Dal programma al piano di lavoro


Pietro Gianola

(NPG 1968-08/09-06)

 

CHE COS'È IL PIANO DI LAVORO EDUCATIVO

È l'ipotesi di lavoro (quadro e successione ordinata di obbiettivi, contenuti e metodi) che gli operatori dell'educazione elaborano e si propongono come termine di riferimento della comune azione da svolgere in ciascun anno di attività con un gruppo ben definito di soggetti (classe, sezione, istituto, gruppo spontaneo...).

UN PIANO EDUCATIVO È NECESSARIO

♦ Senza un «piano» non è possibile che l'attività educativa, didattica, pastorale in una qualsiasi istituzione, risulti soddisfacente, valida, efficace:

– manca di compiutezza: sono inevitabili lacune, dimenticanze, sproporzioni, forse in settori e aspetti indispensabili per una adeguata formazione personale e per una realistica preparazione alla vita;
– manca di coordinamento delle forze operanti, perché non esiste una base di riferimento che permetta di unificare, coordinare, integrare, supplire obbiettivi, metodi, provvedimenti;
– mancanza di sicurezza, perché gli alunni non hanno mai la prova convincente di progredire in tutte le direzioni esigite, non sono mai in grado di considerare e giudicare ciò che è stato fatto, che resta da fare, che si farà, si trovano incerti tra le differenti prospettive, i metodi diversi, le richieste mai uniformemente precisate;
– manca la base per una revisione e per un aggiornamento, che richiedono al contrario di riferirsi a precisi impegni e progetti di lavoro;
– manca la progressiva gradualità delle conquiste;
– manca l'efficienza educativa in genere e cristiana in particolare, per il pericolo di troppe lacune, di deficiente connessione e motivazione morale e religiosa, cristiana, di ogni altra espressione e acquisizione.
Non è possibile, non è efficiente, non è funzionale, perciò non è giusto continuare affidandosi eccessivamente all'improvvisazione, alla spontaneità incontrollata e non controllabile, e troppo spesso alle lacune culturali e professionali, quando non psichiche, dei molti operatori simultanei o successivi, con un cumulo di iniziative disarticolate, non mai valutabili con preciso giudizio in relazione a un programma-piano stabilito e sviluppato di comune accordo.

♦ Con un programma-piano educativo si ovvia ai molti difetti e pericoli elencati, si conseguono i vantaggi corrispondenti:

– compiutezza dei programmi, degli interventi, degli esiti;
– coordinamento facile attorno a precisi progetti e metodi;
– sicurezza di giungere a mete valide per vie e tappe efficaci;
– riferimento chiaro a documenti precisi, da sviluppare e verificare e aggiornare con ordine, secondo responsabilità e «ruoli»;
– gradualità e progressività atte a conseguire un quadro armonico di esiti;
– garanzia di efficienza educativa e pastorale per la costante presenza dei valori cristiani come contenuti originali e come forme animatrici di ogni altra formazione.

Quindi è necessario elaborare e sviluppare un programma di massima sufficientemente articolato, dal quale sia possibile ricavare il piano di lavoro educativo-didattico annuale per ogni singolo gruppo. Si tratta di far convergere in maniera armonica, progressiva, differenziata, verso la formazione delle giovani personalità, mediante un organico sviluppo, i diversi elementi dell'educazione:
– i soggetti da educare, con i loro realistici punti di partenza e i loro complessi principi e condizionamenti;
– le mete finali e gli obbiettivi intermedi graduali;
– gli operatori deputati ai diversi compiti di guida;
– gli interventi educativi, con i loro contenuti, con le loro formalità di metodo, le successioni di tempo, i ritmi di sviluppo...


QUADRI DI RIFERIMENTO
PER IL PROGRAMMA-PIANO EDUCATIVO

Essi servono per preparare, verificare, aggiornare i piani di lavoro annuali. Ne sono la base, il contenuto, la misura.

1. I primi elementi sono forniti dagli stessi soggetti dell'educazione, i giovani così come sono, nel loro essere, nel dover essere generale e concreto storico, perché proprio in funzione di guidare il loro progressivo sviluppo sorge e si attua l'educazione.
Ogni soggetto, giovane-alunno da educare, impone al programma educativo le tre direzioni formative sul quale correre incessantemente:
a) lo sviluppo attraverso fasi progressive di maturazione della personalità bio-psicologica: maturazione organica e funzionale-operativa-relazionale dell'organismo fisico-psichico e sue componenti; padronanza di un ricco universo mentale, concreto di sè, interessi, valori, ideali personali, strutturazione e ristrutturazione progressiva della condotta attorno all'io personale in modo sano, adattato, largo;
b) l'inserimento socio-culturale: maturazione dell'appartenenza e della partecipazione dell'io ai contesti degli altri, del noi, dilatandovi in direzione e legame comunitario e sociale le funzioni della condotta dell'io, in ogni sorta di relazioni, di gruppi, di interrelazioni larghe e accettate, produttive;
c) la formazione etico-sociale, per noi in senso cristiano: è il vertice della formazione, perchè segna la proiezione degli sviluppi precedenti verso un quadro di valori oggettivi e personali, di riferimento teorico e pratico, fino alla concezione e alla condotta religiosa cristiana.

2. Il programma d'educazione deve però approssimare le «direzioni» precedenti, per determinarsi costantemente in rapporto prossimo con:
- i valori emergenti;
- le situazioni significanti;
- i problemi urgenti;
- i tratti di personalità accettati e richiesti nel contesto storico d'oggi.
È doveroso riferirsi a questi elementi:

a) nuovo senso dell'uomo, della personalità, della coscienza e libertà di opzione, dell'iniziativa e della attività corresponsabile, e questo anche nel ragazzo di ogni età, nella misura del suo relativo ma crescente sviluppo;
b) sviluppo dell'umanesimo in direzione scientifico-tecnica e storico-sociale, professionale, tecnologica;
c) sviluppo di una vita di popolo, che chiede una scuola di popolo per una educazione di popolo (entro e sulla base della quale unicamente è pensabile l'emergere delle individualità più dotate);
d) diffusione di spirito democratico, di modalità democratiche, sempre più dirette, con ripensamento dell'autorità come funzione di direzione e non più come superiorità di stato, con passaggio della gioventù dalla docile o passiva integrazione nei sistemi tradizionali, prima alla protesta e all'evasione, ora (almeno le élites) alla partecipazione alle trasformazioni profonde;
e) crisi delle ideologie e sviluppo di atteggiamenti più critici, più autentici, più sinceri e coscienti dei limiti, tesi a continua ricerca;
f) transizione e pluralismo dei quadri di valori, tra l'agnosticismo e la tolleranza, tra il rispetto e l'indifferenza, fino al dialogo cristiano della comprensione e del mistero della libertà e della grazia nell'uomo;
g) primato della meritocrazia nella «civiltà dei talenti», mobilità culturale e sociale;
h) esigenza di personalità mature, autonome, forti e bene strutturate nella cultura e nella moralità, ma anche aperte, nella partecipazione, nel dialogo, nell'impegno di soluzione dei problemi locali e universali, anche i più difficili ereditati dal passato o sopraggiunti con lo sviluppo (guerra e pace, progresso di tutti, fame, giustizia, rottura dei centri irriducibili di potere, attuazione del Concilio, ecc.).

3. È doveroso elencare a parte alcuni elementi cristiani emersi prepotentemente attorno al Concilio, e altamente normativi per ogni programma educativo:
a) la «storicità» del Cristianesimo, con Dio e l'uomo come protagonisti in un complesso ma unitario ordine di Creazione e di Redenzione in processo di attuazione;
b) la realtà del «Popolo di Dio» e la sua natura centrata sulla Grazia di Cristo;
c) la vocazione e la missione nel Popolo di Dio di clero, religiosi e laici, con le grazie e i carismi di ogni gruppo;
d) il dialogo con il mondo, con i lontani, la presenza attiva in ogni problema e impegno di verità e di bene;
e) l'animazione «religioso-cristiana» di ogni realtà e condotta e virtù umana, morale, sociale, culturale...
f) il «Libro» di Dio agli uomini, la Liturgia degli uomini in Cristo a Dio, i Sacramenti flussi di vita di Cristo...