Lussuria, spudoratezza,

sessomania

Umberto Galimberti

Lussuria

Amore è un demone possente che sta tra i mortali e gli immortali.
PLATONE, Convito, 202 d.

Il corpo desiderato articola il desiderio in promessa, dischiudendo quella nudità che è polifonia di linguaggi, incessante passaggio dal linguaggio della visione a quello del tatto, dall'ebbrezza della chiamata all'estasi della partecipazione. È la lussuria, dove la semantica della luce si confonde con quella della grazia, e dove la nudità nasce senza decisione, come la luce nello sguardo dell'innamorato. È la rinuncia alla vergogna come ultima autodifesa, perfetto disarmo della consegna di sé, oblio della misura, cedimento della mente che è la roccaforte della ragione, incapace, a differenza dell'erotica, di sfiorare la verità senza possederla.
Spaccato di trascendenza e di ulteriorità irraggiunta in ogni compiuto atto d'amore, febbre del corpo nel suo cieco e tormentoso bisogno di reciprocità, sete del viandante nella solitudine ardente del deserto, la lussuria perpetua la natura, non gli individui, puro autoerotismo della natura, se un raggio di trascendenza non ne ferisce la tenebra, lasciando giungere quella chiamata che risveglia la carne dalla sua opacità e la costringe a cedere quella scintilla divina in cui è custodito il nostro nome, che solo l'altro può chiamare:

Vieni mio diletto, usciamo alla campagna, pernottiamo nei villaggi: di buon mattino andremo nei vigneti, vedremo se gemma la vite, se sbocciano i fiori, se fioriscono i melagrani: là ti darò i miei amori. [1]

Guardando "le cose d'amore" , Platone si chiede che cosa con esse l'anima riesce o non riesce a dire. E dove il dire si interrompe e la regola non basta a portare la parola a espressione, si apre lo sfondo buio del presagio e dell'enigma. Dobbiamo allora pensare che la lussuria appartiene all'enigma, e l'enigma alla follia?
Follia è rottura di regole, perdita del referente, vortice di segni che più non rinviano a un significante in grado di consentirne la lettura e il senso. La natura si congeda come punto di riferimento e la cultura si rivela troppo debole e relativa per sostituire il referente naturale. I corpi delle rockstar, perfetti emblemi della confusione sessuale, il traffico notturno dei travestiti e dei transessuali che giocano con i segni sessuali, l'interesse per la figura mitica dell'androgino, oggetto di indagine psicologica e curiosità malcelata, fanno pensare che nel nostro tempo la differenza sessuale abbia perso la sua chiarezza e che di conseguenza l'erotica e quella sua ancella che è la lussuria abbiano mutato contorni.
Non più espressione più alta e al tempo stesso più abissale dell'umano, ma artificio, seduzione, senza alcun conforto di una natura ormai morta e sepolta, tale da non riuscire neppure a giustificare una differenza tra i sessi. Infatti, nell'erotica, come dice Jean Baudrillard: "L'ultima parola non può essere lasciata alla natura". [2] Si dà infatti che un corpo nudo, come natura l'ha fatto, non sia seducente senza l'intervento dell'artificio, in grado di scongiurare la semplice nudità e cancellare la naturalità di un corpo in sé e per sé insignificante.
Senza l'ammiccamento, senza il gioco dell'apparire e dello sparire, senza la provocazione del desiderio in vista della sua delusione, senza un oltrepassamento del corpo e del suo essere semplicemente nudo, in vista di quel vuoto che è poi l'anima dell'altro sognata sempre nella sua ingannevole complicità, non si dà vicenda erotica.
Nelle cose d'amore, infatti, nessuno è introdotto perché così vuole la semplice differenza sessuale, pura natura sovraccaricata dall'ideologia che la difende più per ragioni d'ordine che per effetto di seduzione. C'è molta ambiguità e problematicità in questa differenza che non è poi così chiara come si vorrebbe far credere, all'unico scopo di poter costruire un elenco completo delle perversioni. La transessualità, che oggi riscuote un così ampio consenso, come dimostrano i marciapiedi notturni delle nostre città, mette fine insieme alla femminilità ideale e alla virilità ideale, due stereotipi più utili alla costruzione di un ordine che alla confusione dei codici, tipica di ogni atto d'amore. Platone queste cose le aveva capite e perciò parlava di "follia del corpo" [3] che non si attiene ad alcuna regola ideale.
Se questo era vero al tempo di Platone, lo è ancor più oggi perché lo schema della relazione maschio-femmina, per effetto dell'introduzione degli anticoncezionali, si è trasformato radicalmente. Il maschio, che conosceva solo il proprio corpo come corpo libero dalla catena della riproduzione, si trovò di fronte un altro corpo liberato (biochimicamente liberato), e il suo schema di vita subì un contraccolpo che lo obbligò a una trasformazione e una rivisualizzazione di sé, a cui nessun'idea, nessuna guerra, nessuna rivoluzione, nessuna trasformazione culturale o epocale l'aveva costretto in termini così radicali.
Liberata dal ritmo della natura a cui era inchiodata dall'origine del mondo, la donna, con il suo ingresso nella storia, che finora era stata esclusivo appannaggio del maschile, libera una sessualità se vogliamo meno poetica e più pratica, che però sposta i limiti del comune senso del pudore.
Ciò costringe le morali a fare delle contorsioni su se stesse per rendere tollerabile quel che un tempo era deprecabile, e obbliga le terapie psicologiche a riconfigurare se stesse, perché la metafora sessuale, su cui queste avevano eretto i loro edifici, non tiene più né come tabù, né, al limite, come desiderio.
Ma le conseguenze non finiscono qui. Quando la donna era inchiodata alla natura e l'uomo libero di mettersi in scena nella storia, la differenza sessuale era marcata dall'appartenenza ai due diversi scenari. Oggi che l'emancipazione femminile ha confuso gli scenari viene a galla un'altra verità: che i sessi sono meno diversi di quanto si pensi, anzi tendono a confondersi se non a scambiarsi, perché nessuno di noi è per natura legato a un sesso. L'ambivalenza sessuale, l'attività e la passività, per non dire la bisessualità e la transessualità sono iscritte nel corpo di ogni soggetto, e non come differenza legata a un determinato organo sessuale.
Venuta meno la natura (anatomica) come referente, la tecnica, che ha liberato il corpo della donna, tenderà a confondere la natura e l'artificio, moltiplicando i giochi, smantellando il sesso come primo segno di identità per offrirlo come eccedenza di possibilità. Scopriremo allora che nessuno è mai là dove si crede, ma ciascuno è sempre là dove il desiderio lo spinge, e siccome il desiderio non conosce limite, il sesso virtuale affiancherà e sempre più sostituirà il sesso reale che, costretto com'è negli angusti confini dell'opacità della carne, non troverà altro da esprimere che una volgare meccanica e fisica carnale. Dal punto di vista del desiderio nulla di interessante.
A ciò irrimediabilmente conduce la perduta fede nella natura che le tecniche di concepimento e quelle di fertilizzazione hanno reso remota. Ma là dove non c'è referente non c'è limite, quindi non c'è norma, orizzonte, misura, identità da salvaguardare, differenze da mantenere per orientarsi in quell'universo di segni che la fissità della natura rendeva possibili e che l'avvento della tecnica via via cancella, restituendo al desiderio dell'uomo e della. donna la loro erranza.
La dualità agonistica dei sessi cederà il passo alla loro indifferenziazione, e una volta finita l'orgia che è poi l'estasi del desiderio, uomo e donna verranno riconsegnati alla loro indifferenza affettiva, mentre amore assisterà al suo rapido declino nel firmamento dei concetti, quasi il tema astrale di un linguaggio stereotipato da dare in uso alla pubblicità o, se si preferisce qualcosa di meno effimero, a ciò che resta della psicoanalisi o a quei cascami della religiosità che oggi trovano espressione in qualche siparietto della New Age.
Fine della sessualità come destino iscritto nel rigido codice della natura e liberazione di tutte le controparti sessuali iscritte in ciascuno di noi. In questa obliterazione della differenza sessuale che fin qui aveva fatto da sostegno alla nostra cultura, ciò che si apre sono tutti i possibili percorsi, in quell'andare e riandare ormai erratico, dove il desiderio sembra essere provocato e fatto brillare solo per essere deluso.
Ma non è così. In questo apparente dissesto, in questa confusione dei codici viene forse in evidenza una verità che la nostra cultura ha finora tenuto gelosamente nascosta, per evitare il crollo del proprio edificio, costruito su basi ritenute solide, solo perché spacciate per naturali. Ora che la tecnica ha sottratto alla natura la sua ineluttabilità, scopriamo che il corpo consegnato alla sua semplice natura, nella sua pienezza e nella sua specificità sessuale, non erotizza, perché non lascia spazio alla creazione dell'altro, mentre l'erotica si dà solo là dove c'è costruzione, proiezione, invenzione.
Se nessuno ama l'altro, ma ognuno ama ciò che ha creato con la materia dell'altro, allora, complice del mio desiderio di trascendermi, scivolo progressivamente verso quel consenso passivo al desiderio dell'altro in cui è la passione, la cui cecità è nell'incapacità di discernere se l'altro desidera trascendersi nel mio corpo o semplicemente farsi gioco di me. Gli inganni d'amore, infatti, sono possibili perché il mio corpo non si distingue dal suo desiderio, non può distanziarlo come fa il pensiero con i suoi oggetti, perché non ci sarebbe desiderio se a questo il corpo non prestasse la sua carne.
Vivendo il desiderio, compromettendosi, divenendone complice, fino a lasciarsi perdere, sommergere e paralizzare, il corpo è travolto da quella passione che non attende solo la visione del corpo dell'altro, ma anche e soprattutto la rivelazione di sé come corpo desiderato da altri. Nel desiderio dell'altro è infatti segretamente custodita la possibilità per il mio corpo di trascendersi.
Allora, e solo allora, il corpo si fa carne, ma non con la freddezza di chi si sta appropriando della carne dell'altro, bensì con l'esitazione di chi sente la sua identità in pericolo. Se trascendersi è valicare la propria solitudine, non mi è dato sapere cosa sarò nella carne dell'altro, ma certamente non sarò più ciò che sono. La mia identità in pericolo rende il mio corpo esitante, maldestro, insicuro, non per imperizia, ma per la vertigine che accompagna la scoperta di quegli aspetti di me che solo l'altro può svelarmi. Nella mia esitazione c'è il dramma di ogni trascendenza, che consiste nel sapere qualcosa di sé per dono dell'altro.
È allora evidente che nell'erotica l'ultima parola non può essere lasciata alla natura, alla sua meccanica e fisica carnale, dove non c'è nulla di interessante se non un gioco sessuale a bassa definizione. Qui cade la distinzione tra l'animale e l'uomo, perché l'uomo, a differenza dell'animale, non può fare a meno di percorrere lo spazio che c'è tra la natura e la sua trasfigurazione.
La lussuria, che nelle cose d'amore gioca un ruolo più decisivo della carne fissata nel perimetro di un corpo marcato da un solo segno sessuale, dice con chiarezza queste cose che la nostra storia ha sempre saputo e taciuto, e cioè che anche nelle cose d'amore l'uomo ama solo la sua creazione, quindi non la natura, ma la sua trasfigurazione, a cui la lussuria perviene attraverso la fantasia che, oltre a essere il tratto tipico dell'uomo, è anche il potenziale sovversivo di ogni ordine.

NOTE

1 Cantico dei Cantici, 7, 12-13, in Biblia Sacra editio Monacorum Abbatiae Pont. Sancti Hieronymi in Urbe OSB, Marietti, Casale Monferrato 1959; Biblia Hebraica, Kittel, Stuttgart 1937; Septuaginta, Rahlfs, Stuttgart 1962.
2 J. Baudrillard, Le destin des sexes et le déclin de l'illusion sexuelle (1992); tr. it. Il destino dei sessi e il declino dell'illusione sessuale, in L'amore, Mazzotta, Milano 1992, p. 89.
3 Platone, Fedone, 67 a.


Spudoratezza

Il sentimento del pudore consiste in un ritorno dell'individuo su se stesso,
volto a proteggere il proprio sé profondo dalla sfera pubblica.

M. SCHELER, Pudore e sentimento del pudore (1933), p. 49.

Conformismo e consumismo hanno messo in circolazione un nuovo vizio che per comodità chiamiamo "spudoratezza"; con riferimento non tanto a uno scenario sessuale, quanto al crollo di quelle pareti che consentono di distinguere l'interiorità dall'esteriorità, la parte "discreta", "singolare", "privata", "intima" di ciascuno di noi dalla sua esposizione e pubblicizzazione.
Se chiamiamo "intimo" ciò che si nega all'estraneo per concederlo a chi si vuol fare entrare nel proprio segreto profondo e spesso ignoto a noi stessi, allora il pudore, che difende la nostra intimità, difende la nostra libertà. E la difende in quel nucleo dove la nostra identità personale decide che relazione instaurare con l'altro. Il pudore allora non è una faccenda di vesti, sottovesti o intimo abbigliamento, ma una sorta di vigilanza dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l'altro. Si può infatti essere nudi senza nulla concedere, senza aprire all'altro neppure una fessura della propria anima. La nudità del nostro corpo non dice ancora nulla sulla nostra disponibilità all'altro.
Siccome agli altri siamo irrimediabilmente esposti, e dallo sguardo degli altri irrimediabilmente oggettivati, il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività, in modo da essere segretamente se stessi in presenza degli altri. E qui l'intimità si coniuga con la discrezione, nel senso che, se "essere in intimità con un altro" significa "essere irrimediabilmente nelle mani dell'altro", nell'intimità occorre essere discreti e non svelare per intero il proprio intimo, affinché non si dissolva quel mistero che, interamente svelato, estingue non solo la fonte della fascinazione, ma anche il recinto della nostra identità che a quel punto non è più disponibile neppure per noi.
Ma contro tutto ciò soffia il vento del nostro tempo che vuole la pubblicizzazione del privato, perché in una società consumista, dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume che contagia anche il comportamento degli uomini, i quali hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, per cui, tra uomini e merci, il mondo è diventato una "mostra", un'esposizione pubblicitaria che è impossibile non visitare perché comunque ci siamo dentro.
Quel che vale per le merci, infatti, vale anche per gli uomini che, avendo rinunciato per le esigenze conformiste della nostra società alla loro specificità, sostituiscono l'individualità mancata con la pubblicità dell'immagine. Ciò produce una metamorfosi dell'individuo che ormai si riconosce solo nella propria immagine, e perciò non cerca più se stesso, ma la pubblicità che costruisce la sua immagine.
Accade però che la parola pubblicitaria, oltre ad abolire la parola segreta, quella intima, quella nascosta, relega in un angolo, dove dominano il raccoglimento e il silenzio, ma forse anche la solitudine, le parole di preghiera, le parole d'amore, le parole d'amicizia, le parole di rabbia, le parole umane.
Siamo diventati tutti "es-posti", la nostra identità è ormai fuori di noi, è laggiù, in ciò che si dice di noi. Là si raccoglie credibilità e fiducia, accesso al credito e all'iniziativa. Dobbiamo costruirci ogni giorno una faccia con cento lingue e mille parole per poter abitare tutte le situazioni che il mondo pubblico ci ha preparato.
Pubblico e pubblicizzato, perché non è più il mondo e le cose del mondo che abitiamo, ma la loro pubblicità. Siamo "es-posti", e il pudore non è più un sentimento umano, il tracciato di un limite. La parola che ci espone pubblicamente ha rotto i confini, e l'anima, che un giorno abitava il segreto della sua interiorità, ha dovuto esteriorizzarsi come la pelle rovesciata del serpente.
Chi infatti non irradia una forza di esibizione e di attrazione più intensa degli altri, chi non si mette in mostra e non è irraggiato dalla luce della pubblicità non ha la forza di sollecitarci, di lui neppure ci accorgiamo, il suo richiamo non lo avvertiamo, non ce ne lasciamo coinvolgere, non lo riconosciamo, non lo usiamo, non lo consumiamo, al limite "non c'è".
Per esserci bisogna dunque apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un corpo, non un'abilità, non un messaggio, pur di apparire e uscire dall'anonimato, mette in mostra la propria interiorità, dove è custodita quella riserva di sensazioni, sentimenti, significati "propri" che resistono all'omologazione, che, nella nostra società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui.
Allo scopo vengono solitamente impiegati i mezzi di comunicazione che, dalla televisione ai giornali, con sempre più insistenza irrompono con "indiscrezione" nella parte "discreta" dell'individuo per ottenere non solo attraverso test, questionari, campionature, statistiche, sondaggi d'opinione, indagini di mercato, ma anche e soprattutto con intime confessioni, emozioni in diretta, storie d'amore, trivellazioni di vite private, che sia lo stesso individuo a consegnare la sua interiorità, la sua parte discreta, rendendo pubblici i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue sensazioni, secondo quei tracciati di "spudoratezza" che vengono acclamati come espressioni di "sincerità", perché in fondo: "Non si ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi".
A parte che "vergognarsi" è un verbo riflessivo che dunque rinvia a una riflessione, a una relazione con se stessi di cui non è proprio il caso di vergognarsi, c'è da notare anche che è un verbo che dice la nostra "esposizione agli altri". "Vergogna" viene infatti da vereor gognam che significa "temo la gogna, la mia esposizione pubblica". E questa è la ragione per cui solitamente non ci si vergogna della colpa, ma della sua pubblicizzazione, ossia della nostra esposizione agli altri che il nostro pudore avverte più disdicevole della colpa.
Quando dico: "Non ho nulla di cui vergognarmi" non sto dicendo solo: "Non mi vergogno, quindi non sono colpevole", ma anche: "Non mi vergogno, quindi non temo l'esposizione agli altri. Ho oltrepassato quello che per chiunque sarebbe il pudore e ho fatto della spudoratezza non solo la mia virtù, ma la prova della mia sincerità e della mia innocenza".
Comportandoci in questo modo ognuno di noi dà un ottimo esempio di quell'omologazione dell'intimo a cui tendono tutte le società conformiste che alla massima "a ognuno il suo" sostituiscono quell'altra, "a ognuno il mio", per cui ciascuno finisce col sentirsi "proprietà comune" e si comporta come se appartenesse a tutti. E poiché sa che, se non si comportasse così, se rifiutasse espressamente questo comportamento, verrebbe considerato "sconveniente" e diventerebbe "sospetto", lo fa anche con un certo ardore, con somma gioia di chi deve governare la società, perché, una volta pubblicizzata, l'intimità viene dissolta come intimità, e gli altri, che dovrebbero stare al confine esterno dell'intimo, diventano letteralmente "inevitabili", ogni volta che ciascuno di noi prova una sensazione, un'emozione, un sentimento.
Questi tracciati segreti dell'anima, in cui ciascuno dovrebbe riconoscere le radici profonde di se stesso, una volta immessi "senza pudore" nel circuito della pubblicizzazione, quando non addirittura in quello della pubblicità, non sono più propriamente "miei", ma "proprietà comune", e questo sia in ordine alla qualità del vissuto, sia in ordine al modo di viverlo, perché il pudore, prima di una faccenda di mutande, che uno può cavarsi o infilarsi quando vuole, è una faccenda d'anima che, una volta depsicologizzata, perché si sono fatte cadere le pareti che difendono il dentro dal fuori, l'interiorità dall'esteriorità, non esiste semplicemente più.
A questo punto si potrebbe obiettare che, siccome il male avviene di solito segretamente, "segretezza" e "riservatezza" sono per l'opinione pubblica prove del male. E allora, per smentire l'opinione pubblica, omologata su questo pregiudizio, non resta che la spudoratezza di chi si tiene sempre pronto, "mani alla chiusura lampo", per interviste, pubbliche confessioni, rivelazioni dell'intimità, come è facile vedere in numerose trasmissioni televisive particolarmente seguite, dove l'invito è quello di collaborare attivamente e con gioia alla propria de-privatizzazione.
Quanti sono interessati a che l'individuo non abbia più segreti e al limite neppure più un'interiorità, perché le pareti della casa di psiche sono crollate, alimentano il proliferare incontrollato di queste trasmissioni che, a livello subliminale, fanno passare la persuasione che la spudoratezza è una virtù: la virtù della sincerità.
Per quanto la cosa possa apparire strana, la sua realizzazione nella nostra società è già in corso e il processo di eliminazione del pudore è quasi completo, perché il pudore può essere non solo sintomo di "insincerità", ma addirittura, e qui anche gli psicologi danno una mano, di "introversione", di "chiusura in se stessi", quindi di "inibizione" se non di "repressione". E inibizione e repressione, recitano i manuali di psicologia, sono sintomi di un "adattamento sociale frustrato", quindi di una socializzazione fallita. Vedete dove si può arrivare avviando una sequenza un po' disinvolta di sillogismi?
Ma purtroppo la sequenza è avviata e la nostra vita è diventata proprietà comune. E allora perché non lasciarsi intervistare senza riserve e senza pudore? In fondo anche il nostro corpo è diventato proprietà comune, e quel che un tempo era prerogativa di alcune dive, farsi misurare seni e sederi e pubblicare le relative cifre sotto la fotografia, oggi è il gioco di qualsiasi ragazza che non vuol passar per inibita. Ma anche il sesso è diventato proprietà comune e, dalla stampa alla televisione, è un susseguirsi di articoli e servizi sui piaceri e sulle difficoltà della camera da letto, redatti sotto forma di consigli, in modo confidenziale, come se fossero rivolti solo a te e non a un milione di orecchie.
Questo significa "Non aver nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi". Significa che le istanze del conformismo e dell'omologazione lavorano per portare alla luce ogni segreto, per rendere visibile ciascuno a ciascuno, per toglier di mezzo ogni interiorità come un impedimento, ogni riservatezza come un tradimento, per apprezzare ogni volontaria esibizione di sé come fatto di lealtà se non addirittura di salute psichica.
E tutto ciò, anche se non ci pensiamo, approda a un solo effetto: attuare l'omologazione della società fin nell'intimità dei singoli individui e portare a compimento il conformismo. In fondo non è un'operazione difficile. Basta "non aver nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi", che tradotto significa: "sono completamente esposto", "non custodisco nulla di intimo", "sono del tutto depsicologizzato", ma in compenso ho guadagnato appariscenza, conformità sociale e forse qualche apprezzamento per il mio coraggio e la mia sincerità.
A questo punto scopriamo che di intimo c'è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà che ciascuno di noi cerca di nascondere per non essere trascurato dagli altri, da loro tralasciato. E così proprio ciò che avrebbe massimamente bisogno di comunicazione (il dolore, la malattia, la povertà) resta chiuso nel segreto della solitudine, dove nessuna voce giunge a diluire quel che la solitudine rende insopportabile. E poi ci si meraviglia del numero sempre più impressionante di suicidi, quando una voce inespressa decide di tacere per sempre. Qui inquietante non è il suicidio, ma la nostra meraviglia.
Abbiamo capovolto il senso del pudore a cui abbiamo dato da custodire non più la nostra intimità, in cui si radica la nostra identità personale e la nostra libertà, ma il fondo opaco e buio del nostro dolore, reso addirittura inespressivo per l'impossibilità di comunicarlo. In questo caso non c'è né conformismo né omologazione, ma la difesa ostinata di un silenzio per non privarsi almeno di quelle conversazioni insincere, che del dolore, della malattia, della povertà non vogliono saper nulla, ma proprio nulla.


Sessomania

Io desidero il mio desiderio,
e l'essere amato non è altro che il suo accessorio.

R. BARTHES, Frammenti di un discorso amoroso (1977), p. 28.

Dopo l'orgia che si fa? Si fa l'amore con gli animali? Già fatto. Con i vegetali? Pure. Con la materia inanimata? Non so. Ma a giudicare dagli attrezzi che si vendono nei sexy shop, pare che anche l'inanimato faccia parte del gioco erotico. In realtà siamo saturi per sovrabbondanza di visioni sessuali, giocate su tutti i registri: dalla pubblicità, dove si vorrebbe far desiderare un prodotto con la stessa intensità con cui si desidera il sesso, alla pornografia in edicola, al cinema, in televisione, in Internet, perfino in quella solitudine monastica e onanistica che sono le chat-line, dove il principio della distribuzione massiccia di sesso rende normale ciò che è ovunque diffuso.
Là dove un seno reclamizza un telefonino e un paio di cosce un'automobile di lusso, allora dobbiamo dire che il mondo delle merci e la pubblicità che lo reclamizza sono diventati i veri proprietari del corpo femminile, per lo meno nella sua immagine sessualmente attraente. Che poi anche le donne possiedano un corpo, al di là della sua utilizzazione pubblicitaria, diventa un fatto puramente casuale e d'importanza secondaria.
Nel momento infatti in cui l'attrazione sessuale diventa attrazione per le merci, la sessualità cessa di essere un tabù. L'odierna mancanza di pregiudizi sulle cose del sesso, il crollo della pruderie, lungi dall'essere un'emancipazione progressista, sono figli della libertà della pubblicità, quindi un fatto esclusivamente commerciale.
In un mondo completamente erotizzato abbiamo perso la consapevolezza che la parola "pubblicità" aveva alle origini uno stretto significato erotico. Si riferiva infatti alla "donna pubblica", alla prostituta come merce. Oggi è l'universo delle merci a offrirsi come universo di prostituzione e, nell'abbondanza delle merci divenute simili a lei, la prostituta ha perso il fascino di cui ancora godeva nella prima metà del secolo scorso ed è diventata un personaggio squallido che deve inseguire il luccichio delle merci per destare una qualche attrazione.
Il risultato, per paradossale che sia, è che ciò che è normale non attrae, e ciò che è ovunque diffuso e disponibile spegne il desiderio. Infatti, quando cessa di essere enigmatica, la sessualità diventa crudele, perché mi esclude dalla possibilità di scoprire. A questo punto, l'osceno è già accaduto, e non nella sessualità scomposta del corpo nudo, ma nella ripetizione monotona e prolungata di questa gestualità, dove un corpo senza volto si offre con le cadenze ossessive di uno spasmo che ha più parentela con i ritmi della morte che con quelli del desiderio.
Ne è prova la bocca chiamata dalla seduzione erotica a simulare il sesso femminile. Una bocca semiaperta e semichiusa che non può più parlare né mangiare, né ridere, né baciare, perché solo nella negazione delle sue funzioni naturali può fare la sua comparsa la funzione erotica. Lo stesso vale per gli occhi, sofisticati e disposti in modo che non si aprano su niente e non guardino nessuno, per cui chi li ammira non incontra un volto, ma un oggetto seducente che impegna solo il proprio onanismo.
Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione erotica non dispiega una scena intorno a sé, in cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente messo in scena, e perciò è o-sceno, perché è offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità del cerimoniale erotico che rende il corpo inespressivo, perché ogni espressione è demandata alle vesti, agli accessori, ai gesti, alla musica, alle luci, secondo le tonalità che la tecnica sapientemente distribuisce per creare il desiderio al solo scopo di arrestarlo davanti alla "messa in scena", dove non si celebra la sessualità del corpo ma la sua castrazione. In questo senso la seduzione erotica gioca con la morte, e quindi, per sadica che sia, è sempre irrimediabilmente masochista.
A questo punto è inutile che psicologi e sociologi ci vengano a dire che gli uomini hanno paura delle donne. Se il modello di riferimento è il corpo nudo della donna-copertina che gli stilisti incessantemente ci propongono, ebbene si tratta di una donna desessualizzata nel momento stesso in cui gli stilisti la vestono o la spogliano, mettendo così in scena una sorta di spettacolo della paura, come se l'erotismo dovesse arrestarsi alle soglie dei loro abiti, portati con quei gesti rituali che vogliono a un tempo provocare l'idea del sesso e insieme la sua interdizione.
Dopo aver ridotto il pubblico a semplice rappresentante di un generico voyeurismo, questo sguardo, che teme la donna, maschera la sua paura accarezzando il corpo femminile con tutta la delicatezza del suo raffinato manierismo e, dopo aver agghindato la sua creatura con tutti gli accessori e gli stereotipi di cui è capace, finisce per inghiottirla nell'insignificanza, ostentando la sua nudità al solo scopo di renderla inaccessibile, e al limite esorcizzarla. Alcuni frammenti di erotismo, appena accennati dalla deambulazione sulla passerella, sono riassorbiti in quel rituale rassicurante che è il sistema (economico) della moda, che cancella l'elemento della sessualità femminile con tanta decisione e sicurezza, quanto un buon vaccino può fare nei confronti di una malattia infettiva.
E allora a fiumi quell'erotismo stereotipato che allontana il corpo della donna nel favoloso e nel romanzesco, all'unico scopo di ridurre la donna a puro e semplice oggetto travestito, al punto che, se il nudo traspare, resta anch'esso un nudo irreale, perfettamente chiuso come un bell'oggetto sfuggente e astratto per la sua lontananza e stravaganza rispetto alla consuetudine umana. Nella moda, infatti, tutto ciò che è femminile, seducente e invitante è avvolto in quell'atmosfera di purezza diafana che spranga la femminilità come potrebbe fare una porta trasparente e blindata di una gioielleria, dove la donna è esposta come una pietra preziosa e, in questa preziosa esposizione, irriducibilmente ridotta a oggetto totale e inutile.
L'ondulazione debolmente ritmata delle modelle in passerella, contrariamente al giudizio corrente, non è per nulla un fattore erotico, anzi probabilmente è addirittura il contrario: serve a scongiurare il timore dell'immoralità. Non c'è infatti nulla di più efficace del gesto ritmato e cadenzato, gesto rituale visto mille volte, per ricoprire di monotonia l'intenzione allusivamente sessuale, dove il sesso gioca un ruolo parassitario, in una lontananza che lo rende per lo meno improbabile. Questa lontananza nasconde la donna sotto l'indifferenza glaciale dell'abile professionista, rifugiata con alterigia nella certezza della tecnica che la riveste più dell'abito che indossa.
E allora, nonostante il suo innegabile tripudio e la sua ostentazione senza limiti, a me vien da dire che, nella nostra consumata cultura, non c'è più sessualità, perché ciò che si persegue è la parodia della sessualità, già ampiamente controllata dai produttori della sessualità, che l'hanno iscritta nella contrattazione e nella ripetizione, dove ciò che si legge è solo l'estinzione del desiderio e il suo inganno.
Infatti nel proliferare incontrollato di immagini sessuali, sulle strade, sugli schermi, sulla carta stampata, la sessualità è estinta in ciò che ha di potenzialmente sovversivo e creativo, perché ciò che si lascia circolare sulle strade, sugli schermi, sulla carta stampata è solo la ripetizione monotona di una promessa mancata.
Nel sesso, infatti, parla l'altra parte di noi, quella follia notturna che l'Io diurno tiene a bada per garantire la vita di ogni giorno. L'ostentazione indiscriminata della sessualità, con le sue regole di contrattazione e ripetizione, non libera quella follia, ma ribadisce a ogni insorgere del desiderio l'ineluttabilità della sua sconfitta.
L'alleanza tra amore e morte appare qui in tutta la sua evidenza, perché la continua esibizione della sessualità non offre sesso, ma professionismo, produttivismo e ripetizione: le regole diurne dell'Io, non gli sconfinamenti di quella follia notturna che ci abita e che trova nella sessualità non professionale, non contrattata e non ripetitiva, la sua prima parola.
Di qui l'invito a oltrepassare l'immaginario sessuale per entrare davvero nel gioco, dove da esperire non ci sono più le solite oscillazioni tra codici e devianze, ma più semplicemente - e qui la semplicità diventa abisso -l'incontro con il ritmo dell'indicibile, di "ciò che non si riesce a dire" (Platone), di "ciò che non si può dire" (Freud) perché abita l'inconscio o, come vuole ancora Platone, il "fondo enigmatico e buio", quell'inarticolato che resta al di là dell'articolazione di tutte le parole.
Questa parola temuta, questa parola da cui ogni giorno con le nostre regole ci difendiamo, questa parola che parola non è, ma piuttosto spasmo e grido, è tenuta a bada dalla sovraesposizione della sessualità, che svolge l'unico compito di farci assaporare non le cose come veramente sono, ma le immagini rarefatte e inscrivibili in quei testi e contesti dove a esser fuori scena è sempre e solo la sessualità in quel che di più profondo ha da dirci. Per questo, lo ripetiamo, la sessualità è "o-scena". La "scena", infatti, è occupata solamente dalla sua recitazione, se non addirittura dalla sua parodia.
Che sia qui, nell'elisione della sessualità vera e propria, la funzione sociale dell'odierna overdose di sessualità? Al seguito di tutte le figure d'ordine, anche questa overdose svolge il suo: volatilizza il nostro desiderio nell'immaginario e lo arresta al limite della visione.
Non oltrepassando quel limite, l'individuo evita di mettere in gioco la sua identità, e la società il suo ordine. In quest'orgia di immagini, tutto resta integro.

(I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli 2003, pp. 57-63; 85-98)