Prete bello

da romanzare

Gianfranco Ravasi

Il Novecento ha visto aumentare la presenza di parroci e religiosi quali protagonisti (ma anche autori) di libri di narrativa.

Lunedì scorso, 26 giugno, ricorrevano i cinquant’anni della morte di don Lorenzo Milani, e noi abbiamo rievocato questa data nel «Breviario» della scorsa domenica e in un’altra occasione qualche mese fa, mentre queste stesse pagine hanno ampiamente documentato in aprile la pubblicazione dei due tomi del «Meridiano» a lui dedicato. Sulla scia di questa straordinaria figura ecclesiale – incompresa e persino osteggiata durante la sua vita secondo il quasi obbligatorio destino dei profeti, celebrata poi con grande ammirazione (molto suggestivi i recenti ritratti a lui dedicati da Affinati e Lancisi), ma anche sottoposta a critica in questi ultimi tempi – vorremmo ora abbozzare solo qualche tratto di un soggetto sterminato, quello del nesso tra letteratura e sacerdozio.
Tempo fa, proprio su queste pagine, abbiamo delineato il rapporto piuttosto dialettico di Pirandello coi preti. Si deve dire – e questa è forse per molti una sorpresa – che i sacerdoti presenti nelle pagine letterarie, nel bene e nel male, sono una folla immensa, tant’è vero che molteplici sono i saggi dedicati al tema: ne cito solo uno a titolo esemplificativo, La figura del prete nella narrativa italiana del Novecento di Vincenzo Arnone (San Paolo, 1999).
La platea, che è appunto così vasta, mi costringe solo a qualche cenno puntando su autori ormai codificati, procedendo per note minime, escludendo scrittori viventi (basti solo citare Ferruccio Parazzoli e le molteplici figure sacerdotali che costellano i suoi scritti, o l’ultimo sconcertante don Leo del romanzo Bruciare tutto di Walter Siti, per altro connesso in modo indegno a don Milani) e molti altri che pure hanno consacrato la loro fortuna popolare proprio alle loro figure sacerdotali: chi non conosce il don Camillo di Guareschi? Ci sono, poi, autori che solo marginalmente hanno incrociato preti in modo originale e persino folgorante. Nel 1998, ad esempio, Nuto Revelli mi aveva inviato con dedica il suo Prete giusto, ritratto di don Raimondo Viale, un sacerdote semplice, sbrigativo ma autentico che, senza esitazioni, così definiva i veri sacerdoti: «altoparlanti di Cristo, mica solo con le parole, anche coi fatti». Pensiamo, ancora a mo’ di esempio, a don Ardito Piccardi, capace di amare gli uomini in Dio ma incapace di amare Dio negli uomini, creato da Carlo Coccioli nel romanzo Il cielo e la terra (1950).
Sempre lasciandoli ai margini, dobbiamo però evocare anche don Gastone Caoduro, fortunato protagonista del Prete bello (1954) di Goffredo Parise, o i molti sacerdoti che occhieggiano nei romanzi di Fulvio Tomizza, a partire dai don Kuzma, don Michele Rubari, don Stipe, don Ferdinando, don Angelo Berton e don Nino de La miglior vita (1977), o ancora il don Giacomo, posto al centro di una vicenda drammatica da Mario Pomilio nel suo L’uccello nella cupola (1954), oppure il popolare protagonista delle Chiavi del regno (1942) di Archibald Cronin. Come non ricordare, poi, i molteplici preti che costellano i romanzi di Luigi Santucci, che egli considerava «una leccornia» per costruire testi letterari attuando così tramite loro il suo desiderio di «parlare di Dio senza farlo apposta»? Un vero evento è stata la ripresa nei mesi scorsi del romanzo Silenzio dello scrittore giapponese Shusaku Endo (Corbaccio) dedicato ai missionari martiri in Giappone, sulla scia del recente omonimo film di Scorsese.
Abbandoniamo, comunque, la tentazione di allungare questa lista e scegliamo solo alcuni crocevia significativi del Novecento. È facile ricorrere subito a un autore di intensa potenza narrativa e ideale, il francese Georges Bernanos, i cui sacerdoti sono posti sul crinale tagliente dal quale si diramano i due versanti antitetici del peccato e della grazia, della tenebra e della luce, del male e della verità, del diabolico e del divino. Non per nulla una delle sue opere s’intitola Sotto il sole di Satana (1926) ove l’abbé Donissan lotta con l’Avversario per sottrargli quel mondo di cui è “principe”, per riconsegnarlo a Dio così «come lo abbiamo ricevuto, nel suo ordine e nella sua santità, al primo mattino dei giorni». Impressionante è il contrasto, nell’Impostura (1927), tra il luminoso don Chevance e l’oscuro don Cénabre, prete ormai ateo: «La tentazione ci allena, il dubbio è un tormento. Lui, però, non era tormentato dalla tentazione. Tra le prove e il suo grido: Non credo più! c’era la differenza che distingue l’assenza dal nulla. Il suo posto non è vuoto, non vi è nulla».
Consapevole che questo “nulla” s’allarghi nella società è il parroco di Fenouille presente nel romanzo Il signor Ouine (1946), certo di essere come «un cuore che batte fuori dal corpo» perché ormai la sua parrocchia è “morta” spiritualmente. Ma in lui c’è la fiducia che la grazia divina, nonostante l'occlusione di tante arterie dell’organismo sociale, continuerà a trovare vene per scorrere «come linfa in un albero». Ma la fama di Bernanos è legata a quel capolavoro che è il Diario di un curato di campagna (1942), imitato ma solo nel titolo dal più modesto Diario di un parroco di campagna (1942) del nostro Nicola Lisi e divenuto uno straordinario film di Robert Bresson (1950). Un curato così povero, incompreso e “fallito” da non avere neppure un nome, ma solo la notazione del villaggio di cui è pastore, Ambricourt, una figura generosa e pura immersa in un piccolo mondo opaco, vizioso, persino crudele. Egli è consapevole che l’inferno non è fatto di fuoco ma di ghiaccio perché è il “non amare più”.
Torturato dal cancro, morirà in uno squallido appartamento di periferia, ospite di un suo excompagno di seminario e ora ex-prete, ripetendo però in un soffio le parole della santa “piccola”, Teresa di Lisieux: «Tutto è grazia». Bernanos dimostra, così, che «per incontrare la speranza, bisogna andare oltre la disperazione. Quando si va sino alla fine della notte, si incontra una nuova aurora». Per associazione tematica, ma con minore carica ideale pur nell’impatto forte sul lettore, possiamo citare il prete messicano braccato dai rivoluzionari anticristiani del Potere e la gloria (1940) di Graham Green. Peccatore, quasi alcolizzato, padre di una bambina, egli è però per i fedeli clandestini sempre un sacerdote, è il tramite col divino, e sarà proprio compiendo un atto da ministro di Dio che egli affronterà la morte, richiamato alla sua missione da una grazia trascendente più potente di ogni paura e miseria personale.
Ultimamente ha avuto un revival uno scrittore inglese di grande spessore anche intellettuale, Gilbert K. Chesterton. La sua popolarità è legata alla figura del prete investigatore e parroco zelante padre Brown, personaggio centrale di vari romanzi, a partire dall’Innocenza di padre Brown (1911), e soggetto di una famosa ripresa televisiva nella serie I racconti di padre Brown (1970-71), con la regia di Vittorio Cottafavi, ove Renato Rascel impersonava in modo solo brillante una figura dotata invece di uno spessore ben più profondo nelle pagine chestertoniane. Alla base, infatti, della genialità intuitiva di questo prete c’è la dote rara della semplicità, della saggezza e dell’umiltà, capace di scavare anche nei bassifondi della coscienza umana.
A lui potremmo connettere – dovendo concludere per ragioni di spazio un itinerario che avrebbe ancora molteplici tappe possibili – la fila più lieve e divertita dei preti dello scozzese Bruce Marshall, a partire dal Miracolo di padre Malachia (1931), il monaco ansioso di convertire gli increduli, che alla fine è costretto a ribaltare un prodigio, suo orgoglio pastorale, per giungere poi al candido protagonista de Il mondo, la carne e padre Smith (1944) e al generoso e instancabile abate Gaston di A ogni uomo un soldo (1950) e a tanti altri preti, vescovi, cardinali e persino papi che affiorano dalle pagine di questo autore morto nel 1987. Per concludere, vorremmo ritornare a don Milani che nelle sue Esperienze pastorali (1958) dichiarava: «Dove è scritto che il prete debba farsi voler bene? A Gesù o non è riuscito o non è importato».

“Il Sole 24 Ore” - 2 luglio 2017