Il salterio

Il corpo in preghiera

Luciano Manicardi

 

Vi è una presenza omnipervasiva nel salterio: la presenza del corpo umano. L’abbiamo visto nel Salmo 39 (40) – che abbiamo ora pregato -, ma lo potremo vedere praticamente in tutti i salmi.
L’uomo biblico - e già qui c’è un insegnamento per noi - per pregare dice il proprio corpo.
Nel salmo che abbiamo appena letto, questo vissuto ritorna più volte: “Hai stabilito i miei piedi sulla roccia” – “Non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai” – “Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore”; potremmo andare avanti e passare anche dal corpo fisico, che è sempre spirituale, al corpo comunitario, all’assemblea dei credenti.
Il corpo è una categoria veramente omnipervasiva nel Salterio, quasi che il segreto della preghiera, per l’uomo biblico, del rapporto con Dio, fosse lì, nel corpo, che dunque non è solo strumento, come si dice ”pregare con il corpo”: è magistero di preghiera, e pertanto va ascoltato, è tempio che dà un oracolo. Non dirà, Paolo, che il corpo è tempio di Dio, dimora dello Spirito? Per dire una sofferenza lacerante, il salmista nel Sal 129,3, dice:”sulla mia schiena hanno arato gli aratori, ha scavato lunghi profondi solchi”.
Per dire l’atteggiamento umile e fiducioso, il Sal 131 dice: “il mio cuore non si esalta, i miei occhi non guardano troppo in alto”.
La situazione di angoscia, così frequente all’interno dei salmi, è espressa in ebraico da un termine che indica la gola che si chiude, il respiro che viene meno, lo strozzamento, la strettoia in cui il respiro viene bloccato.
Aveva ragione il p. Beauchamp quando ha scritto che i salmi sono corpo in preghiera; è il corpo che prega nei salmi: il fragile strumento della preghiera, l’arpa più sensibile, il più esile ostacolo alla malvagità umana, tale è il corpo. Sembra che per il salmista tutto si giochi lì, nel corpo. Non che sia indifferente all’anima: al contrario, è che l’anima non si esprime e non traspare se non nel corpo.
Il salterio è la preghiera del corpo. Anche la meditazione si esteriorizza prendendo nome di mormorio, sussurro. Il corpo è il luogo dell’anima, e dunque la preghiera attraversa tutto ciò che si produce nel corpo: è il corpo stesso che prega, come dice il Sal 35,10 : “tutte le mie ossa diranno: chi è come te, Signore?” In questa espressione del Sal 35,10 “chi è come te, Signore?” in cui la lode è pronunciata dalle ossa del salmista che nell’antropologia biblica sono ciò che tiene in piedi l’uomo, lo fa essere nella postura eretta, lo fa essere uomo, col segno della forza.
È il corpo che prega nella sua fragilità e nella sua potenza espressiva, il corpo con tutti i registri comunicativi di cui è capace.
Fate una volta una lettura trasversale del Salterio, cercando i linguaggi che vi sono riportati, linguaggi umani, quelli che utilizziamo anche noi nel nostro vivere quotidiano e ne troverete una quantità all’interno dei Salmi ad esprimere la relazione con Dio. Sono tutti linguaggi corporei.
Il sussurro, il mormorio meditativo, Sal 1,2, quella che è diventata in latino la meditatio e che nella nostra tradizione ha preso una sessione molto intellettualistica, psicologistica, autoinvestigativa, ma che in realtà è un movimento fisico, è un borbottare, un dire a mezza voce.
Ma poi c’è il linguaggio del pianto, delle lacrime, in quanti salmi. C’è poi la riflessione, Sal 4,5 :”nel silenzio sul vostro letto e riflettete nei vostri cuori”.
C’è il lamento, infinite volte: “Sii attento al mio lamento, Signore!”, c’è il grido, l’urlo e persino il silenzio. Nel Sal 65,2 il corpo si esprime silenziosamente: “Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion”.
Potremmo andare avanti a lungo a esprimere i registri linguistici con cui il corpo si pone in relazione con Dio e certamente dire corporeità in preghiera significa anche dire che nella preghiera l’uomo fa entrare anche le emozioni.
Una di queste emozioni è la collera, l’ira, che è un elemento estremamente interessante e importante nella preghiera e non solo nelle relazioni interpersonali. Il linguaggio dello sdegno, il linguaggio in cui il corpo si infiamma per un’ingiustizia o oppressione e grida a Dio.
Perfino possiamo trovare un registro espressivo veramente vitale: il respiro.
L’ultimo v. del salterio, il Sal 150,6 dice: “ogni vivente (ogni respiro), dia lode al Signore”, dove è la stessa attività così vitale di inspirare e di espirare che rientra nell’interno della lode a Dio.
Davvero il salterio è la preghiera del corpo, è la preghiera, cioè, in cui si esprime tutta quanta la persona.
C’è un bel versetto del Sal 81,11 che ci rinvia a una parte del corpo umano che mi sembra sia particolarmente importante mentre parliamo di salmi: “Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto salire dal paese d’Egitto: apri la tua bocca, la voglio riempire”. L’orante, il figlio d’Israele, apre la bocca e il Signore la riempie non solo con la manna nel deserto, ma la riempie con la sua parola.
Questa parola di Dio all’uomo risponde a quello che è il desiderio, l’anelito dell’uomo stesso.
Nel Sal 119,131 :”apro anelante la mia bocca, desidero i tuoi comandamenti”; i comandamenti si ricevono con la bocca, non solo con gli orecchi, si mangiano, si triturano, devono arrivare a metabolizzare, ad assumere, a fare entrare in noi la tua legge, e nel mio profondo, dice il sl. 40, la parola tua che dalla tua bocca passa nella mia bocca e mi entra nelle viscere e diviene mia volontà.
Non dimenticate che tutti noi apriamo la nostra lode mattutina dicendo. “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode”.
La bocca è soglia del rapporto tra uomo e Dio, tra uomo e uomo, tra uomo e mondo, fra interno ed esterno e diventa il simbolo della totalità dell’uomo. Con la bocca si parla, è comunicativa, relazionale, con la bocca si mangia, dimensione nutritiva, vitale, con la bocca si bacia, dimensione affettiva, erotica: tutto questo c’è in quell’espressione di sé: “Signore, apri le mie labbra e io canterò la tua lode”.
Aprire la bocca per accogliere e cantare i salmi, allora diventa davvero, come dice la tradizione ebraica, cosa terribile. È cosa terribile cantare i salmi, cosa temibile perché significa entrare in un movimento di conversione.
Gregorio Magno lo aveva capito bene: “La voce della salmodia apre nel nostro cuore una via al Signore”. La salmodia arriva a plasmare il nostro corpo, a guidare i nostri passi, i nostri sguardi i gesti delle nostre mani nella direzione tracciata da Colui che, secondo Agostino, è stato il cantore per eccellenza dei salmi, Gesù stesso. Nel commento al Sal 122,2 Agostino proclama “Cristo cantore per eccellenza dei salmi”.
È cosa temibile cantare i salmi, pregare i salmi, perché non riguarda solo i confini di un’anima invisibile e imprecisa, ma ha dei limiti netti che riguardano il corpo senziente, preciso e concreto, che ha una storia, ha un passato, una biografia, un corpo che ha una memoria, che ha delle ferite antiche, un corpo che ha un futuro, dai contorni imprecisi, ma certamente in cui si intravede una decadenza, una perdita di forze, un entrare maggiormente nella debolezza, ed ha un presente in cui il corpo si pone come paradosso.
Il corpo è un paradosso: anche nei salmi lo vediamo bene. Lo vediamo anche nella nostra esperienza, ma tutto questo non rientra nella preghiera dei salmi.
Perché è un paradosso il corpo? Perché il corpo è apertura all’altro, ma anche chiusura in sé.
È questo spazio-tempo in cui Dio solo mi limita ed è l’unica mia possibilità di aprirmi agli altri; è un luogo che mi imprigiona, ma è anche apertura all’infinito, all’altro, all’oltre invisibile.
Spesse volte nel Salterio troviamo il corpo disperato, il corpo torturato, il corpo dell’uomo che non vede via d’uscita.
Prendete il SSal 88; rileggete questo che normalmente viene ritenuto il salmo più ombroso, oscuro di tutto il Salterio: c’è un uomo che all’interno della disperata situazione di malattia in cui si trova, dice la sua malattia e dice la sua esperienza di morte, si sente come un morto, e poi, lì in mezzo, di nuovo, leva la sua invocazione a Dio.
All’interno di una situazione di disperazione in cui il corpo lo rinchiude in una situazione che non avrà sbocchi positivi, egli continua a invocare Dio. Questo gridare a Dio la sua disperazione è la sua forma di speranza.
Ci sono momenti in cui il corpo malato, sofferente, prossimo alla morte, appare chiuso in sé. Ma il corpo appare anche utopia, apertura all’alterità, progettualità,; diventa non più un qui irrimediabile, - Paolo direbbe: “Chi mi libererà da questo corpo di morte? – ma diviene il vero punto dinamico del mondo, il punto in cui io comincio a sognare, camminare, danzare, parlare, desiderare, amare.
È questa dimensione di apertura all’alterità che fa sì che il corpo sia davvero il grande luogo della preghiera, il corpo orante dei Salmi si apra poi al corpo comunitario.
Anche voi, quando pregate i Salmi, pregate normalmente, insieme con gli altri e si tratta di formare un corpo unico. In un coro monastico o nella Liturgia delle Ore, non c’è soltanto la preghiera individuale, ma la parola dei Salmi che significativamente non è mia, né tua, né sua: è Parola che riceviamo dalla Scrittura, dalla tradizione della Chiesa e diventa il linguaggio comune di un unico corpo.
Se il corpo è corpo che parla, se è la parola ciò che definisce il corpo umano, perché tutti comunicano, anche gli animali: ebbene, nella liturgia i Salmi diventano la Parola di un corpo che non è la mera somma dei nostri corpi individuali, ma è il Corpo di Cristo; e il linguaggio dei Salmi è quello che Dio vuole nelle nostre bocche: “apri la tua bocca e io la riempirò”.
C’è dunque anche questa dimensione comunitaria del corpo ecclesiale ed è per questo che i salmi sono preghiera irrinunciabile della Chiesa. E per quanto la Chiesa anche ne abbia sentito spesso delle difficoltà, mai ha rinunciato alla preghiera dei salmi.
La dimensione di apertura all’alterità, include un’ulteriore dimensione: dice che non è solo il corpo comunitario a pregare, ma a un certo punto nei Salmi l’orante si sente partecipe del corpo cosmico, del corpo della creazione e prega insieme agli alberi e ai fiumi, “ i fiumi battono le mani” – “danzano i monti” - .
Il percorso spirituale che il Salterio come libro nella sua unità redazionale ci fa fare, è anche un cammino di pedagogia del corpo.
Il salterio si apre con quel portale d’ingresso inserito nei Salmi 1 e 2, ma in particolare nel salmo 1, in cui l’orante è colui che ascolta e medita la Torah, la Legge del Signore: “Beato l’uomo che nella Torah del Signore trova la sua gioia. La sua Legge medita giorno e notte”, dove meditare qui è una funzione prettamente fisica. C’è questo lavoro di meditazione, ripetizione, mormorio della Parola di Dio.
“Nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte”: sua, di chi? Il parallelismo fa capire che qui ci si riferisce alla Legge del Signore; però grammaticalmente possiamo anche intendere che nella meditazione, la legge del Signore diventa la sua legge, cioè di colui che la medita. La volontà del Signore viene travasata nell’uomo che la medita.
Si apre in tal modo un itinerario che si spinge fino alla fine del Salterio, quando è addirittura il respiro stesso del corpo che diviene lode. Dalla meditazione, bisbiglio, riflessione, si passa a una preghiera che esce con il fiato stesso del respiro umano.
Troveremo qui la radice di quella che è la preghiera del cuore della tradizione orientale.
Il corpo è il grande protagonista del Salterio; e dire questo significa dire anche un’altra cosa: che il protagonista del Salterio è anche il simbolo. Al cuore di ogni simbologia vi è il corpo umano.
Sappiamo bene che il simbolo ha sempre una doppia intenzionalità, un doppio significato: il primo letterale, fisico, e il secondo, che è innestato sul significato fisico, materiale, dice una ulteriorità: quando i Salmi dicono “il Signore è mia luce”, fanno riferimento all’esperienza che tutti conosciamo, della luce del sole, di una lampada, e poi operano un passaggio ulteriore dove luce designa trascendenza e vicinanza, designa un’esperienza che per la Bibbia è al vertice.
Questo vale anche per il corpo e lo trovo ben espresso proprio dal primo versetto del salterio, Salmo 1,1: ”Beato l’uomo che non cammina nel consiglio degli empi, non si ferma sulla via dei peccatori, non siede nel consesso dei cinici (questa è la mia traduzione!)”.
Ci sono tre simboliche del corpo umano: che cammina, che sta in piedi, e si siede. Non sarebbe difficile vedere come attraverso queste tre simboliche del corpo, si possa organizzare l’intero mondo simbolico del salterio.
Il tema del cammino che esprime l’orientamento verso uno scopo. In tutti i verbi di questo plesso semantico che trovate - andare, camminare, avvicinare, salire, scendere verso -, c’è l’idea del divenire, del progresso, della crescita. Ma poi c’è l’uomo che sta in piedi e si ritrova in tutto ciò che esprime altezza: quante volte nei Salmi abbiamo riferimento alla montagna, agli uccelli, al Padre, al re che sta in posizione elevata.
E poi l’uomo che siede, dunque che crea comunione, l’uomo che abita la casa, la città, la famiglia, l’uomo che vive una convivialità, una comunionalità.
Questa simbolica del corpo è davvero omniavvolgente e riguarda tutta quanta l’esperienza dell’uomo che prega nei Salmi.
C’è qui un aspetto importante dei salmi per la nostra preghiera, per la nostra vita, per i nostri corpi: i Salmi lavorano, se noi li lasciamo lavorare, il nostro corpo, incidono su di noi in profondità, non solo in esteriorità. Si potrebbero vedere le infinite posizioni di preghiera che troviamo nel Salterio: levare gli occhi al cielo in posizione umile, tendere le mani verso Dio, prostrarsi a terra, cospargersi il capo di cenere.
I Salmi preparano il nostro corpo per il Signore.
Nel Sal 40,7 : “Signore, tu non gradisci sacrificio e offerta, mi hai aperto gli orecchi”, così dice il testo ebraico e, letteralmente, dovremmo tradurre “hai fatto un foro nel mio orecchio”. Perforare l’orecchio era un segno col quale il padrone marchiava il proprio servo, un segno di appartenenza, di dipendenza, per ricordare anche effettivamente che quella persona appartiene a quel tale signore.
Questa espressione nella traduzione greca (LXX) del Salmo diventa “non hai voluto sacrificio e offerta; mi hai preparato un corpo”.
Se dunque, nell’originale ebraico, l’espressione che attingeva a questa immagine, indicava aprire l’orecchio, renderlo disponibile ad accogliere la parola del Signore, l’ascolto come luogo in cui io mi faccio liberamente servo, liberamente appartenente al Signore, nel testo greco, che poi sarà ripreso nel Nuovo Testamento nella lettera agli Ebrei c. 10,7, diventa “non hai voluto né sacrifici né offerte, mi hai preparato un corpo”, dove l’economia sacrificale viene riscattata dal corpo che il credente arriva a vivere: ma poi nel N.T. questo è il corpo di Cristo.
Il vero sacrificio che abolisce tutta l’economia sacrificale, è vivere la propria corporeità e viverla davanti a Dio. Vivere il corpo non come ostacolo, ma come trasparenza di Dio stesso. “Tu mi hai preparato un corpo”. Dietro il corpo umano c’è Dio stesso.
Questo è davvero molto importante: l’ascolto diventa luogo del libero farsi servi del volere di Dio, che dispone tutto il corpo a diventare dimora di Dio, a diventare accoglienza della Parola.
Qui potremmo aggiungere una piccola cosa: noi preghiamo i salmi, e tuttavia i salmi sono una parola particolare. Noi la preghiamo, la facciamo nostra, però non diciamo che parliamo i Salmi.
È una fatica pregare i Salmi: i monaci, istruiti dalla Regola di S. Benedetto lo sanno bene; è importante che “mens concordet vocis”, che ci sia un lavoro di attenzione in cui la mente, l’intelligenza, aderisca a questa parola che io pronuncio e che tuttavia non è originata da me.
C’è una fatica nel pregare e dipende anche dal fatto che non è così spontanea come è la conversazione che facciamo con chiunque ogni giorno.
I Salmi sono parola che ascoltiamo mentre pronunciamo: ascolto e pronuncia sono indissolubilmente connessi. Questo è molto interessante perché questa unità di ascolto e di parola, di dire e di ascoltare ha una valenza non solo corporea, ma antropologica fondamentale.
I Salmi ci insegnano, se li preghiamo coscientemente, ad abitare nel nostro corpo e a entrare nelle relazioni.
Emmanuel Levinas ha scritto: “Parlare e ascoltare sono una cosa sola, non si alternano”. Se si sa parlare si sa ascoltare e viceversa e questi due movimenti non sono successivi, ma in profondità sono concomitanti.
Da questo punto di vista è davvero importante ricordare una cosa circa la preghiera dei Salmi.
Come pregare un Salmo che esprima sentimenti, emozioni differenti opposti a quelli che io sto vivendo? Come pregare un Salmo in cui si esprime un uomo con il corpo malato o vicino alla morte quando io sto benissimo di salute e sono nel pieno delle forze? Come cantare un Salmo di supplica, cantato da toni di disperazione, di lamento, quando sto vivendo un giorno di gioia e di felicità, e viceversa? Qui bisogna distinguere tra la preghiera personale e la preghiera comunitaria nei Salmi, quando si è corpo comunitario. Quando si è corpo comunitario occorre vivere a un livello differente da quello che io, singolo, sto vivendo in quel momento.
Il rischio è di ridurre la soggettività a quello che io sto vivendo, all’emozione che sto esperimentando in quel giorno. Si tratta invece di fare della Liturgia l’azione comune di un corpo, di assumere la Parola di Dio come parola di quel corpo parlante che è la Chiesa, la Comunità, la liturgia come ambito ecclesiale in cui la parola comune che viene pronunciata non può essere la mia o la sua o di qualcuno: è la Parola di Dio. È un corpo in fieri, un corpo che viene costruito, è il Corpo di Cristo il cui soggetto è lo Spirito Santo. Questo mi pare importante per arrivare a cogliere davvero l’aspetto comunitario della preghiera dei Salmi.
Adesso vorrei puntare la mia focalizzazione sul rapporto corpo-Salmi. Mi trovo impossibilitato a trovare un Salmo e ho preferito trovare un problema, una dimensione del corpo che prega nei salmi, e del nostro corpo che è chiamato a pregare.
Il corpo nella malattia, il corpo sofferente. Nei Salmi noi troviamo più e più volte la capacità dell’uomo di dire, di esprimere la propria situazione di sofferenza, di vicinanza alla morte. Quindi troviamo, nei salmi, il linguaggio della protesta, dell’angoscia, la speranza del ristabilimento dalla malattia, la gioia per la guarigione, ma soprattutto c’è questa bella capacità di dire il proprio corpo sofferente.
Nella malattia, nella sofferenza l’uomo arriva a dire, a esprimere ciò che egli sente e in questo modo può cominciare qui un cammino per fare capire qualche cosa di ciò che sta avvenendo al proprio corpo.
Vi è qui qualcosa di estremamente importante per la preghiera dei Salmi in cui i Salmi sono, da un lato, testimonianza e modello.
Testimonianza di qualche cosa che è stato vissuto da altri: es. nel Sal 6 leggo che quest’uomo, nella sua preghiera dice: “Sono stremato dai miei lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, bagno di lacrime il mio letto. I miei occhi nel dolore si consumano, invecchio fra tante mie afflizioni”, e poi, come spesso succede quando ci sono dei malati, le invettive contro dei nemici: “Via da me, voi che fate il male”, ed è questa espressione di aggressività, di rabbia, rivolta a delle presenze che sono semplicemente le presenze dei visitatori, degli amici che si fanno accanto, un po’ come Giobbe con i suoi amici che, avendo la presunzione di sapere quello che si deve fare, e di sapere quello che deve fare un malato quando è nella sofferenza, gli vanno a dire quello che deve fare. Così fanno un racconto di potere e diventa persecutorio a cui Giobbe, giustamente, si ribella, perseguitando, a sua volta, i suoi amici.
I salmi ci dicono una capacità che noi oggi non abbiamo: la capacità di dire il corpo sofferente, di dire le emozioni che il corpo sta provando e dunque, mentre ho accolto la testimonianza di un’altro, posso farne il mio modello per arrivare a ripetere quelle parole, ma anche a formulare le mie parole, arrivare a fare entrare Dio nella presa di “possesso”, se così possiamo dire, della mia situazione di sofferenza e di malattia, per dirmi davanti a Dio.
E soprattutto nei salmi noi troviamo, al di là delle tante malattie che si possono intravedere dietro a situazioni di sofferenza, noi abbiamo una categoria, diciamo così, in cui l’uomo biblico sente di entrare quando è nella malattia: questa categoria si chiama morte.
Per l’uomo biblico la morte non è affatto un momento puntuale che si situa alla fine della vita e tra l’altro di difficile definizione anche scientifica, ma la morte della persona, del corpo, è in realtà sentita dal salmista, in genere dall’uomo biblico, come una forza nemica multiforme che assume tanti volti, ma è una potenza che invade l’esistenza e che l’uomo percepisce, vive, esperimenta nella perdita di libertà, nella malattia, quando il corpo è ferito, quando le relazioni cessano, in una separazione, in un abbandono.
Là dove l’angoscia, la privazione di libertà, la dignità viene calpestata, ecco la morte.
Se leggete il sl. 88 , forse il salmo più oscuro del salterio, vedete come quest’uomo parla di sé come già morto. Se parla è vivo, eppure egli dice: “Sono come gli uccisi stesi nel sepolcro, dei quali non conservi più il ricordo, recisi dalla tua mano”. “Mi hai gettato nella fossa più profonda” che è l’ immagine dei morti gettati nelle fosse comuni; l’uomo che si sente già come morto perché sente che nel suo corpo la forza se ne è andata, non sente più vita in sé.
Ecco, allora, che questo uomo nella sofferenza, nella malattia, sperimenta la dimensione profonda della morte che non è semplicemente un venir meno fisico, ma è essere abbandonato, perdere la relazione con Dio.
Per il credente, la morte è la fine della relazione con Dio: “Sono come quelli di cui Tu non ti ricordi più”. Ecco la morte: quando io non sono più ricordato da nessuno. Sono quelli recisi dalla tua mano, quella mano che mi guidava, mi accompagnava, mi proteggeva, ora mi ha abbandonato.
Che cosa dice nei salmi il corpo malato? O meglio: come il malato si relaziona al corpo nei salmi? Credo che la cosa più notevole sia che anzitutto c’è la presa di parola sulla propria sofferenza.
Cominciare a dire la propria sofferenza è già come esercitare un potere su ciò che sta avvenendo al proprio corpo, e la malattia viene spesso espressa come disarticolazione. Così, nel Sal 22,15 : “Sono slogate tutte le mie ossa”, si fa capire la capacità dell’uomo di leggere anche ciò che sente a livello fisico.
Oppure la consunzione o il bruciore come nel Sal 102,4, un salmo drammatico: oggi diremmo di un uomo colpito da un “brutto male” a metà della vita, nel pieno delle forze “tu recidi l’ordito, la trama della mia esistenza”. “Come brace ardono le mie ossa”. Questa capacità di ascolto dei sintomi della malattia e il loro dirli, è elemento portante che rientra all’interno del discorso di preghiera che l’orante fa.
Consunto dal dolore, dalla febbre, l’orante vede il suo corpo ridotto a pelle e ossa, tanto che, nel Sal 22,18, l’orante dice: “Posso contare tutte le mie ossa”. Nel dimagrimento dovuto alla malattia, ecco il malato che guarda il suo corpo che gli sta diventando estraneo.
“La mia pelle aderisce alle mie ossa”, Sal 102,6, è un altro dei salmi così detti del malato.
Sal 38,4: “Nelle mie ossa non c’è nulla di sano, nulla di integro”.
Le sue ossa sono sconvolte, dice il Sal 6,3, dove questo verbo utilizzato. Lo troviamo frequentemente per dire la situazione di disarticolazione e disagio dell’uomo, non più a suo agio nel suo corpo. Le “ossa sconvolte”, un’espressione che non dice soltanto un sintomo fisico, ma anche psicologico; dice il terrore, l’angoscia, la sofferenza, uno sconvolgimento che penetra fino alle ossa, una sorta di destabilizzazione radicale dell’essere.
Del resto, quando si parla delle ossa, si intende proprio la forza dell’uomo, ciò che tiene in piedi tutto quanto l’uomo e dunque dice il lamento sulle forze che abbandonano l’uomo.
Le lacrime Ecco allora, quel linguaggio che tutti noi conosciamo, linguaggio antropologico basilare, ma così frequente nei Salmi a indicare più esperienze; e in queste esperienze si indica una reazione alla sofferenza, al male, al dolore: il pianto. Sal 6, “Ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, bagno di lacrime il mio letto”: troviamo spesso i riferimenti a questo linguaggio - che per la Bibbia è un linguaggio di preghiera, linguaggio corporeo, ma anche così spirituale -, che sono le lacrime.
Sal 39,13, “Non essere sordo alle mie lacrime”.
Sal 6,9, “Ascolta la voce del mio pianto”.
Un testo rabbinico dice più o meno così: “La preghiera è potente, il grido è molto più potente della preghiera, ma le lacrime sorpassano tutto”.
Le lacrime sono come un linguaggio per eccellenza potente di preghiera, perché? Perché il linguaggio delle lacrime, su cui mi voglio fermare un momento, mi sembra sia non solo un dato antropologico fondamentale. Tutti nasciamo con la capacità di piangere, e per quanto conosciamo, nel pianto restano molte regioni misteriose di questa nostra abilità. Ma in più il pianto ha una sua enorme valenza spirituale e propria di preghiera, all’interno dei Salmi, ma anche all’interno della tradizione spirituale.
Le lacrime sono questo linguaggio che, mentre esprimono la sofferenza, hanno anche la capacità di dare sollievo. Ma probabilmente è un altro il significato delle lacrime: le lacrime riorientano le nostre emozioni e le radicano nel corpo, fanno spostare la nostra attenzione dalla mente al corpo e così sciolgono maggiormente il dolore psicologico. Ecco il sollievo delle lacrime! Le lacrime sono delle forme di comunicazione, di linguaggio; sono una forma di preghiera, per la tradizione cristiana.
Sono questo linguaggio corporeo molto misterioso, materiale, corporeo, e tuttavia tremulo, trasparente. Le lacrime sono come materialità dell’anima e spiritualità del corpo: hanno questa strana capacità di unire dentro e fuori e di porre l’uomo nella sua totalità davanti a Dio.
Nel pianto noi siamo totalmente, integralmente in una situazione di verità, davanti a Dio e davanti agli altri. Potremmo dire sono la parte visibile del desiderio umano, perché uniscono corpo e anima, interiorità ed esteriorità; mentre si fanno visibili attestano qualche cosa di invisibile. Dicono che il corpo è spirituale, è una unità inscindibile, dicono che noi siamo una unità.
Potremmo concludere così sul significato del piangere come linguaggio di preghiera, ampiamente attestato nei Salmi, dicendo che le lacrime, mentre scendono a terra si elevano al cielo.
Sono una forma di invocazione muta, ma che in realtà esprime, con tanta veridicità, la totalità dell’essere e del sentire dell’uomo.
Ecco, dunque, l’orante che nel dolore, nella malattia piange e così anche espone la sua situazione davanti a Dio; diventa invocazione, il corpo sofferente diventa, di per sé, invocazione rivolta a Dio.
Il corpo nella sofferenza si lamenta, geme. L’orante arriva anche a esprimere collera, rabbia e nella malattia questo avviene più facilmente.
Un salmo che io amo molto, il sl. 41, alla fine del primo libro del salterio, parla di una esperienza che fa dilatare, quando ci si trova ad essere ammalati; questo bel salmo anzitutto proclama la beatitudine dell’uomo che si prende cura del malato: “Beato l’uomo che ha cura del debole, del malato”, perché questo prendersi cura di chi è malato, sembra diventare promessa che nel giorno della sventura il Signore lo libererà. “Il Signore veglierà su di lui, lo renderà beato sulla terra, non lo abbandonerà nelle mani dei nemici”. Soprattutto colpisce questa splendida immagine del v. 4: Dio è l’immagine dell’infermiere, di colui che si prende cura del malato. “Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore” potremmo tradurre “gli rifà il letto in cui egli è coricato”, quasi con l’immagine di chi si preoccupa che il malato possa non soffrire.
Poi c’è, nel v. 5 un’invocazione: “pietà di me, Signore, guariscimi: i miei nemici mi augurano il male”. Un uomo che, malato, dice che ci sono delle presenze nemiche, delle persone che si augurano il suo male. “Quando morirà costui?”.
V. 7 “Chi viene a visitarmi dice il falso”: normalmente chi va a visitare un malato è un parente, un conoscente, un amico, “dice il falso”, cioè dice parole inconsistenti. Questo è più frequente: di fronte al suo corpo debole, non abbiamo parole all’altezza, non abbiamo parole adeguate.
Normalmente lì assistiamo al fallimento delle nostre parole di fronte alla sofferenza e al male, di fronte alla morte.
“Il suo cuore cova cattiveria e, appena esce fuori, - dalla stanza in cui io sto lì immobile, perché il mio corpo non mi consente più di alzarmi, ad agire e reagire, - sparla”. Che cosa dicono costoro quando vanno fuori dopo essere stati a trovare il malato? Dicono, v. 9: “Lo ha colpito una malattia incurabile; dal letto dove è steso non potrà mai più rialzarsi. E prosegue: “Anche l’amico in cui confidavo, che mangiava con me lo stesso pane, alza contro di me il suo calcagno”, è alleato a loro.
“Ma tu, Signore, rialzami, rimettimi in piedi, dammi la forza di stare in piedi, in modo che li possa ripagare”. C’è un’esperienza molto quotidiana: la deprivazione di forze, la debolezza dell’uomo costretto a stare in orizzontale su un letto, sente coloro che vanno al suo letto – non hanno neanche l’accortezza di mettersi all’altezza dei suoi occhi - dire parole inconsistenti, e appena escono commentano sul suo stato di salute, e tutto questo il malato lo sente, lo percepisce. Ed ecco l’aggressività, questi diventano i nemici, perché è difficile per un corpo sano incontrare un corpo malato.
All’interno di questo cammino faticoso in cui l’orante arriva a esprimere collera, arriva a esprimere rabbia, anche contro Dio, i Salmi attestano che l’uomo nell’angoscia, nel male, ha tutto il diritto del linguaggio di protesta contro Dio, di accusa anche nei confronti di Dio. Arriva anche, questo uomo malato a degli stratagemmi, a dei patteggiamenti con Dio, a delle trattative.
Sono dei brani salmici molto interessanti, in molti Salmi. “Signore, che cosa ti do con la mia morte? non ti potrò più lodare, se scendo agli inferi. Non ci guadagni!” Questi tentativi di convincere Dio a intervenire in aiuto, attraverso quasi un patteggiamento, a una trattativa con Dio stesso, sono forti: quando l’uomo è malato, può osare una parola, una competenza sul suo corpo malato anche se non è uno specialista.
Può dire e può conoscersi: è il primo che può prendere coscienza di ciò che sta avvenendo nel suo corpo e cominciare a dire “io ho il mio cuore che si scioglie come cera”, “le mie ossa fremono”, e in questo modo comincio a fare un cammino verso almeno la presa di possesso della propria vita, prendendo in mano la sua vita.
I Salmi, ha scritto un bravo esegeta, monaco benedettino, che si è occupato in particolare dei salmi, dice: “I Salmi sono la possibilità di rimettere piede in un mondo censurato, sono la possibilità di poter parlare di ciò di cui noi abbiamo preso l’abitudine di non parlare più, perché non vogliamo riconoscere che siamo in un corpo che ci lega, che ci limita, e a volte, perfino ci schiaccia, ma che è il nostro solo luogo di verità, la nostra sola possibilità di esistenza e di espressione veramente umana e veramente personale”.
Nella malattia l’orante parla, ma l’orante ascolta anche, e certamente la malattia, nella Scrittura, appare anche proprio come il mio corpo malato, dove la malattia diventa qualche cosa che si personalizza in me, ecco che allora mi tocca e a quel punto mi parla.
Indubbiamente la malattia ha un messaggio che l’orante cerca di decifrare, di ascoltare, e con cui entra in dialogo e a cui può arrivare.
Spesso noi troviamo nei Salmi, soprattutto in quelli dove si esprime un uomo sofferente, un uomo vicino alla morte, tuttavia si arriva a disegnare una parabola in cui dalla morte si passa alla vita, dalla supplica si passa alla lode. Non nel senso che il malato certamente guarisce, ma nel senso che anche all’interno della malattia che non passa e che conduce alla morte, tuttavia si arriva a scoprire, grazie a questo faticoso dialogo intrattenuto con la malattia, con il corpo malato, con Dio: “Che cosa ha a che fare Dio con il mio corpo che si sta distruggendo, Lui che è il Creatore del corpo, Lui che mi ha dato il corpo?”.
Spesso si arriva a ricostruire un orizzonte di senso.
Penso anche nel Sal 102 dove l’orante non guarisce e tuttavia, all’interno della sua preghiera, arriva a quella libertà, a quella pacificazione in cui, dopo aver detto il suo dolore, scopre che il suo corpo disastrato è così simile alle rovine di Sion, a Gerusalemme ridotta in rovine.
Ed ecco che egli passa a pregare per Sion, arriva a entrare in una comunione, a uscire dall’isolamento, a uscire dall’abbandono e a ritrovare un senso, cioè una comunione con il suo popolo, con i suoi fratelli, e disegna, così, un percorso pasquale, in cui uno ritrova senso e vita attraversando il dolore.
Ma tutto questo avviene solo nello spirito che attraversa il corpo, perché non c’è nulla di spirituale se non nel corpo.

(Abbazia di Viboldone, 13 febbraio 2011)