Il Padre nostro:

una preghiera che rapisce

il pensiero dal corpo

La preghiera per Simone Weil

Silvano Zucal


Anche Simone Weil, come accade per altri pensatori dialogici (su tutti Ebner ma anche Buber), è straordinariamente affascinata dalla preghiera dialogica per eccellenza, dal Padre nostro. Nella lettera quarta a padre Perrin che costituisce la sua autobiografia spirituale confessa anzitutto il suo personale incontro con questa particolare preghiera che diventa per lei – in certo qual modo - l'incontro con la preghiera in quanto tale:

«Fino al settembre scorso, non mi era mai capitato in vita mia di pregare, neppure una volta, almeno nel senso letterale della parola. Mai avevo rivolto la parola a Dio, né a voce alta né mentalmente. Mai avevo pronunciato una preghiera liturgica. Mi era capitato talvolta di recitare la Salve Regina, ma soltanto come una bella poesia. L'estate scorsa, quando studiavo greco con T., avevo fatto per lui una traduzione letterale del Padre nostro in greco. Ci eravamo ripromessi di studiarlo a memoria. Credo che lui non l'abbia fatto [...]. Qualche settimana dopo [... io] l'ho fatto. La dolcezza infinita del testo greco mi prese a tal punto che per alcuni giorni non potei fare a meno di recitarlo fra me continuamente. Una settimana dopo cominciò la vendemmia, ed io recitai il Padre nostro in greco ogni giorno prima del lavoro, e spesso lo ripetevo nella vigna» [37].

Il Padre nostro supera definitivamente la diffidenza di Weil nei confronti della preghiera, il suo timore nei confronti di quello che lei definisce il «potere di suggestione della preghiera» [38]". S'abbandona al Padre nostro come unica pratica d'orazione e lo fa con "attenzione totale". Anzi, afferma, se mentre lo recita la sua «attenzione si svia o si assopisce, anche solo un poco, ricomincia daccapo sino a quando non arriva a un'attenzione assolutamente pura» [39]. Scopre che questa pratica orante della recita del Padre nostro ha un potere straordinario che la stupisce e stordisce ogni volta. Benché quotidiana e infinitamente replicata, la recita del Padre nostro, afferma Weil, «supera ogni volta la mia attesa» [40].
Già le prime parole di quella preghiera portano a orizzonti spaziali sconfinati e inauditi, rapiscono il pensiero dal corpo, conducono a un silenzio straordinariamente eloquente e rivelatore in cui Cristo è presenza reale:

«Talora già le prime parole del Padre nostro rapiscono il pensiero dal mio corpo e lo trasportano in un luogo fuori dello spazio, dove non esiste né prospettiva né punto di vista. Lo spazio si apre. L'infinità dello spazio ordinario della percezione viene sostituita da un'infinità alla seconda e talvolta alla terza potenza. Nello stesso tempo, questa infinità dell'infinità si riempie, in tutte le sue parti, di silenzio, ma di un silenzio che non è assenza di suono, bensì l'oggetto di una sensazione positiva, più positiva di quella di un suono. I rumori, se ve ne sono, mi pervengono solo dopo aver attraversato questo silenzio. Talvolta, mentre recito il Padre nostro [...] Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più chiara, più colma d'amore della prima volta in cui mi ha presa» [41].

Il problema è quello di recitare il Padre nostro, così come accade (dovrebbe accadere) per le altre pratiche religiose, con assoluta purezza perché «Dio è presente nelle pratiche religiose, quando sono pure» [42]. La purezza delle forme religiose si manifesta quasi sempre come bellezza se esse sono alimentate dalla fede e dall'amore: «meravigliosamente belle sono le parole della liturgia; soprattutto perfetta è la preghiera uscita per noi dalle labbra stesse di Cristo» [43].
Ogni preghiera, ogni pratica religiosa, ogni liturgia è, per Weil, essenzialmente, come avviene in modo paradigmatico nel Padre nostro, «una forma di recitazione del nome del Signore» [44] che esprime un umano anelito dialogico.
Proprio e in virtù della fascinazione del Padre nostro, nel suo breve e intensissimo testo A proposito del "Pater" [45] , Weil propone un commento analitico a tutti i passaggi di quest'orazione, soffermandosi via via su ogni espressione della grande preghiera. Ciò a partire dalla sua convinzione che «questa preghiera contiene tutte le richieste possibili: non si può concepire una preghiera che non sia già contenuta in questa. Essa sta alla preghiera come Cristo all'umanità» [46]. E, soprattutto, tale preghiera sprigiona una tale potenza che trasforma davvero chi la recita: «è impossibile pronunciarla una sola volta, concentrando su ogni parola tutta la propria attenzione, senza che un mutamento reale, sia pure infinitesimale, si produca nell'anima» [47].
Di qui allora il puntuale commento weiliano alla sequenza delle parole che la compongono, in cui mette in luce la sua acribia ermeneutica, il suo tatto spirituale e il suo afflato mistico. Restituendoci in modo semanticamente inedito le parole della grande preghiera. Vediamone ora i singoli passaggi.
Padre nostro che sei nei cieli: tale espressione chiarisce la dimensione dell'autentica paternità. Dio è davvero nostro Padre e

«noi gli apparteniamo. Egli ci ama, perché ama se stesso e noi siamo cosa sua. Ma è il Padre che è nei cieli. Non altrove. Se noi crediamo di avere un padre quaggiù non è lui, ma un falso dio. Non possiamo fare un solo passo verso di lui: non si cammina verticalmente. Possiamo dirigere verso di lui soltanto il nostro sguardo» [48].

Come Padre tocca a lui cercarci, non a noi cercarlo illudendoci così di poterlo trovare. Quello che noi dobbiamo fare è solo cambiare la direzione dello sguardo, rivolgere tutta la nostra attenzione verso di Lui, toglierla dai nostri commerci umani, troppo umani. E non dobbiamo rattristarci, sottolinea Weil, perché Egli è infinitamente "fuori della nostra portata". Questo, piuttosto, ci rassicura che la potenza del male, anche se travolge tutto il nostro essere, non potrà mai contaminare in nulla la purezza, la felicità e la perfezione del nostro Dio-Padre. Egli non sarà mai toccato dalla malvagità che alberga in ciascuno di noi e in questa terra crudele, in cui primeggiano violenza, invidia e indigenza imposta agli altri con tutto il carico di sofferenza che ne deriva.
Sia santificato il nome tuo: questa invocazione intenziona la potenza ontologica del nome. Anzitutto in termini generali perché sempre, annota Weil, «il nome di un essere fa da intermediario tra la mente umana e questo essere, è la sola via attraverso la quale la mente umana possa afferrare qualcosa di questo essere quando è assente» [49]. Dio è il grande assente. È lontano, nei cieli. L'uomo però non può dargli un nome poiché «Dio solo ha il potere di nominarsi. Il suo nome non può essere pronunciato da labbra umane; il suo nome è la sua parola: è il Verbo» [50]. Il suo nome è la sola possibilità per l'uomo di accedere a Lui, è il Mediatore che pone in essere la relazione. L'uomo, quindi, che pure non può pronunciare quel nome,

«può accedere a questo nome per quanto esso pure sia trascendente. Questo nome brilla nella bellezza e nell'ordine del creato e nella luce interiore dell'anima umana: è la santità stessa e non v'è santità fuori di Lui; dunque non occorre che sia santificato» [51].

Ci troviamo quindi di fronte a una via "nominativa" indiretta e la nostra istanza di "santificazione" per quel "nome divino" è un'istanza che chiede ciò che è proprio dell'eternità. È un anelito a quella pienezza di realtà cui nulla possiamo aggiungere o togliere. L'uomo esprime così un desiderio, un desiderio puro e legittimo per «ciò che è, ciò che è in maniera reale, infallibile, eterna, del tutto indipendente dalla nostra domanda» [52]. Tale richiesta è "perfetta" perché l'uomo non può bloccare il suo desiderare, giacché egli è in sé costituito come desiderio. Il problema è piuttosto quello di togliere il proprio desiderio dalla prigionia dell'Io che lo «inchioda all'immaginario, al tempo, all'egoismo» [53] per proiettarlo davvero nel reale e nell'eterno.
Venga il tuo regno: un grido questo che, per la nostra pensatrice, è essenzialmente un'invocazione rivolta allo Spirito Santo. Il regno di Dio che deve venire, che ancora non c'è, è infatti «lo Spirito Santo che colma tutta l'anima delle creature intelligenti» [54]. Lo Spirito soffia dove vuole e – afferma Weil – non bisogna invocarlo su di sé, su questo o quello o anche su tutti,

«bisogna semplicemente invocarlo, di modo che il semplice pensare a Lui sia un appello, un grido: quando si è al limite della sete, quando si è ammalati di sete, non ci si raffigura più l'atto del bere in rapporto a se stessi e nemmeno l'atto del bere in generale; ci si raffigura soltanto l'acqua, l'acqua in se stessa, ma questa raffigurazione dell'acqua è come un grido di tutto l'essere» [55].

Splendida davvero quest'immagine dell'acqua come raffigurazione del regno di Dio che deve venire e di cui siamo disperatamente assetati. Questo regno, quest'avvento dello Spirito, è davvero il nostro bene primario come lo è l'acqua nella nostra vita.
Sia fatta la tua volontà. Noi siamo certi che tutti gli avvenimenti del passato si sono verificati, dice Weil, quali che essi siano, conformemente alla volontà del Padre onnipotente. Lo stesso sarà anche per ciò che accadrà in futuro: una volta compiuto, quale esso sia, lo sarà in modo conforme alla divina volontà. Questa "conformità" è inevitabile. E così, dopo che nell'invocazione precedente, il nostro desiderio aveva conosciuto uno slancio verso il possibile, ora

«con questa frase noi chiediamo di nuovo ciò che è già realtà: ma non più una realtà eterna, come la santità del Verbo; l'oggetto della nostra richiesta riguarda ciò che si produce nel tempo: noi chiediamo che ciò che si produce nel tempo sia conforme, infallibilmente ed eternamente, alla volontà divina» [56].

In precedenza avevamo strappato il desiderio dalla prigionia del tempo per applicarlo all'eterno e – in tal modo – l'avevamo radicalmente trasformato. Ora ci riprendiamo quel desiderio – divenuto in certo qual modo eterno – e lo riportiamo e lo rivolgiamo di nuovo al tempo. Il desiderio è mutato, ormai cela in sé l'eternità, e ciò si manifesta allorché sappiamo desiderare ogniavvenimento compiuto anche se in apparenza scomodo o doloroso. Si depone così ogni ottica umana nella lettura degli eventi e nella direzione del desiderio. Questa non è rassegnazione. Neppure è semplice accettazione. L'una e l'altra si presentano come atteggiamenti ancora troppo deboli e legati alla prospettiva umana. Piuttosto «si deve desiderare che tutto ciò che è avvenuto sia avvenuto, e null'altro. Non perché ciò che è avvenuto è un bene a nostro modo di vedere, ma perché Dio lo ha permesso e perché l'obbedienza degli eventi a Dio è in sé un bene assoluto» [57].
Così in cielo come in terra: il nostro desiderio ormai associato alla volontà divina trova il suo inveramento anche in àmbito spirituale. Tutto il progredire (o il regredire) spirituale nostro o di chi amiamo ha sempre un rapporto con l'altro mondo, anche se è un evento che si produce nel tempo. Tutti i nostri eventi spirituali sono «dei particolari nell'immenso mare degli avvenimenti, mossi, con questo mare, in maniera conforme alla volontà di Dio» [58]. Anche le debolezze che hanno inquinato il nostro passato devono essere accolte. Contro ogni nostra superbia, «dobbiamo desiderare che esse si siano verificate e dobbiamo estendere questo desiderio all'avvenire» [59], a tutte le nostre fragilità del futuro. Questa, dice Weil, è una "correzione" necessaria all'invocazione del regno di Dio. Dobbiamo annullare tutti i desideri che non siano quello della vita eterna. E, puntualizza la filosofa, anche la vita eterna dobbiamo desiderarla con spirito di rinuncia, non con brama smodata, perché non bisogna attaccarsi – paradossalmente – neppure al distacco. Infatti

«l'attaccamento alla salvezza è più pericoloso degli altri. Si deve pensare alla vita eterna come si pensa all'acqua quando si muore di sete e, nel medesimo tempo, desiderare per sé e per gli esseri cari la privazione eterna di quest'acqua piuttosto che riceverla contro la volontà di Dio, se mai una cosa simile fosse concepibile» [60].

Non si può guardare alla vita eterna come a un beneficio assicurato perché solo Dio può decidere come e ciò di cui possiamo beneficiare.
Weil legge il Padre nostro in chiave dialogico-trinitaria. Le prime tre richieste sono infatti in rapporto con le tre persone della Trinità, il Figlio, lo Spirito e il Padre, oltre che con la scansione del tempo: il presente, il futuro e il passato. Le tre invocazioni che seguono sono ancor più incentrate sul tempo ma con diverso ordine: presente, passato, avvenire.
Dacci oggi il nostro pane soprannaturale: Cristo è il nostro vero e unico pane, dice Simone Weil. Egli è sempre alla porta della nostra anima ma se ne sta sulla soglia, non viola il nostro consenso: il consenso all'unione di Cristo con la parte eterna della nostra anima. Un consenso del tutto analogo a un "sì" matrimoniale. Un "sì" però provvisorio. Un consenso per l'"oggi" poiché «noi non possiamo vincolare oggi la nostra volontà di domani, fare oggi con lui un patto affinché domani sia in noi anche contro il nostro volere» [61]. Cristo non può garantire la sua presenza indipendentemente dal nostro consenso che va reiterato.
Weil aggiunge all'invocazione del pane l'aggettivo "soprannaturale" perché quando noi parliamo di pane intendiamo per lo più ciò che rappresenta l'elemento basilare della nostra alimentazione mentre la filosofa (e a suo avviso la grande preghiera) allude a un altro e ben diverso pane. Il pane che dovremmo piuttosto chiedere, a suo dire, e il nutrimento che dovremmo sempre desiderare, non è il "pane di quaggiù" ma quella fonte d'energia la cui sorgente è in cielo e che non è mai prodotta dalle affermazioni di sé e dal potere in questo mondo. Solo in tal modo la nostra anima sarà davvero nutrita da ciò che Dio può desiderare per noi ed è pienamente conforme al suo volere:

«Noi abbiamo bisogno del pane. Siamo esseri che di continuo traggono dall'esterno la loro energia, poiché, via via che la ricevono, la esauriscono nei loro sforzi. Se la nostra energia non è quotidianamente rinnovata, perdiamo le forze e non riusciamo più a muoverci. Al di fuori del nutrimento propriamente detto, tutto ciò che ci stimola è per noi fonte di energia. Il denaro, l'avanzamento, la considerazione, le decorazioni, la celebrità, il potere, le persone amate, tutto ciò che mette in noi la capacità di agire è come il pane. Quando una di queste affezioni penetra in noi tanto profondamente da arrivare alle radici vitali della nostra esistenza fisica, l'esserne privati può spezzarci e perfino farci morire: è quel che si dice morire di dolore. È come morire di fame. Gli oggetti delle nostre affezioni costituiscono, con il nutrimento propriamente detto, il pane di quaggiù. Dipende interamente dalle circostanze di accordarcelo. Per quanto concerne le circostanze, dobbiamo chiedere soltanto che esse siano conformi alla volontà di Dio. Non dobbiamo chiedere il pane di quaggiù. Esiste un'energia trascendente la cui sorgente è in cielo e che passa in noi appena lo desideriamo. È veramente un'energia e si traduce in azione tramite la nostra anima e il nostro corpo. È questo l'alimento che dobbiamo chiedere» [62].

Ciò che propone Weil, in questo straordinario passo, è dunque una vera e propria rivoluzione nella concezione del pane che va richiesto al Padre. Un pane, se è il vero pane e non il "nostro" pane, è quel pane che Dio non ci farà certo mancare perché vuole assolutamente darcelo. E noi non possiamo sopravvivere spiritualmente un attimo senza quel pane. Se invece ci attacchiamo al "nostro" pane, se abbiamo fame solo di quel pane, se tutti i nostri atti sono alimentati soltanto da energie terrene, inesorabilmente sottoposte alle necessità di quaggiù, non possiamo fare e pensare null'altro che il male. Privati dell'energia che viene dall'alto e che penetra in noi saremmo sottoposti in toto alla necessità che ci costringe al male e che diventerebbe la padrona della nostra anima.
E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori: quando vengono pronunciate queste parole oranti tutti i nostri debiti dovrebbero essere già stati rimessi. Pena l'impossibilità di pronunciarle con attitudine spirituale e non semplicemente formale. Non dovremmo più essere paralizzati sul nostro passato: sulle offese subite, sulla mancata riconoscenza per il bene donato ad altri, sulle attese riposte sugli altri e andate amaramente deluse. È faticoso il distacco interiore dal nostro passato dove abbiamo accumulato proprietà che riteniamo nostre per sempre, dove ci sentiamo creditori con diritto al compenso per ogni nostra prestazione di lavoro o anche di sofferenza patita, dove spesso ci sentiamo come "derubati" da ciò che – diciamo – ci spetterebbe. Dovrebbe essere tolta alla radice la "frustrazione" relativa al mancato rispetto di

«diritti che noi crediamo che il passato ci dia sull'avvenire. [...] Nostri debitori sono tutti gli esseri, tutte le cose, l'universo intero [...] ma tutti questi presunti crediti sono sempre crediti immaginari del passato verso l'avvenire: è a questi che dobbiamo rinunciare. Aver rimesso i debiti ai nostri debitori significa aver rinunciato in blocco a tutto il passato; accettare che l'avvenire sia vergine e intatto, rigorosamente legato al passato da legami che ignoriamo ma del tutto libero dai legami che la nostra immaginazione crede di imporgli; accettare la possibilità che l'avvenire si attui e, in particolare, che ci accada qualsiasi cosa e che il domani faccia di tutta la nostra vita passata una cosa sterile e vana» [63].

Rinuncia al passato con i presunti crediti vuol dire permettere a Dio di evitare che i nostri peccati passati vadano a intossicare la nostra anima. Se ci attacchiamo al passato, ci attacchiamo anche ai nostri delitti e Dio, in tal caso, non può impedire l'"orribile fruttificazione" del male del passato in noi.
Soprattutto, annota Weil, la remissione dei debiti è la rinuncia alla propria personalità autoaffermativa, a tutto ciò che chiamiamo Io, accettando che in tale Io non c'è nulla che le circostanze esterne non possano far scomparire. Sia fatta la tua volontà: queste parole pronunciate con tutta l'anima permettono che si possa anche dire Abbiamo rimesso i nostri debiti. La remissione dei debiti è la povertà spirituale, la "nudità spirituale" e, infine, la morte. Solo se accettiamo la morte, possiamo chiedere a Dio di farci rivivere purificati dal male che è in noi: «il male che è in noi, e che vi resta, neppure Dio ha il potere di perdonarlo. Dio ci ha rimesso i nostri debiti quando ci ha messi nello stato di perfezione. Fino ad allora Dio rimette i nostri debiti parzialmente, nella misura in cui noi li rimettiamo ai nostri debitori» [64].
E non indurci in tentazione ma liberaci dal male: c'è una sola vera prova per l'uomo, una sola tentazione, l'essere abbandonato a se stesso a contatto con il male. In tal caso non può che verificare sperimentalmente il proprio drammatico nulla. Con la parola "Padre" ha inizio la grande preghiera, con la parola "male" essa si conclude. Alla grande fiducia iniziale subentra il grande timore finale. Solo quell'iniziale fiducia può sorreggere l'uomo affinché il timore non lo sovrasti e non ne causi la rovinosa caduta.
La grande preghiera, nel concludersi, chiede all'uomo di praticare la fondamentale virtù dell'umiltà. Infatti, «dopo aver contemplato il nome, il regno e la volontà di Dio, dopo aver ricevuto il pane soprannaturale ed essere stata purificata dal male, l'anima è pronta per la vera umiltà, che corona tutte le virtù» [65]. Umiltà vuol dire accettare che non solo il proprio Io ma anche la parte soprannaturale dell'anima (che è Dio presente in essa) siano sottoposti alle vicissitudini del tempo. Umiltà vuol dire mettere in conto e accettare la possibilità che tutto ciò che è in sé naturale venga distrutto. Ciò che invece va salvaguardato è la parte soprannaturale dell'anima: che essa scompaia è qualcosa di orribile, potrebbe verificarsi solo se Dio lo vuole. Bisogna temerlo ma insieme avere fiducia, una fiducia totalmente riversata in Dio, quel Dio che rende l'avvenire incerto e timoroso in quanto Egli c'è solo quando lo cerchiamo ma se ne va e ci lascia liberi se noi non lo desideriamo.
Weil ha così concluso la sua straordinaria lettura della grande preghiera. Le sei richieste del Padre nostro, afferma, si corrispondono in realtà a due a due. Il pane trascendente è la stessa cosa del nome divino: è ciò che permette il contatto relazionale dell'uomo con Dio. Il regno di Dio è la stessa cosa di quella protezione che Dio stende su di noi contro le insidie del male: l'essenza della vera protezione è infatti una funzione regale. La remissione dei debiti è lo stesso dell'affidamento e dell'accettazione totale della volontà di Dio. Ciò che differenzia le prime tre richieste dalle altre tre, è che le prime vedono tutta la nostra attenzione rivolta verso Dio, le ultime sono invece riportate su di noi per far sì che quelle tre richieste divengano un atto reale e non meramente immaginario. La grande preghiera inizia, nella sua prima metà, con l'accettazione, prosegue con un desiderio, per poi correggersi tornando all'accettazione. Nella seconda metà l'ordine muta: si conclude con un desiderio ma è un "desiderio negativo” teso ad allontanare un timore: il desiderio, «in tal modo corrisponde al più alto grado di umiltà, l'atteggiamento più adatto a una conclusione» [66]".

La potenza della preghiera

In questa sua lettura della preghiera in generale e del Padre nostro in particolare (preghiera in cui si riconosce ogni preghiera), Simone Weil vuol decisamente contrastare la scarsa fiducia nella potenza della preghiera. Ciò nasce da una sfiducia nello spirito, dalla credenza comune che il mondo della materia dia maggiori garanzie rispetto a quello dello spirito. Infatti quando si considera la relazione d'influenza che qualcosa ha su qualcosa d'altro sempre e inevitabilmente (sorta di riflesso condizionato) si pensa all'azione esercitata da un corpo su di un altro corpo. Con ciò si esclude in modo automatico il fatto che ciò che non è corporeo, ciò che è spirituale, possa agire, essere efficace e influenzare in qualche modo la realtà [67]. Weil «ritiene, invece, che la vera preghiera, quella incondizionata, senza parole, fatta di gesti, muta, abbia la stessa efficacia dell'attesa passiva, ovvero sia capace di stancare Dio mediante la pazienza, costringendolo a trasformare il tempo in eternità» [68]. Condizione necessaria per questa pazienza efficace è però, come accadeva per la preghiera esplicita del Padre nostro, l'umiltà, un'umiltà infinita che è l'unica a darci, paradossalmente, un potere su di Lui. Per chiarire con un esempio efficace il suo pensiero, Weil porta l'esempio della laboriosa formica:

«Una preghiera fatta di gesti, come quella della formica che sale e ricade, è ancora più umile di una preghiera espressa con parole o grida anche interiori o con un desiderio tacitamente diretto. Significa sapere che non si può nulla, e tuttavia esaurirsi in sforzi riconosciuti come inutili, nell'attesa umile del giorno in cui forse questo sarà notato dalla Potenza che non si osa implorare» [69].


NOTE

37 S. Weil, Attesa di Dio. Obbedire al tempo, cit., p. 45.
38 Ibi, p. 44.
39 Ibi, p. 45.
40 Ibidem.
41 Ibi, p. 46.
42 Ibi, p. 139.
43 Ibi, p. 144.
44 Ibi, p. 140.
45 Cfr. S. Weil, A proposito del "Pater", ibi, pp. 168-177.
46 Ibi, pp. 176-177.
47 Ibi, p. 177.
48 Ibi, p. 168.
49 Ibidem.
50 Ibidem.
51 Ibi, pp. 168-169.
52 Ibi, p. 169.
53 Ibidem.
54 Ibidem.
55 Ibidem.
56 Ibi, p. 170.
57 Ibidem.
58 Ibidem.
59 Ibidem.
60 Ibi, p. 171.
61 Ibidem.
62 Ibi, p. 72.
63 Ibi, pp. 173-174.
64 Ibi, p. 175.
65 Ibi, pp. 175-176.
66 Ibi, p. 176.
67 Cfr. S. Moser, La fisica soprannaturale. Simone Weil e la scienza, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2011, p. 96.
68 Ibi, p. 97.
69 S. Weil, Quaderni, vol. IV, cit., p. 122.

(Preghiera e filosofia dialogica, Morcelliana 2014, pp. 82-97. Quanto qui riportato sono la parte 6 e 6 del più lungo capitolo dal titolo "Simone Weil. La preghiera come ascolto assoluto" (pp. 65-96). Abbiamo lasciato la numerazione delle note come in originale)