La voce (profetica?) dei giovani in una comunità educativa

Inserito in NPG annata 1970.


Enrico Peyretti

(NPG 1970-12-24)

Nella corresponsabilità, gli interlocutori sono due: gli adulti e i giovani. Uno ha il coltello per il manico. L'altro fa la voce grossa, per affermare o conquistare i propri diritti (o per scaricarsi, talvolta, pesi troppo gravosi).
Chi possiede, stenta a cedere. Per un inconscio senso di conservazione (la novità apre all'insicurezza); o per la definizione accettata di educazione e di responsabilità «paterna». Chi vuole ottenere, grida, spesso in nome di un'affermata supercapacità di leggere le componenti della realtà; o per una autogestione della propria educazione.
Se ci fosse la comunità-comunione, sarebbe inutile ogni ulteriore annotazione.
Di fatto, non c'è; se di fatto si contesta e ci si arrocca.
Allora è urgente delineare, almeno, i limiti oggettivi delle competenze. Hanno qualcosa di speciale da dire, i giovani? E che cosa?

LA GIOVINEZZA COME FATTO BIOLOGICO

La profezia non è un fatto biologico o cronologico. Non si è profeti per il solo fatto di essere giovani. Pensare questo è il grosso errore di una certa contestazione, è la grossa debolezza di certi giovani sicuri soltanto dei loro pochi anni e del loro slancio; quella contestazione e quei giovani hanno questa sola ragione, di essere gli ultimi arrivati, gli ultimi che hanno preso la parola, come in un dibattito sembra per un momento avere ragione l'ultimo intervenuto; ed hanno questa enorme spina nel fianco che è la paura di chi sa di vivere solo una breve stagione e la brucia follemente, come una donna che vive tutta della sua giovane bellezza e pensa di essere più che morta il giorno che sfiorirà. Appena arriverà la nuova generazione (che oggi vuol dire cinque anni o anche meno di differenza) che li spingerà nella schiena buttandoli fuori dalla scena, che parlerà un altro linguaggio e snobberà il loro, quei falsi profeti incominceranno a commemorare la loro contestazione di ieri e si faranno sfuggire il presente, che li inghiottirà completamente, come la donna di cui sopra ad un certo punto vivrà di restauri della bellezza passata. Si vedrà che non erano né profeti né giovani, erano solo gli ultimi, per un momento; stavano passando sotto il riflettore, ed ora sono passati.
Giovane è l'uomo che cresce. Finché un uomo cresce è giovane. Naturalmente l'essere giovani di anni e di fisico costituisce una spinta biologica a crescere, in tutte le dimensioni umane. Ma non c'è una fatalità assoluta in questo: un uomo giovane di anni può essere fissato ad un dato stadio per opera di fattori esteriori o interiori che ne hanno bloccato la crescita, come un uomo di molti anni e decaduto nel fisico può continuare a crescere nella sua umanità. Cristo assicura che neppure la morte ferma la giovinezza continua dell'uomo vivente in lui che è il Vivente per sempre. Mi pare che l'educazione dell'uomo sia l'aiuto a crescere indefinitamente, aprendo sempre nuove strade, segnalando i vicoli ciechi, offrendo motivi di coraggio, dando speranza alla stanchezza, scuotendo dal torpore che è sintomo di morte, superando incessantemente ogni tappa raggiunta. In questo senso ogni comunità educativa deve essere comunità giovanile. In questo senso solo un giovane di spirito può essere un educatore, perché chi è vecchio nello spirito non conduce ma ferma, essendo egli fermo. E l'educazione è sempre reciproca.

VERSO UN «PROFETISMO» GIOVANILE

I giovani hanno qualcosa da dire

Le precedenti semplici considerazioni mi servono per relativizzare di molto il problema dei giovani di età – dei quali qui specificamente dobbiamo parlare – e per ripulire questo discorso dalla mitizzazione che oggi lo ingombra. Se ieri l'autoritarismo schiacciava i giovani, oggi il mito e lo sfruttamento li inganna e li utilizza: mentre cercano se stessi e la propria umanità, li adula, ne fa dei divi, e li lascia poi precipitare da quel falso empireo sulla dura terra; mentre cercano gli altri, li incontra soltanto come materiale assorbente per quel mercato di cose inutili e rumorose che i trafficanti sanno inventare.
Dunque nessun mito dei giovani. Essi non sono il messia. Infatti dopo il loro passaggio il mondo attende salvezza come prima.
Eppure i giovani hanno una vocazione profetica. Come (si licet parva...) chi entra in una stanza sente subito i cattivi odori che la riempiono, molto più di chi vi sta dentro da tempo col naso ben assuefatto. Quando poi si trattasse di gas velenoso, l'ultimo arrivato che impone l'apertura della finestra è il salvatore della situazione. Cioè, la grande possibilità dei giovani e la loro funzione del mondo, è la loro verginità di vita, è il non avere ancora racchiuso le forze di vita che esplodono dentro di loro in limiti, siano inevitabili e funzionali, siano colpevoli.
Ai giovani bisogna chiedere come trovano l'aria del mondo. E bisogna dir loro che non gli si chiede questo perché siano i giudici del mondo, ma soltanto perché hanno questa possibilità e dunque questo dovere nei confronti di tutti. Essi possono indicare le possibilità di vita che gli adulti hanno dovuto scartare nella inevitabile limitazione di ogni scelta attraverso cui si procede, quando non le abbiano dimenticate e trascurate. Essi possono stabilire tensioni vitalizzanti fra ciò che trovano fatto e ciò che, nella verità complessa della vita, è ad esso complementare. Essi possono continuare il discorso che una generazione non ha fiato e tempo per portare più avanti di tanto. Essi possono scoprire le contraddizioni che il mondo degli adulti contiene e che questi assai più difficilmente riescono a vedere, perché guardano quel mondo fatto da loro come si guarda a se stessi, con eccesso di indulgenza.

Ma è funzione «profetica»?

A questo punto però sento il bisogno di verificare se è esatto e proprio parlare di funzione profetica dei giovani. Non vorrei che questo termine oggi abusato venisse troppo indebolito. Dagli esempi che sono riuscito a fare, mi pare trattarsi piuttosto, nei giovani, di una funzione assai utile e vitale per l'umanità, di rinnovamento fisiologico, di ritorno alle origini per assorbirne di nuovo tutta la misteriosa forza e immetterla sulle acquisizioni ereditate dagli adulti. Mi pare trattarsi di una presa di coscienza che l'umanità fa di se stessa, di un suo tornare a confrontarsi ad ogni nuova generazione con le esigenze e speranze intatte della vita.
Se si può parlare di profezia in senso naturale, allora riconosco i giovani – quelli di età e quelli di spirito – come profeti dell'incessante movimento della vita umana, del suo radicale inappagamento, della forza che sempre la sospinge. Ma non mi pare che si possa parlare di profezia a proposito della società umana che essi stanno per costruire: profezia è concetto ben più grande che previsione. Tanto meno vorrei che un cristiano moltiplicasse la patente di profezia ai molti messaggi nuovi che nella storia nascono, senza riservare questo riconoscimento alle voci dello Spirito di Dio, riconosciute nella fede comune ecclesiale, che irrompono nella storia umana per chiamarla ad una vita e ad una relazione personale con Dio rivelatosi vivo e santo sostenitore della vita. Non siamo più in un vitalismo anonimo ma in una fede consapevole nel Dio vivente e vivificante che parla all'uomo. Solo chi è investito del compito di manifestare qualcosa di questa parola (e lo è ogni credente) può essere detto propriamente profeta, non chi rappresenta quasi automaticamente l'ottimismo vitale.
Allora, sapendo che Dio può scegliere i suoi profeti come vuole, sia nel giovane più ingenuo e sprovveduto come nel vecchio più vicino a scomparire dal mondo, parlerei più semplicemente e meno retoricamente di voce dei giovani, funzione dei giovani, nell'impresa educativa che è comune a tutti. Ed è la funzione detta sopra.
Si può aggiungere che i giovani possono essere più facilmente portatori di profezia in quanto sono (nella misura in cui lo sono davvero) più «poveri» e disponibili agli appelli di Dio all'uomo, perché non sono «proprietari» di qualche opera o realizzazione di cui l'adulto si sente «ricco», con tutta la frenatura e sordità e impaccio che la ricchezza produce sullo spirito.
Allora, i giovani mi sembra abbiano una funzione rinnovatrice che è. semplicemente una funzione naturale biologica nell'organismo dell'umanità, ed insieme una possibilità-vocazione di carattere spirituale in senso stretto, di cogliere in una maggiore libertà i richiami che Dio, che «viene dal futuro», rinnova ad ogni svolta della storia.

RESISTENZE E MANIPOLAZIONI

Le tentazioni dei giovani

Ci sono le tentazioni proprie dei giovani, i loro peccati propri, corrispondenti alla loro possibilità-vocazione. Infatti, appena si sfugge all'automatismo biologico nel guardare ai giovani, si entra nel campo umano della responsabilità, della libertà, si entra nella parabola dei talenti, dono che può diventare condanna.
La tentazione tipica dei giovani mi pare sia la severità, il giudizio facile. È facile trovare errori nella pagina del mio vicino quando la mia è ancora tutta bianca. È facile e comodo denunciare il compromesso quando non ci si è ancora trovati nella situazione che l'altro ha risolto così poveramente: chi mi dice che ne uscirò più pulito?
L'idealismo dei giovani può diventare fanatismo disumano, può raggiungere la crudeltà, dissociandosi completamente dalla considerazione delle persone come sono e come possono essere, dalla misericordia, dal perdono. Come se loro fossero fatti di un'altra stoffa.
Certa aggressività e rabbia nell'entrare nella vita forse nasce dall'odio verso l'immagine del proprio futuro che appare negli adulti compromessi e accomodanti, dalla velleità di non avere nulla a che fare con il mondo già fatto e la vita già vissuta, come se il vivere valesse solo al suo inizio, nella sua verginità, nella sua irreprensibilità sterile, in un attimo bello e fuggente che deve fermarsi, nella sua ricchezza intatta. In questo atteggiamento sono già contenuti i germi del conservatorismo che segue le giovinezze più «peccaminose» in questo senso. L'atteggiamento che la vita richiede, per essere cammino svolgimento crescita, non è né un idealismo astratto, fuori delle cose e contro le persone, né un realismo piatto, servo dei fatti ingiusti e delle false potenze del mondo, ma la sapienza.
II giovane sospeso fra idealismo e realismo che lo stringono come due morse di un unico gioco assurdo attende solo una rivelazione sulla vita. La rivelazione del «peccato originale» in cui egli pure è nato, per togliergli ogni illusione sulla propria forza sorgiva, per salutarmente umiliarlo, che vuol dire farlo sentire «a terra», e così avere la forza soda di chi poggia i piedi e magari anche le mani ed il corpo in terra, unico punto d'appoggio per sollevarsi. La rivelazione della «grazia», del dono immesso nelle membra fiaccate dell'uomo perché si rialzi e cammini. La manifestazione dalla «sapienza» vivente che, avendo parlato a più riprese e in più modi agli uomini, è venuta a noi in Gesù di Nazareth, l'uomo che ha fatto bene ogni cosa e che fa vivere da veri uomini coloro che lo toccano.
Chi è oggi «sapiente» e maestro di sapienza per i giovani? Chi è «sapiente» non barboso e arcaico? Com'è atteso questo maestro di vita che i giovani sperano di incontrare via via in quel politico, in quel predicatore non-violento, in quel guerrigliero, in quel cantautore, in quel movimento e stile di vita, raccogliendosi tutti intorno a quel nome e poi tornandosene via alla spicciolata con l'attesa più viva di prima o già insidiati dalla disperazione!
Quale muraglia di cose e di parole separa da loro Gesù vivente! Quanta debolezza e colpa deve confessare la Chiesa se a tanta sete arriva così secco il fiume del Vangelo!
La voce dei giovani, profetica anche nella sua disperazione, è un metro di misura per la Chiesa mandata a servizio del mondo, per lasciarvi penetrare la Sapienza che sola rende possibile la vita all'uomo.

Le tentazioni degli adulti

Ci sono le tentazioni e i peccati degli adulti, che in qualche modo ricadono sui figli. Il peccato principale è il non credere più alla vita, il non sperarne più niente, ma continuare a fingere, senza osare confessare neppure a se stessi questo vuoto; il non vedere i segni dei tempi che vengono, il pensare che niente di nuovo potrà avvenire che non si sia già visto e scontato, e così accontentarsi delle cose che si hanno, cercandone solo la crescita quantitativa, diventare preoccupati di conservare più che di cercare e scoprire, soddisfarsi delle mete raggiunte senza più farne punti di partenza. Quando questo atteggiamento non è solo naturale stanchezza, ma volontà e scelta, diventa un'azione antieducativa sui giovani, che li spegne. E ci sono giovani spenti. Questo accade quando di fronte all'irruzione dei giovani gli adulti si chiudono in difesa, diventano incapaci di ascoltarli, ripetono loro dei discorsi che non possono dire nulla perché non sono costruiti insieme; oppure presi da un complesso di inferiorità cominciano a blandirli e a giustificare ed esaltare tutto quello che fanno e dicono, magari imitandoli esteriormente ma non ricevendo nulla da loro, e non chiedendo loro di crescere; oppure con estremo cinismo fanno commercio dei giovani impadronendosi delle loro esigenze, delle loro invenzioni di vita per rivendergliele. I giovani mediocri cadono nel gioco e si riducono a recitare una parte senza sorprese nel mondo fatto dagli altri, una specie di parentesi goliardica di nuovo tipo gestita e neutralizzata dagli adulti. I migliori e più vivi si trovano davanti la sola via d'uscita della ribellione, del rifiuto schifato, del disprezzo dei padri.
I giovani non sono più bambini e non sono uomini consumati. Esigono di essere trattati senza riguardi eccessivi, perché hanno già una loro forza, ma anche di essere criticati e corretti, perché devono orientarsi. E spesso recepiscono, dopo più di quanto sembri sul momento.
Il compito degli adulti nei confronti dei giovani è quello di un vero servizio disinteressato, che offre un terreno su cui essi possano poggiare i piedi e proseguire il cammino. È un consegnarsi e consegnare le proprie cose, come il tempo e la morte fanno fare inevitabilmente, ma con atti di libera collaborazione e di crescita insieme nel tratto di strada comune ai due cammini successivi, come nella staffetta al momento del cambio, e non per una fatalità subita in una lotta per non decadere vana e invidiosa verso chi viene avanti a prendere il posto.

LA «POVERTÀ» COME DISPONIBILITÀ

Una nuova ascetica di povertà esistenziale è richiesta oggi dalla velocità dei tempi a tutti, giovani e adulti. Nel mondo statico o lento di ieri, un uomo morendo lasciava la sua opera, l'opera di tutta la sua vita, ancora valida e si vedeva in qualche modo sopravvivere in essa. Oggi ogni opera realizzata è rapidamente superata, dura meno dell'uomo, il quale oltretutto vive sempre più ti lungo. Egli si trova cosi a dover morire più volte nelle cose che ha fatto, come un padre che veda morire i suoi figli prima di lui. Questo devono impararlo gli adulti, acquistando la libertà dei poveri, sapendo ricominciare con i giovani e così restando giovani loro stessi. Questo devono imparare anche i giovani perché molto presto saranno sottoposti alla prova di incontrare il limite di ciò che portano con tanto entusiasmo. Questa scuola dei tempi dà ai giovani la possibilità, oggi, di acquistare più presto la robustezza dell'esperienza, liberandosi dall'ingenuità e dall'assolutismo.
Forse questa condizione comune richiede di distribuire meglio, in ogni luogo della società, le responsabilità direttive. In un mondo in veloce evoluzione, non è, come nel mondo statico, solo l'esperienza fatta in un grande numero di anni che dà le capacità necessarie a dirigere, ma la prontezza ad aprire sempre nuovi spazi di ricerca e ad affrontare problemi nuovi. Probabilmente le funzioni direttive saranno meglio ricoperte se si attuerà una rotazione di persone, che apportino sempre freschezza rinnovatrice, scelte non tanto con un criterio gerontocratico (neppure con quello puramente opposto), ma in base alla attitudine psicologica e spirituale a non fissare sistemi bensì a promuovere sviluppi. Questo vale anche nella Chiesa.

I CONTENUTI?

Visto come può svolgersi e come può degenerare la funzione dei giovani nella crescita dell'insieme umano, visto come gli adulti possono liberare o soffocare dentro i giovani stessi le parole che questi portano, ci si può chiedere quali sono oggi i contenuti più validi della voce dei giovani. Da una parte sembrerebbe che non si tratti tanto di contenuti nuovi quanto della continua riapertura di questioni vecchie ma non risolte. Più che dire cose nuove i giovani darebbero freschezza nuova alle cose umane di sempre.
Dall'altra parte però c'è almeno un dato che mi si impone all'attenzione. Forse i giovani stanno proponendo un modo di pensare la storia umana che stiamo facendo, non più come storia di pochi individui emergenti, storia di eroi, sullo sfondo confuso della massa umana non cresciuta, ma come problema di crescita di tutti. Questo mi sembra un dato odierno non solo culturale e politico (l'ha messo bene in chiaro Giulio Girardi nella sua critica alla conquista della luna come ultimo anacronistico grande atto della storia degli eroi, che ha spinto lassù tre uomini come punta di una piramide umana poggiante su masse di persone compresse e paganti in mille modi) ma anche un dato psicologico e morale nei giovani anche se contraddetto da fenomeni di divismo e di individualismo. La voglia di libertà personale, unita alla voglia di fare gruppo e di superare ogni tipo di differenza e di pregiudizio riguardo agli altri, che si manifesta negli enormi raduni mondiali hyppie come nei piccoli gruppi, ne può essere un segno.
Se questo è vero, le implicanze che stanno per svilupparsi riguardo alla scuola e alla cultura, riguardo alla vita politica, riguardo al lavoro, riguardo al costume dei rapporti umani quotidiani, sono molto importanti e nuove. Lo sviluppo di «tutto l'uomo in tutti gli uomini» che Paolo VI indicava nella Populorum Progressio può passare anche attraverso questa rivoluzione culturale.
Ho messo l'interrogativo sul carattere profetico della voce dei giovani, riconoscendolo solo a determinate condizioni. Ho contestato i giovani, pur rivendicando loro il diritto di pieno ascolto e totale rispetto. Perché i giovani sono uomini come gli altri, con la stessa grandezza e la stessa miseria. Nel contatto intenso con loro mi convinco che questo è il modo più giusto e rispettoso di considerarli.
Eccoci, anziani e giovani davanti all'adultera insieme a Gesù. Alla sua parola, che raggiunge il midollo dell'uomo, tagliente e penetrante e capace di discernere i pensieri del cuore, gli anziani se ne vanno per primi: hanno più peccati di cui ricordarsi, è loro più facile essere misericordiosi, è conveniente per loro farsi transigenti e chiudere un occhio su questo adulterio; i giovani se ne vanno per ultimi: avendo meno peccati, più a lungo si sentono autorizzati a lapidare la donna, per loro la misericordia è un cedimento, per loro questo scandalo è più difficile da tollerare, hanno la purezza degli idealisti e la durezza dei puri. Quando non c'è più nessuno che la guarda giudicandola, solo allora Gesù alza gli occhi in volto alla donna e le dice la parola severa, «non peccare più», e la parola buona «neppure io ti condanno». Egli è il solo buono, il solo sapiente, il solo giusto.