Paolo in cammino

Carlo Molari

Il cammino spirituale si sviluppa nel tempo perché la conversione non si realizza compiutamente in un istante. Anche Paolo ha percorso un lungo cammino in cui puntigli, decisioni affrettate e cambiamenti hanno mostrato l'imperfezione, ma anche la generosità e la fedeltà al Vangelo.
L'esperienza della via di Damasco ha iniziato il processo nuovo, che ha avuto sviluppi significativi nel tempo. L'affermazione: «Non sono più io che vivo è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20) rappresenta la gioia e l'entusiasmo del neofita non il vertice della sua esperienza che culmina nella testimonianza del martirio romano.
La prima cosa che colpisce nelle sue lettere è l'importanza della preghiera nella sua vita e l'insistenza su quelle che verranno poi chiamate virtù teologali. Il loro nome deriva dal fatto che hanno come oggetto Dio (theos in greco), incontrato nella triplice dimensione del tempo. La triade teologale è sorta spontaneamente, all'interno della comunità ecclesiale, per il rapporto vissuto con Dio nel tempo: la fede è l'accoglienza dalla parola/azione divina che proviene dal passato attraverso le testimonianze e i racconti; la speranza è l'attesa dello Spirito che irrompe dal futuro come novità di vita e l'agape è l'accoglienza del flusso di vita che qui e ora si diffonde attraverso la rete delle relazioni vitali, nella misura in cui i credenti tengono fisso lo sguardo su Gesù, secondo l'espressione della lettera agli Ebrei (3,1; 12,3). Proprio lo sguardo prolungato su Gesù inserisce il credente nelle dinamiche storiche e conferisce alla spiritualità una particolare sensibilità allo sviluppo degli eventi salvifici. Un'opinione abbastanza comune ritiene che la triade teologale sia sorta già prima di Paolo. È possibile, ma la particolare insistenza sulla loro specificità credo dipenda dalla esperienza paolina della via di Damasco e lo sguardo contemplativo rivolto a Gesù. Paolo ne parla ancora con termine generico: le chiama 'queste tre cose' (tà tria tauta 1 Cor. 13,13) ma l'insistenza del loro richiamo già dalle prime righe dell'Apostolo che ci sono pervenute, fa pensare.
1 Tess. 1, 2-3 «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l'operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità (agape) e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro». Anche 1 Tess. 5,8: «noi invece, che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza». La 2° lettera ai Tessalonicesi inizia con «rendere grazie a Dio... poiché la vostra fede cresce oltremodo e la carità di ciascuno di voi verso gli altri sovrabbonda» (v. 3). La speranza è nel richiamo immediatamente successivo alla «manifestazione del Signore Gesù dal cielo insieme con gli angeli della sua potenza» (v. 7).
Rilevante è la conclusione del capitolo 13 della 1° ai Corinti: «Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!» (1 Cor. 13,13).
Altrettanto significativo è il versetto riassuntivo della lettera ai Galati: «Quanto a noi per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal. 5, 5-6).
Per cui di Dio l'Apocalisse può dire: «Io sono l'Alfa e l'Omega; Colui che è, che era e che viene, il Pantocrator [che tutto sostiene, tradotto in latino «omnipotens»]» (Ap. 1, 8 cfr 4).

Alcuni episodi significativi

Anche il cammino spirituale di Paolo procede a tappe. Vari episodi rivelano «la fatica della sua carità». Un primo episodio registrato con poche parole nel primo viaggio apostolico di Barnaba e Paolo riguarda Bar-Jesu detto il Mago, residente a Cipro. Paolo, narra Luca, «fissò gli occhi su di lui e disse: 'uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore? Ed ecco dunque la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole'. Di colpo piombarono su di lui oscurità e tenebra e barcollando cercava chi lo guidasse per mano» (At. 13, 8-12). Gesù non ha mai punito nessuno dei suoi nemici, né mai ha esercitato forza negativa nei loro confronti. Ha persino accolto il bacio del traditore nell'atto stesso del tradimento.
Il secondo episodio riguarda il cosiddetto Concilio di Gerusalemme. Paolo ne parla nella lettera ai Galati in termini molto diversi da quelli di Luca negli Atti. Alla moderazione con la quale Luca ne riferisce negli Atti [cap. 15] si contrappone l'impeto di Paolo nella lettera ai Galati: i suoi contradditori, egli li chiama «falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Gesù Cristo, allo scopo di renderci schiavi» (Gal. 2,4). Questo non è un contrasto come quello di Gerusalemme tra giudeo cristiani ed ellenisti, per certe parzialità nella distribuzione dei soccorsi. Qui è in gioco tutto e ce ne possiamo rendere conto se consideriamo il clima che regna nella Chiesa di Antiochia» (C. Ghidelli, La prima crisi della comunità, in Sulle orme di Paolo 2, Cinisello Balsamo, San Paolo 2008, pp. 35-36). «Mentre il racconto di Luca è pacato, quello di Paolo è liberamente polemico, da persona direttamente coinvolta; le notizie che egli ci tramanda sono psicologicamente infuocate e polemiche all'estremo» (ivi, pp. 37-38). Paolo giunge a scrivere: «Farebbero meglio a farsi mutilare quelli che vi gettano nello scompiglio» (Gal. 5, 12). Strano poi che Paolo non faccia alcun cenno alle approvate richieste di Giacomo (cfr. At. 15, 20). Il terzo episodio riguarda l'inizio del secondo viaggio. Paolo disse a Barnaba «`ritorniamo a far visita ai fratelli di tutte le città nelle quali abbiamo annunciato la Parola del Signore, per vedere come stanno'. Barnaba voleva prendere con loro anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro, in Panfilia. Il dissenso fu tale che si separarono l'uno dall'altro. Barnaba, prendendo con sé Marco, s'imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì, affidato dai fratelli alla grazia del Signore» (At. 15, 36,41). Di Barnaba non abbiamo più notizie dagli Atti, e poche dalle lettere di Paolo. Notiamo che Paolo non andò più a Cipro e percorse il tragitto precedente solo in parte e nel senso opposto.
Quarto episodio è la polemica con Pietro ad Antiochia. «Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto, perché aveva torto» (Gal. 2,11). Egli nota con rammarico: «e anche gli altri giudei lo imitarono nella simulazione tanto che pure Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia» (Gal. 2,13). «Che cosa provocò l'ira di Paolo ad Antiochia? Che cosa gli parve una minaccia tanto grave della verità fondamentale della giustificazione per fede? Appunto il rifiuto di un gruppo di cristiani di accettare un altro gruppo di cristiani! Il principio della giustificazione che Paolo formulò in conseguenza dei fatti di Antiochia (Gal. 2,16) comporta quanto meno il principio che giustificazione significa accettare a pieno titolo l'altro credente che è diverso da te, che non è d'accordo con te. Evidentemente le due dimensioni sono inestricabilmente interconnesse: la verticale e l'orizzontale, l'accettazione da parte di Dio con l'accettazione degli altri» (D.G. James, G. Dunn, La nuova prospettiva su Paolo, Paideia, Brescia 2014, p. 51). Di fatto anche Paolo non accettava gli altri cristiani, che si adattavano per non scandalizzare i fratelli giudaizzanti. Lo stesso Paolo scrivendo ai Romani circa una situazione analoga enuncia un principio più maturo: «Accogliete chi è debole nella fede, senza discuterne le opinioni... Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene... accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi per la gloria di Dio» (Rom. 14,1; 15, 2.7).
Secondo James Dunn Paolo considerava la chiamata dei pagani «il grande 'mistero' che, celato alle età e alle generazioni, ora era stato rivelato nel vangelo: il proposito eterno di Dio era stato di annoverare i gentili tra il suo popolo» (Id., ib. p. 51). Ma Dunn ricorda che anche l'insistenza sulla «giustificazione per fede e non per opere» «può diventare un"opera' supplementare mediante la quale il vangelo della 'giustificazione per sola fede' viene compromesso e corrotto» (Id., ib. p. 53). Conclude perciò: «la giustificazione per fede è contraria a ogni tipo di fondamentalismo che utilizzi i testi biblici per giustificare il trattamento ingiusto di altri uomini, che limiti la grazia di Dio a qualche formulazione settaria, che insista sull'origine divina di qualsiasi ideologia o pratica che umilia le genti di turno o che pretenda, quale condizione di poter essere accettati come cristiani, qualcosa in più oltre la fede che opera mediante l'amore» (Id., ib. pp. 53 s.).
Il cammino di Paolo nello sviluppo della misericordia si compie nel martirio.

(Rocca, n. 2, 15 novembre 2016, pp. 50-51)