Scuola italiana degli anni 70

Inserito in NPG annata 1970.


Mario Bassi

(NPG 1970-12-70)

La scuola è lo spazio in cui è più immediato e urgente il discorso sulla corresponsabilità. Al suo interno, qualcosa si sta muovendo. Ma lentamente. Le cause di questa lentezza sono molteplici.
Una, determinante, è quella indicata dalle riflessioni che seguono.
Corresponsabilità è «fare qualcosa di serio, assieme». Purtroppo, ci sono molti elementi grippati, nella scuola italiana, che non permettono di «fare» (prima ancora di «fare assieme»).
Si è offerta una maggior corresponsabilizzazione. Ma a fondo perduto: perché si procede in avanti a stento, con il fiato mozzo per la fatica...
La classe degli insegnanti è la prima ad essere chiamata in causa.
Il discorso sarà ripreso, nel corso del prossimo anno editoriale, per passare dalle analisi alla terapia.

Maggio-ghigno '70 segna il braccio di ferro tra il governo e i sindacati degli Insegnanti di Scuola Media. Mai si era andati così oltre, in Italia. Per la prima volta tutti i cittadini direttamente o indirettamente (fino agli albergatori delle spiagge e della montagna) ne furono coinvolti. Ci si accorgeva che la scuola italiana era malata; malata grave, anche se le diagnosi pronunciate ai livelli diversi di cultura, di educazione politica o di interessi economici furono le più varie o addirittura opposte.
In verità l'Italia con le sue istituzioni scolastiche non sfugge a una crisi più vasta, che è a livello mondiale. Sono comuni a quasi tutte le nazioni problemi e interrogativi ponderosi, che sono stati analizzati in un volume pubblicato già nel 1968 da un noto studioso. PHILIPH COOMBS, in Crisi della educazione nel mondo.

SONO I PROBLEMI DI TUTTI

Questo non serve a consolarci. Integra, piuttosto, i nostri problemi nei problemi dell'Europa e del mondo e ci fa in parte superare il tipico atteggiamento degli Italiani: di eterno «mugugno» contro il governo, colpevole di tutti i mali d'Italia, e di pratico assenteismo sui problemi reali, perché a torto ritenuti problemi «degli altri».
Sono invece i problemi di tutti: – dei politici, dei lavoratori e delle famiglie; degli insegnanti in particolare e non devono essere trascurati dagli studiosi e operatori della pastorale giovanile.
Basterebbe la stessa colossale vastità di interessi e di persone che vi sono coinvolti per stimolare la riflessione: oltre 9 milioni di studenti; oltre 500.000 insegnanti; un terzo della spesa pubblica confiscata dalla scuola; cifre sbalorditive di miliardi stanziati in piani pluriennali per l'edilizia scolastica; una presenza non trascurabile della Chiesa e immensi sacrifici, spesso né apprezzati né conosciuti di sacerdoti, religiosi e religiose, impegnati su tutto il fronte della Scuola; e fra tutto questo gigantesco impegno dello Stato e della Chiesa il fenomeno ancora umiliante di un alto tasso di evasione scolastica e, peggio, di analfabetismo...
In molti paesi c'è il problema della penuria degli insegnanti; da noi uno dei problemi sembrerebbe quello opposto dell'eccesso di insegnanti. Partecipiamo, invece, largamente alla crisi di aule scolastiche e di attrezzature idonee, dalla scuola materna all'Università. Si cita il caso della Capitale: per i 3 milioni di abitanti vi sono 24 asili nido e una Università assalita da 100.000 studenti. Si moltiplicano per la Scuola elementare e la scuola media i doppi turni scolastici; in qualche caso i lumi tripli.

I MALI VENGONO DALL'INTERNO

Ma è soprattutto dall'interno che la scuola non regge: la contestazione degli studenti ha messo in rilievo mali profondi ed endemici: essi hanno preso coscienza della situazione, cristallizzata in regolamenti e dalle burocrazie scolastiche; e la loro protesta si rivolge a una struttura sorpassata, che per i suoi difetti e le sue storture, non è più in grado di valorizzarli e svilupparli come persone.
Ma oggi nel suo momento risolutivo e cruciale la scuola si pone alla coscienza e alla responsabilità della classe stessa dei docenti. Seri studiosi del fenomeno scolastico italiano, riflesso nelle sue traversie ideologiche, sindacali e politiche, fanno rilevare che in Italia «dell'insegnante come appartenente a una "professione" e ad un gruppo professionale conosciamo pochissimo: e dire pochissimo è già eufemistico»e che «di fronte alle messi ricchissime di studi psicologici e sociologici sull'allievo e sul suo ambiente, non si riscontra un'analoga abbondanza di ricerche sull'atteggiamento psicologico e sociologico degli insegnanti: di questi ultimi si fanno molte più generalizzazioni ed arbitrarietà che modelli precisi di strutture scientificamente fondate»(G. Gozzer). Dobbiamo comunque riconoscere che, mentre dominano idee parassitarie e di comodo fra gli insegnanti e sul conto degli insegnanti, di tutto il processo, a cui da 20 anni è sottoposta la scuola italiana, la classe insegnante è stata non protagonista, ma spettatore spesso passivo o prevalentemente impegnato sul fronte delle rivendicazioni, pur giuste e primarie, dello stipendio o della posizione giuridica.
Ma oggi la scuola scoppia dal di dentro e solo un impegno qualificato della società italiana nella sua totalità e della classe insegnante in particolare per l'aggiornamento, la può salvare.

QUALI RIFORME?

Ci si domanda che cosa ha in mente il Ministro della Istruzione Pubblica e quali riforme si caleranno sulle scuole nei prossimi mesi. E va bene conoscere e discutere «i 40 punti»enunciati dal Ministro Misasi per la riforma della Scuola o «i 7 punti»proposti al Consiglio Superiore della P.I.; è opportuno certo conoscere le posizioni contrapposte o confluenti
delle varie correnti dei partiti, nonché l'iter parlamentare delle varie proposte di legge che saranno quanto prima presentate alle Camere.
Ma il problema essenziale mi sembra quello di intendere l'attualità della scuola nelle sue esigenze di rinnovamento di strutture, di metodi e di insegnanti. In fondo quello dell'aggiornamento degli insegnanti. La riforma della scuola deve partire anzitutto dalla presa di coscienza dei problemi che urgono sulla scuola e dall'adeguamento didattico, sociologico da parte dei docenti.
Il sindacalista ed esperto di problemi scolastici ALBERTO DE STEFANO ha scritto testualmente:
«Fino al 1962 nessuno dei Sindacati della Scuola ha mai considerato seriamente i problemi della riforma; anzi tutti, deliberatamente li rifiutarono come "non pertinenti"... chiunque può rendersi conto senza fatica di come sia sempre stato facile suscitare il dibattito e talvolta la polemica inutilmente aspra, su problemi marginali: e come sempre sia caduto nel silenzio ogni tentativo di richiamare l'attenzione e l'interesse della categoria sui veri problemi di fondo» (A. DE STEFANO, Formazione e Lavoro n. 43, pagg. 22-23).
Bisogna però riconoscere, nell'assenza più generale, l'impegno e il positivo contributo di idee e di aperture, portato avanti da alcune Associazioni professionali, come l'U.C.I.I.M. oltre che dalla FIDAE, e dal M.C.D., e, a nostra vergogna, dagli organi di studio del P.C.I.
GIOVANNI GOZZER si chiede: «Se i giovani hanno messo in moto processi di riconoscimento della loro identità e dei loro obiettivi e sono arrivati a trarne conseguenze, che per la scuola appaiono se non rivoluzionarie certamente assai profondamente innovative, per quale motivo non dovrebbe essere possibile che lo stesso itinerario in modi diversi venga percorso dagli insegnanti?
Probabilmente il risultato non sarà la protesta globale né l'occupazione degli Istituti, ma una occupazione "mentale" e "concettuale" delle strutture e degli organismi in cui si elabora la politica formativa, la pacifica guerriglia contro i luoghi comuni, contro la pigrizia, contro la sclerosi...».

LA FUNZIONE DI UNA RIVISTA DI «PASTORALE»

Note di Pastorale Giovanile può giovare a questa «occupazione mentale» – a questa «pacifica guerriglia»?
Modestamente, mi pare di sì. Almeno, agitando qualche idea fra i suoi lettori, di cui molti sono educatori, insegnanti, o impegnati nella catechesi scolastica o nelle più diverse responsabilità scolastiche. Lo può fare sollecitando energie ancora in fase di «stanca», ma sempre capaci di sorprendente creatività.

QUALCOSA SI MUOVE

Direi che alcuni significativi episodi dello scorso anno scolastico possono essere colti come sintomi di qualche cosa che si muove fra la classe insegnante verso la «riforma» dal di dentro, che significa: scuola della libertà, scuola della partecipazione e della corresponsabilità – scuola del l'attualità e dei mezzi di comunicazione sociale – scuola della politica e della Comunità – scuola della educazione alla verbalizzazione – scuola a pieno tempo – scuola di orientamento e non di selezione – scuola di tutti e non di classe...
Mentre si moltiplicano in tutta Italia le iniziative sull'esempio stimolante della scuola di Barbiana, cito tre altri episodi fuori serie nello stagnante panorama italiano:
• a Reggio Emilia un preside di Liceo, il prof. Dossetti, dà le sue dimissioni da Preside per riprendere l'insegnamento diretto nel suo Liceo con questa motivazione: l'ufficio di Preside gli impediva il contatto diretto ed efficace di educatore con gli allievi, quale egli concepisce proprio di uomo di scuola.
• A Roma nel maggio scorso i docenti del Liceo Virgilio «occuparono»la loro scuola. Non fu per una dimostrazione totalmente «gratuita»: ma se il fatto scandalistico procedesse a «occupazione mentale», nel senso illustrato da Gozzer, ci si avvierebbe a un interessamento più partecipato dei docenti ai problemi vivi della scuola, oltre che alla difesa degli interessi di categoria.
• A Milano l'Istituto Salesiano «S. Ambrogio», nell'autunno caldo, solidarizzò con i lavoratori, che manifestavano per la politica della casa, con una giornata di «assenza dalla scuola», presentata dal Corpo docente alle famiglie e agli allievi come educazione e sensibilizzazione ai problemi vivi della Comunità.
Si direbbero superficialmente episodi in cui gli insegnanti strappano l'iniziativa agli studenti. Direi piuttosto che sono un sintomo di un atteggiamento nuovo degli insegnanti in una scuola nuova.