L'eredità di

dom Hélder Càmara

per il XXI secolo

Una vita nel segno della profezia


È in modo estremamente vivido che la figura del grande vescovo Hélder Qmara, una delle personalità più profetiche della Chiesa brasiliana, rivive nelle pagine del libro – Hélder Camara. Il dono della profezia (Edizioni Gruppo Abele, 2016, pp. 206, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) – scritto da Marcelo Barros, benedettino brasiliano, biblista e teologo della liberazione tra i più noti ed amati, che al fianco di dom Hélder lavorò per vari anni come segretario per l'ecumenismo, che da lui fu ordinato prete e che ne raccolse, proprio in punto di morte, l'ultima, vibrante, raccomandazione, quella di «non lasciar cadere la profezia». Ed è proprio nel segno della profezia che si è svolta, del resto, l'intera esistenza di chi - dopo aver compreso l'impossibilità di cambiare la società a partire dai ricchi e aver riconosciuto la necessità di non limitarsi a dar «da mangiare a un povero», chiedendo invece «perché i poveri non hanno cibo» - era stato per questo etichettato come "vescovo rosso". Come emerge dal racconto di Barros - non una biografia, ma un'opera «nello stile della testimonianza» diretta ad «approfondire l'eredità di dom Hélder per l'umanità del XXI secolo» - profetico, il vescovo, lo fu portando nel Concilio, di cui, come sottolinea l'autore, fu il grande regista, gli aneliti del suo popolo, al punto di organi7z.2 re a Roma un gruppo di vescovi più aperti per discutere il tema della povertà nella Chiesa (di cui il Patto delle Catacombe sarebbe stato l'indimenticabile frutto) e difendendo poi quegli stessi aneliti nella Conferenza di Medellín, durante la quale, lui che credeva profondamente nella nonviolenza («come forma, però, di ribellione, di azione positiva per la giustizia»), espresse il timore che il papa attaccasse «in modo troppo duro qualsiasi forma di violenza», in quanto, scriveva, «condannare puramente e semplicemente la violenza come anticristiana è fare il gioco dei potenti».
E profetico lo fu scrivendo a Paolo VI una lettera personale in cui gli chiedeva di rinunciare al suo ruolo di capo di Stato per tornare a essere soltanto vescovo di Roma e, come tale, pastore dell'unità delle Chiese, trasferendosi a tale scopo a San Giovanni in Laterano e lasciando che il Vaticano diventasse un museo. Per ricevere, poche settimane più tardi, una lettera in cui il card. Jean-Marie Villot, segretario di Stato, affermava: «Il Santo Padre ringrazia per la sua lettera, ma le ricorda che questi non sono più i tempi del Vangelo».
Lo fu, profetico, al momento della nomina a vescovo della difficile arcidiocesi di Olinda e Recife, nello scegliere la piazza centrale, e non la cattedrale, come teatro della sua cerimonia di insediamento, proclamando alla moltitudine, da m palco improvvisato, che, «nel Nordest del Brasile, il Cristo si chiama Zé, Maria e Severino». Ancora, fu profetico nel-ravviare una vera riforma agraria nelle tre aziende di coltivazione di canna da zucchero che appartenevano totalmente o in parte all'arcidiocesi e nel distribuire anche tutti i lotti urbani che erano registrati a nome della Chiesa, attirandosi l'accusa di dilapidare il patrimonio dell'arcidiocesi. E fu profetico, il «dom», come è affettuosamente definito nel libro, nello schierarsi a fianco del popolo contro i militari, sentendosi in dovere di accogliere perseguitati politici e denunciare casi di tortura e carcerazioni arbitrarie. Di modo che, come racconta Barros, persone mascherate mitragliarono diverse volte il portone di casa sua e, tra gli uni che lo consideravano più un comunista mascherato che un pastore della Chiesa, e altri che cercavano di infangarlo con l'accusa di far entrare di notte prostitute a casa sua con il pretesto di aiutarle, i militari lo ritenevano responsabile perfino per le bombe che esplodevano in città. E se alla fine degli anni '60 si era arrivati a proibire che il suo nome venisse citato su qualsiasi organo di comunicazione brasiliano, nel '73, quando tutti si attendevano che venisse concesso a lui il Nobel per la Pace, il governo fece pressioni sulla Commissione internazionale per impedirlo (e la scelta cadde su Kissinger, oltre che sul vietnamita Le Duc Tho). Soffrì, dom Hélder, «quarant'anni di persecuzione», come scriveva il teologo José Comblin nella prefazione della prima edizione del libro, nel 2006, ricordando come questa sia stata la sorte di tutti i "Santi Padri dell'America Latina": «Dal momento in cui operò la sua conversione ai poveri, cominciò la persecuzione. Egli la sopportò con la più grande dignità, senza lamentarsi mai. Chiaramente la persecuzione che più lo fece soffrire fu quella della stessa gerarchia della Chiesa». Una persecuzione che si tradusse, solo nel 1969, in ben cinque ammonimenti da parte del Vaticano e che portò a una sua progressiva emarginazione da parte degli stessi fratelli vescovi, i quali, nel febbraio di quello stesso anno, arrivarono a convocarlo ufficialmente a un incontro della Commissione centrale della Cnbb, la Conferenza episcopale brasiliana che proprio lui aveva creato, per sottoporlo a una specie di processo rispetto ad alcune sue posizioni e dichiarazioni, che egli acutamente definì come «amabile indagine della polizia militare che mi prepara per altri possibili interrogatori più duri».
E infine fu profetico, dom Hélder, nel lanciare l'idea di organizzare quelle che chiamava le "Minoranze abramitiche", gruppi minoritari senza potere che, come le descrive Barros nel libro, nuotano contro corrente ma portano in sé, «com'è successo ad Abramo, un'energia di vita nuova e di fecondità, che sarà una benedizione per tutto il mondo». Come pure nel proporre un Concilio di Gerusalemme che, sull'esempio degli apostoli che avevano condotto il cristianesimo al di fuori della cultura ebraica, avrebbe dovuto portare la Chiesa fuori dalla cultura occidentale.
Di seguito, alcuni stralci tratti dal VI capitolo del libro.

 

EREDITÀ DI UNA SPIRITUALITÀ LIBERATRICE
Marcelo Barros

Voi, giovani, sapreste dire cos'è la spiritualità?
La parola sembra pericolosa perché assomiglia a qualcosa di poco reale e poco materiale. Conosco persone che, quando vogliono elogiare qualcuno, dicono: «è una persona molto spirituale». L'immagine che resta in me è quella di qualcuno un po' aereo, senza piedi per terra... Se la spiritualità fosse questo, difficilmente si sarebbe potuto attribuire questa qualità a dom Hélder, che era un tipo molto concreto, con un fortissimo senso dell'organizzazione e grande pratica sociale e politica. Tuttavia, è vero che le persone che erano colpite da dom Hélder apprezzavano la sua capacità di articolazione sociale, ma si lasciavano affascinare da un qualcosa in più. Si sentivano toccate dallo spirito d'amore che emanava da lui. Quello che chiamavano spiritualità era la sua fede, che faceva sì che si lasciasse condurre profondamente dallo Spirito di Dio. E lo Spirito che ispirava e conduceva il dom lo rendeva sempre un uomo profondamente critico e liberatore.
Il dom aveva una radicata consapevolezza che la sua parola e la sua proposta profetica venivano da Dio: «La forza della mia azione viene dallo Spirito».
Già negli anni Cinquanta, il dom aveva compreso che la povertà nel mondo non era qualcosa di naturale o inevitabile. È frutto di una storia di dominio che continua oggi, attraverso una politica internazionale che divide il mondo tra il Nord ricco e il Sud sfruttato. In questa visione del mondo, i Paesi detti cristiani hanno un'immensa responsabilità. Finda giovane, dom Hélder comprese che non serviva predicare il Vangelo, se questa parola di Dio non cambiava effettivamente le strutture del mondo. Il Vangelo deve essere applicato in modo da trasformare questo mondo.

«È PERCHÉ FOSSIMO LIBERI CHE CRISTO CI HA LIBERATO»
La vita non è niente di astratto, ma è molto reale e concreta. Non solo viviamo, ma sentiamo la vita come qualcosa che ci tocca nel profondo. Oggi il mondo ci fa vivere così tante cose che, a volte, abbiamo l'impressione di "passare per la vita", senza soffermarci profondamente, senza vivere con intensità.
Molte volte, i giovani attirano l'attenzione per l'energia con cui vivono. Chi pratica sport dà l'impressione di giocare con la forza della vita. Normalmente, consideriamo poeta chi è capace non solo di vivere, ma anche di sentire e percepire i più sottili movimenti della vita. Fin da subito, dom Hélder ci ha insegnato questo. Faceva poesia con ogni dettaglio della vita e lottava perché la vita fosse pienamente vissuta in tutti i suoi aspetti. Egli contemplava e accettava la ala, sul piano pubblico e privato, dal punto c vista fisico e psichico; amava la vita e la proteggeva. Sapeva vivere e testimoniare il gusto della vita. Era la sua spiritualità. Scoprire e servire lo Spirito che muoveva la parte più profonda della vita.
Dom Hélder crebbe in una cultura nella quale le persone parevano tenere divise le cose. Quanto più erano legate allo Spirito, tanto meno dovevano valorizzare la vita. In realtà, a quell'epoca, raccontavano la dia dei santi in un modo tale che sembrava celebrare la tristezza, la malattia, il sacrificio... Come se la santità fosse non amare la vita. Dall'inizio, dom Hélder predicava che Gesù è venuto nel mondo perché tutti vivessero meglio e più felici: «lo sono venuto perché tutti abbiano vita e vita in abbondanza».
Questa valorizzazione della vita era ciò che faceva sì che egli prendesse sempre tanto sul serio le persone più povere e sostenesse il loro diritto alla giustizia e alla vita. Molto presto, dom Hélder imparò a leggere il Vangelo e scoprire la mistica del regno di Dio, cioè, il progetto che Dio ha per noi e per il mondo. Valorizzando il regno di Dio, il dom scoprì che avrebbe potuto essere sempre la persona libera e originale che gli piaceva essere e, allo stesso tempo, sviluppò una fede che consisteva nel lavorare per la vita delle persone.
Divenne presto profondo osservatore della vita e difensore della libertà di tutti. In America Latina, lavorò perché la Chiesa assumesse la difesa del popolo nero e dei popoli indigeni. Scaturisce dalla sua intuizione il famoso testo della conferenza di Medellín, nel documento 5, quando dice: «Che si presenti in America Latina il volto di una Chiesa serva e povera, missionaria e pasquale, spogliata dei mezzi del potere e che si costituisca come luogo di comunione per tutta l'umanità. Una Chiesa che si impegni per la liberazione di tutta l'umanità e dell'essere umano per intero».

LIBERARSI DI, AL FINE DI LIBERARSI PER...
La Teologia della Liberazione ha avuto i suoi teologi e i suoi profeti. Dom Hélder fu il suo padrino profeta, una figura simbolo, come dom Romero, profeta nell'intransigente difesa del suo popolo. Quando lo sentivano parlare di liberazione, molti avevano l'impressione che egli penetrasse nel politico, in quanto, realmente, non riusciva a separare le cose. Andava a celebrare la messa e si affliggeva nel vedere come i più poveri non riuscivano a passare dalla porta della chiesa. Dai suoi primi anni a Recife, condivise con i suoi amici questo suo tormento spirituale.
Presto gli raccontarono la storia del domenicano Bartolomé de las Casas, padre della Chiesa latinoamericana, ancora poco conosciuto in Brasile. Egli fu uno dei primi missionari a venire dalla Spagna in America Centrale e in Messico. In un contesto nel quale i missionari accompagnavano i conquistatori ed erano conniventi con la schiavitù degli indigeni per salvarli dal paganesimo, fra Bartolomeo sentiva che era ingiusto obbligare qualcuno ad aderire alla fede. Tuttavia, era encomendero, cioè padrone di schiavi. Un giorno, nel 1530, era un sabato pomeriggio e lui stava nel convento domenicano per preparare la predica per la domenica seguente, gli cadde sott'occhio il testo del libro dell'Ecclesiastico, 34, dal verso 18 in avanti: «Dio non accetta il sacrificio basato sull'ingiustizia. Chi pensa di compiacere il padre maltrattando il figlio, è come chi immola un figlio davanti al padre. Dio non accetta elemosine».
Bartolomeo si rese conto che preparava la predica al primo piano, direttamente sopra il piano terra dove stavano gli schiavi incatenati. Non poteva predicare su quel testo senza lavorare per cambiare quella realtà. Solo attraverso la rottura con la struttura schiavista, solo attraverso l'impegno perla giustizia e il rispetto del diritto delle popolazioni indigene, il cristianesimo poteva essere annunciato. Si proclamò Procuratore e difensore degli indios. Affrontò l'ira dei conquistatori. Fu nominato vescovo del Chiapas, una terra lontana, nel sud del Messico, perché volevano "allontanarlo" dai tribunali e dai pulpiti delle città maggiori. Nonostante questo, come vescovo degli indios, lottò ancor più energicamente per la difesa dei piccoli. Finì con l'essere richiamato in Spagna, dove mori nel luglio del 1566.
Dom Hélder adottò sempre questa spiritualità lascasiana. Dove andava, predicava: «Il nostro padre ha dato all'essere umano il potere e la responsabilità di non abituarsi alla sofferenza e al dolore innocente, ma ha insegnato a lottare contro l'ingiustizia. Questo è il nostro dovere».
In America Latina, dom Hélder conosceva bene le strutture del peccato che mantenevano i popoli in una situazione di schiavitù. Dagli anni Cinquanta, egli sosteneva l'urgenza di una riforma agraria per fermare l'espansione delle città e il colossale aumento delle favelas nelle metropoli. Più tardi, criticava i programmi assistenzialisti e proponeva la liberazione dalle ideologie. Egli sapeva che il mondo si divideva in mondo ricco e mondo povero e non in democratico e comunista come, ai suoi tempi, molti pensavano.

LA SPIRITUALITÀ DELLA CURA
Oggi, la responsabilità in relazione a se stessi, agli altri, alla natura e alla stessa divinità è il centro della ricerca filosofica, politica, sociale e teologica. Perché? Forse perché l'essere umano contemporaneo cerca di uscire dall'afflizione in cui si trova. Uno dei temi che ha più caratterizzato la ricerca filosofica contemporanea è quello della cura. Il pensatore contemporaneo che più ha saputo cogliere e approfondire l'importanza fondamentale del «responsabilizzarsi per...» è stato Martin Heidegger (1889-1976). Nella sua opera principale Essere e Tempo definisce la cura come la radice prima di tutto l'essere umano: «In quanto totalità strutturale unitaria, per la sua apriorità esistenziale, la cura si situa prima di qualsiasi comportamento e di qualsiasi situazione dell'essere».
Per Heidegger, la cura è un modo di essere essenziale, fa parte della natura e della costituzione dell'essere umano. Heidegger parla della cura come radice dell'esistenza, riferendosi a un'antica favola che, più tardi, Leonardo Boff riprenderà nel libro Saber cuidar, "saper prendersi cura": la favola-mito della cura essenziale, conosciuta come la favola di Higino, uno scrittore latino del primo secolo dopo Cristo. «Un giorno, Cura stava attraversando un fiume, prese del fango e cominciò a dargli forma. Chiese a Giove di infondergli lo spirito. Giove acconsentì, ma, quando Cura volle imporre alla creatura il suo nome, Giove glielo proibì volendo dargli il proprio. La Terra intervenne. Poiché anch'essa aveva contribuito a costituire il corpo, si sentiva in diritto di darle il suo nome. I litiganti scelsero Saturno come giudice. Questi comunicò la seguente decisione: «Tu, Giove, le hai dato lo spirito e, al momento della sua morte, riavrai il suo spirito. Tu, Terra le hai dato il corpo, e riotterrai il corpo. Ma, poiché sei stata tu, Cura, che per prima hai dato forma a quest'essere, questa creatura resterà sotto la tua cura finché vivrà. Quanto al nome, decido io, si chiamerà essere umano, perché è fatto di humus».
Questa favola ci insegna che, in noi, la sintesi dell'humus e del divino si coniuga nella storia, nel tempo. È il significato del dio Saturno: il dio della storia, il dio dell'utopia, della società felice. L'utopia è l'anima della storia. È quella che gli dà la forza interiore di inventare sempre nuove strade per costruire una convivenza migliore.
Emmanuel Lévinas è stato il filosofo ebreo (francese-lituano) che ha espresso meglio la cura dicendo: «Al principio c'è l'altro». Il volto dell'altro è un continuo appello alla nostra responsabilità per l'altro...
Non so se dom Hélder studiò la filosofia di Heidegger o lesse qualcosa di Levinas, ma sono certo che visse profondamente questa intuizione. Per lui il volto dell'altro era il volto di milioni di oppressi, nei quali egli vedeva sempre il volto di Cristo. Dom Hélder sapeva che c'era una sola storia e che in essa siamo responsabili gli uni degli altri.

L'INFERNO VUOTO E L'AMORE DI DIO
Dom Hélder amava dire che era convinto che l'inferno, se esiste, sia vuoto. La sua argomentazione era semplice. Egli raccontava: «Tu sai che io ho confessato ogni tipo di persona. Ho dovuto ascoltare confessioni di persone che ne hanno uccise altre, che hanno torturato, che hanno fatto ogni tipo di male. Ma, mai, in tutta la mia vita, ho incontrato una persona che avesse piena coscienza di aver commesso il male e con la libera decisione di fare il male. Secondo la dottrina cattolica, perché ci sia il peccato grave, bisogna che si verifichino tre condizioni. La prima è la materia grave. Spesso, questa condizione è presente. La seconda condizione è la libera decisione di compiere quest'azione e la terza è la chiara consapevolezza di stare facendo il male. Queste due ultime condizioni non si realizzano mai pienamente. Per questo, sono convinto che l'inferno sia vuoto. Nessun essere umano è capace di fare il male pensando di farlo e con la totale consapevolezza di quel che sta facendo».
Nel Diario di un curato di campagna, Bernanos dice che «l'inferno è non amare». Dom Hélder reagiva confessando: «lo sono stato molto favorito da Dio, nel senso che mi ha liberato da qualsiasi odio o risentimento. Per tutta la vita. Dio mi ha liberato da qualsiasi goccia di rancore contro chiunque. Voglio dire: io mi sono messo in testa che Dio è amore e lo è effettivamente. E che l'odio è anti-Dio. Ed è chiaro che lo è, poiché l'odio è anti-amore. lo sono convinto anche di questo: che l'inferno è l'incapacità di amare. Quindi, se io avessi qualche paura nella vita, sarebbe la paura dell'odio. Se io volessi liberarmi di qualcosa, sarebbe da qualsiasi ombra di odio, di qualsiasi cosa che assomigli all'odio. Ma, se mi è stato risparmiato di cadere nell'odio, è per protezione divina. Non posso attribuire questo alla mia virtù. Dio mi dà una limpida certezza che è lui, è lui, in modo tale che sarebbe ridicolo qualsiasi tentativo di pensare che ci sia virtù da parte mia. Per un certo tempo, io non parlavo più di queste cose, ma poi mi sono reso conto che è possibile parlarne. Perché è talmente evidente che qualsiasi merito è al di là delle forze umane, che tutto il merito è del Padre».

(Fonte: Adista, 39, 12 novembre 2016)