Stampa studentesca: né mattone né zanzara

Inserito in NPG annata 1968.


Nino Barraco

(NPG 1968-11-29)

Abbiamo chiesto a N. Barraco, che vive nell'infuocato mondo giornalistico, di affrontare per noi il problema dei giornali studenteschi. Che ci siano è un fatto. Ed è positivo. Quanti siano, neppure i più agguerriti sistemi d'indagine riuscirebbero oggi a dircelo con esattezza. Si calcola intorno alle 250 testate con tiratura che oscilla tra le 400 e le 2.000 copie settimanali. I titoli sono disparati: c'è l'Arca di Noè e l'Asino rampante, il Michelaccio e Papè Satan, il Fuori-classe e il Sottobanco. Periodicità, tiratura (c'è chi nasce e muore come numero unico), povertà e ricchezza amministrativa, caratteri, linguaggio e illustrazioni fanno parte di un mosaico atipico ed originale.
Il fenomeno dei giornali studenteschi fece la sua comparsa nell'immediato dopoguerra. Il tono scanzonato e goliardico sembrava improvvisato per dimenticare la tristissima eredità della guerra. Oggi si parla di «boom», ed è un discorso che si è fatto sempre più pensoso non soltanto dei destini della scuola, ma dei problemi che attanagliano la comunità. «El Todaro», «Sei meno», «Diapason», «Intervallo», «Proposta», «La smorfia»: c'è stato addirittura un premio per loro, classificatisi ai primi posti nel concorso che l'Unione Cattolica della Stampa Italiana ed il Centro Italiano Stampa Studentesca hanno indetto per premiare le più efficienti redazioni dell'anno scolastico 1966-67.

QUALCOSA DI NUOVO

Che i giornali studenteschi preesistessero alla guerra è vero. Si badi, però, che la vera e propria stampa degli studenti è un fatto recente, ed è assolutamente nuovo rispetto alle vecchie esperienze. Prima,
c'era il giornale di «istituto», la palestra, più o meno letteraria, dei primi della classe che, secondo i metodi dell'Arcadia, si ritrovavano compiaciuti a trascrivere il tema «più bello» sul giornale, sotto lo sguardo conviviale del preside, secondo gli schemi e lo stile di stampo ancora ottocentesco.
Il contenuto ed il modo di intenderli si misuravano sul metro di una scuola che aveva come maestri ed idoli i vari Carducci ed i D'Annunzio. Il giornale studentesco d'oggi non è più (e meno male) il giornalino-palestra; non serve più per essere i primi a scuola, ma per capire il mondo, ad incominciare dalla stessa scuola, da questa scuola che non è privilegio o lusso: e l'insufficienza di aule e di attrezzature la rende ancora tale; non è instabilità di lavoro: e la precaria condizione economica degli insegnanti ne è una prova; non è elucubrazione dottrinale: e il persistente squilibrio tra scuola a tipo classico e scuola a tipo tecnicoscientifico-pratico lo conferma.
Ricordo (anche i giovani... possono ricordare) di avere incontrato tempo addietro un amico che sbraitava uscendo dall'aula degli esami: «Napoleone era genero di Cronin; scrisse sedici libri e mezzo di geologia, e non conosceva quel minerale che è la clorofilla». Era, tutto questo, espressione di una protesta, ribellione, vendetta, se volete, a ciò che non serviva e non aveva dato la chiave della vita.
Sappiamo un po' tutti qual era l'andamento degli anni scolastici: o si diventava eruditi-malaticci o sanguicci-incoscienti. Il criterio era quantitativo: date più date. Il secondo della classe era tale perché sapeva qualche data e qualche formula in meno del primo.
Poche volte s'incontrava il professore che sapesse dare dialoghi, le conversazioni, in cui un avvenimento veniva fatto rivivere; una crisi, una disoccupazione, un fenomeno sociale, morale, religioso veniva inquadrato nella storia, frutto o inizio nella sintesi. Allora, e solo allora, ci si accorgeva che tutto quello che s'era studiato – con il solo obbligo di saperlo e non capirlo – serviva, ci dava uno strumento di lotta e di giudizio. Ma, allora, erano i momenti in cui si superavano i programmi, e ciò rischiava di essere definito come «divagazione».

CRITERIO DI LIBERTÀ E SOCIALITÀ

Una delle caratteristiche più evidenti della stampa studentesca moderna è anzitutto lo sforzo di una ricerca libera da schemi preconcetti, e quindi il bisogno di un nuovo equilibrio di verità e di socialità, una tensione che fa saltare le imposizioni di taluni metodi di conoscenza non più vitali, e nello stesso tempo determina un impegno di vita capace di travolgere talune impostazioni borghesi della «convivenza».
È, in questo senso, tutto il contrario di quel che si dice del mondo studentesco, giudicato quasi sempre dall'esterno come il più agnostico ed individualista, ed invece tormentato dal di dentro dalla ricerca personale, dal gusto di un ripensamento originale dei problemi del nostro tempo, dalla rinuncia a mutuare giudizi altrui, resi spesso allettanti da una confezione di lusso, belli e pronti per l'uso.
Il giornale studentesco è l'espressione di questo impegno che diventa, nello stesso momento, esperienza, proposta di vita. Dibattiti, cineforum, iniziative molteplici prendono spesso il nome del foglio diffuso nella scuola. È una capacità di ricerca aperta ai valori sostanziali e dialoganti della vita, ed è una capacità organizzativa di conseguenze vistose: si incomincia dal giornale e si fonda un circolo; si fonda un circolo che si esprime, poi, attraverso un giornale. Talvolta, sono le stesse grandi aziende che si dimostrano pronte a capire e sostenere il fenomeno, organizzando dei convegni e concorsi, come quello bandito su «I giornali dei giovani» dalla Esso Standard Italiana, la quale ha anche curato l'edizione di un vero e proprio codice delle «testate» che hanno vita negli istituti scolastici italiani.

CHE COSA SCRIVERE

Le domande, ovviamente, sono diverse: chi deve scrivere, che cosa scrivere?
È, certo, un fatto eminente ed educativo che dei giovani si ritrovino attorno ad un tavolo per confrontare le proprie idee, impostare ed impaginare le bozze, ricercare i contratti di pubblicità, diffondere il prodotto finale, qualificare gli «aficionados», rigenerare attorno al giornale una comunità vera, che vale.
A nessuno può sfuggire la ricchezza di un tale impegno redazionale che comporta idee e buona volontà, dall'inizio alla chiusura del ciclo, in cui il «lavoro per tutti» non ammette giustificazioni per le evasioni.
Sembra estremamente elementare: eppure bisogna dirlo: sul giornale debbono scrivere quelli che sanno scrivere, non tassivamente i primi della classe, ma il terzo o l'ultimo, gente, cioè, che rispettando la grammatica, sappia «vedere» il problema e presentarlo scansando i due opposti della sciatteria e della sconclusionataggine, della prolissità e dell'involutezza. Paolo VI lo disse agli insegnanti e può essere ripetuto ai redattori dei giornali: «Fate sentire che voi usate del pensiero e della parola con molta onestà: il giovane è diffidente quando si trova davanti alla retorica, all'amplificazione oratoria, alla mancanza di chiarezza e di consequenzialità; mentre, per riconversione, apprezza in colui che gli parla la semplicità convinta, la logica di fondo, chiara e semplice, che sa far ragionare, e persuadere, e l'amore per ciò che gli insegna».
Qualche giornalista è venuto su dall'esperienza del giornale studentesco. Ci vuole una grinta, una capacità di colore che non sia soltanto retorica e superficiale, ma sia succo e sangue. Tramontate di morte illacrimata (attenzione a non farle rivivere!) le «articolesse regine» che occupavano una pagina con riporto; le aggettivazioni da lapide ai conterranei illustri; le ricette morali insipide e insignificanti come le grida spagnole.
Secondo: che cosa scrivere? Da «Quanto meno» di Bergamo, da «Guerrin Studente» e «Il Pincio» di Roma, da «Milano-Studenti» e «Sette in condotta», che sono, poi, le prime pubblicazioni del dopoguerra, di tempo ne è passato. Erano, quelli, i tempi in cui si dava fiato alle trombe di una riforma della scuola, di una interpretazione della resistenza, di una presa di coscienza del grosso problema della ricostruzione.
Oggi c'è posto per tutto. Dai rapporti tra i ragazzi e le ragazze, al servizio sulla guerra nel Vietnam, dal problema razziale in America alle cinture di miseria che fasciano in Calabria, nel Polesine o in Sicilia l'opulenza della civiltà del benessere, dall'approfondimento delle proprie idee alla necessità di un confronto tra le proprie e le esperienze, magari tanto distanti, di gente che è comunque impegnata in certe idealità, in una ricerca che stimola a pensare i rapporti umani in termini di giustizia e di schiettezza.
Anche il giudizio si è trasformato. Dalle circolari guardinghe e talvolta ostili dei Ministri della Pubblica Istruzione si è arrivati all'assunzione quasi diretta, da parte di Presidi ed Insegnanti, della responsabilità del giornale. C'è un grosso pericolo: ed è quello di concretizzare un giornale «mattone», voglio dire un'esperienza tanto togata e pensosa dei destini ultimi dell'umanità da togliere respiro ai problemi più minuti e banali (quale per esempio quello dei termosifoni scolastici che non funzionano) o a quel gustosissimo umorismo che ci faceva ridere sull'ultima moda delle ragazze dell'altro Corso o sugli «avvisi economici» non pagati. E c'è anche il pericolo del giornale «zanzara», l'altra tentazione, questa acutissima, di vivisezionare gli intimi collegamenti umani, più per un prurito naturale, di compiacimento morboso, di ritrovamento di complessi, di vicende in cui non si sa dove arriva l'ostentazione e dove finisce il rammarico, che per una legittima proiezione delle problematiche biologiche e spirituali, delle quali va presa giustamente consapevolezza per una crescita armonica e cosciente delle componenti umane, organiche e morali.
Superare lo scoglio del «mattone» o della «zanzara» significa ritrovarsi tra le mani un supplemento d'anima capace di alimentare speranze e stimoli sollecitanti.

UN'ESPERIENZA PERSONALE

Nel cumulo (!) delle grandi gesta... compiute, annovero anch'io l'esperienza di un giornale. Si chiamava «Noi studenti», si pubblicava a Palermo e ne ero il Direttore. Non era certamente il meglio che si possa immaginare. Di quel primo numero, che ho ancora sottomano, ricordo gli incontri, le difficoltà per la ricerca dei pezzi che non ripetessero gli stessi temi (tutti volevano parlare della stessa cosa!), le ore passate in tipografia, la gioia della nascita.
Si avvertiva la necessità di non cadere nel culturalismo, di ritrovarsi su temi pratici, di affrontare problemi particolari. C'era, perciò, in quel primo numero, un grosso articolo centrale, d'impostazione, sulla cultura quale strumento di vita. E c'erano: l'«istantanea» di una delle scuole palermitane; una rubrica in cui, con una certa «verve», si rispondeva agli autori di quella imponente mole di articoli non pubblicati (apprezzamento, riserve, ringraziamenti); la critica del film di allora, «Terza liceo», di cui, a parte qualche tratto significativo, si lamentavano superficialità ed imperfezioni (un film che almeno dovrà ripetere... la classe); il servizio sui campionati studenteschi; il calendario degli incontri e dei dibattiti; una inchiesta sui figli del mondo dei campi, mandati a studiare da genitori stanchi di un rischio continuo, con l'obbligo di non ritornare mai più alla terra; un quadretto della vita quotidiana dello studente: sveglia di soprassalto, soffocamento di ogni velleità speculativa sotto l'urgere di una complessa contemporaneità di azioni da svolgere (lavarsi, vestirsi, far colazione, ripassare la lezione di greco ecc.), arrivo in ritardo a scuola, intorpidimento su attività quali intagli nei banchi, battaglie navali, discussioni sulle prove domenicali del calcio nazionale, ritorno a casa, svuotamento completo di ogni facoltà intellettiva nell'interesse puramente fantastico del film che bisogna andare a vedere, e nel sonno conclusivo, quasi minerale, della notte.
C'era anche una pagina di «pubblicità non autorizzata». Ne parlo espressamente perché tanti giovani, che sanno scrivere ed impegnarsi su temi vitali ed essenziali, quali la pace, la fame ed il razzismo, hanno poi la convinzione che non si possa sorridere senza cadere nella volgarità o almeno nell'equivoco del «doppio senso». E questa una poverissima fandonia di cui, purtroppo, si arricchisce l'ignoranza.
Da quella pagina, spulcio qualche «avviso»:
– Vendonsi temi svolti letterari, storici, omnibus saeculis, trascritti in colonne 6 cm. avvolgibili. Prezzi modici. Si accettano sigarette in pagamento. Accudire sale cinematografiche cittadine.
– Esito garantito. Rimborsiamo delusioni. Seconda liceo femminile habet sperimentato litanie puellarum maritandi: Santo Antonio sii benigno, dammi un marito se no mi sgraffigno. Santo Ernesto, presto presto. Santa Bibiana, questa settimana. Santo Ermanno, entro quest'anno. San Tarcisio, avesse un bel viso. Sant'Attanasio, avesse un bel naso. Sant'Epulone avesse un milione. Santa Enrichetta, avesse la giulietta. Santa Apollinare, avesse una villa a mare. Santo Eduardo, avesse un miliardo. Omnes santis dei, anche un vedovo con sei putei!
– Cercasi scuola apolitica, esatto svolgimento programmi, sine interferenze ideologiche progressiste specie storia et filosofia. Indirizzare referenze Associazione Padri di famiglia.
– Offresi per rinnovo stagione scaldabanchi lungamente collaudati. Rivolgersi zone in ombra sezioni affollate licei cittadini.
– Svendesi prontuario scolastico contenente ampia raccolta «cose difficili». Si esemplifica: per il preside, conoscere le firme dei genitori o di chi ne fa le veci; per il professore, intercettare le copie delle versioni, passare il 4 a 6 all'ultimo trimestre; per lo studente, capire il professore di filosofia, amare la professoressa di matematica.
In quel primo numero di «Noi studenti» c'era anche un riquadro: «Cercasi disperatamente studente Sgobboni Zenobio. Sue note caratteristiche: faceva da sè le versioni, non usava traduttori nè latini nè greci, si adirava quando qualcuno gli suggeriva. L'ultimo giorno fu visto mentre studiava alla biblioteca britannica: indossava vestito colore gatto che fugge e portava lenti fondo bottiglia. Il sindacato Topibiblioteca prega il fortunato scopritore di imbucarlo contrassegno kuto premio». E c'era anche un editoriale in cui si parlava dei giovani, «di questa zona di umanità carica di succhi, di energie, di possibilità, ricca di desideri e di speranze, che ancora non trova adeguata e perfetta udienza nelle forme e nelle istituzioni esistenti».
Di «Sgobboni» non si sono avute più notizie. E ce ne felicitiamo. Rimangono ancora oggi, però, tragicamente attuali le attese espresse in quel «fondo». E non è vero che la gioventù possa aspettare. Certe ribellioni nascono da questa compressione dei tempi.