Motivazioni teologiche per un impegno politico dei giovani

Inserito in NPG annata 1970.


Ernesto Balducci

(NPG 1970-11-44)

Riprendendo il discorso sull'educazione politica, dalle prospettive educative e operative di Meucci (1970, V), si passa alla ricerca dei punti d'appoggio su cui imperniare un'azione che molti, ormai, avvertono indilazionabile, per le urgenze della storia e per la propria autenticità cristiana.
Non si tratta di inventare un nuovo tipo di contestatore.
Il problema è un altro, più serio e più assillante, forse diametralmente opposto. I giovani sentono che è tempo di sporcarsi così le mani: lo avvertono per istinto, ma non riescono ad afferrare dimensioni sicure e costruttive.
Chiedono aiuto all'educatore: con un fil di voce, alcuni; con i molti errori, i più. Il «sistema preventivo» torna a galla: dobbiamo «precorrere i tempi»: ricercare con i giovani più disponibili le strade sicure, teologicamente e pedagogicamente, indicare con coraggio i punti fermi. E incominciare a fare, pur con quella gradualità che la prudenza suggerisce. Siamo al bivio: o imprimere un ritmo autentico alla contestazione giovanile o lasciare travolgere in un turbine di vento distruttore, il valido con il non-valido nel vuoto dell'anarchia.
Su queste linee, si muove lo studio che presentiamo, anche se forse si situa al punto terminale di un lungo cammino.
Ne sottolineiamo soprattutto la conclusione in linea con il discorso pastorale della Rivista: il luogo in cui assume rilevanza e densità l'impegno spicciolo è la comunità locale. Per la specifica capacità di lettura dei segni dei tempi e dello Spirito, per il suo valore di correzione contro ogni insorgente integrismo.
Il discorso è impegnativo. Lo riprenderemo. Anche per approfondire alcune linee, che qui sono necessariamente generiche (rapporto religione e mondo, istituzione ed eucaristia, per fare un esempio) e di semplice stimolo ad una riflessione personale più precisa.

VERSO UNA VISIONE NUOVA DEL RAPPORTO CHIESA-MONDO

I giovani ai quali mi riferirò mentalmente nello svolgere le mie riflessioni sono quelli che meglio rappresentano la tipica formazione cattolica tradizione, che era, e non a caso, particolarmente diffusa nella classe borghese. I veicoli normali di quella formazione erano, nell'ambito ecclesiale, le parrocchie, con le loro varie associazioni, e gli istituti religiosi, con le loro attività scolastiche o parascolastiche. Ambedue le strutture sono ormai quasi del tutto paralizzate, per un concorso di motivi la cui analisi potrebbe dar ragione a chi considerava la chiesa, nel suo insieme, come una grandiosa struttura di conservazione. Per questo, io sono convinto che un progetto coraggioso di formazione dei giovani alla vita politica comporti, come obiettivo preliminare, una presa di coscienza delle ragioni storiche che hanno intessuto così stretti vincoli tra la chiesa e la società in declino. Il discorso è delicato, ma in nessun caso eludibile, col rischio che altrimenti restino, nella coscienza dei giovani più inquieti, sospetti, riserve e pregiudizi, a tutto danno della credibilità del discorso teologico costruttivo.
Un breve excursus storico sulle vicende della chiesa cattolica, a partire dalle origini, potrebbe forse avere come tema centrale il nesso tra missione ecclesiale e potere politico. Quel nesso andrebbe innanzitutto chiarito sulle pagine inesorabili del Nuovo Testamento e poi sulla nuova auto-consapevolezza raggiunta dalla Chiesa col Concilio Vaticano II. Dopo di che, una volta elaborate le categorie di giudizio, si dovrebbe illustrare la congiuntura costantiniana, la quale inaugurò l'impresa medioevale che ancora condiziona, pur nell'edizione moderata degli espedienti concordatari, l'azione storica della chiesa. Per quanto riguarda l'epoca moderna, e cioè l'epoca in cui si sono svolte le grandi rivoluzioni politico-sociali e in cui – come i giovani sanno dallo studio della storia – la chiesa ha sempre svolto una funzione di tutela nell'ordine costituito, si dovrebbero con tutta chiarezza spiegare le ragioni per cui:
• in una prima fase (fino a Pio IX) la chiesa è rimasta prigioniera di un progetto di restaurazione dell'ancien régime, reso meno paradossale dalla curiosa dottrina della tesi e dell'ipotesi;
• e in una seconda fase (da Leone XIII alla Pacem in terris) essa ha perseguito, e teoricamente elaborato, una competizione col mondo moderno ritenuto incompetente a risolvere i propri problemi al di fuori di una dottrina sociale della chiesa.
• Col Concilio ha avuto inizio una fase nuova, consapevolmente analoga a quella delle origini, ispirata ad una visione più autentica del rapporto tra chiesa e mondo.

La salvezza come salvezza di questo mondo

L'attuale momento storico esige che la visione cristiana del mondo si liberi dalle statiche strutture che essa aveva mutuate dall'antica cultura ellenistica. Siamo oggi in una civiltà della trasformazione, nella quale il mondo non è più semplicemente la dimora temporanea e corruttibile dell'uomo, ma è sempre più oggetto dell'umana progettazione. Ebbene, le profezie bibliche non passano sul mondo, lo investono e lo attraversano; non si riferiscono ad un aldilà, ma promettono un nuovo modo di essere di questo mondo, e di noi in questo mondo rinnovato. Bisogna saldare nella coscienza dei giovani ciò che la tradizione passata aveva diviso.
La visione messianica – ristabilita nei suoi termini biblici – congiunge strettamente i due fini, quello soteriologico e quello cosmologico. La salvezza è salvezza di questo mondo, le cui modificazioni storiche non sono, dunque, accidenti estranei, ma momenti interni al processo di salvezza. Il popolo di Dio messianico è responsabile di questo mondo.
Pare impossibile, oggi, far comprendere la rilevanza di questi principi senza aver chiarito la distinzione tra religione, come esigenza umana che si esprime in forme storiche varie e che oggi sembra in procinto di estinguersi, e fede cristiana. La religione con cui il messaggio cristiano si è incontrato e in qualche misura identificato, porta con sé un bisogno di evadere dalla storia e di interpretare la storia secondo forme sacrali che la sottraggono al dominio dell'uomo. Di fatto, i cristiani oggi sono formati piuttosto secondo abitudini religiose che secondo le esigenze della fede. La fede, come appunto si diceva, fa consistere la comunione con Dio non già in un passaggio dalla sfera mondana a quella extra-mondana, ma in una accettazione della promessa di Dio che riguarda l'umanità nel suo insieme e l'universo intero in quanto assegnato al dominio dell'uomo. Anche se non è facile tradurre, come voleva Bonhoeffer, i termini religiosi della Sacra Scrittura in termini non-religiosi, si dovrà quanto meno accettare la tendenza a proporre la fede secondo le sue specifiche diversità dalla religione.

Il popolo di Dio, responsabile di questo mondo

Il popolo di Dio ha dunque una finalità cosmica che lo obbliga a cogliere nel divenire del mondo i momenti opportuni che gli rivelano in concreto l'insorgere delle possibilità del Regno. I momenti opportuni sono quelli della liberazione dell'uomo e, positivamente, della sua regalità sul mondo. Essere responsabili del mondo significa, in concreto, essere responsabili della libertà umana, intesa come capacità di ogni singolo uomo e dell'umanità nel suo insieme, di determinarsi da sé e di attuare con efficacia i suoi progetti.
Questa non è ancora una certezza ideologica (la fede non fornisce nessuna ideologia), ma è un imperativo discriminante tra la fede autentica e quella non autentica, ed è un imperativo che può disporre i credenti a collaborare con tutti coloro che mirano a tale liberazione.

UN IMPEGNO PRECISO DI INTERVENTO

E questa una tesi cara alla cosiddetta teologia della rivoluzione, ma che, a mio modo di vedere, va tenuta immune da utilizzazioni equivoche. La fede conferisce alla coscienza una disponibiltà assoluta ai processi di liberazione umana, ma non fornisce di quei processi né i contenuti né gli strumenti. C'è, nei giovani di oggi, la tendenza a trasformare la fede in ideologia rivoluzionaria, compromettendo, a un tempo, e la purezza della fede e, forse, l'autenticità della rivoluzione. Le ideologie, o, più genericamente, i progetti politici, comportano due momenti che appartengono alla sfera della razionalità, diciamo pure alla sfera scientifica.

• Il primo è l'analisi delle strutture in cui la libertà dell'uomo è implicata, a volte fino al punto da smarrirvi totalmente se stessa. I fenomeni sociali e politici non possono essere compresi se non sono ricondotti ai processi primari con cui l'individuo si lega agli altri e alla natura. Questi rapporti non sono fissi e immutabili: la modificazione tecnica li evolve incessantemente, rimettendo di continuo in questione l'organizzazione economica, sociale e politica. Se è da rifiutare il banale materialismo che riduce tutto ciò che non sia struttura economica a sovrastruttura priva di ogni autonomia, è anche da rifiutare una spiegazione dell'essere storico dell'uomo solo per mezzo di cause spirituali. In ogni modo, il credente si trova, a tal riguardo, nelle stesse condizioni degli altri uomini. Egli deve indagare la realtà con i mezzi di tutti, sostenendo la validità dei risultati non con l'apriori di fede, ma secondo gli stessi principi e con gli stessi metodi con cui essi sono stati raggiunti.

• La seconda fase è il progetto di trasformazione della realtà sociopolitica a partire dall'analisi che ne ha scoperto l'inadeguatezza alle esigenze della libertà. Se il progetto comporta un mutamento rapido e radicale, si tratterà di un progetto rivoluzionario. Il credente che opta per la rivoluzione non deve basare la sua scelta sulla fede, ma sull'analisi della realtà. La fede, eventualmente, informa la sua decisione integrandola in una comprensione del reale e in un progetto a carattere globale, come suol dirsi, escatologico. Ma dalla fede non si deduce nessuna rivoluzione: la rivoluzione della fede riguarda il rapporto tra il credente e Dio, e solo di conseguenza il rapporto tra il credente e il mondo, a prescindere dai contenuti empirici, in maniera, cioè, trascendentale.

Autonomia del momento scientifico della politica

Questa divagazione mi sembrava necessaria, sia perché il tema della rivoluzione è oggi dominante fra i giovani, sia perché esso permette un'ottima esemplificazione del rapporto tra fede e politica in generale. Così inteso, questo rapporto restituisce al momento scientifico della politica tutta la sua autonomia, con una conseguenza che anch'essa merita di essere messa in luce: la chiesa, in quanto istituzione che ha inglobato in sé concezioni giuridiche, giustificazioni culturali e interessi concreti prodotti dalla società del passato e del presente, deve anch'essa essere sottoposta all'analisi di cui sopra dicevo. Sarebbe un atto di insipienza pedagogica lasciare che i giovani arrivino da sé a capire in quale misura la chiesa è coinvolta nelle sovrastrutture tradizionali e utilizzata dalle strutture economiche. Non ci sono ragioni teologiche che dissuadano da questa trattazione della chiesa. Naturalmente, occorrerà accompagnare questo processo critico con una indicazione dei fondamenti specifici della chiesa in quanto segno e strumento di salvezza. L'area autentica della chiesa è quella che si apre sul piano storico in virtù del consenso di fede alla parola di Dio: consenso che per definizione è libero, anzi, esige il massimo di libertà, senza nemmeno le coazioni che a volte sono legittime nella società civile. Le «strutture» su cui si organizza la chiesa visibile non sono di quelle che insidiano e imprigionano la libertà con la meccanica della necessità: sono riducibili alla parola ed all'eucaristia, e dunque si insediano in una sfera meta-economica e meta-politica. L'organismo ministeriale – la gerarchia – è subordinato alla parola ed all'eucaristia: che di fatto non sia sempre stato, così è appunto il risultato di quello «spirito di potenza» che da secoli e secoli ha contaminato la chiesa. Nella misura in cui la chiesa è se stessa, nasce dalla libertà e fa serve, in quanto la fede da cui ha origine è, dal punto di vista umano, un esercizio di radicale libertà.

LA CHIESA LOCALE COME SOGGETTO DI PROGETTAZIONE

Ecco perché io credo che, sorretti dalla teologia conciliare, si debba far di tutto per attribuire il ruolo di soggetto ecclesiale primario non all'istituzione ma alla comunità locale raccolta dalla parola di Dio attorno all'eucaristia. Non è una fuga per la tangente, è una fuga verso il centro del mistero ecclesiale! Finché il credente non sarà reintegrato nei suoi diritti di membro del popolo di Dio, la sua capacità di un'autentica azione politica sarà compromessa o da un rifiuto radicale del significato della fede nella politica, o da un asservimento alle direttive ecclesiastiche. La chiesa che è chiamata ad assumersi le responsabilità del mondo è la chiesa locale, in rapporto a cui la gerarchia ha il ruolo di servizio, non quello di dominio e nemmeno quello di rappresentanza. La nuova generazione, che è più libera dai condizionamenti interiori che caratterizzano la nostra, deve essere abituata a sentirsi chiesa in quanto fa parte di una comunità il cui compito è di ascoltare e approfondire la parola di Dio e di partecipare alla «fractio panis». Il guaio è che un'esperienza del genere è ancora difficile. Infatti, la parrocchia, almeno così com'è organizzata, non fa che ripetere, nel suo piccolo orizzonte sociologico, le malformazioni della istituzione sul piano internazionale. Essa poggia sulla responsabilità del clero, il quale risponde di quel che fa alla diocesi, la quale, a sua volta, risponde a Roma.
Proprio per questa sua dipendenza verticale, la parrocchia segue istintivamente una politica di equilibrio, mantenendosi, di fronte alle grandi istanze politiche, neutrale, nella migliore ipotesi. Ma si sa che la neutralità giova sempre all'ordine costituito, il quale infatti riconosce nella parrocchia una delle sue strutture più importanti.
I giovani più vivi finiscono col disdegnare la frequenza di un ambiente che intuiscono sostanzialmente sordo agli appelli del tempo. Ma, lasciando la parrocchia, non hanno dove continuare la loro esperienza di fede, e ben presto si ritrovano fra i «lontani». Ecco perché un educatore si deve proporre come primo obiettivo quello della realizzazione di una comunità cristiana il più possibile libera dalle strutture istituzionali e il più possibile ispirata alla teologia del popolo di Dio.

Una comunità in ascolto permanente

In queste comunità si sviluppano due funzioni della fede che sono attinenti al tema che sto svolgendo.

♦ La prima è quella della meditazione comunitaria della parola di Dio. La parola non è del prete che l'annuncia, è del Cristo, ed è Lui che la consegna alla comunità. Il prete non è un mediatore, è un esegeta, col carisma della autenticità. La competenza profetica, che è di tutto il popolo di Dio, debitamente esercitata, favorisce una adeguazione sempre più profonda tra la mentalità del credente e il disegno di salvezza. Egli passa dalla religiosità devota alla fede virile, dalla passività obbediente di fronte ai superiori all'assunzione diretta di responsabilità storiche. È questo il momento privilegiato della formazione della coscienza cristiana, nel quale anche l'autorità ministeriale si rivela per quel che è: niente di meno e niente di più che un servizio, ordinato, da una parte, a conservare la parola conforme alle sue origini apostoliche e, dall'altra, a sollecitarne nei credenti l'esatta comprensione. L'autorità serve la parola e la coscienza, non sta in mezzo a loro, e tanto meno prende il loro posto. L'ingresso della parola di Dio nella storia è affidato alla comunità cristiana immersa nella contingenza del tempo e dello spazio e collegata alle altre comunità non per vincoli di dipendenza verticale, ma per vincoli di comunione orizzontale, di cui i ministri sono segni e strumenti. Quando l'autorità ecclesiastica si preoccupa che la coscienza dell'uomo politico sia cristianamente formata, fa bene, purché questa preoccupazione si traduca in niente altro che nella solerzia dell'annuncio, nell'attenta promozione dei carismi di cui ogni comunità è ricca.

♦ L'altra funzione della fede, messa in esercizio dalla comunità, è la lettura dei segni del tempo.
I grandi problemi dell'ora non possono essere assenti là dove si annuncia e si medita la parola di Dio.
Che avveniva fino ad oggi? Nelle grandi scadenze politiche i parroci leggevano direttive emanate dall'alto. In esse tutto era compiuto: la comprensione della parola di Dio, la lettura dei segni del tempo, la soluzione da adottare. La comunità – e i singoli in essa – era del tutto squalificata. Il clericalismo nasceva di qui.
Tocca invece alla comunità riflettere con libero dialogo sugli aspetti della vita sociale in cui più direttamente e più gravemente è coinvolta la liberazione dell'uomo. Non si tratta, come sopra si è detto, di realizzare un'analisi scientifica e un progetto politico: si tratta di maturare nella coscienza un giudizio morale che la orienti verso soluzioni i cui fondamenti, le cui modalità, i cui strumenti dovranno ordinariamente ricercarsi altrove. Quel che conta è che la responsabilità che ogni giovane comincia ad avvertire nei confronti del mondo si dischiuda e si illumini in rapporto ai valori assoluti del vangelo. Non importa nemmeno che la comunità raggiunga una valutazione univoca dei segni del tempo: importa che si trovi d'accordo nel sentirsi responsabile e nel riferirsi alla parola della fede.
Sarà quasi impossibile che un giovane di vivace coscienza morale si trovi deluso, in una comunità del genere, perché sicuramente la parola di Dio è dalla parte dei generosi ed è contro le prudenze dell'ordine costituito! Forse, ad andarsene saranno i pusilli, gli interessati, i Nicodemi. Egli non si sentirà manipolato dal potere ecclesiastico, né addormentato da quelle viete devozioni in cui il tumulto del mondo – come dire le angosce e le speranze degli uomini – non ha diritto di ingresso.

Conclusione

Una volta che la coscienza del singolo abbia compreso e sviluppato questa dimensione comunitaria – che non è, com'è ovvio, una dimensione associativa! – potrà facilmente inserirsi nell'ordine politico in pienezza di autonomia. Per un verso, egli si sentirà responsabile verso la comunità – cioè la ecclesia –, per l'altro, egli si sentirà responsabile verso la società civile: la coniugazione tra le due responsabilità avviene nella sua coscienza, non altrove. Il suo modo di analizzare la realtà in cui vive ed opera e il suo modo di progettarne la promozione sociale e politica potrà essere diverso da quello di molti suoi fratelli nella fede. Niente di anormale, in questo, perché, quando si entra nell'ordine dell'esperienza e della comprensione culturale, il pluralismo è la norma, non l'eccezione. La sua fede fornirà alla sua ragione tale trascendenza critica da portarlo a respingere una ideologia quando essa si presenti come sufficiente a dare un senso globale e ultimo, alla storia e alla vita: la sua contestazione antiideologica sarà, oltre che una testimonianza di fede, un servizio reso al primato della libertà sulle ideologie. Ma, una volta ricondotta nei confini che la stessa scienza le impone, egli potrà adottare una ideologia, nella misura in cui vi riconosca il mezzo più efficace per comprendere il reale e per trasformarlo. La sua sarà un'azione del tutto laica, ma non per questo estranea al disegno della salvezza. Infatti, come si diceva all'inizio, rientra in quel disegno la rigorosa riduzione del mondo al servizio dell'uomo, che è il presupposto della liberazione dell'uomo dalle multiformi schiavitù che lo insidiano. Ed egli sa che per difendere la chiesa – che era poi lo scopo della politica clericale – c'è una via necessaria e sufficiente: difendere l'effettiva libertà dell'uomo. È tutto quello che si può chiedere alla politica. È il nuovo modo di dare a Cesare quel che è di Cesare.