L’immigrazione in Europa

e i diversi modelli

di integrazione

Giovanni Sale


L’ondata di profughi provenienti dalle zone di guerra mediorientali, in particolare dalla Siria e dall’Iraq, e da quelle dimenticate dell’Africa, nonché di migranti economici che fuggono da situazioni endemiche di povertà e di violenza, negli ultimi cinque anni ha raggiunto il territorio europeo in misura consistente, attraversando la pericolosa rotta mediterranea o quella balcanica. L’arrivo di milioni di profughi e di migranti ha avuto forti ripercussioni in diversi Paesi dell’Unione Europea (Ue) in ambito sia sociale, sia politico ed economico, non soltanto creando problemi riguardo alla prima accoglienza dei migranti e alla ripartizione degli stessi (problema del resto ancora non risolto), ma anche mettendo in crisi tutto un collaudato sistema di integrazione e di convivenza tra popolazione autoctona e nuovi arrivati (per lo più di religione musulmana) che era stato faticosamente messo a punto nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale [1]. All’inizio si trattava di migranti che provenivano da ex colonie francesi, inglesi e tedesche, i quali si trasferivano in questi Paesi economicamente avanzati e capaci di assorbire nuova manodopera nella speranza di migliorare le loro condizioni di vita e quelle della loro famiglia, e di sfuggire alla povertà.
La gran parte dei migranti che provenivano dai Paesi del Maghreb (soprattutto algerini e tunisini) immigrarono in Francia, i turchi per lo più in Germania, e gli indiani, i pakistani e altri ancora nel Regno Unito. In quegli anni i Paesi europei che accoglievano i nuovi arrivati erano in una fase di espansione economica e avevano – in particolare la Germania e l’Inghilterra – estremo bisogno di nuova forza lavoro. La guerra aveva falciato milioni di vite umane, soprattutto giovani, e per i governi era considerata una priorità attrarre nuova manodopera in grado di far ripartire l’economia, anche se questo poteva creare problemi di coesione sociale.
Secondo le indicazioni dell’International Migration Report 2015, il numero degli immigrati che risiedono a vario titolo nei maggiori Paesi europei è il seguente: Germania, 12.005.000 (17% della popolazione); Francia, 7.764.000 (12%); Gran Bretagna, 8.541.000 (13%); Italia, 5.788.000 (10%) [2]. Va ricordato che la situazione migratoria dei diversi Paesi dell’Ue è molto diversificata al loro interno.
Alcuni Paesi (come ad esempio l’Italia) hanno una popolazione straniera prevalentemente composta da immigrati, altri hanno una popolazione straniera composta da figli e anche nipoti di immigrati, altri ancora hanno segmenti rilevanti di cittadini di origine straniera [3]. La Francia, ad esempio, ospita circa 12 milioni tra immigrati e loro discendenti diretti (soprattutto maghrebini), con prevalenza di appartenenti alla seconda generazione (circa 7 milioni); la Germania – secondo Paese di immigrazione al mondo dopo gli Usa – conta 16 milioni di residenti di origine straniera, per lo più di origine turca.
In ogni caso, i nuovi flussi di profughi e migranti, che provengono soprattutto dal Medio Oriente e dall’Africa subsahariana, hanno messo in crisi i già sperimentati – non senza contraddizioni e fragilità – modelli di integrazione adottati da anni in Paesi come la Francia, l’Inghilterra e la Germania, rispondenti alle loro differenti tradizioni culturali e giuridico-istituzionali. Questi sono fondamentalmente due: il modello «assimilazionista» e quello «multiculturalista». Quest’ultimo come vedremo, può essere sia inclusivo sia esclusivo.
Va ricordato che questi modelli sono riduttivi rispetto alla complessità delle situazioni pratiche e dei contesti nazionali dove vengono applicati. Molti autori contestano l’esistenza stessa di tali modelli culturali di integrazione. Il sociologo olandese Han Entzinger afferma che costringere i Paesi nella camicia di forza di un modello di integrazione non rende giustizia ai cambiamenti che avvengono in ognuno di essi nel corso del tempo, sotto il profilo sia sociale sia giuridico. Il che è esatto. In ogni caso, se i modelli originari considerati in astratto sono in parte obsoleti, «come strumenti euristici, per la capacità [che essi hanno] di individuare macrostrategie di intervento, possono ancora fornire utili suggerimenti» [4] a coloro che operano nell’ambito sociale e ai governi, chiamati a gestire la difficile materia dell’integrazione.

Il modello assimilazionista

Questo modello viene applicato in Francia, sebbene abbia mostrato negli ultimi tempi i suoi elementi di debolezza. Il modello di assimilazione è stato fondato all’insegna del principio di laicità quale fulcro della cittadinanza politica e dell’appartenenza nazionale, «su cui lo Stato da sempre fa leva per fare partecipi della vita pubblica gli immigrati residenti nel proprio territorio e portarli a fondersi con la popolazione autoctona» [5].
Questo modello di integrazione prevede l’attribuzione universalistica di diritti che sono riconosciuti all’individuo in quanto tale e non a gruppi sociali o a comunità; in tal modo, a questi ultimi non viene accordata nessuna deroga al diritto comune praticato nel Paese.
Le politiche di integrazione finora messe a punto dal governo francese hanno rigorosamente osservato questo assioma. Il principio di laicità impone che nella Repubblica non debba essere operata nessuna distinzione fra i cittadini sulla base del credo religioso; per cui, per citare un caso che ha avuto grande risonanza anche all’estero, è stato vietato alle donne musulmane di indossare il velo integrale in alcuni luoghi pubblici, come scuole, uffici aperti ai cittadini ecc. Benché buona parte dell’opinione pubblica abbia sostenuto questo indirizzo, esso ha creato un enorme malessere e disamore in alcuni settori della società francese, soprattutto fra i musulmani osservanti, nei confronti del Paese che li ha accolti o che li ospita.
Secondo lo studioso del mondo arabo Olivier Roy, in questo modo la laicità è diventata una ideologia politica; è diventata essa stessa una religione che si propone in modo dogmatico e autoritario.
La via francese all’integrazione si conforma «a una logica di uguaglianza tra gli individui» e non al riconoscimento di diritti collettivi alle minoranze, mentre l’inclusione avviene «su base individuale attraverso un accesso relativamente facile alla cittadinanza» [6], fondata sullo ius soli [7]. L’interazione è favorita dalla condivisione della stessa lingua, dall’accettazione degli stessi princìpi, a partire da quelli repubblicani e nazionali, e dall’accesso allo stesso sistema di formazione scolastica, sul quale si fa affidamento per inculcare ai «nuovi cittadini francesi» la dottrina dell’assimilazione.
Questo sistema funziona nella misura in cui il diritto di cittadinanza, su cui sostanzialmente si fonda il modello assimilazionista, è integrato da politiche sociali di supporto alle categorie più deboli della società. Ora, quando esse, dopo la crisi economica mondiale del 2008, sono state fortemente ridotte, sono iniziate le rivolte delle banlieues nelle maggiori città francesi. Di fatto negli ultimi anni si sono andate riducendo le risorse per assicurare agli immigrati più recenti, e anche a quelli di seconda generazione, concrete prospettive economiche e di benessere tali da garantire effettive condizioni di uguaglianza e di integrazione sociale. Questo, «mentre aveva determinato o reso più stridenti le disparità di status, era divenuto un ulteriore motivo di cui si avvalevano i gruppi estremisti islamici per sostenere e diffondere la loro causa» [8], soprattutto tra le leve più giovani, economicamente più deboli e socialmente e culturalmente meno integrate.
In ogni caso, questo modello di integrazione ha iniziato a mostrare i primi segni di debolezza già agli inizi del secolo: la crisi economica mondiale del 2008, che ha toccato le fasce più deboli della società, ne ha evidenziato ulteriormente i limiti e le contraddizioni.
Ma sono soprattutto i recenti attentati di Parigi, Nizza e SaintÉtienne- du-Rouvray, compiuti da giovani francesi musulmani, figli e nipoti di immigrati, a mostrare che il suddetto modello di integrazione in molti casi non ha funzionato. Inoltre, più di mille giovani francesi musulmani, che hanno frequentato le scuole pubbliche, dopo essersi radicalizzati – sia frequentando «cattivi maestri», veri e propri emissari del terrore, sia attraverso internet –, hanno deciso di partire come volontari in Siria e arruolarsi nei battaglioni del califfo nero. Alcuni di questi, inoltre, sono stati rinviati dai capi dell’Isis in patria per organizzarvi attentati e per fare proselitismo.
Ma perché questi giovani della seconda generazione di immigrati scelgono l’islam radicale per esprimere il loro malessere? Il motivo è evidente: «essi rielaborano una identità che ai loro occhi è stata compromessa dai loro genitori e si convincono di essere “più musulmani dei musulmani”, in particolare dei loro padri» [9]. Ciò però significa che il modello assimilazionista non ha alla lunga sortito gli effetti sperati e che lo scambio politico tra la rinuncia alle identità particolaristiche (nella sfera pubblica) e l’accesso facilitato al diritto di cittadinanza è stato più formale che reale, più frutto di un’imposizione che una libera scelta.
La coscienza di questa crisi spiega perché il governo francese abbia attualmente adottato delle politiche così restrittive in materia di immigrazione, come l’indisponibilità ad accogliere quote di profughi stabilite in sede comunitaria, a porre dei limiti al principio di libera circolazione delle persone appartenenti alla zona Schengen e, in ultimo, a pattugliare le proprie frontiere, in particolare quella con l’Italia, dalle quali arrivano la maggior parte dei profughi che hanno attraversato il Mediterraneo. Più di tutto però sorprende l’accordo tra il Paese delle libertà e dei diritti dell’uomo e un’Inghilterra sempre più isolazionista per la costruzione di un muro di cemento armato presso Calais, al fine di impedire che gli immigrati che transitano nel continente europeo entrino nel Regno Unito.
Questo è il primo muro, dopo quello di Berlino, che viene edificato tra due grandi democrazie europee «che dovrebbero condividere gli stessi valori di libertà e lo stesso spirito compassionevole verso coloro che cercano aiuto dalle sofferenze della povertà e dalle atrocità della guerra» [10]. In realtà, la vecchia Europa oggi, come dice papa Francesco, non ha bisogno di costruire muri di divisione, ma ponti, che rifondino una nuova cultura dell’accoglienza e della solidarietà tra i popoli.

Il modello di integrazione multiculturalista

Il multiculturalismo è un modello di integrazione che si basa sul riconoscimento, anche giuridico, non solo dei diritti dell’individuo, ma anche di quelli dei gruppi e delle comunità che abitano in un Paese. In generale, esso può essere di due tipi: «inclusivo», se mira ad accogliere gli immigrati come parte della popolazione autoctona, valorizzandone la cultura di origine e promuovendone la conservazione e lo sviluppo; oppure «esclusivo o utilitarista», se consente agli immigrati di mantenere la cultura di provenienza, escludendoli però dalla popolazione autoctona e negando ad essi la cittadinanza [11]. Di solito gli immigrati vengono ammessi nello Stato come lavoratoriospiti da utilizzare nella produzione; una volta cessato il rapporto di lavoro, essi sono costretti a ritornare nel loro Paese di origine.
Il primo modello, quello inclusivo societario, è stato adottato in Gran Bretagna e, con alcune varianti, in Olanda e nei Paesi scandinavi.
L’obiettivo di questo modello, secondo il sociologo Michael Barton, è di «permettere ai membri delle minoranze etniche di partecipare liberamente alla vita economica, sociale e pubblica del Paese, con tutti i benefici e le responsabilità che ciò comporta, conservando però la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria lingua e i propri valori» [12]. Questo modello non chiede agli immigrati l’abbandono della loro identità culturale in cambio dell’integrazione e dell’accesso ai diritti: l’unico limite è costituito dal rispetto delle leggi e delle regole democratiche. «La concezione multiculturalista – scrive Renzo Guolo – ipotizza una concezione di uguaglianza basata sulle differenze e mette l’accento più sull’identità che sulla coesione sociale. La tenuta sistemica della società sarebbe il naturale prodotto del riconoscimento di identità che, per il solo fatto di potersi esprimere nella sfera pubblica, non assume tratti conflittuali» [13]. In questo caso lo Stato, come avviene in Inghilterra, si limita a fungere da garante degli accordi posti in essere tra i gruppi sociali. Inoltre, il concetto di libertà non è legato all’idea di uguaglianza, come nel modello assimilazionista francese, ma a quello di autonomia e di riconoscimento dei diritti collettivi.
Un esempio eloquente di questo modello di assimilazione è il valore legale che nel Regno Unito è riconosciuto alle sentenze emesse dai tribunali shariatici su alcune materie riguardanti la vita della comunità, come ad esempio il diritto di famiglia e quello ereditario.
Questa facoltà è riconosciuta alla comunità musulmana dall’Arbitration Act del 1996; unica condizione è che le parti convenute in giudizio accettino l’autorità del giudice-arbitro chiamato a emettere la sentenza, la quale, naturalmente, in nessun caso può violare i diritti fondamentali dell’uomo. A queste condizioni, anche il verdetto di una corte shariatica può essere recepito da un tribunale del Regno Unito e dall’Alta Corte. Naturalmente ciò non significa che lo Stato recepisca nel suo ordinamento l’intero corpus della sharia, ma soltanto che, per il bene e la pace sociale, riconosce che alcuni diritti vengano tutelati, facendo riferimento alla legge religiosa di un determinato gruppo di cittadini.
Questo modello di integrazione è entrato in crisi a partire dai primi anni del nuovo secolo: crisi che con il passare del tempo è divenuta sempre più marcata e, sotto il profilo politico, destabilizzante, fino a sfociare nella Brexit.
I primi sintomi della crisi dell’impianto multiculturalista iniziarono nel 2001, quando in alcune città industriali del nord dell’Inghilterra si verificarono gravi incidenti causati da odio razziale. Nel maggio di quell’anno gruppi di white british e di british asians si scontrarono duramente, devastando interi quartieri delle proprie città. La commissione d’inchiesta voluta dal governo di Londra, che esaminò i fatti, mise in evidenza che il modello multiculturalista fino ad allora utilizzato non aveva prodotto gli esiti sperati; le diverse comunità etniche, infatti, avevano vissuto «vite parallele», condividendo gli stessi spazi, ma senza incontrarsi mai. Era quindi necessario – è detto nella relazione conclusiva – passare dal multiculturalismo alla community cohesion, privilegiando non tanto il diritto alla diversità, quanto il dovere alla coesistenza e alla coesione sociale [14].
La situazione divenne più difficile quando attentati terroristici di matrice islamica colpirono il Regno Unito. Nel luglio del 2007 alcuni giovani cittadini britannici si fecero esplodere in diverse parti di Londra, provocando la morte di 56 persone. Da quel momento gli immigrati musulmani iniziarono a essere guardati con sospetto e la retorica anti-immigrazione, capeggiata da un partito antisistema e populista come l’Ukip, iniziò a guadagnare consensi in ampi settori dell’opinione pubblica.
In realtà, tale polemica era iniziata già qualche anno prima, e cioè nel 2004, quando l’Inghilterra, a differenza degli altri Paesi europei, aveva deciso di non porre alcun limite alla libera circolazione della forza lavoro che proveniva dai nuovi Stati appena ammessi nell’Unione europea. In quegli anni migliaia di polacchi andarono a lavorare nel Regno Unito; questa nuova immigrazione non fu senza conseguenze: molti cittadini inglesi, soprattutto quelli meno abbienti, si sentirono minacciati nei loro interessi dai nuovi arrivati e nacque la leggenda (metafora) dell’«idraulico polacco», venuto a sottrarre opportunità di lavoro ai cittadini che pagavano le tasse.
Oggi la comunità polacca è costituita da 800.000 persone, ed è il secondo gruppo nazionale più numeroso dopo quello indiano.
Il colpo mortale al sistema multiculturalista fu però dato dal premier conservatore David Cameron, quando nel 2011, in un discorso alla conferenza della sicurezza a Monaco di Baviera, denunciò senza attenuanti «l’ideologia multiculturale», auspicandone la fine. «Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – disse il premier – abbiamo incoraggiato culture diverse a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e lontane dal mainstream. Abbiamo fallito nel proporre un’idea di società cui queste persone desiderano appartenere. Abbiamo altresì tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi contrari ai nostri valori. Dobbiamo costruire società più forti, e più forti identità a casa nostra. Francamente abbiamo meno bisogno della tolleranza passiva degli ultimi anni e molto più bisogno di un liberalismo attivo, vigoroso» [15].
Secondo Cameron, il compito di una società autenticamente liberale era quello di promuovere «in maniera attiva» determinati valori, non di rimanere semplicemente neutrali rispetto al conflitto sociale e tollerare comportamenti non in linea con l’etica pubblica (e quindi antinazionali), che alimentano il caos sociale. Egli auspicava la nascita di un nuovo modello di integrazione più «vigoroso» di quello precedente, il cui compito fosse quello di riaffermare i valori della maggioranza degli inglesi.
Va inoltre osservato che il discorso del premier britannico veniva fatto in occasione di una conferenza sulla sicurezza, dove si discuteva soprattutto di terrorismo. Ciò stava a significare che per Cameron multiculturalismo e terrorismo erano in qualche modo collegati, e che un modo per combattere quest’ultimo è quello di costituire società liberali fortemente identitarie e monoculturali.
Scoraggiare l’immigrazione, soprattutto quella di musulmani, rientrava così nel suo programma di governo.
Fu soprattutto questo indirizzo, tutto rivolto alla retorica antiimmigrazionista e strategicamente orientato a togliere consensi elettorali all’Ukip di Nigel Farage, che avviò il processo dell’Inghilterra verso la Brexit. Per contrastare il suo avversario politico e conquistare l’elettorato moderato, Cameron ha compiuto un passo che si sarebbe rivelato fatale per lui e anche per il suo partito, quello cioè di indire un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue. Il 23 giugno 2016 il 52% degli inglesi votò per il Leave dell’Unione, nonostante molti studiosi di economia e gli stessi dati statistici dimostrassero che gli immigrati di fatto sostenevano il sistema di contribuzione nazionale, che pagavano più tasse rispetto ai benefìci socio-assistenziali che lo Stato garantiva loro e che, in ogni caso, l’uscita dell’Inghilterra dall’Ue sarebbe stata economicamente svantaggiosa per gli stessi interessi nazionali [16]. Questi discorsi non fecero presa sulla maggioranza dell’opinione pubblica (soprattutto sulle classi sociali più povere e sugli anziani). La paura di essere invasi da «stranieri», sia comunitari sia extracomunitari (in particolare profughi siriani e immigrati africani), ebbe la meglio sulla ragione e sugli stessi interessi nazionali.

Il modello multiculturalista esclusivo o pratico

Questo modello prevede una combinazione di esclusione politica e culturale da un lato, e di accesso a uguali diritti nella sfera socioeconomica dall’altro, all’interno di un processo di migrazione a rotazione. Di solito si tratta di lavoratori che vengono da Paesi limitrofi e che, una volta finito il rapporto di lavoro, sono disponibili a ritornare nella loro patria [17]. Questo modello, anche se con modulazioni differenti, è stato applicato (ed è ancora vigente) in Germania, in Austria e in altri Paesi.
In Germania viene anche denominato di «esclusione differenziata» o di «istituzionalizzazione della precarietà», in quanto regolato da norme sostanzialmente non discriminatorie sul piano dei diritti del lavoratore ospite [18]. Sotto il profilo socioculturale, le autorità pubbliche hanno incoraggiato gli immigrati, la maggior parte dei quali provenienti dalla Turchia e dai Paesi dell’Europa meridionale, a seguire le loro tradizioni, a conservare la loro lingua d’origine e a praticare la loro religione. In ogni caso, l’integrazione dei lavoratori ospiti nella società tedesca era ritenuta, oltre che non auspicabile, anche inutile e dispendiosa, perché molti di essi non sarebbero divenuti cittadini tedeschi. Questo modello riuscì a funzionare soltanto negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, durante la fase di ricostruzione del Paese, quando la necessità di manodopera era molto forte. Con il passare degli anni, quando il ciclo migratorio si è stabilizzato, il modello non ha retto. I turchi, che erano la grande maggioranza, poco alla volta abbandonarono il «ghetto etnoreligioso» e iniziarono a frequentare le scuole pubbliche; ciò diede loro la possibilità di integrarsi nella società tedesca e di modificare (in senso verticale) il proprio status sociale. Molti di essi, inoltre, contrassero matrimoni esogamici. Tutto questo impose una modifica della rigorosa legge sulla cittadinanza, fondata sullo ius sanguinis, rendendo la sua acquisizione più facile e in ogni caso possibile. In tal modo milioni di stranieri, considerati fino a poco tempo prima lavoratori ospiti, divennero in pochi decenni rispettabili cittadini tedeschi.
Negli ultimi anni la Germania è stato il Paese che in Europa ha ospitato il numero maggiore di profughi che fuggivano dalle guerre mediorientali e africane. Secondo l’Istituto federale di statistica, nel 2015 soggiornavano nel Paese un milione e centomila tra profughi e migranti. Va ricordato che il diritto di asilo politico è stabilito dalla Costituzione della Repubblica Federale Tedesca del 1949 (art. 16). Sulla base di questo principio la Germania, a partire dagli anni Cinquanta, ha accolto molti profughi o rifugiati che venivano da diverse parti del mondo.
All’indomani della disgregazione dell’ex Unione Sovietica, e in seguito ai conflitti armati che scoppiarono nei Paesi dell’ex Iugoslavia, il numero dei rifugiati crebbe enormemente: nel solo 1992 le domande dei richiedenti asilo arrivarono quasi a mezzo milione.
Ciò diede origine a polemiche in ambito politico e a energiche proteste da parte dell’opinione pubblica.
Nel 1993 il sistema normativo sull’accoglienza dei perseguitati politici fu modificato. Il principio cardine del nuovo sistema stabiliva che in Germania non si potesse presentare domanda di asilo (pena il suo rigetto e l’espulsione dal Paese), se vi si fosse entrati via terra da uno Stato confinante nel quale fossero in vigore la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e la Convenzione europea sui diritti dell’uomo [19].
La recente ondata di migranti e di rifugiati ha spinto il Governo tedesco a riformare nuovamente la normativa in materia di immigrazione e di regolamentazione del diritto di asilo politico. Concretamente, oggi, per poter inoltrare domanda di asilo in Germania, il richiedente deve trovarsi nel territorio della Repubblica Federale o alla sua frontiera e inoltrarla agli uffici a ciò preposti, mentre non è possibile farlo all’estero, neppure nelle ambasciate tedesche che si trovano nei vari Stati [20]. Nel 2015 la Germania ha concesso il diritto di asilo a 476.510 rifugiati, mentre il Regno Unito, altra grande potenza economica, soltanto a 38.800 persone.
La linea politica di «accoglienza a oltranza» dei profughi, portata avanti in questi ultimi anni dalla cancelliera Angela Merkel, è stata molto lodata dalle cancellerie europee, ma anche molto contestata all’interno del Paese, perfino da alcuni settori del suo stesso partito.
Nel settembre del 2015 la Merkel annunciò che la Repubblica Federale Tedesca avrebbe aperto le porte, senza limiti quantitativi, soprattutto ai profughi che arrivavano dalla Siria. Le sue parole ebbero come effetto immediato di spostare il flusso migratorio verso il nord Europa, un flusso che assunse dimensioni eccezionali. I profughi ammassati dall’altra parte dell’Egeo fecero di tutto, anche a costo della propria vita, per imbarcarsi alla volta della Grecia e da lì proseguire via terra in direzione della Germania.
Per far fronte a questi flussi che si muovevano dalla Turchia – dove erano raccolti circa due milioni di profughi – verso il nord dell’Europa, tutti i Paesi che si trovavano nella cosiddetta «rotta balcanica» si affrettarono a blindare le loro frontiere. Nel giro di poco tempo lo stesso governo tedesco dovette adottare severi controlli ai confini con l’Austria. Nel marzo 2016 la Cancelliera tedesca, d’accordo con i partner europei, stipulò con il presidente turco Erdogan un laborioso accordo, con il quale la Turchia si impegnava a bloccare il flusso dei profughi e dei migranti verso l’Europa, in cambio di esigenti (oggi certamente irrealizzabili) promesse fatte dalla parte europea, oltre alla corresponsione di 6 miliardi di euro, da versare in rate dilazionate. In ogni caso questo accordo bloccò la «rotta balcanica», facendo spostare il flusso dei profughi e dei migranti verso la pericolosa rotta marittima-mediterranea.
Secondo molti osservatori politici, la Merkel ha pagato duramente in termini di consensi elettorali la sua politica di accoglienza, e ciò potrebbe costarle la rielezione al cancellierato alle elezioni del 2017. Nelle recenti elezioni amministrative tenutesi in alcuni Länder, il partito della Cancelliera ha perso consensi ovunque, pur rimanendo il primo partito, mentre la destra xenofoba (Afd) di Frauke Petry ha sforato ovunque la quota del 10%.
La Merkel, benché abbia dovuto fare marcia indietro sulle precedenti posizioni, ha recentemente affermato di non rinnegare la sua politica di accoglienza e ha specificato che la Germania è pronta ad accogliere la quota di profughi che le spetta sulla base degli accordi comunitari di ripartizione.

L’integrazione in Italia

A differenza dei maggiori Paesi europei, l’Italia non ha un modello di integrazione vero e proprio, anche perché in essa il fenomeno dell’immigrazione (per motivi di lavoro) è relativamente recente: è iniziato soprattutto a partire dagli anni Novanta, con il crollo dei regimi comunisti nei Paesi dell’Est. I governanti italiani – ma anche gran parte della popolazione – hanno sempre considerato il fenomeno come transitorio ed emergenziale, e anche sul piano legislativo esso è stato trattato più come una questione di ordine pubblico che non come un problema di accoglienza. Nella pratica, si è andato affermando un modello ibrido di integrazione, cioè assimilazionista negli intenti e multiculturalista negli effetti, che spesso somma gli elementi negativi dell’uno e dell’altro modello. Molti ritengono che un passo avanti verso l’integrazione sarebbe realizzato, se fosse approvato dal Senato il disegno di legge che prevede la concessione della cittadinanza, sulla base dello ius soli moderato, per i minori nati in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno abbia un regolare permesso di soggiorno «di lungo periodo».
Secondo alcuni studiosi, l’indirizzo da seguire – considerata, come si è visto, la crisi dei modelli classici di integrazione – sarebbe quello «interculturale», più adatto alla situazione italiana, dove gli immigrati provengono da ben 194 nazioni diverse (anche se la maggioranza è costituita da rumeni, albanesi, marocchini, filippini e altri) e non da ex colonie, come in Francia, in Inghilterra e in Germania [21].
A questo riguardo, Andrea Riccardi ha anche proposto «un modello latino di integrazione», fondato sull’antica figura giuridica dell’adozione prevista dal diritto romano, attraverso la quale si poteva facilmente diventare cittadini dell’impero. L’integrazione, secondo lo storico, sarebbe così la somma di milioni di adozioni.
In questo modello, egli scrive, «tutto si tiene: la storia, il presente, il futuro, l’italianità e il rapporto con l’alterità. In esso confluiscono la comunicatività partecipe dei nostri contesti rurali, la forza di una urbanitas colta del mondo e della pietas cristiana. Certo questo modello vuol dire un’integrazione poco istituzionale e molto familiare» [22]. In ogni caso, esso necessita di una «regia pubblica» aperta, moderna e flessibile e rispettosa dei diritti degli immigrati.
Il modello interculturale di cui si parlava potrebbe in realtà tenere insieme questi elementi.
La questione dei migranti divenne una vera e propria emergenza nazionale ed europea nel corso del 2012. In seguito all’abbattimento del regime di Gheddafi e all’impossibilità di costituire un governo centrale efficiente, migliaia di migranti provenienti da diverse regioni dell’Africa si imbarcarono dalle coste della Tripolitania e della Cirenaica verso l’Italia, affidandosi a spietati trafficanti di esseri umani. Migliaia di essi morirono durante la traversata in mare, e il Mediterraneo, da luogo di incontro tra popoli e civiltà, divenne un luogo di morte. A ingrossare il flusso dei migranti contribuirono subito dopo i profughi che fuggivano dalle guerre in Siria e Iraq e da altri scenari di guerre dimenticate.
L’Italia, che fino al 2015 era considerata semplicemente un Paese di transito verso le ambite mete nordiche (la Germania e la Svezia, in particolare), è oggi diventata «Paese obiettivo», non perché chi sbarca nella Penisola, sopravvivendo al canale di Sicilia, scelga di restarci, ma semplicemente perché il raggiungimento di altre mete è divenuto impossibile, dopo che i Paesi confinanti hanno attivato controlli più duri alle frontiere alpine. Questo stato di cose ha alimentato nell’opinione pubblica italiana la paura dell’invasione da parte di immigrati e profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. In ogni caso, il numero dei migranti sbarcati in Italia fino a luglio di quest’anno è quasi pari a quello del 2015. Negli ultimi due mesi, però, è salito sensibilmente. Va anche sottolineato che, in soli tre anni, si è passati da 22.118 a 135.704 ospiti presenti nei nostri centri di prima accoglienza. Per alcuni osservatori, la situazione potrebbe diventare esplosiva qualora si superasse la quota-limite di 200.000 persone accolte.
Alcuni analisti ritengono che l’immigrazione contenuta entro determinate quote sia comunque necessaria «alla manutenzione della nostra macchina produttiva» e a tenere in piedi il sistema pensionistico, tanto più che in Italia la popolazione residente è diminuita (quest’anno di 130.061 unità), malgrado il leggero aumento degli stranieri, mentre l’aspettativa di vita media negli ultimi tempi è aumentata (83 anni) [23]. Nel contesto europeo, l’Italia è il Paese dove si fanno meno figli e dove si vive più a lungo.
Secondo altri interpreti, questa lettura sarebbe eccessivamente ottimistica e nasconderebbe un sottile pregiudizio razziale: cioè, si desidera «una situazione in cui noi italiani, distrutto lo Stato e affossata la famiglia, prendiamo atto del nostro declino e affidiamo ai nostri ospiti il compito di mantenerci al posto dei nostri figli, che abbiamo rinunciato a generare per vivere più comodamente e con meno vincoli» [24]. In ogni caso, secondo questi studiosi, non è facile fare degli immigrati una risorsa, per il semplice motivo che il sistema produttivo e la stessa pubblica amministrazione in Italia si stanno contraendo, per cui non è possibile attuare politiche di sostegno e di integrazione in ambito lavorativo per i nuovi arrivati, senza il rischio di innescare un forte conflitto sociale.
Comunque, dobbiamo abituarci all’idea che ormai l’immigrazione sia un fatto strutturale e non passeggero. Certamente per lungo tempo flussi di persone che fuggono dalle guerre, o semplicemente dalla povertà o dalla carestia, si riverseranno attraverso la rotta mediterranea sulle coste italiane. La posta in gioco è allora «l’adeguamento del patto informale di convivenza fra italiani al rimescolamento identitario ormai inevitabile» [25] e l’adattarci all’idea che dobbiamo gestire l’immigrazione non sul piano dell’emergenza, ma su quello dell’integrazione e della convivenza tra diversi.
La politica e la società civile non possono chiudere gli occhi su questa realtà. Dall’Europa invece ci si aspetta un impegno maggiore nel dare esecuzione agli accordi presi dai governi in sede comunitaria sulla ripartizione delle quote degli immigrati o nel ricontrattarli in modo responsabile, lasciando da parte gli egoismi nazionali, in modo da gestire insieme agli altri Paesi un fenomeno che sta già divenendo ingestibile e che rischia di diventare esplosivo.

NOTE

1. Su questa materia la nostra rivista ha pubblicato diversi articoli. Ne ricordiamo soltanto alcuni: A. Nicolás, «Migrazioni, umanesimo e civiltà», in Civ. Catt. 2016 I 313; G. Sale, «I profughi in Europa e la Via Crucis dell’accoglienza», in Civ. Catt. 2016 II 209; C. Ripamonti, «Rifugiati in un’Europa spaventata», in Civ. Catt. 2015 IV 207; F. Occhetta, «Immigrazione tra crisi economica, diritti e doveri», in Civ. Catt. 2014 I 487.
2. Cfr www.un.org/en/development/desa/population/migration
3. Cfr G. Sciortino, «È possibile misurare l’integrazione degli immigrati? Lo stato dell’arte», in Quaderni del Dipartimento di sociologia dell’Università di Trento 63 (2015) 33.
4. G. Zincone (ed.), «Modelli di integrazione», in Immigrazione: segnali di integrazione. Sanità, scuola e casa, Bologna, il Mulino, 2009, 22-32.
5. V. Castronovo, L’Europa e la rinascita dei nazionalismi, Bari - Roma, Laterza, 2016, 131.
6. G. Zincone (ed.), «Modelli di integrazione», cit.
7. Secondo lo ius soli, il diritto di cittadinanza è riconosciuto a tutti coloro che nascono nel territorio di uno Stato; secondo lo ius sanguinis, esso è trasmesso per via genitoriale. Cfr F. Occhetta, «La cittadinanza in Italia. Tra “ius sanguinis” e “ius soli”», in Civ. Catt. 2013 IV 14-24.
8. V. Castronovo, L’Europa e la rinascita dei nazionalismi, cit., 134.
9. O. Roy, «L’Islam è un pretesto», in Internazionale, 27 novembre 2015, 48.
10. P. Galimberti, «Se i grandi dell’Europa alzano barriere», in la Repubblica, 8 settembre 2016.
11. G. Zincone, «Modelli di integrazione», cit.
12. M. Barton, The Cardinals of Schengen, Authorhouse, 2008, 67.
13. R. Guolo, Modelli di integrazione culturale in Europa, www.italianieuropei.it, 2009.
14. Cfr M. Antonsich, «Requiem per il multiculturalismo inglese», in Limes, n. 7, 2016, 213.
15. D. Cameron, PM’ s Speech at Munich Security Conference, London, Cabinet Office, 5 febbraio 2011.
16. Cfr M. Antonsich, «Requiem per il multiculturalismo inglese», cit., 215.
17. Cfr G. Zincone, «Modelli di integrazione», cit., 22.
18. Cfr R. Guolo, Modelli di integrazione culturale in Europa, cit.
19. Cfr B. Biedermann, «La Germania tra caos e pianificazione», in Limes, n. 7, 2016, 205.
20. Ivi, 209.
21. Cfr M. Impagliazzo, «Le vie dell’integrazione latina», in Limes, n. 7, 2016, 134.
22. Ivi.
23. M. L. Bacci, «All’Italia servono persone prima che braccia», in Limes, n. 7, 2016, 103 s.
24. G. Dottori, «Non sarà l’immigrazione a rilanciare l’Italia», ivi, 111.
25. Editoriale, «Chi siamo?», in Limes, n. 7, 2016, 18.

(La Civiltà Cattolica 2016 IV 253-268 | 3993 - 12 novembre 2016)