino per celebrare l'Eucarestia. «Negli anni che seguirono potei celebrare la Messa ogni giorno, rinnovare il sacrificio di Gesù: tenevo tre gocce di vino nel palmo della mano sinistra, un frammento di pane nella destra... Erano le più belle eucarestie della vita». Inoltre, Thuan riesce a scrivere su delle foglie ben distese alcune frasi che un bambino sveglio porta a casa. Trascritti a più mani quei messaggi sono di consolazione e sostegno per la comunità cristiana. Dopo 13 anni di prigionia i governanti vietnamiti liberarono finalmente van Thuan nel 1988. Dopo un periodo di convalescenza in famiglia, Giovanni Paolo II lo ricevette a Roma, lo nominò cardinale, volle che raccontasse la sua storia ai giovani in occasione della giornata mondiale della gioventù a Parigi nel 1997. Obbediente, il cardinale raccontò con parole semplici la sua vicenda e fu subito un successo. Vennero ripresi i suoi interventi, tradotti i suoi testi, pubblicate varie biografie. Il cardinale accettava tutto con semplicità. Sapeva di essere una testimonianza di amore nel mondo attraversato dalla violenza. Morto a Roma nel 2002 è stato dichiarato venerabile da papa Francesco il 4 maggio di quest'anno.
Attraverso i loro rappresentanti nella gerarchia e nella santità le chiese d'America, d'Africa e d'Asia sono diventate una componente essenziale della cattolicità della Chiesa, ciascuna con un suo volto specifico. È la giovinezza della Chiesa che trasmette entusiasmo e fiducia anche all'antica cristianità d'Europa.

(Avvenire, 30 agosto 2017)


4. Il silenzio delle abbazie un grembo per la bellezza

Le esperienze monastiche hanno custodito lungo la storia la contemplazione di ciò che ci attende in cielo attraverso la vita, l'arte e il canto

All’origine dei tanti monumenti dello spirito che rendono unico e inimitabile il panorama dell’Italia e dell’Europa vi sono spesso i santi. La ragione di questa fecondità nel bello è semplice: alla ricerca di Dio i santi trovano l’origine e la fonte della bellezza. La forma di vita proposta da san Benedetto è una scuola del servizio divino. Si apprende a servire Dio vivendo alla sua presenza. Di qui la cura con la quale viene celebrata la liturgia seguendo il modello degli angeli che vivono alla presenza di Dio e cantano le sue lodi. La preghiera del coro, dunque, è una imitazione della liturgia celeste. Per questo non bisogna anteporvi nulla. Si deve anzi studiare e approfondire la Parola, trascrivere i testi in codici preziosi, adeguare la mente e il cuore alla parola della Scrittura.
Un grande Papa, Gregorio Magno, fu un ammiratore fervente di san Benedetto. Ne scrisse la vita e trasformò la propria casa di Roma in un monastero. Presto, tuttavia, dovette assumere incarichi sempre più rilevanti al servizio della Chiesa finché venne eletto Papa nel 590. Neppure da Pontefice, tuttavia, Gregorio abbandonò il suo ideale di vita al cui centro vi era l’azione, la contemplazione e la predicazione. Il modello di questo atteggiamento era, per Gregorio, Cristo stesso, che da Dio si fece uomo, e come uomo-Dio evangelizzò il mondo. Il Papa divenne dunque un grande predicatore e dove non poté arrivare di persona inviò dei monaci con il compito di diffondere l’annuncio del Vangelo. Lasciava così al Medioevo, che secondo alcuni studiosi con lui ebbe inizio, un modello di vita armonica. A poco a poco le abbazie, le case dei monaci, si diffondono per l’Europa, diventano luoghi di preghiera e di studio, centri di umanità resi accoglienti per chi vi abita ma anche per il visitatore che viene alla ricerca di Dio e di autentica umanità. In questo modo i monasteri divennero un potente fattore di cultura e civiltà. A Gregorio, secondo la tradizione, si deve anche lo sviluppo del canto che da lui prende il nome di gregoriano. Si tratta di un canto che riprendeva precedenti stilemi e li adattava alla vita liturgica della Chiesa. Come nel campo delle arti figurative, dunque, il cristianesimo non creava ex novo, ma si serviva dei modelli esistenti che poi sviluppava e abbelliva. Più di mille anni dopo la morte di san Gregorio Magno la rivoluzione francese introdusse una cesura radicale in questa visione del mondo. Volendo combattere la decadenza della vita cristiana e del monachesimo, tentò di sopprimere con la violenza l’antico modello di vita proposto da san Benedetto. Vennero distrutte abbazie e priorati, furono perseguitati coloro che ancora intendevano vivere secondo la regola del padre dei monaci. Nel 1791 anche l’antica abbazia di Solesmes, nella regione francese della Loira, chiuse i battenti, e così sembrava finita la storia del monachesimo in Occidente.
Dopo qualche decennio, tuttavia, un sacerdote di nome Prosper Guéranger col consenso del vescovo di Le Mans, acquistò il vecchio priorato di Solesmes e vi si trasferì con tre compagni. Ripristinando il monachesimo e rinnovando lo spirito della liturgia, don Guéranger mirava a rinnovare la vita della Chiesa in Francia e in Europa. Con questo intento egli si recò a Roma, dove emise i voti monastici presso l’abbazia di San Paolo fuori le Mura e dove il Papa lo incoraggiò a proseguire nell’opera iniziata. Un merito particolare dell’abate Guéranger è la riforma del canto gregoriano. Rinunciando ai virtuosismi, che finivano per mettere in ombra il contenuto delle antiche preghiere, padre Guéranger e i suoi monaci cercarono di recuperare l’antico modo di pregare i Salmi favorendo l’articolazione sillabica e il ritmo delle parole di modo da restituire il primato al senso della preghiera. Dalla Francia il rinnovamento liturgico si trasmise poi alla Germania e al resto d’Europa. Morto nel 1875, nel 2005 l’ abate Guéranger è stato proclamato servo di Dio.
Una voce originale all’interno del movimento di riforma monastica è quella dell’abate di origine irlandese dom Columba Marmion. Nato nel 1858 a Dublino, Joseph Marmion fin da bambino scelse la vocazione sacerdotale compiendo gli studi prima nella natìa Irlanda poi presso il collegio di Propaganda Fide a Roma. Ordinato sacerdote in Italia, sulla via del ritorno in patria visitò un amico sacerdote che era diventato monaco presso l’abbazia di Maredsous, da poco fondata, in Belgio. Pochi anni dopo, a sua volta colpito dal fascino dei monasteri, anche Marmion entrava come novizio nell’abbazia belga. Dopo lunga e seria preparazione emetteva i voti monastici nel 1891, quando poteva finalmente dedicarsi a una intensa attività. Aiutava il maestro dei novizi, dava lezioni nel Collegio annesso all’abbazia. Soprattutto, chiamato a predicare nelle parrocchie, si rivelò un oratore di successo. Dopo alcuni anni venne inviato con alcuni confratelli a fondare un nuovo monastero a Lovanio, sede di una prestigiosa università cattolica in Belgio. In breve divenne un punto di riferimento per la nuova abbazia e per alcune facoltà e centri di studio dell’università. Si dedicò poi a una fitta predicazione di ritiri, in Belgio e in Gran Bretagna, e nello stesso tempo a un gran numero di direzioni spirituali. Il celebre cardinale Mercier lo scelse come suo confessore e padre spirituale. L’originalità del pensiero di Marmion deriva dalla convinzione della centralità di Cristo nella vita cristiana. Conformandosi a Lui mediante i sacramenti si restaura nell’uomo l’immagine divina. I suoi libri, Cristo ideale del monaco e Cristo vita dell’anima, non solo ebbero grande successo editoriale ma proposero a molti cristiani un ideale di vita. Morto nel 1923, don Columba Marmion venne proclamato beato nel 2000 da san Giovanni Paolo II. Disse in quell’occasione il Papa: «Per tutta una generazione di cattolici, ma più particolarmente di sacerdoti, religiosi e religiose, dom Columba Marmion è stato un maestro di vita spirituale. Riportando i cattolici alle fonti bibliche (soprattutto a san Paolo) e liturgiche della loro fede, li ha resi coscienti realmente della loro vita di figli di Dio, animati dallo Spirito Santo».
In Italia il movimento liturgico-monastico ebbe un esponente di rilievo nella figura del cardinale Ildefonso Schuster. Alfredo – questo il suo nome di battesimo – nacque a Roma nel 1880. Entrato giovanissimo nell’abbazia benedettina di San Paolo fuori le Mura, assimilò lo spirito monastico sotto la guida del beato Placido Riccardi. Eletto abate di San Paolo in età relativamente giovanile, pubblicò un importante commento alla Regola di san Benedetto incentrato sul primato della ricerca di Dio nella vita monastica. Uomo di fiducia del papa Pio XI, svolse delicati incarichi come visitatore apostolico sia negli ambienti monastici che nella diocesi di Milano. Nel 1929, infine, Pio XI lo nominò arcivescovo di Milano. Nei lunghi anni del fascismo e della guerra Schuster rappresentò il modello del vescovo fedele al Papa e particolarmente vicino al suo clero. Al termine del secondo conflitto mondiale impegnò la sua diocesi in una estesa opera umanitaria e assistenziale. Estenuato dall’instancabile attività, si spense nel 1954 nel Seminario di Venegono da lui fatto costruire come un’abbazia in cima al colle, una cittadella di preghiera e di studio. Disse san Giovanni Paolo II proclamandolo beato: «Il cardinale Schuster offrì al clero milanese un luminoso esempio di come possano essere armonizzate la contemplazione e l’azione pastorale». Nell’ ultimo saluto ai suoi seminaristi il cardinale Schuster ricordava che la ricerca di Dio non allontana dagli uomini e dalle loro attese. Al contrario, rende il mondo più umano, più trasparente verso Dio che lo ha creato come un giardino di grande bellezza. Anche nel terzo millennio la ricerca di Dio può rendere il mondo più bello e armonico, più fraterno nella condivisione delle risorse e delle aspirazioni.

(Avvenire, 30 agosto 2017)


5. Donne dottori della Chiesa: Vangelo e amore per Gesù

Fu Paolo VI nel 1970 a concedere a due figure femminili - santa Teresa d’Avila e santa Caterina di Siena - il riconoscimento di una qualifica antica e preziosa. Sono poi seguite santa Teresa di Gesù

Il Vangelo di san Giovanni dice che le opere e i detti di Gesù sono inesauribili. Bisogna, dunque, confrontarsi con loro, studiarne la lettera, assimilarne lo spirito, trovare le giuste espressioni per comunicare la loro ricchezza a tutti gli uomini. È il lavoro svolto nei secoli da alcuni fedeli, che i papi o un concilio hanno proclamato dottori della Chiesa. Questa qualifica è tanto più preziosa in quanto è attribuita fin dall’antichità ad alcuni santi della Chiesa tanto orientale che occidentale ed è quindi un importante elemento di comunione con i fratelli ortodossi. Per l’Oriente possiamo ricordare i santi dottori Basilio Magno, Giovanni Crisostomo, Atanasio di Alessandria e Gregorio di Nazianzo, per l’occidente Ambrogio di Milano, Agostino di Ippona, Gregorio Magno, Tommaso d’Aquino. Solo in età relativamente recente, invece, si è giunti a una nuova, significativa tappa: il riconoscimento di alcune donne come dottori della Chiesa. Con il loro 'genio femminile', esse hanno sviluppato una grande sensibilità per il Vangelo, soprattutto un amore tenero per la persona di Gesù.
La prima donna a ricevere questo riconoscimento è stata santa Teresa di Gesù. Nata ad Avila in Spagna nel 1515, Teresa fu una delle protagoniste della riforma del Carmelo e più in generale della vita della Chiesa nel tempo segnato dalla riforma protestante. Scrisse Paolo VI nella lettera apostolica La multiforme sapienza divina del 27 settembre 1970: «Noi non dubitiamo doverla proclamare dottore della Chiesa, prima fra le donne, specialmente per la sua conoscenza e dottrina delle cose divine». Amante della lettura e dei libri, Teresa sognava una vita avventurosa. Finì, tuttavia, per scegliere la vita religiosa nell’ordine carmelitano. Inizialmente si trovò a suo agio in una comunità molto numerosa. Alla soglia dei 40 anni, invece, le accadde un fatto che impresse una svolta alla sua vita: l’esperienza mistica, puramente spirituale, della presenza di Gesù induce Teresa a divenire scrittrice, fondatrice di monasteri, guida di un movimento spirituale. È sostenuta in questa svolta dall’incontro con san Giovanni della Croce che diventa suo discepolo e nello stesso tempo maestro e confessore. In breve, i due danno origine ad una delle più avvincenti avventure dello spirito cristiano: la loro sintonia è perfetta, la loro poesia infuocata d’amore di Dio.
Teresa ha una buona conoscenza della Sacra Scrittura, ma per la sua opera di scrittrice attinge soprattutto alla sua esperienza di Gesù. Il Libro della vita è uno scritto tra ringraziamento e testimonianza. Nello stile delle Confessioni di sant’Agostino, l’autrice racconta l’opera di Dio nella sua vita. Per le sue prime consorelle scrive, invece, il Cammino della perfezione, un libro di iniziazione alla vita contemplativa. Seguì il Castello interiore, una reinterpretazione del suo itinerario spirituale e nello stesso tempo una sintesi di ciò che è la vita spirituale quando raggiunge il suo pieno sviluppo. Il magistero di Teresa si esercitò anche attraverso le lettere che manifestano una grande capacità immaginativa. Parla di castello interiore, di orto dell’anima, di acqua viva di fonti e canali, di rispetto della persona, di gioia di vivere, di amore per la natura. In breve, per la solidità del suo pensiero spirituale, per la sua sensibilità poetica e per le doti di scrittrice Teresa meritava pienamente di essere proclamata prima donna dottore della Chiesa.
Quasi a voler dimostrare che il riconoscimento attribuito a Teresa d’Avila non era un fatto isolato, a distanza di una settimana Paolo VI proclamò dottore della Chiesa anche santa Caterina di Siena. La giovane senese non poté studiare come i suoi confratelli Alberto Magno e Tommaso d’Aquino in prestigiose università o centri di studio dell’ordine. Fin da bambina, tuttavia, visse all’ombra del convento dei padri domenicani di Fontebranda, assimilò una grande sensibilità per il sentire con Dio e per Dio, aderì alle mantellate, il terzo ordine di san Domenico. Disse di lei Paolo VI: «Ciò che più colpisce nella Santa è la sapienza infusa, cioè la lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede, contenuti nei Libri Sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento: una assimilazione, favorita, sì, da doti naturali singolarissime, ma evidentemente prodigiosa, dovuta ad un carisma di sapienza dello Spirito Santo, un carisma mistico».
La grande intuizione della santa di Siena è la ricerca dell’adesione piena a Dio per mezzo dell’unione mistica con l’umanità di Cristo. Particolarmente avvincente il racconto del cambio del cuore tra la santa e Gesù: «Un giorno mentre pregava le parve che il Signore Gesù le avesse aperto il petto dalla parte di sinistra e le avesse portato via il cuore. Dopo un certo tempo, egli le riapparve con in mano un cuore umano rosso splendente, le aprì il petto, ve lo introdusse: 'Carissima figliola, come l’altro giorno presi il tuo cuore, ecco che ora ti do il mio, col quale sempre vivrai'». Molto amata dai suoi discepoli, Caterina venne da loro progressivamente accostata ai santi dottori della Chiesa. Anche per questo motivo, dopo 6 secoli dalla sua morte, è stata a sua volta inserita nell’elenco dei santi dottori. C on santa Teresa di Gesù Bambino e del volto santo, la terza donna proclamata dottore della Chiesa da san Giovanni Paolo II il 19 ottobre del 1997, ritorniamo al Carmelo. La giovane Teresa Martin vi entra nel 1888 ad appena 15 anni. Figlia di genitori a loro volta proclamati santi e compagna di sorelle che a loro volta scelsero la vita religiosa, Teresa deve in un primo momento liberarsi di una pietà troppo scontata, troppo naturale. Fin dai primi anni al Carmelo «l’aridità divenne il mio pane quotidiano», mentre nella fase finale della malattia che la porterà alla morte le è chiesto di «mangiare alla mensa dei peccatori, di vivere l’assenza di fede di coloro che sono lontani da Dio». Prove autentiche che non intaccano l’esperienza essenziale di Teresa che è quella dell’amore di Dio cui ella è chiamata a rispondere con la piccola via, la via dell’infanzia spirituale. «L’ascensore che deve innalzarmi fino al cielo sono le vostre braccia, Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più». In breve, Teresa ha scoperto, secondo von Balthasar, l’esperienza della chenosi di Gesù, della discesa per amore accettando la propria e altrui debolezza come luogo della grazia e quindi della resurrezione. Per questo Teresa non si aspetta niente da se stessa, ella spende la vita nel «gettare fiori», nel «niente» di ogni giornata vissuta per amore. Scrive ancora: «Quello che piace a Lui è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la speranza cieca che ho nella sua misericordia». Davvero l’insegnamento di Teresa resta di una sconcertante attualità, in piena sintonia con il magistero di papa Francesco.
La santa più di recente riconosciuta dottore della Chiesa è la più anziana in ordine di tempo. Santa Ildegarde di Bingen, nata nel 1089 e morta nel 1179, è stata dichiarata dottore della Chiesa dal connazionale Benedetto XVI, il 7 ottobre del 2012. L’insegnamento di santa Ildegarde si svolge su un duplice livello: quello della fede e quello della natura. Il magistero spirituale ebbe origine da una serie di visioni che la voce di Dio poi le spiegava. Da una parte esprimevano il desiderio e la consapevolezza dell’unione con Dio, dall’altra suggerivano il comportamento da tenere nel presente e nel futuro. Di qui la grande autorità che Ildegarde ebbe sui contemporanei. Alla dimensione spirituale la monaca benedettina univa un interesse non comune nel suo tempo per l’analisi dei fenomeni naturali, nel cosmo e nell’uomo. Il tutto aveva fondamento nella convinzione che Dio è luce in eterno movimento che crea, conserva e rinnova il cosmo e l’uomo. Il Cristo è la pienezza della rivelazione di Dio, ma anche un uomo bellissimo e sommamente degno di essere amato. Egli è il punto d’incontro tra l’uomo e Dio. La natura, che reca l’impronta di Dio, è nello stesso tempo pienamente affidata alla responsabilità dell’uomo. Disse papa Benedetto proclamandola santa e dottore della Chiesa il 7 ottobre del 2012: «L’attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa universale a Ildegarde di Bingen ha un grande significato per il mondo di oggi e una straordinaria importanza per le donne. In Ildegarde risultano espressi i più nobili valori della femminilità: perciò anche la presenza della donna nella Chiesa e nella società viene illuminata dalla sua figura, sia nell’ottica della ricerca scientifica sia in quella dell’azione pastorale». Resta solo da augurarsi che l’elenco delle donne dottori possa arricchirsi presto di nuove figure magari originarie di Paesi di più recente adesione al cristianesimo.

Nelle loro opere, il racconto delle esperienze mistiche
Per approfondire la figura di santa Teresa, risultano utili: Teresa di Gesù, «Opere», edizioni carmelitane, Roma 1970; Carmelo di Noto, «Teresa di Gesù. Testimone di azione e maestra di speranza», San Paolo, Cinisello 2014. Per santa Caterina, si vedano Caterina di Siena, «Dialogo», edizioni studio domenicano, Bologna 2017; Raimondo da Capua, «Vita di santa Caterina da Siena», Edizioni Paoline, Milano 2013; A. Vauchez, «Caterina da Siena, una mistica trasgressiva», Laterza, Bari 2016. Su santa Teresa, si possono consultare: Teresa di Gesù Bambino, «Storia di un’anima», edizioni Ocd, Roma 2007; Teresa di Gesù e del Volto Santo, «Opere complete», Lev, Roma 2010; Antonio Sicari, «Teresa di Lisieux dottore della Chiesa. Esperienza e dottrina», Jaca Book, Milano 1997. Su santa Ildegarde, infine, «Ildegarde di Bingen, Il libro delle opere latine», testo latino a fronte, Mondadori, Milano 2014; Giordano Frosini, «Ildegarde di Bingen. Una biografia teologica», EDB, Bologna 2017.

(Avvenire, 8 settembre 2017)


6. L'amore che cambia la vita: un «segreto» al femminile

Il primato femminile dell’amore presente anche in alcune figure di sante del nostro tempo: Edith Stein, Itala Mela, Chiara Luce Badano

In uno dei capitoli conclusivi del secondo libro dei Dialoghi nel quale racconta la vita di san Benedetto, san Gregorio Magno narra dell’ultimo incontro del santo di Norcia con la sorella Scolastica, che a sua volta aveva scelto la vita religiosa e viveva nei pressi di Montecassino. Secondo una prassi stabilita, la sorella veniva a trovare Benedetto una volta l’anno, poi ciascuno ritornava al proprio monastero. L’ultima volta, tuttavia, sentendo che si approssimava la fine, la santa chiese al fratello di trascorrere insieme anche la notte discorrendo delle gioie della vita celeste. Il santo tuttavia, temendo di trasgredire la regola, rifiutò categoricamente. Allora Scolastica invocò il Signore e subito si scatenò un temporale, di modo che Benedetto non poté mettere il piede fuori della porta e fu costretto a esaudire il desiderio della sorella. Commenta san Gregorio: «Poté di più colei che amò di più». Al riguardo il teologo von Balthasar parlava del primato femminile dell’amore presente anche in alcune figure di sante del nostro tempo.
La prima di queste testimoni contemporanee dell’amore è santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein (1891-1942). La sua vita fu caratterizzata da un duplice esodo. Il primo si verificò nella seconda decade del 1900. Prima dottoranda e poi assistente di Edmund Husserl, rinunciò alla fede del suo popolo, Israele, rifugiandosi in uno scientismo agnostico. È un primo passo cui ne segue un secondo: l’adesione al cristianesimo, ancora più incomprensibile per la sua famiglia. Edith tuttavia, pur con il cuore infranto, segue la sua vocazione, che negli anni diviene ancora più esigente. Nel 1933 l’ascesa al potere di Hitler intensifica la discriminazione razziale nei confronti degli ebrei, di modo che Edith deve lasciare l’insegnamento ma può realizzare il suo desiderio di entrare nel Carmelo. Nello stesso tempo ha chiara la percezione di dover compiere un nuovo passo: «Avevo già sentito dire delle severe misure prese contro gli ebrei... In quel momento ebbi l’intuizione che Dio appesantiva di nuovo la mano sul suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio». L’esodo si trasforma così in un ritorno che porta Edith a condividere le sofferenze di Israele. Il 2 agosto 1942, arrestata dalla Gestapo, dice alla sorella Rosa che l’aveva seguita nella scelta di aderire al cristianesimo e di entrare al Carmelo: «Su, andiamo per il nostro popolo». Qualche giorno dopo alla stazione di Schiffarstadt una giovane signora si sentì chiamare dal finestrino di un treno da una suora. Era suor Teresa Benedetta che le disse: «Saluti le suore di santa Maddalena: sono in viaggio per l’Oriente». Il messaggio per le consorelle era chiaro: lei e la sorella erano in viaggio per l’oriente di Auschwitz, in Polonia, soprattutto andavano incontro a Gesù, il sole d’oriente, venuto a portare a pienezza l’antica alleanza e salvare così tutti gli uomini. Nella sua partecipazione alle sofferenze dei figli di Israele santa Teresa Benedetta aveva così modo di manifestare la sua ininterrotta appartenenza al popolo dell’alleanza. Con il suo amore per la Chiesa e per Israele ella è un dono di Dio ai cattolici perché riconoscano la fedeltà di Dio verso il popolo dell’alleanza e non coltivino più sentimenti di rancore ma di gratitudine e affetto.
Sulla strada del dolore che, come nel caso di Edith Stein, porta a riscoprire l’amore troviamo nel nostro Paese Itala Mela, di recente (il 20 giugno) proclamata beata. Nasce alla Spezia il 28 agosto del 1904. I genitori, entrambi insegnanti, sono persone di profonda onestà ma lontani dalla fede. Itala, tuttavia, riceve i sacramenti dell’iniziazione cristiana, in seguito però allontanandosi progressivamente dalla fede. La morte dell’amato fratello Enrico la conferma in questo diniego. Scrive sdegnosa: «Dopo la morte il nulla». Come per Edith Stein, tuttavia, la negazione di Dio è solo una tappa sulla strada che doveva portarla definitivamente alla fede. Lasciata La Spezia per iscriversi alla facoltà di Lettere dell’Università di Genova, entra in una crisi dolorosa. Prega: «Se ci sei, fatti conoscere». Siamo nel 1922, la lotta dura ancora per qualche mese. Nel 1923 le difese di Itala crollano definitivamente, e confessa: «Signore, ti seguirò anche nelle tenebre a costo di morire». Determinanti per la sua formazione spirituale furono alcuni incontri avvenuti in seno alla Fuci, la federazione degli universitari cattolici guidata da monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI. Dopo la laurea in Lettere, inizia a insegnare a Milano dove conosce il beato cardinale Schuster. Sono anni di intensa vita spirituale durante i quali Itala matura la vocazione di farsi monaca benedettina. Una grave malattia, tuttavia, le impedisce sia di proseguire nell’insegnamento sia di seguire la vocazione religiosa. La sua vita sembra, dunque, un ininterrotto fallimento reso più drammatico dalle difficoltà economiche causate dalla guerra. Ritorna infine a casa dove non le resta che l’abbandono totale in Dio. Scrive: «Viene l’ora in cui l’anima è invitata ad accettare di andare a lui in una povertà estrema per ricevere tutto dalla sua munificenza». Sarà questa ormai la via di Itala, sempre più malata, sempre più privata di ogni aspirazione terrena. «Assolutamente povera, io aspetto d’essere da lui, da lui solo, introdotta nel suo regno. Sento che devo farmi bambina in attesa, lasciarmi guidare da lui, preparare da lui. Quando? No, non voglio saperlo, Padre». Le tappe della spoliazione di Itala tuttavia sono come le stazioni della Via Crucis di Gesù. Esse non terminano con la deposizione e la discesa agli inferi, sono invece la via verso la risurrezione. Così le grandi sofferenze fisiche e spirituali di Itala le aprono la strada al dono dell’inabitazione trinitaria, della presenza di Dio Trinità nella sua anima. Scrive: «Fare dell’inabitazione trinitaria il centro della vita! Lasciare che Dio c’invada e che col suo volere, col suo amore sommerga il nostro io e lo sostituisca: quando vivremo completamente questo programma, ci sarà nella nostra vita un incendio immenso e noi ci consumeremo nella sete della sua gloria. Non ci sarà più in noi che un amore divorante per tutte le anime... La premessa dell’inabitazione è l’amore: l’inabitazione è il pegno e il possesso dell’amore essenziale: la conseguenza dell’inabitazione è l’amore». La carità trinitaria è la grande intuizione e il lascito di Itala Mela alla Chiesa.
Dinamica, sportiva, bella, Chiara Luce Badano è una ragazza del nostro tempo. Nata a Sassello nel 1971, sembra avere davanti a sé una vita colma dei riconoscimenti che il mondo dona ai più fortunati. Non è questa, però, la scelta di Chiara che sembra cominciare a vivere nel momento in cui incontra il movimento dei Focolari. La bambina ha appena 9 anni ma comprende già lo spirito dell’unità, l’esigenza di amare prima ancora di essere amati. Nel 1985 la famiglia si trasferisce a Savona per consentire a Chiara di frequentare il liceo classico. Nonostante l’impegno, ella incontra qualche difficoltà nello studio, però è sempre lieta e generosa. Per questo motivo Chiara Lubich le attribuisce un secondo nome, Luce, che è spiegazione di quello sguardo radioso che comunica gioia e incanto. Neppure il dramma che si presenta nel modo più inatteso e beffardo riesce a estinguere quella luce. Giocando a tennis, Chiara avverte un forte dolore alla spalla. Sembra uno strappo, per cui nessuno vi dà peso. Il dolore, tuttavia, persiste e gli esami cui bisogna finalmente far ricorso danno un responso impietoso: sarcoma osteogenico con metastasi, una delle forme tumorali più gravi e dolorose. Dopo l’iniziale sgomento, Chiara si prepara coraggiosa alla via crucis che l’attende. Scrive a Chiara Lubich: «Questo male Gesù me lo ha mandato al momento giusto, me lo ha mandato perché io lo ritrovassi». Ed effettivamente ella intensifica il rapporto con Dio, si sente avvolta in uno splendido disegno che prende forma man mano che passano i mesi. Non mancano le prove causate dalle sofferenze sempre più intense, ma Chiara ha viva la percezione che lo sposo sta per arrivare. Con Maria Teresa, la mamma, prepara la 'festa di nozze', il suo funerale. La mamma, ovviamente, non riesce a trattenere le lacrime ma Chiara le lascia come testamento ed eredità le sue ultime parole: «Ciao, sii felice perché io lo sono». Dopo il funerale un amico commenta: «Per la prima volta sono riuscito a essere sicuro dell’amore di Dio». Ed è questa la testimonianza della beata Chiara Luce Badano, come di tante altre sante: l’amore può di più. È la realtà che viene da Dio, che più a Lui ci avvicina, che, come ci insegna papa Francesco, ci rende testimoni credibili di fronte agli uomini, nostri fratelli.

(Avvenire, 13 settembre 2017)

 

7. I tanti martiri dell'umanità nella Germania nazista

Da Bonhoeffer ai fratelli Sophie e Hans Scholl della Rosa Bianca, in numerosi si sono spesi a favore degli ebrei e degli altri perseguitati, pagando con la vita

Il 22 agosto un quotidiano pubblicava la notizia secondo la quale in Islanda i bambini con la sindrome di down stanno scomparendo per il semplice motivo che non vengono fatti nascere. In realtà la notizia non è nuova. L’aveva anticipata qualche anno fa Jean Vanier, lo straordinario fondatore delle comunità dell’Arche, tanto benemerite nell’accogliere le persone down e nell’affiancare le loro famiglie con interventi mirati. Dichiarava dunque Vanier: presto in Francia non ci sarà bisogno delle comunità da me fondate perché i bambini down non vengono più fatti nascere. La giustificazione a supporto della scelta suggerita ai genitori, in particolare alle mamme, dai media e dai manipolatori dell’opinione pubblica è che esse devono essere libere di poter decidere autonomamente senza tenere in nessun conto il diritto alla vita del bambino. È possibile, tuttavia, che non ci si renda conto della carica eversiva presente in questa argomentazione? Dell’attentato al quinto comandamento, quel 'non uccidere' che, secondo molti studiosi, segnò l’inizio della civiltà?
Non è la prima volta che l’umanità si trova di fronte a questa minaccia. L’avevano anticipata nel secolo scorso i nazisti ai quali rispondeva dall’altare il vescovo di Münster in Westfalia, il beato cardinale Clemens Augustvon Galen: «Hai tu, o io, il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti… Nessuno è più sicuro della propria vita ». Né si può distogliere lo sguardo dall’ignominia. Dichiarava in una poesia divenuta famosa il pastore protestante Martin Niemöller: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali… Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare». Questa affermazione richiama alla memoria la frase altrettanto celebre di un altro pastore protestante, Dietrich Bonhoeffer: «Non può cantare il gregoriano chi non leva la voce per gli ebrei».
Di nobile famiglia, Bonhoeffer, nato nel 1905, ereditò dalla mamma la generosità spontanea, mentre dal padre apprese la capacità di prevedere la conseguenza delle proprie scelte e l’avversione ai luoghi comuni. Divenuto pastore nel 1930, Dietrich esercitò per alcuni anni il ministero pastorale. Aderì poi alla Chiesa confessante che rifiutava qualsiasi compromesso con il regime nazista. Fu quindi nominato rettore di un piccolo seminario illegale per la formazione dei giovani pastori. Ai seminaristi egli insegnò la fedeltà alla terra, alla realtà nella quale ogni cristiano è chiamato ad agire, da creatura responsabile. Alla chiusura del seminario, si trasferì in America, ma presto sentì l’esigenza di ritornare in patria per condividere le sofferenze di quanti si opponevano alle angherie della dittatura. Arrestato nel 1943, venne impiccato in carcere l’8 aprile del 1945. In campo cattolico merita di essere ricordato il beato Bernhard Lichtenberg. Nato ad Ohlau in Slesia nel 1875, Lichtenberg divenne sacerdote nel 1899 e svolse una intensa attività pastorale nella diocesi di Breslavia. Dopo l’istituzione della diocesi di Berlino nel 1931, diventò parroco della Chiesa di Charlottenburg nella capitale tedesca e nel 1938 prevosto della cattedrale di sant’Edvige.
Il giorno successivo alla notte dei cristalli, il 9 novembre del 1938, dichiarò pubblicamente: «Che è stato ieri lo sappiamo. Che sarà domani non lo sappiamo. Ma quello che è successo oggi l’abbiamo vissuto. Là fuori il tempio è in fiamme. Anche esso è una casa di Dio». In seguito Lichtenberg pregò in pubblico ogni giorno per gli ebrei e i 'cristiani non ariani' e per tutti gli altri perseguitati e i bisognosi. Protestò poi vigorosamente contro il programma di eutanasia del regime. Firmò così la sua condanna. Arrestato nel 1941, nonostante le precarie condizioni di salute, morì due anni dopo mentre veniva trasferito nel campo di concentramento di Dachau. Beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1996, è stato riconosciuto come giusto tra le nazioni nel 2004. Da Berlino a Monaco, dalla capitale del Reich al capoluogo bavarese dove Hitler aveva dato inizio alla sua folle avventura.
Qui incontriamo un altro famoso oppositore del regime, il gesuita Alfred Delp. Proveniente da una famiglia mista nella quale il papà era evangelico e la mamma cattolica, dopo un periodo di incertezza optò per la confessione cattolica e decise di entrare presso i gesuiti. Ordinato sacerdote nel 1938, fu per qualche anno redattore della rivista Stimmen der Zeit, le voci del tempo. Divenne poi rettore della Chiesa di san Giorgio a Bogenhausen e contemporaneamente aiutava gli Ebrei a fuggire in Svizzera. Su suggerimento del padre provinciale Augustin Rösch entrò infine in contatto con il circolo di Kreisau che raccoglieva un gruppo di militari, civili ed ecclesiastici contrari al nazismo. Prevedendo la fine del regime, i membri del circolo si incontravano con lo scopo di preparare un nuovo ordine sociale. Delp aveva il compito di spiegare la dottrina sociale cattolica e di favorire i contatti con le autorità ecclesiastiche. Dopo il fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, padre Delp venne arrestato. Trasferito nel carcere di Berlino Tegel, dopo qualche tempo ricevette la visita di un confratello davanti al quale pronunciò i voti solenni che lo legavano definitivamente all’ordine dei gesuiti. Scrisse nell’occasione: «Ho pregato tanto per questo. Ho dato via la mia vita. Le mie catene non hanno più senso perché Dio mi ha reso degno dei vincula amoris, delle catene dell’amore». Venne giustiziato il 2 febbraio del 1945.
Sempre a Monaco fu attiva negli anni della guerra la Rosa bianca, un gruppo di giovani di ispirazione cristiana contrari al nazismo. Qui ricordiamo in particolare la donna del gruppo, la giovane Sophie Scholl. Nacque nel 1921 a Früchtenberg, una cittadina del Baden-Würtemberg. Come il fratello Hans, cui era particolarmente legata, da bambina aderì alle organizzazioni giovanili naziste, ma poi se ne distanziò con crescente convinzione. Gli studi classici e la sua ricerca di senso la allontanarono dagli ideali del regime. Si avvicinò allora al movimento Quickborn (sorgente viva) guidato da Romano Guardini. Amante della natura, spesso Sophie camminava nei campi ammirando la linea degli abeti e respirando il profumo del muschio. Ha lasciato scritto nel suo diario: «Nel mio godere della bellezza si è inserito un elemento sconosciuto, un presagio del Creatore, che ogni creatura innocente loda la sua bellezza. Per questo soltanto l’uomo è capace di essere veramente crudele, perché è libero di dissociarsi da questo canto di lode. E adesso si potrebbe spesso pensare che lo faccia, coprendo questo canto col rumore di cannoni, di maledizioni e di bestemmie. Ma il canto di lode ha il sopravvento… ed io voglio fare tutto quello che è possibile per associarmi alla sua vittoria».
Nel 1941 Sophie aderì alla Rosa Bianca e l’anno successivo si iscrisse all’università di Monaco, già frequentata dal fratello Hans. Con il fratello e gli amici ebbe l’idea di stampare alcuni volantini clandestini che vennero inizialmente inviati ad amici e conoscenti, successivamente distribuiti in università. Gli scritti esprimevano una sofferta e convinta testimonianza cristiana, l’obbedienza alla legge della coscienza. Il 18 febbraio del 1943 Sophie insieme al fratello Hans e a Christoph Probst stava distribuendo i volantini in università, ma venne vista da un bidello che avvisò la Gestapo. Arrestata insieme al fratello e all’amico venne con loro immediatamente incarcerata e, dopo un processo farsa, condannata a morte e giustiziata. Disse Guardini ricordando i giovani della Rosa bianca: «La loro vita risuona come il canto di una umanità nobile…
La loro vita è una profezia. I fratelli Scholl videro che la storia andava in direzione dell’oppressione e testimoniarono il bisogno di libertà dell’uomo». Ritornando per un attimo alla mancata nascita delle persone down vale la pena ricordare la frase di Sophie secondo la quale ogni creatura loda il Creatore. Nessuno, dunque, può porre termine a questo canto di lode che, secondo l’espressione di Gesù, è anche quello più gradito a Dio perché ai semplici il Padre ha rivelato i misteri del regno.

BIBLIOGRAFIA

Di Dietrich Bobhoeffer hanno scritto in Italia Italo Mancini, Ugo Perone e Alberto Gallas. L’opera più recente è Fulvio Ferrario, «Dietrich Bonhoeffer», Carocci, Roma 2014. Le opere di Bobhoeffer sono state pubblicate in Italia dall’editrice Queriniana di Brescia in 10 volumi, 1991-2007. Sul beato Bernhard Lichtenberg cfr. B. e L. Stuhlmeyer, «Ich werde meinem Gewissen folgen», Topos plus Verlaggemeinschaft, Kevelaer 2013; B. Gaydosh, «Bernahrd Lichtenberg. Roman catholic priest and martyr of the Nazi regime», Lanham 2017. Su Alfred Delp ha lavorato il confratello gesuita Roman Bleistein: «Alfred Delp. Storia di un testimone», edizioni san Paolo, Cinisello 1994. Sulla Rosa bianca e Sophie Scholl cfr. Paolo Ghezzi, «Sophie Scholl e la rosa bianca», Morcelliana, Brescia 2003; cfr. anche Inge Scholl (sorella di Hans e Sophie), «La Rosa bianca», Itaca, Castel Bolognese 2006. Alla Rosa Bianca e alla figura di Sophie Scholl è infine dedicato il film di Marc Rothemund, «La Rosa bianca - Sophie Scholl. Gli ultimi giorni». Girato nel 2005 vinse l’orso d’argento a Berlino e venne candidato all’oscar come miglior film straniero. (E.G.)

(Avvenire, 19 settembre 2017)