“Com’è profondo

il mare”

Il bisogno di spiritualità nel nostro tempo

Giancarlo Bruni

Iniziamo questo incontro in amicizia e in tranquillità per dirci alcune cose. Io sottolineo subito una cosa: se mi accorgo che qualcuno o qualcuna si appisola abbasso il tono della voce perché non voglio assolutamente sprecare la sua tranquillità; è così raro dormire che quando si vede uno a farlo vien da dire “finalmente qualcuno dorme”.

La crisi dei miti fondatori dell’Occidente

Partirei così: bisogna stare attenti al linguaggio abusato, perché la realtà è che oggi parliamo di crisi. Anche qui un briciolo di umorismo non fa mai male ed io penso sempre a quel grande scrittore italiano così pieno di aforismi, che era Ennio Flaiano. Tutte le volte che noi diciamo “siamo ad una svolta epocale” “siamo in crisi”, lui raccomandava “aggiungete: come sempre”. Per far capire che in fondo ogni generazione ha il suo tempo di crisi; la crisi è un dato reale, allora bisogna anche, a questo punto, per quanto ci è dato, dare nome alle cose. Crisi, questa parola che vuol dire semplicemente distinguere, giudicare e quindi scegliere in base a più o meno avvertite e puntuali motivazioni, discernere il segno del tempo, segno del tempo che è la crisi.
Ma crisi di chi? Di che cosa? Quale crisi? Questa è la prima domanda. Io credo che, detto in sintesi, - e io qui riassumo dei discorsi culturali che si stanno facendo - credo che siano in crisi i miti fondatori dell’Occidente e i miti fondatori dell’Occidente li possiamo dire in 4 nomi: la Potenza, l’Identità, la Proprietà e il Sacrificio. È quindi una crisi di civiltà. La nostra civiltà è fondata su questi pilastri.
Il Potere: dirige la vita chi ha il potere. L’altro grande pilastro è l’Identità. L’identità è pericolosissima perché l’identità rischia di essere un fatto esclusivo ed escludente. Quindi è la mia identità, ad esempio, occidentale, è la mia identità, ad esempio, religiosa, è la mia identità culturale, è la mia identità economica che può diventare esclusione di chi non riconosco nella mia identità, nei principi, nei codici che mi identificano.
Noi viviamo in questa crisi del potere da un lato e di crisi del principio del potere e del principio di identità dall’altro. Il nostro principio di identità è messo in crisi dal fatto che ormai la globalizzazione è la globalizzazione di religioni, di culture, di colori, di pelli diverse; allora la tentazione è di ritenere esclusiva la mia identità e di escludere. Legata a questa è la crisi della proprietà; questo territorio è mio, questa ricchezza è mia, tanto è vero che abbiamo insistito su questo ‘mio’ e abbiamo, per questo mito della proprietà, che ormai le nostre città, le nostre vite, se stiamo attenti, sono tutte recintate, noi viviamo nella società di attenti al cane. Qui mi rivedo ragazzo, bambino proprio, in un mondo che era quello che era, allora il mare dove abitavo, quindi la Versilia, quelle zone era “le macchie”, come si diceva, erano libere.
Oggi c’è spiaggia pubblica quei 4 metri quadrati, dove è indecoroso andare e tutto è un'altra cosa. Quindi anche il concetto di proprietà, con questa esasperazione del mio o del nostro circoscritto, sta entrando in crisi forse.
Poi l’idea del sacrificio. In fondo il potere, l’identità esclusiva ed escludente, la proprietà, il proprio, l’io non il noi, il mio non il nostro, hanno generato sacrificio, il sacrifico degli esclusi, ma anche il sacrificio di quelli che escludono, al punto che è difficile alla mattina uscire di casa e chiedere a uno come sta, è pericoloso. Quindi c’è questo sacrificare gli altri e questo creare sacrificio. Questo concetto di sacrificio che poi, in nome della potenza, in nome dell’identità, in nome della proprietà, ha portato alla ritualità sacrificale. Dunque pensiamo i nostri monumenti ai caduti. Cosa sono i monumenti ai caduti? Sono riti che cercano di elaborare il complesso di colpa per avere mandato al macello e continuare a mandare al macello tanta gente, soprattutto i giovani. In nome di che cosa? Della potenza, della identità, della patria e della proprietà.

Desideri ed economia a servizio dei desideri

E capite questa crisi di civiltà. Poi c’è un’altra crisi a cui è stato accennato, mi permetto di accennarvi brevemente. È la crisi di questa che culturalmente chiamavano la post-modernità. In fondo io faccio parte di una generazione e ripenso al mio ’68, questa data un po’ mitica. In fondo alla fine che cosa ha visto? Ha visto semplicemente la soggettività di desiderio, la soggettività di desiderio, di affermazione dei propri impulsi vitali.
L’individuo, con i suoi desideri, è il nuovo soggetto storico. L’individuo con i suoi desideri oggi è il vero soggetto storico, a scapito della comunitas e di ogni orizzonte di senso della storia umana. Oggi quello che conta è l’individuo con i suoi desideri. Ecco perché io qui faccio un discorso culturale non banale. Ecco perché il vero vincitore del ’68 è Silvio Berlusconi, perché è l’affermazione dell’individuo con il suo desiderio e non c’è legge nei confronti di questo. Mi raccomando, non voglio entrare in politica, il mio discorso è riferito all’individuo al cui servizio è l’economia. L’economia è al servizio dei desideri degli individui; si richiamano a vicenda. Questa prospettiva ha vinto al punto tale da superare i suoi iniziali caratteri trasgressivi contro le autorità, che ne minavano il successo; ormai questa vittoria è totale; è stata la vittoria sui genitori, è stata la vittoria sulla scuola, è stata la vittoria sui partiti, è stata la vittoria sullo stato, è stata la vittoria sulla chiesa.
Oggi è così che può essere considerata questa liberazione, la grande rivoluzione del ’68, e ciò che ha portato negli anni successivi: è stata la liberazione del desiderio. Del desiderio come fatto culturale, per cui “è vietato vietare”. Questo desiderio è il padrone reale del tempo in cui viviamo, è dotato di potere effettivo ed è un diritto. Il mio desiderio è sovrano nel suo potere di determinazione dei prodotti di acquisto di beni materiali, della salute, della cultura, della stessa religione, che è soggetta al desideri, che è sovrano. “Desidero dunque sono” e il mio desiderio è sovrano, stabilisce che cosa e non che cosa, e non può essere sottomesso a legge alcuna, perché non è sindacabile giuridicamente. Il mio desiderio è legge ed è legge insindacabile.
Vi dò un esempio banale ma che aiuta a capire. Pensate al fenomeno dell’omosessualità; da fatto nascosto a un certo punto diventa un fatto che dice “ho il diritto di cittadinanza”, diventa un fatto pubblico e poi da fatto pubblico diventa un fatto di diritto, “devo essere riconosciuto giuridicamente”. Quindi la mia situazione, il mio desiderio è insindacabile, la mia situazione, il mio desiderio deve essere riconosciuto, come hanno riconoscimento giuridico altre situazioni; non è sindacabile moralmente, non è sindacabile giuridicamente. Il desiderio è sovrano.
Ora vediamo quindi una situazione in cui entra in crisi qualcosa, ed entra in crisi questa percezione. Ma l’economia e l’individuo possibile che siano le due uniche categorie in campo?
Oggi si parla di individualismo e si parla di economia, non si parla d’altro. Io mi diverto anche in treno viaggiando, sto molto attento, non si parla d’altro, sono le uniche categorie in campo; possibile che sia l’unico reale della realtà? Allora ecco che è entrato in crisi , è la crisi dell’economia, è la crisi dell’individuo, che ad un certo punto si trova senza ragione di vita, entrando in crisi l’economia che soddisfa i suoi desideri, entrano in crisi anche i suoi desideri.
Sono questi i desideri? Ecco la crisi. A questo punto, può diventare una opportunità. C’è un libretto bellissimo della Cristian Singer su “Del buon uso della crisi” pubblicato da Servitium; questa donna saggia e anziana dice “nel corso della vita ho raggiunto la certezza che le catastrofi servono a evitarci il peggio”.
Una crisi dei miti fondatori dell’Occidente; c’è una crisi dell’economia, c’è una crisi del soggetto, lo smarrimento, il disorientamento. “Sapete che cos’è il peggio, continua, è aver trascorso la vita senza naufragi e essere sempre rimasti alla superficie delle cose”. Per cui quando sentite qualcuno che vi dice “ho la sensazione di fallire la vita, credetemi siamo a buon punto”.
Il problema è del buon uso della crisi nella consapevolezza che nella nostra società tutta l’attenzione è concentrata a sviarci da ciò che è autentico. “Vediamo la più gigantesca cospirazione di una civiltà, cito ancora da Cristian, contro l’anima”. Io a volte poi nelle mie meditazioni, anche in treno viaggiando, faccio i conti e mi dico “ma guarda un po’ cosa è cambiato da 50 anni fa ad oggi”. Mi ricordo allora tutta la preoccupazione sull’anima; il corpo non esisteva. Oggi tutta la preoccupazione è sul corpo, l’anima non esiste e si applicano al corpo tutte le categorie che si applicavano all’anima. La pulizia. Viviamo di un enorme detersivo. Fate i conti, quello che vi dicevamo anni fa sull’anima, state attenti che la propaganda oggi ve lo dice sul corpo, stesso linguaggio, stessi prodotti. È questa situazione per cui la crisi diventa l’unico ariete capace di sfondare questa fortezza in cui siamo richiusi.

La crisi come opportunità – la contemplazione

Allora la crisi è una opportunità. La vita comincia nel punto in cui si frantumano le nostre sicurezze ed è uno spazio di immensa libertà. Io penso sempre alla parabola, a livello personale, del pubblicano, quell’uomo frantumato dentro, quell’uomo che non ha in sé ragioni per ridare un orientamento, un senso alla sua vita, quell’uomo che ha il coraggio di invocare, di tendere la mano a un altro da lui. Quell’uomo è Zaccheo, dal profondo della sua crisi al cominciamento di una vita nuova. E poi amo molto questa frase di Luca 21, 28 “Quando cominceranno ad accadere queste cose (per noi la crisi dei nostri miti, la crisi dell’individualismo, al cui servizio è l’economia) levate il capo perché la vostra liberazione è vicina”.
Non dimentichiamo che l’autunno, spogliando i rami, lascia vedere il cielo. Ecco allora l’opportunità, ma quale opportunità? La crisi come opportunità significa riscoprire una dimensione che non può essere ulteriormente disattesa: la dimensione della contemplazione. Non ho paura di usare questa parola e poi la spieghiamo.
Nel suo diario Henri Le Saux scrive “è venuta l’ora dei contemplativi, ma devono essere vivi alla presenza del mondo, dal profondo del loro silenzio; non una fuga dalla realtà, ma un penetrare nel mondo delle cose”. Contemplazione include la parola azione, mentre la parola azione da sola non include nulla; e la parola che include è il contemplum, e il contemplum era un metro di misura, per cui il contemplativo è semplicemente un uomo, il contemplativo è semplicemente una donna, che hanno un metro di misura. Un metro di misura, di lettura della realtà e quindi un metro di misura che orienta il loro cammino nella realtà. Allora si parlava di disorientamento, di spaesamento, perché manca una bussola, perché manca un metro di misura.
Ora c’è bisogno di contemplativi, questi contemplativi sono l’indice, sono la memoria dell’urgenza e del primato della interiorità nel tempo della superficialità.
Noi viviamo alla superficie delle cose, abbiamo uno sguardo totalmente al di fuori e questo sguardo al di fuori poi è uno sguardo sull’economia, è uno sguardo che arriva a capire i propri desideri.
Il contemplativo dice “attenzione c’è anche lo sguardo interiore oltre allo sguardo esteriore, quindi ricordati che vi è non solo l’andare al supermarket, vi è anche il pellegrinaggio nelle profondità”. Il contemplativo è questa memoria nella compagnia umana, la memoria di un pellegrinaggio delle profondità, nelle nostre profondità, un pellegrinaggio verso l’interno, per ritornare al proprio centro, biblicamente, la cavità del cuore, lì ove nascono pensieri, sentimenti, desideri e comportamenti.
Allora il tempo della crisi domanda gente che esce dall’essere determinata dall’esterno e che è capace di abitare con sé. Il tempo della crisi è questa opportunità: riscopri la tua interiorità, scegli il pellegrinaggio delle profondità, scendi nella tua interiorità, prenditi in mano la tua interiorità, mettila in mano, guardala, dai il nome alle ragioni di fondo che ti abitano e che orientano il tuo cammino di vita. Scendi nel tuo profondo e chiediti “chi ti abita? che cosa ti abita? chi ti orienta? che cosa ti orienta?”. Questo è da farsi nel tempo della crisi, quando entrano in crisi le ragioni che hanno determinato finora il mio modo di pensare, di sentire e di vivere; è una discesa negli inferi che domanda il recupero del silenzio. Noi viviamo 24 su 24 nel non silenzio.
Il desiderio dell’avere e l’economia al servizio di questo desiderio non possono permettersi che io taccia, hanno bisogno della mia stupidità, scusate, per poter adempiere il loro compito indisturbati. Quel giorno che io penso che posso vivere anche con un paio di scarpe e non con 24, entra in crisi un mondo. Quindi recuperare il silenzio, recuperare la ricerca di tempi e di spazi, ove tacciano i rumori esteriori della casa, del circo, della piazza, degli affari, degli spettacoli; e la fuga poi nel virtuale, nella droga. E ove tacciano un attimo i rumori interiori dei pensieri, delle immaginazioni e dei desideri. Entrare in sé e fare il vuoto dentro di sé, per discernere, per vedere realmente chi e che cosa vi abita, deposta ogni maschera; vedermi nella mia nudità.
Contemplativi nella spiritualità: indici e memoria dell’importanza del recupero del desiderio. Certo, ma nel tempo delle voglie - qui bisogna distinguere tra voglie e desiderio – bisogna quindi rientrare in sé, leggersi dentro e valutare le motivazioni su cui poggia una vita, che sottendono il profondo desiderio di pervenire alla conoscenza della propria ineffabile identità. Guardate così, parlando a dei giovani, a volte si dice “vengono al monastero, pregano questi i ragazzi?”. Io una volta mi facevo questa domanda, ma oggi l’ho cambiata e dico “ma pensano questi ragazzi?”
La prima cosa da fare è restituire all’uomo la dignità del pensare. Perché finché ci si fa domande c’è salvezza e allora proprio il ridiscendere in sé è risvegliare questo desiderio, il desiderio che è dignitoso diventare uomini e donne. Mi è stato dato un giorno a vivere, ma, santo cielo, la dignità sta nel dire “non lo so se ci arrivo, ma mi piacerebbe diventare un uomo”. Questo desiderio di questa ineffabile identità, di questo ineffabile che fare e di questo ineffabile approdo; vi è in ciascuno un uomo nascosto, che pur sta per emergere e questa mancanza che è all’origine di una ricerca e di una invocazione; questo pellegrinaggio alla ricerca del sé. Quindi, vedete, il mutamento del desiderio; non alla ricerca del mio io esteriore, di che cosa vesto sempre, di che cosa calzo, di che profumo uso; cose importanti, non vorrei essere frainteso. Ma non è questo l’essenziale.
C’è un io profondo e allora c’è questo desiderio di dire chi sono? Ma che ci faccio qui, a che approdo?
Quando io dico il tutto perché nell’io c’è il tutto, il tu e il frammento del tutto, ma che senso ha?

Il senso della vita

Ecco qui ve lo dico, appartengo ad una generazione che sarà, direi così, sarà retrograda, sarà quello che volete, ma io non mi sono arreso mai alla non ricerca del senso. Santo cielo, se mi è dato un giorno a vivere voglio sapere che senso ha, non è detto che ci arrivi, ma la domanda me la faccio, la ricerca la svolgo. Arriverò dove arriverò.
A volte ridendo, quando trovo gli amici per strada, faccio “tu hai trovato il mio nome? perché l’ho smarrito”. Alla ricerca del proprio nome; senti “hai trovato, per caso, anche il mio orientamento, l’ho smarrito. Se per caso l’hai trovato, ti prego. È mio il mio approdo, ma dove vado a parare, dove andiamo a parare? Nasce la ricerca, nasce l’invocazione. Io poi la chiamo questa dimensione metafisica, direi questo desiderio di approdare alla propria visione di essenza. Quindi questo viaggio di iniziazione al proprio nome, al proprio compito, al proprio destino. Quindi giovane mi raccomando, questo mi sento di dirlo, di non arrenderti al nihilismo, oggi il nihilismo è anche narcisismo. È di moda.
Quindi cercatori. Permettetemi un altro passo, questo è davvero spirituale, contemplativo: una ricerca, indice e memoria della perentorietà di risvegliare la coscienza alla propria visione di essenza; allora bisogna avere il coraggio, lo dico in termini psicoanalitici, il coraggio di cercare il proprio principio di identificazione, il proprio contemplum. Ho trovato questo principio e allora qui mi diverto ancora, anziano, a rivedere i miei codici di identificazione e mi accorgo e mi ritornano alla coscienza mio padre e mia madre, il codice genetico, che era la prima identificazione. Sono figlio di…e di.. Allora mi ricordo. Ecco la crisi del principio di onnipotenza, che si vince quando uno pensa, quando uno guarda suo padre e sua madre. Devo ammetterlo, sono figlio di, c’è qualcuno che mi ha preceduto e da cui sono. Io amo tradurre questo quando va bene sia quando non va bene, “diligor ergo sum” sono stato amato dunque sono.
C’è un gesto di amore che mi ha preceduto e nelle nostre definizioni dell’uomo in occidente questo aspetto dell’amore manca. Penso dunque sono, ho dunque sono, faccio dunque sono, posso dunque sono. Mi venisse in mente di dire “sono amato dunque sono”.
Pensate questo codice genetico, che mi qualifica come figlio e come figlio di.
Da qui l’importanza delle adozioni. Tutto questo vuol dire che è importante che uno abbia un codice di identificazione, altrimenti lo spaesamento comincia appena nati. La notte comincia dal mattino. Questo poi ripenso il codice culturale, nato a., figlio di. e l’ambiente mi ha plasmato, mi ha coltivato; ecco che nasco alla cultura, all’istruzione, all’educazione. Poi ritorno in crisi, ma non ha importanza, però sono codici importanti, il codice genetico e il codice culturale, questi già mi identificano.

Amare nel mondo plurale

Poi vivo in un mondo dove mi rendo conto che bisogna passare dall’universm al pluriversum, perché la cultura non è più ad un verso unico, oggi viviamo in un tempo in cui si incrociano più culture, più versi, più libri, più racconti, più religioni, più etnie; ecco allora bisogna imparare a vivere figlio di, nato a una cultura a più dimensioni. Da piccolo leggevo su l’Islam, sull’Induismo, sul Buddismo, ma oggi il discepolo di Maometto, di Buddha, dell’Induismo ce l’hai a fianco e bisogna anche abituarsi ad avere anche più luoghi di culto, università pluriverse, negozi pluriversi, modi di mangiare pluriversi. È una crisi e questo è appunto l’imparare e quindi il codice culturale. Oggi la persona intelligente è la persona non chiusa, molto mobile mentalmente e molto mobile cordialmente.
Poi c’è un terzo codice e qui mi permetto, il discorso lo faccio sempre sotto voce, perché ho sempre paura di presentare l’identità cristiana. Io vi dico la verità, oggi ho una difficoltà, non perché ho vissuto l’annuncio del Vangelo, ma io ho paura dell’annuncio delle cose che stanno a cuore e quindi che per me sono perle preziose. Ho paura di buttarle addosso agli altri, quindi le vorrei dire sotto voce, con una mitezza, con un’umiltà e con una dolcezza inenarrabile.
Il codice cristologico come mio principio di identificazione importante; io dico il codice cristologico e quindi questa spiritualità cristiana; di quel codice cristologico vuol dire semplicemente questo: io figlio di., nato a., che vivo oggi in una cultura plurale, in una religiosità plurale, in etnie plurali, io che vivo oggi questa realtà sono un tu, che non vuole privare questa realtà di un tu che gli ha aperto gli occhi al senso. Ma un senso ineffabile. Oggi il nome della salvezza è il senso, ma che senso ha? Per me dirmi cristiano vuol dire questo: non sono che un uomo, figlio di., nato a. e incrociato da un amico che mi ha detto alcune cose; queste cose che mi ha detto hanno immediatamente – e quindi non sono frutto di razionalità - hanno immediatamente, intuitivamente, profondamente, ferito.
Quando noi troviamo qualcuno che ci interessa e che ci dice parole che ci interessano, noi diciamo “mi hai colpito, sono stato colpito, cioè ferito” Allora ecco questo tu, che apre i tuoi occhi al senso, ha orizzonti inediti ed è qui che nasce la spiritualità cristiana. Il contemplativo cristiano è semplicemente un tu che dice “un altro da me ha incrociato il mio cammino e mi ha aperto la vita a un senso inedito”, che ha a che fare con quello che ho detto finora. Ma che cosa è questo senso inedito? Mi dice “tu figlio di, nato a, sei da sempre un amato. Il tuo nome è amato da sempre” E da chi? Dal mio Dio. Ecco allora questo venire iniziati a questa ineffabile conoscenza del sé, io sono un amato da sempre: è una definizione singolare.

Quale Dio?

Vi racconto un piccolo episodio per farvi capire questo. Ero studente liceale a Firenze, mi faceva scuola padre Turoldo, vado da padre Davide e dico “padre ho il sospetto, stavo leggendo Marx, Feuerbach, Freud, avevo queste passioni, ho il sospetto di diventare ateo”. Davide mi guarda e fa “era ora” e aveva ragione, era ora che tu ti liberassi dentro da tutti i tuoi discorsi su Dio, da tutte le tue immaginazioni su Dio; fai il vuoto, se puoi, lascia spazio in te, a un amico, un uomo, poi sarà figlio di Dio, ma uomo, di nome Gesù di Nazareth, per cui ti accorgi dopo, rileggendolo e ritrovandolo, per cui allora capivo che quello che lui diceva “io non credo in Dio. Se dico Dio è perché un tu di nome Gesù di Nazareth, incontrandomi ed aprendomi gli occhi al senso alla vita, mi dice: “Senti, io ti parlo anche a nome di Dio Padre”. Per cui quando mi dicono se credo in Dio, io dico sempre quale? Il mio Dio è il Dio di Gesù, non so se mi spiego.
Allora ricordati, dice Gesù, ti dico una cosa ineffabile, “Tu sei stato pensato e amato da sempre e ricordati”. E che ci faccio qui? La sua risposta “tu sei inviato, tu non sei un caso, tu sei un inviato alla terra per amarla come io, come il Padre in me ama te”.
Allora ecco la domanda. “Ma chi sono io?” “Sei un amato da sempre”. “Ma che ci faccio?” “Sei un inviato ad amare”. Ama questa terra come io amo te, ama i buoni, cattivi, giusti, ingiusti, mussulmani, ebrei, cristiani, buddisti, induisti, senza religione alcuna. Passa il giorno che ti è stato dato guardando con amore chiunque incontri. Allora uno comincia a dire “questo è un senso della vita”
Dove andremo? Io, prima di abbandonare un amico così, ci penso tre volte. Sotto il sole non è che abbia trovato molte persone che mi abbiano aperto al senso della vita così, che mi diano un nome di amato, che mi diano un compito di amare come amato.
Questa è la spiritualità cristiana: sei un amato, inviato alla terra per amarla come amato e amato di un amore eterno.
L’eros si Dio è più forte di thanatos, è più forte della morte. Per cui vedete quando io faccio questi discorsi e mi dicono “tu sei matto”, guardate che un uomo sufficientemente razionale ha tutto il diritto di dire che io sono matto ed ha ragione, ma questa è la follia del Cristianesimo. Questo è lo scandalo del Cristianesimo e tra gli uomini non dobbiamo cercare consenso. Noi nella vita umana dobbiamo stare attenti a non privare l’uomo, proprio perché lo amiamo, di questa follia, di questo scandalo, di questa esagerazione. Nicholas Cabasilas definisce Dio “manikos eros”, tradotto in italiano, scandaloso, eros maniacale; un amante folle, Dio è amante folle, scandaloso, uno ti uccide e tu lo abbracci e lo baci, è amore fino al bacio di colui che ti uccide.
Perché vivi? Perché è vita. E questo è aver trovato un senso. Il contemplativo, quindi il cristiano – e in questo sta la spiritualità cristiana - si distingue per il sapersi iniziato, la scuola Christi di un altro da sé che dimora in sé, alla visione di sé come amato per amare per sempre. Ecco allora avete trovato il mio nome?
Si, tu sei l’amato da sempre. Avete trovato il mio compito? Sei inviato alla terra per amarla per sempre. Avete trovato il mio approdo? Sei amato per sempre e qui lascia la fanciullezza da fanciulli che accolga queste notizie. Il Cristianesimo deve recuperare il “se non sarete come fanciulli”; la fanciullezza che è mitezza, che è umiltà, che è dolcezza, che è non imporre niente a nessuno e che è il non pretendere che gli altri ti credano, dopo la pretesa che gli altri ci devano credere. Il fanciullo è colui che dice “ho una buona notizia, vado dai miei coetanei e gliela racconto e basta così; in assoluta non violenza perché poi questo amico me lo fa capire, ricordati che queste cose hanno senso solo nella libertà. Io sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre, verrò a lui e cenerò con lui, se qualcuno mi apre; questa è la differenza fra il Dio di Gesù e l’idolo. L’idolo è il senza ‘sÈ. Il Dio di Gesù è ‘sÈ; “se accetti la mia compagnia, se non accetti la mia compagnia, ti guardo con amore, piango perché hai perso un amico, me ne vado altrove, non ti incendio e non ti mando all’inferno”. Per cui nel Dio di Gesù, ecco il discernimento, vi è un dato di fatto - e questa è la differenza con i fondamentalismi cristiani - che in Dio vi è un limite invalicabile, il limite invalicabile di Dio è la coscienza dell’uomo. Dio non varca mai la porta della coscienza se qualcuno non l’apre, non si permette, la coscienza è il limite di Dio.
Il contemplativo è l’indice, la memoria di una identità che si racconta in forma bella e buona, in uno stile senza pretese. Il contemplativo cristiano non ha la pretesa che Dio ami solo lui, ma è colui che dice “non sono che un frammento, indice dell’amore di Dio per tutti, al punto di dire poi, se ama me figurati gli altri!”.
Quindi nessuna pretesa di esclusività; è straniera ogni logica escludente. Nessuno è sottratto a questo atto d’amore del padre, apparso questo atto d’amore nel figlio e di cui siamo chiamati ad essere prolungamento. Questo amare senza escludere nessuno, amici, ripeto, nemici, buoni e cattivi, della mia religione, non della mia religione, della mia e non della mia etnia, anzi dicendo come mi ha insegnato Gesù “padre nostro” vedo negli altri, chiunque essi siano, dei figli amati da Dio, verso cui ho il debito dell’amore e dei figli amati per sempre. Vedete quando noi nel credo diciamo “credo nello spirito santo” e poi aggiungiamo “credo la Chiesa cattolica” vuol dire ‘se tu davvero hai dentro di te questo spirito, questo spirito, che è spirito di comunione, ti costituisce una creatura cattolica, cioè ”universale”, che ha in sé lo spirito di Gesù, è universale, guarda la realtà con questi occhi.
Tutti siete degli amati, tutti sono da amare, tutti sono amati di un amore eterno, per cui il Dio di Gesù non è un Dio etnico, non è un Dio che esclude, non è un Dio che fa preferenze e quindi questa dilatazione della mente è questa dilatazione del cuore. È questo saper cogliere ovunque, in ogni racconto laico e religioso, saper cogliere, come dice la lettera ai Filippesi, quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile e onorato. È lo stare quindi davanti agli altri in una precisa maniera. Come stare davanti agli altri, chiunque essi siano?

Il rapporto con l’altro nell’economia e nelle istituzioni

Cinque piccole preposizioni. Il “davanti”, quando io dico “ho iniziato da questo amico” alla lettura di me come amato inviato ad amare e amato per sempre, sto davanti all’altro, ma stare davanti all’altro vuol dire che l’altro lo riconosco, questa è la spiritualità della relazione. Lo riconosco come altro da me, come unico, come irripetibile, come inviolabile chiunque esso sia, è un altro da me, riconosciuto nella sua inviolabile alterità. L’altra categoria è il “con”, con l’altro. Gesù, si chiama Emanuele “Dio con Noi”. L’altro da me lo leggo come compagno di viaggio, chiunque esso sia, come compagno con cui condividere il pane, condividere la fatica della vita e la gioia della vita; con l’altro, facendo strada con lui, indipendentemente da ogni merito che abbia o non abbia; un camminare che include giusti e ingiusti, ebrei e stranieri, un camminare insieme radicale, fino a dare la vita. È un camminare insieme disposto allo scacco del non essere riconosciuto; il mio riconoscerlo non dipende dall’essere riconosciuto, è oltre la logica della reciprocità. Il discepolo di Gesù sta davanti all’altro, cammina con l’altro, lo riconosce, anche se non riconosciuto.
Terzo “il verbum”, la parola, Gesù è il logos, è la parola, che cammina con me. Vi è la parola di mezzo, il parlarsi, essere bocca all’altro, ed essere orecchio alla parola dell’altro. Ecco allora questa relazione dialogica nella vicinanza, nell’empatia: mi immedesimo nel racconto dell’altro e nella critica so discernere ciò che è bene e ciò che è male
Quarto la categoria del “sub”, la sottomissione; attenzione questo è un discorso importante, noi ci chiediamo sempre: “come mi colloco davanti all’altro?”
Allora devo stare attento a come Dio in Gesù si colloca davanti a me. Guardate, è ora che la smettiamo di dire “dobbiamo stare in ginocchio davanti a Dio”. Il fatto è che Dio in Gesù sta in ginocchio davanti a noi. La lavanda dei piedi! È il servizio del nostro bisogno, della nostra gioia, ed è la giusta collocazione, non con i piedi sulla testa degli altri. Non con le mani e sul corpo e sulla coscienza degli altri, ma ai piedi degli altri; quando si è in basso si vede bene il bisogno dell’altro. Questa è la giusta collocazione. Ogni mattina, quando uno si alza, va per la strada, sta davanti all’altro, con l’altro, parla all’altro, felice di essere al servizio del bisogno e della gioia dell’altro. Ecco che l’individuo recupera l’altro, l’io recupera il noi, il “mio” recupera il “nostro”. Tanto è vero che come Dio è di tutti, padre nostro, così il pane, il bisogno e la gioia dell’altro è di tutti, il pane è nostro; chi di noi si sente di dire “dacci oggi il mio pane e non il nostro pane”? E poi l’ultima categoria e ho concluso: l’essere a vantaggio dell’altro. Anche qui il credo “per noi e per la nostra salute”.
Tempo della crisi. Nel tempo della crisi rientra in te stesso, diventa uomo di domanda, di ricerca, di invocazione, di attesa; ecco quello che dico sempre a voi giovani, ritornate creature di domanda, di ricerca, di invocazione, di invocazione e di attesa. Aspetto che qualcuno, come diceva Jonesco, “venga a illuminare i muri sordi della mia quotidiana esistenza”. Aspetto frammenti di luce, aspetto bellezza. E qui con umiltà c’è l’esperienza cristiana, il tuo essere mendicante di un tu di luce e di frammenti di luce può essere incrociato da un tu che è la luce, la cui sacca, il Vangelo, è pieno di frammenti di luce. In quell’incontro, sei iniziato al tuo nome, sei iniziato al tuo che fare, sei iniziato al tuo approdo. Ritorna nella vita, guarda così l’altro.
Gesù mi insegna pure il come leggere le istituzioni, come leggere l’economia, come leggere la chiesa, come leggere la cultura. Leggere come il sabato è per l’uomo; o la chiesa è per l’uomo o non è o l’economia è per il bisogno - non il desiderio - ma il bisogno, per la gioia dell’uomo o non è, o la cultura è per fare crescere l’uomo o non è. Quindi la scure è posta alla radice, è nel cuore umano, è nelle istituzioni.
Il tempo della crisi allora riscopre il tuo nome, riscopre il tuo che fare, riscopre il tuo approdo, il senso delle istituzioni. Ultimo aspetto, riscopre il coraggio della creatività; in base a questi orientamenti inizia il cammino personale e istituzionale.
Un’ultima raccomandazione agli anziani: attenzione, noi anziani, a non uccidere il futuro dei giovani e quindi il nostro compito è stare attenti a non a non difendere ma ad aprire strade. Ho parlato di devozioni ma capite che la spiritualità cristiana non è fatta di devozione, è grazia; ciò che conta nella spiritualità cristiana è questo: Dio in Gesù viene a dire questo “sono venuto perché voi in me diventiate una nuova creatura”. E Dio, il Dio di Gesù, al mondo non offre né bibbie né sacramenti né devozioni , ma offre uomini e donne nuovi, trasformati dalla Bibbia e dal sacramento.

N.B. Testo non rivisto dal relatore.

(Centro Studi “Agnese Baggio” - Adria 4 maggio 2012)