Un silenzio che si fa parola


Educare alla preghiera /5

Gianfranco Venturi

(NPG 2011-06-72)


La prima cosa che viene in mente parlando del silenzio è di pensare a un tempo o un luogo caratterizzato dall’assenza della parola, di rumori e di relazioni; l’immagine che si accompagna è quella del vuoto, della solitudine. Ma è proprio così? E se fosse vero il contrario?
In realtà il silenzio è il grembo da cui nasce la parola carica di verità, da cui sgorga la preghiera. Fare silenzio è accingersi a pregare, è dare inizio alla preghiera. Di qui l’importanza che ha l’educare al silenzio per ogni educazione o iniziazione alla preghiera. Madre Teresa di Calcutta apre il suo libro Meditazioni per ogni giorno dell’anno liturgico con questi pensieri riservati ai primi due giorni dell’anno:
«È difficile pregare se non conosci come pregare, ma noi dobbiamo aiutarci a pregare. Il primo mezzo da usare è il silenzio. Le anime dedite alla preghiera sono anime dedite a un gran silenzio. Non possiamo metterci immediatamente alla presenza di Dio se non facciamo esperienza di un silenzio interiore ed ester­no. Perciò dovremo porci come proposito particolare il silenzio della mente, degli occhi e della lingua.
Il silenzio della lingua ci insegnerà un sacco di co­se: a parlare a Cristo, ad essere gioiosi nei momenti di svago, ad avere molte cose utili da dire. Nei momenti di svago Cristo parla attraverso gli altri e nella medi­tazione ci parla direttamente. Inoltre, il silenzio ci fa molto più simili al Cristo, poiché Egli ebbe un amore speciale per questa virtù».[1]

IL SILENZIO

Tra paura e fascino, fuga e ricerca

Di fronte al silenzio il giovane di oggi – ma non solo il giovane – è preso dalla paura oppure, dopo alcune esperienze, invece, ne assapora il fascino: c’è chi fugge il silenzio e chi lo ricerca.
«Il silenzio nel tempo presente è morto», scriveva su Avvenire lo psichiatra Vittorino Andrioli, «e nessuno sembra disperarsene, avvertirne la perdita. Il silenzio anzi spaventa e lo si cancella al solo pensiero che possa avvolgerci. Si sente invece il fascino del rumore, di quella presenza continua che forma lo scenario, vero habitat dell’uomo del terzo millennio. La scelta allora non è tra rumore e silenzio, ma tra i mille rumori possibili».
«Voi avete paura del silenzio?» domanda una giovane al grande mondo di facebook: «Io ne ho tanta di paura riguardo al silenzio. Il perché non lo so di preciso. Non ho un motivo, o almeno credo. So solo che mi spaventa, che mi turba. Forse è per questo che parlo sempre. Forse è per questo che non rimango mai in silenzio. Nemmeno nella mia mente. Il silenzio frulla pensieri, e i pensieri a volte fanno male. Forse è solo questo il motivo per cui cerco di crearmi sempre del caos intorno. Per non restare sola. Per non avere paure» (http://it-it.facebook.com/note. php?note_id=176547072376826)
Il card. Martini, nei primi anni del suo ministero nella grande metropoli milanese, osservava:
«L’uomo che ha estromesso dai suoi pensieri, secondo i dettami della cultura dominante, il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio. Per lui, che ritiene di vivere ai margini del nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. Ogni rumore, per quanto tormentoso e ossessivo, gli riesce più gradito; ogni parola, anche la più insipida, è liberatrice da un incubo; tutto è preferibile all’essere posti implacabilmente, quando ogni voce tace, davanti all’orrore del niente. Ogni ciarla, ogni lagna, ogni stridore è bene accetto se in qualche modo e per qualche tempo riesce a distogliere la mente dalla consapevolezza spaventosa dell’universo deserto». (La dimensione contemplativa della vita, n. 10)

Tra vuoto e pienezza, solitudine e incontro, assenza e presenza

Per non poche persone il silenzio è come trovarsi in una caverna buia della quale non conoscono l’ampiezza e nella quale, intimoriti, urlano e sentono solo l’eco della loro voce.
Il silenzio invece non è tenebra; per chi l’ha scoperto è il momento in cui si fa luce e ci si accorge che proprio da quel venire meno di rumori e assembramenti, di quel vivere all’esterno di noi stessi immersi in tante faccende, emerge e si va strada la consapevolezza di aver trovato qualcosa di insospettato, una perla preziosa; ciò che sembrava essere vuoto di vita si scopre esserne pienezza; la solitudine, col suo venir meno di tante relazioni, permette l’incontro con se stessi e con Dio; proprio ciò che si giudicava assenza diventa la condizione migliore per accorgersi della presenza di chi già era presente in noi (il mio io, l’altro, Dio) e ci aspettava per dialogare con noi.
Il silenzio porta alla scoperta della presenza di Dio in noi, mette le basi della preghiera: «Può pregare con sincerità – insegnava Gandhi – solo colui che è convinto di avere Dio dentro di sé. Chi non possegga tale convinzione può fare a meno di pregare. Dio non si offenderà, ma posso dire per esperienza, che chi non prega è certamente un perdente».[2]
Il silenzio permette di recuperare noi stessi e di crescere in umanità. «L’esperienza mi ha insegnato – scriveva ancora Gandhi – che il silenzio fa parte della disciplina spirituale di un seguace della verità. L’inclinazione ad esagerare, a reprimere o distorcere la verità, volenti o nolenti, è una debolezza naturale dell’uomo, e il silenzio è necessario per superarla. Un uomo di poche parole raramente sarà irriflessivo nei suoi discorsi; misurerà ogni parola».[3]

LUOGHI E DELL’INIZIAZIONE ALLA PREGHIERA SILENZIOSA

Nel silenzio, come da sorgente, sgorga la preghiera; dal silenzio viene la parola, quella piena di grazia e verità (cf Gv 1,14). Diceva Gandi: «Un cercatore della verità deve stare in silenzio».[4]
Nelle diverse tradizioni religiose troviamo sempre indicati tempi e luoghi in cui il silenzio è di casa, e permette quindi l’espressione di una intensa preghiera personale.
Ogni luogo porta in sé un significato, parla in una lingua sua propria; ogni luogo e tempo dà una particolare colorazione alla preghiera. Il salmo canta: «I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette la notizia» (Sal 18, 2-3).
In questi luoghi noi scopriamo non solo Dio ma anche il nostro stesso mistero. San Giovanni della Croce ha evidenziato l’importanza dei luoghi come mezzo per disporre alla contemplazione.
Ma oggi è possibile fare silenzio, trovare posti per il silenzio? Ci sono ancora giovani che cercano il silenzio? Il silenzio non ci estranea da questo mondo? Ma cosa cos’è il silenzio di cui si parla tanto o che si cerca di fuggire?
Tra i vari luoghi e tempi abitati dal silenzio, ne prendiamo in considerazione alcuni particolarmente significativi. Avviene spesso che un giovane in questi luoghi riesce a fare una esperienza di preghiera tutta particolare, che resta non solo come un vivo ricordo vivo, ma anche come stimolo e guida per preghiera quotidiana.

La propria camera

L’entrare nella propria camera, dove sono conservate tutte le cose personali più care, ha il significato simbolico di un itinerario del rientrare in se stessi, nel proprio mondo, nel prendere contatto con se stessi, con il proprio io più autentico, con il proprio vissuto. Questo spiega il valore e l’attaccamento del monaco per la sua cella, dell’anacoreta per la sua grotta, del giovane per la sua cameretta. Qui avviene l’incontro a tu per tu con se stessi, con Dio, con il mondo – anche se da quest’ultimo sembra che si sia fuggiti.
A chi vuole pregare Gesù dice: «Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo che è nel segreto, e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,7).
Gesù parla di un «chiudere la porta».
Si può entrare nella propria camera portandosi dietro tutto il «rumore» che impedisce il rientrare in se stessi. Oggi un giovane entra nella sua camera con il cellulare; vi trova la radio, la televisione... è come se fosse ancora in piazza o sul tram o in discoteca. Per «entrare nel segreto» (di cui parla il vangelo), in quell’intimità che permette il «tu a tu» con Dio e con se stessi, bisogna saper «staccare», chiudere la porta. Diceva Giovanni Paolo II ai giovani di Vicenza:
«Il vostro itinerario si svolge spesso all’esterno: certamente attraverso le conoscenze, gli studi, la scuola, l’università, i mass media, voi siete spesso portati al di fuori, e forse troppo, verso questa esteriorizzazione. Ci vuole più interiorizzazione, occorre maggiormente vivere «dentro», rientrare in se stessi, come Gesù diceva ai suoi ascoltatori: «Voi valete molto di più di queste altre creature che sono tanto belle, tanto stupende, voi valete molto di più». Io vi dico: tu vali, tu rappresenti più di tutto quello che ci può dare anche la scienza, anche gli studi, anche le letture, anche i mass media. Il tuo valore è maggiore, il tuo «io» umano, il tuo «io» cristiano già permeato dall’opera dello Spirito Santo, dalla grazia di Dio, è molto più interessante, molto più ricco. La nostra civiltà è un po’ la civiltà della fuga. Si cerca di sfuggire al proprio «io», alla propria interiorità, alla propria coscienza. Non si parla più della nostra anima. Ma questa vale di più! (8 settembre 1991).

Il deserto

Saper staccare, ritirarsi, andare nel deserto per incontrare Dio e pregare, è un’altra esperienza presente nelle varie religioni, nei diversi riti di iniziazione, prima di grandi decisioni. Gesù ne ha dato esempio più volte, soprattutto in particolari situazioni che esigevano una grande concentrazione e una notevole apertura per la realizzazione dei piani del Padre: prima di iniziare la sua vita pubblica (Mt 4,1-11; Lc 4,1-13), prima di dare compimento, mediante la sua Passione, al progetto di amore del Padre (Lc 22,41-44), prima di scegliere e chiamare i Dodici (Lc 6,12), prima che Pietro lo confessasse come «il Cristo di Dio» (Lc 9,18-20). Ai discepoli di ritorno dalla loro missione diceva: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi in po’» (Mc 6,31).
Il deserto ha un fascino particolare. Durante i campi scuola è previsto spesso una giornata intera o un tempo di deserto; dai pellegrinaggi, ad esempio in Terra santa, nel deserto di Giuda, tutti riportano con sé il fascino unico del deserto.
La ragione dell’importanza del deserto per la preghiera e la vita spirituale sta nel significato che esso esprime con il suo linguaggio non fatto di parole.
Il deserto non è solamente un luogo solitario e silenzioso. Come la preghiera di pura adorazione, di cui è immagine, il deserto non è apparentemente di alcuna utilità per l’uomo. Il deserto porta l’uomo al limite della sua debolezza e della sua impotenza e lo obbliga a cercare la forza in Dio solo. Porta in sé il segno della povertà, dell’austerità, dell’estrema semplicità, della totale impotenza dell’uomo che scopre la sua debolezza. Dio conduce il suo popolo e i profeti nel deserto e fa sperimentare la fame che solo lui può saziare e porta a desiderare il cibo che sazia completamente.
Nel deserto Dio ci seduce e ci parla, come ci attesta Osea: «io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,6): in questa seduzione, in questo dialogo d’amore si instaura, una relazione profonda, indimenticabile, tanto da desiderare di riviverla nel segreto della propria camera.

La notte

Quando viene la notte, le cose perdono i loro colori e il loro fascino; l’uomo sente il bisogno di ritirarsi come in un angolo di quella creazione che ormai non gli manifesta più la sua bellezza: la notte lo conduce a casa sua, a rientrare in se stesso. Forse le cose lo hanno distratto da se stesso; ora qui, in quest’angolo in cui si è ritirato, l’uomo può ritrovare se stesso, gli affetti intimi, gli abbracci d’amore; nella notte può incontrare come in un amplesso Colui che forse aveva dimenticato, colui che l’ha atteso per un appuntamento del tutto particolare.
Nella notte Abramo incontra Dio che gli svela scenari di un futuro inimmaginabile; nel cuore del grande silenzio della notte nasce colui che è la Parola; in quella notte gli angeli cantano alle nozze del cielo con la terra (Gloria a Dio… pace agli uomini); nella notte Colui che volevano morto si manifesta Vivente: sono questi i misteri che la notte nasconde e insieme svela.
La notte è fatta per dormire, ma il sonno è simile alla morte. Il vegliare diventa allora simbolo della vittoria sulla morte. Nella notte di Pasqua il popolo d’Israele veglia e la morte non lo colpisce. Chi è vigilante sta in attesa dello Sposo che arriva per aprirgli subito. Gesù ha promesso a costoro di farli sedere a tavola e di passare a servirli. Nella notte noi riviviamo il mistero dell’incontro tra l’infinita carità di Dio e la nostra pochezza.
I salmi ci testimoniano ripetutamente della preghiera notturna, una preghiera che è meditazione e insieme canto: «Un canto nella notte mi ritorna nel cuore: medito e il mio spirito si va interrogando» (Sal 77,7). Rifacendosi a questa tradizione anche in molti versetti del Corano, Dio esorta i credenti a stare svegli una parte della notte per adorare Dio Onnipotente.
La notte è stata considerata un tempo privilegiato di preghiera; per questo, sopratutto nei campi estivi, c’è sempre la proposta di un tempo di veglia; una forma molto diffusa è «la veglia alle stelle».

MOMENTI LITURGICI DELL’INIZIAZIONE ALLA PREGHIERA SILENZIOSA

La liturgia non è un luogo di una prolungata preghiera silenziosa. Sono però previsti alcuni momenti di silenzio in cui siamo invitati a pregare personalmente. Ciascuno di questi momenti è dedicato ad una particolare forma di preghiera, per cui, se li mettiamo insieme, costituiscono come una permanente iniziazione alle varie dimensioni o forme di preghiera.
Nel breve silenzio dell’atto penitenziale ciascuno prende coscienza di trovarsi davanti a Dio («Il Signore sia con voi») e come il profeta Isaia o san Pietro dopo la pesca miracolosa scopre di essere «peccatore» e domanda perdono. Alla fine della liturgia della parola c’è un tempo di silenzio per interiorizzare la parola proclamata, meditarla, confrontarla con la propria vita, e dare una prima risposta personale a Dio che ci ha parlato. Al momento della presentazione dei doni ci può essere un silenzio in cui ciascuno presenta con il pane e il vino la sua offerta, il suo sì obbediente a Dio che ci ha parlato.
Al momento della consacrazione, alla presentazione del Corpo e Sangue del Signore, in silenzio ciascuno professa la sua fede nella presenza reale del Signore e adora, facendo proprie nel suo cuore le parole dell’apostolo Tommaso: «Signore mio e Dio mio».
Dopo la comunione è previsto un tempo di silenzio; solitamente si parla di preghiera di ringraziamento; sarebbe più corretto chiamarla «preghiera di comunione» in quanto è rivolta a Cristo che si è fatto nostro intimo, un «dialogo d’amore» come la fidanzata che si abbandona nella braccia dell’amato.
Da questi semplici cenni si può constatare come la preghiera silenziosa deve accompagnare tutta la celebrazione; così facendo si arriva a realizzare una autentica partecipazione attiva e feconda: l’eucaristia non è più solo la preghiera della comunità, ma anche la più alta forma di preghiera personale.

ENTRARE NEL SILENZIO

Invito alla preghiera silenziosa

«Più passa il tempo – diceva Gandhi – e più mi accorgo che non riesco ad essere felice senza silenzio, senza preghiera... La preghiera mi ha salvato la vita. Senza di essa sarei pazzo da molto tempo».
Il silenzio fa paura, ai giovani e agli adulti. Eppure il silenzio è un compagno discreto e comprensivo, con lui possiamo viaggiare dentro noi stessi, trovando le risposte che cerchiamo nel tumulto della vita.
Ci vogliono tempo e coraggio per scendere nel profondo della propria interiorità e incontrare la voce dello Spirito Santo; è bello stare in silenzio solo sapendo che questo spazio è abitato.
Giovani Paolo II invitava i giovani – quasi «spingeva», «provocava» – a intraprendere la via del silenzio, del rientro a casa, a percorrere senza paura quell’itinerario «che porta alla scoperta del mistero dell’uomo, mistero che ciascuno di noi porta dentro di sé». E quasi rivolgendosi a ciascuno, diceva:
«Ecco, tu sai, questo mistero dell’uomo non è spiegabile con nessun altro mezzo, con nessun altro metodo, solamente con Gesù Cristo. Tu non devi sfuggire questo tuo mistero, non devi lasciarlo da parte come se fosse una cosa non valida, non importante: è la cosa principale questo tuo mistero, questo tuo «io» interno, questa tua personalità cristiana che Cristo ha creato di nuovo, nella forza dello Spirito Santo, nella Pentecoste in cui è incominciata la Chiesa, il tempo della Chiesa. Ma allora nella Chiesa incominciava il tempo di tutti noi, della nuova personalità umana, della nuova creatura. Non si deve perdere la nuova creatura che ciascuno di voi rappresenta!» (Vicenza, 8 settembre 1991).

Le condizioni per entrare nella preghiera silenziosa

Per entrare in questo itinerario, per riuscire a raccogliersi, possiamo indicare alcuni atteggiamenti da assumere che ci vengono indicati da Romano Guardini:[5]
– diventare calmi. Spesso siamo presi da mille cose: bisogna saper staccare, vincere l’inganno dell’inquietudine, e «pacificare» se stessi;
– essere presenti. Presenti a se stessi e a Dio, presenti ove Dio ci chiama. Si tratta di vincere la voglia di essere «altrove» che immancabilmente si insinua in noi ogni volta che ci mettiamo a pregare;
– essere uniti. È «unito» chi ha in sé un centro dal quale parte la sua attività e alla quale ritorna, che dà ordine e valore a ciò che fa. Essere «uniti» è il contrario di essere «distratti» da immagini, pensieri fugaci, desideri…;
– essere svegli. C’è uno stato di dormiveglia spirituale, di intontimento dello spirito, di ottusità, di svogliatezza, di pigrizia che non si accorda con una preghiera autentica. Questa esige invece vivacità interiore, alacrità spirituale, intraprendenza e concentrazione;
– essere liberi. Si tratta di: essere «liberi da» pregiudizi, rispetto umano, faciloneria, facili illusioni…; «essere liberi per» in un atteggiamento di completa disponibilità, attesa, ascolto, apertura, desiderio, conversione; «essere liberi per «lasciarsi fare da Dio» (Teilhard de Chardin), per «far rotta verso di Lui», senza che nulla freni il nostro cammino.
Queste condizioni sono come la porta che permette di entrare nella dinamica dell’ascolto, un aspetto su cui fermeremo la nostra attenzione nella prossima riflessione.

Parola e silenzio

Facciamo silenzio
prima di ascoltare la Parola,
perché i nostri pensieri
sono già rivolti verso la Parola.
Facciamo silenzio
dopo l’ascolto della Parola,
perché questa ci parla ancora,
vive e dimora in noi.
Facciamo silenzio
la mattina presto,
perché Dio deve avere la prima Parola,
e facciamo silenzio
prima di coricarci,
perché l’ultima Parola appartiene a Dio.
Facciamo silenzio
solo per amore della Parola.
(Dietrich Bonhoeffer)

Donaci la grazia del silenzio
Signore, donaci la grazia del silenzio;
insegnaci cosa sia il silenzio.
Non il silenzio di chi non ha nulla da dire,
il silenzio del vuoto e del nulla.
Non il silenzio della morte.
Nulla è così muto e vuoto
come il silenzio delle lapidi.
E salvaci soprattutto dal silenzio
dell’orgoglioso e dell’arido:
di chi non si degna di dire, di parlare,
di comunicare;
di chi non conosce la fraternità
con i suoi compagni e amici,
nè la fraternità con le cose.
Insegnaci e donaci il silenzio
del contemplativo,
quello che nasce dalla scoperta di Dio
e del suo mistero:
il silenzio che nasce davanti al tuo abisso,
Signore.
Il silenzio di chi ha udito cose
che non è lecito all’uomo di esprimere:
il silenzio del rapimento e dell’estasi,
di fronte all’irrompere della bellezza.
Il silenzio dell’alba del mondo:
della terra e delle selve,
in quell’attimo quando sta
per spuntare la luce
e «scricchiola» il giorno:
allora perfino il mare ha un attimo di silenzio.
Oppure il silenzio della sera,
nell’ora del Serafino
quando raggi obliqui feriscono onde
e incendiano le siepi,
e si apprestano a salire dalle valli
«ombre a capo chino».
Allora le parole sono i più «veri fiori dell’anima».
E nel silenzio dell’oscura notte
quando sentiamo il leone ruggire
intorno alla cella,
quando i sensi si metteno
a urlare tutti insieme,
e anche la preghiera ti muore sulle labbra
disseccate per lunghissime arsure,
donaci, Signore, di udire
almeno il tuo sussurro,
il bisbiglio della tua voce,
della tua dolcissima voce
che ci chiama per nome:
appena questo per non smarrirci.
(David. M. Turoldo)

Quando tutto è silenzio
Quando tutto è silenzio intorno noi,
tutto è solenne
come una notte piena di stelle.
Quando l’anima si trova sola
in mezzo al mondo
di fronte a essa appare
non un uomo ragguardevole,
ma l’eterna potenza stessa,
il cielo quasi si spalanca,
e l’io sceglie se stesso,
o piuttosto riceve se stesso.
In quell’istante l’anima ha visto
l’altezza suprema,
ciò che nessun occhio mortale può vedere
e ciò che non sarà mai dimenticato.
La personalità riceve lo stendardo
da cavaliere,
che la nobilita per l’eternità.
(Soeren Kierkegaard)


NOTE

[1] Meditazioni per ogni giorno dell’anno liturgico, Rusconi.
[2] Ghandi, Harijan,18 agosto 1946, p. 265.
[3] Gandhi, An Autobiography or The Story of My Experiments with Truth, p. 45.
[4] Gandhi, Young India, 6 agosto 1925 p. 274.
[5] R. Guardini, Introduzione alla preghiera, Morcelliana, Brescia.