Quale progetto, quali interventi educativi

Inserito in NPG annata 1978.

 

(NPG 1978-08-23)

1. QUALI PREADOLESCENTI ENTRANO OGGI NELLA SCUOLA MEDIA?

Domanda: «I ragazzi sono cambiati, perché diverso è il clima socio-culturale nel quale sono cresciuti e vivono. Quali preadolescenti entrano oggi nella scuola media»?

«I ragazzi sono cambiati non solo perché il clima socio-culturale è mutato, ma perché nella scuola media entrano ormai tutti i tipi di ragazzi. Ciò significa che entrano quelli che un tempo non avevano la possibilità di frequentarla, che alle spalle non hanno una famiglia in grado di offrire loro modelli culturali di tipo scolastico, secondo il modello classico. Questi tipi di ragazzi contribuiscono a creare un ambiente totalmente diverso da quello che prevedono i normali programmi scolastici, stabiliti e costruiti sulla base di un modello di società di tipo abbastanza borghese (senza nessuna accezione negativa del termine) e predisposti per istruire ragazzi che un tipo di educazione fondamentale già la ricevevano a casa o negli ambienti extrascolastici. Così che la maggior parte degli insegnanti si trova di fronte ad un tipo di ragazzo diverso dalle aspettative personali e che reagisce mediante ribellioni, linguaggio e comportamenti mediamente inaccettabili, regole di vita che sono quelle della strada e non quelle del vivere sociale, preparazione culturale più bassa di quanto prevede lo standard medio della scuola» (Annalisa Rossi).
«I preadolescenti che oggi entrano nella scuola media sono figli, mi si consenta la banalità, della società in cui vivono. Di anno in anno sono più culturalizzati, più ricchi di linguaggi (quelli dei mass media, della cultura visiva, buoni o scadenti che siano), più disponibili a recepire nuove sperimentazioni didattiche, insomma intellettualmente più vivaci. Essi portano a scuola questa loro «cultura» (in senso antropologico) e dunque, secondo logica, la qualità della scuola, migliorando la qualità degli utenti, dovrebbe essere migliore. Invece si può dire il contrario: i ragazzi che escono dalla scuola elementare e dalla scuola media, oggi, non sono dotati di una cultura dí base quale ci si aspetterebbe da ragazzi della loro età. La prima ragione sta nel fatto che i preadolescenti portano a scuola anche le lacerazioni, le contraddizioni, le ansie, il deterioramento della qualità della vita che si registrano nella società in cui viviamo. La seconda ragione sta nell'assoluto fallimento della scuola, nonostante il '68, nell'incanalare culturalmente, trasformandoli in riflessione e studio, i molti messaggi, anche culturalmente ricchi e articolati, che i ragazzi ricevono dal mondo extrascolastico. In altre parole: i preadolescenti oggi " subiscono " quanto avviene nella realtà, leggono passivamente giornali sportivi, fumetti, ecc., guardano in modo acritico la televisione e i messaggi pubblicitari e via dicendo, sono sottoposti insomma a un bombardamento di segni che non riescono a controllare perché nessuno offre loro gli strumenti per un controllo intellettuale della realtà.
È. aumentato dunque il divario tra scuola e realtà, nonostante i molti campanelli d'allarme che da un decennio si sentono risuonare» (Giancarlo Bertolino).
«In riferimento alla mia esperienza legata all'ambiente della periferia di Torino mi sembra che questi ragazzi siano caratterizzati da alcuni elementi evidenti:
– Una forte aggressività sia a livello personale, ossia di rapporti interpersonali, sia di fronte alle strutture più globalmente, che spesso sfocia in vera e propria violenza. Questa violenza di fronte alle strutture nasce da una certa sfiducia che gli stessi genitori e la stessa società ha di fronte a tutto ciò che è " pubblico ", verso ciò che è istituzione statale.
– Poca inventività: il loro comportamento è molto standardizzato. La televisione, i films, il ballo per le ragazze, il pallone o il bar per i ragazzi sono i punti di riferimento per il loro tempo libero, e sembra che non ci sia più spazio per degli atteggiamenti più personali, più " inventati ".
– Non sanno dove andare, cosa fare sia fisicamente che come " obiettivo di vita ". Nessuno fa loro proposte così interessanti da essere seguite.
– Non sanno che cosa sia la natura, con tutto ciò che significa di ritmo delle stagioni, di mistero, di scoperta, di serenità, di sfogo.
– La famiglia, come clima di crescita e di proposta, non esiste più, viene vista per lo più come un momento repressivo e quindi negativo (Leonarda Ramella Garelli).

2. QUALI SONO I PROBLEMI E LE SOLUZIONI A LIVELLO EDUCATIVO?

Domanda: «In quali direzioni prevedere un intervento educativo in grado di inserire i preadolescenti in modo positivo nella società d'oggi»?

«Il primo nodo da superare è di tipo strutturale. Occorre far sì che giungano alla prima media ragazzi non già repressi e disgustati da interventi educativi sbagliati, ma nello stesso tempo occorre che i docenti delle medie si adattino ai ragazzi che hanno davanti e non pretendano di averne altri. Ciò si può fare se non si hanno davanti classi troppo numerose, come spesso avviene. È chiaro che per superare questi due tipi di inconvenienti bisogna prima di tutto che il mutamento che deve avvenire da parte degli educatori delle medie sia già avvenuto all'interno delle scuole elementari, che ci sia un collegamento tra educatori delle medie e quelli delle elementari e che l'atteggiamento degli insegnanti delle medie muti da un atteggiamento di tipo " noi insegnamo ", " noi abbiamo un programma da fare ", " noi abbiamo delle cose da insegnare che il ragazzo deve imparare ", atteggiamento ancora molto diffuso, a quello di " noi educhiamo ", " noi aiutiamo i ragazzi a crescere e ci serviamo di strumenti di tipo culturale, collegati con le materie, per contribuire alla formazione globale dei ragazzi ". L'altro nodo da superare è di tipo contenutistico. Per inserirsi nella società occorre veramente che i ragazzi possano conoscerla e viverla. Allora ecco che le aule di scuola e i libri di testo e i programmi risultano veramente superati. Ad esempio il contatto con la realtà avviene molto più realisticamente attraverso l'uso dei giornali, attraverso la discussione, attraverso le esperienze concrete di vita comune, che non attraverso la parola scritta, attraverso le letture, attraverso i normali contenuti dei programmi» (Annalisa Rossi).
«L'intervento educativo è parecchio complicato perché la scuola non è un momento isolato e non ha il compito di tappare le falle di tutta una società o di 10-13 anni di un'educazione impostata su principi che non sempre si condividono. Fatta questa premessa mi sembra che un primo punto da tener presente, per impostare un serio rapporto educativo, sia quello di conoscere a fondo quali modelli i ragazzi hanno avuto (conoscenza perciò il più possibile approfondita della famiglia e anche della impostazione ricevuta durante le elementari) per vedere quale idea di scuola si sono fatti).
Partendo da questa conoscenza si cercherà di impostare il lavoro educativo su due fronti.
Il primo terrà presente che per i ragazzi è importante far sì che le ore scolastiche siano ricche di esperienze positive: momenti forti di socializzazione, di apprendimento concreto di modi per stare insieme, ricchi di soddisfazione e costruttivi. Questo momento può anche rivelarsi una proposta alternativa al modo con cui si vivono in famiglia e fuori i rapporti umani.
Il secondo, che deve integrarsi con il primo, tenderà a dare ai ragazzi alcuni strumenti strettamente intellettuali per affrontare la realtà che li circonda. Questi strumenti come il saper " leggere " e " fare di conto "; sono una base indispensabile per far sì che questi ragazzi non vengano sempre più emarginati da una società sempre più selezionatice» (Leonarda Ramella Garelli).
«Il problema investe la professionalità e l'aggiornamento degli educatori, la ristrutturazione e la riorganizzazione della nuova scuola media, la riforma dell'università e della scuola secondaria superiore (attendiamo tutti quest'ultima con attenzione, ma anche con qualche perplessità). Stando così le cose, si rende assai difficile un intervento educativo in grado di inserire i preadolescenti e gli adolescenti nella società d'oggi. La scuola non è specializzata, è anacronistica, propone una serie di clamorose inutilità: quest'ultimo problema, perciò, è prevalentemente politico e riguarda anche e soprattutto il mondo del lavoro» (Giancarlo Bertolino).

3. ESISTE UN PROGETTO EDUCATIVO NELLA SCUOLA?

Domanda: «La scuola educa prima di tutto per quello che è. C'è una educazione a livello " strutturale " che incide anche più di ogni esortazione e che consiste nella volontà di gestire in modo determinato l'istituzione educativa. Come favorire una convergenza educativa nella scuola media? Esistono dei progetti educativi cui fare riferimento»?
«Un forte handicap strutturale della scuola media dell'obbligo è la presenza di ben nove insegnanti per ogni classe. Questo vuol dire che il lavoro educativo e scolastico è portato avanti da un équipe di persone che si incontrano per caso, non per libera scelta o per comunanza ideologica o d'altro tipo. Questo fa sì che il lavoro scolastico sia molto spesso scoordinato e che ogni professore imposti un po' il suo " tipo " di rapporto educativo.
C'è poi in questa impostazione un'altra grossa difficoltà: non tutti i professori hanno lo stesso numero di ore in una classe, per cui automaticamente ci sono delle materie, e in conseguenza dei professori, considerati più importanti e altri meno. Questo purtroppo avalla una situazione sociale per cui ci sono dei lavori più nobili ed altri meno, dovuti soprattutto ad una differente retribuzione. Per superare ciò si devono potenziare quei momenti di confronto che la stessa legge prevede: i consigli di classe. Essi possono veramente diventare momenti di verifica e di coordinamento del lavoro educativo. In realtà ciò non avviene perché non tutti i professori hanno le stesse motivazioni nel lavoro che svolgono, e perché la struttura scuola non motiva il professore né con un " ruolo " gratificante né con una giusta retribuzione economica rispetto ad altre categorie di lavoratori...
La convergenza educativa quindi avviene solo in quei casi fortuiti e fortunati dove più colleghi con una comune o almeno simile impostazione si trovano a lavorare insieme. Può anche avvenire in quella scuola dove il capo di istituto organizzi il suo lavoro più sui fronte dei problemi didattici-educativi che su quello burocratico» (Leonarda Ramella Garelli).
«Che la scuola educhi per quello che è suona non solo come affermazione tautologica, ma anche come sottile e utile provocazione nei confronti degli " operatori scolastici ". Certo, si può affermare, non ci si può aspettare altro da questo tipo di scuola e da questo genere di insegnanti, così come escono dalle università. Il discorso investe soprattutto, come ho già osservato, la professionalità degli educatori e l'incapacità di questi ultimi, incapacità dovuta a ragioni storiche e oggettive, di " mettersi in crisi " (mi si conceda íl linguaggio psicologico) in vista di un nuovo livello di preparazione adeguato a un nuovo ruolo dell'insegnante nella società contemporanea. E dunque vale anche un'altra tautologia: " l'insegnante educa per quello che è ", vale a dire la scuola propone un intellettuale per lo più impreparato alle nuove funzioni dell'operatore scolastico, poco flessibile, culturalmente fragile (e ritorniamo alle responsabilità dell'università), con scarse motivazioni all'insegnamento, socialmente svalorizzato, economicamente e sindacalmente deluso, spesso " approdato " all'insegnamento come all'ultima spiaggia dei mestieri (non è certo casuale il processo di femminizzazione dell'insegnamento, frutto soprattutto di una concezione borghese del lavoro, o meglio del semilavoro).
Stando così le cose, i nostri ragazzi vivono gli insegnanti, esclusi i casi di serietà professionale che certo non mancano ma che sono percentualmente inconsistenti, come operatori per lo più frettolosi e legati a un lavoro ripetitivo e poco gratificante.
In questa situazione ciascuno recita la propria parte: gli insegnanti quella degli educatori non riconosciuti, gli studenti (e il fenomeno riguarda ormai anche i preadolescenti) quella degli utenti opportunisti e mercificatori (il voto, anzi, la pseudovalutazione, il " pezzo di carta ", la scelta non più ideale degli studi superiori o del lavoro, ecc.). In mezzo a questa svalorizzazione del rapporto educativo, e quindi dell'intiero sistema scolastico, si distinguono i sempre più rari insegnanti che, vissuta fino in fondo la crisi della scuola e della società, sono ormai confinati al ruolo di " sperimentatori a vita ", esausti e sofferenti (penso soprattutto alle situazioni di tempo pieno, l'unico modello serio di scuola e di progetto educativo che rispetta le reali esigenze del preadolescente, modello tuttavia così denigrato e isolato non solo dalle forze reazionarie), destinati ad abbandonare prima o poi, per " getto della spugna ", un lavoro divenuto ormai " militanza " nel senso anche deteriore e missionaristico della parola. Sia ben chiaro, e rispondo anche all'ultima delle domande della seconda questione, il progetto educativo a cui fare riferimento dunque c'è, e mi riferisco alla scuola di stato a tempo pieno (o a tempo lungo che dir si voglia): intendo tuttavia mettere in evidenza, attraverso la lente di un certo pessimismo e di una certa sfiducia, il fatto che il progetto iniziale, estremamente valido e corretto, è stato trascurato anche da quelle componenti della scuola e della società, oltre naturalmente agli insegnanti, toccati da quelle difficoltà di aggiornamento e di preparazione di cui si è detto, le quali si erano dichiarate garanti di un sostegno politico e sociale che in più occasioni, in realtà, è venuto a mancare» (Giancarlo Bertolino).
«Progetti educativi non mi sembra che ve ne siano. La scuola ci offre soltanto dei programmi, i quali non sono progetti, ma direttive, per quanto larghe, per quanto passibili di trasformazione. Ci sono semmai ideologie, convinzioni personali che spesso si scontrano e si bruciano sulla pelle dei ragazzi. Comunque non credo sia impossibile, anche ad un consiglio di classe di persone variamente collocate sul piano ideologico, formulare un progetto. Basterebbe fare quello che non si fa, cioè confrontarsi e discutere, utilizzare le venti ore non per sterili corsi di aggiornamento, ma per occasioni di confronto e dibattito. I corsi di aggiornamento certamente sono utili, tuttavia solo se servono per imparare a programmare. La mancanza di programmazione infatti è l'aspetto più negativo che riscontriamo nella scuola. Con la programmazione gli insegnanti, anche se partono da posizioni diverse, potrebbero raggiungere una identità di vedute sui valori di fondo, perché sono quelli che contano per un preadolescente. E serve molto che i ragazzi abbiano di fronte persone che pur collocandosi diversamente dal punto di vista ideologico, credono comunemente nell'onestà, nella lealtà, nel rispetto della persona, che amano i ragazzi per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere» (Annalisa Rossi).
«Forse di progetti educativi veri e propri mi sembra non ve ne siano. Ci sono però dei tentativi di nuove forme anche strutturate di far scuola. Per esempio il tempo pieno è servito a molti ragazzi come un momento importante di crescita. Anche questa scuola risente di alcune contraddizioni della struttura-scuola, ma forse sono più superabili che in una scuola media svolta solo per cinque ore al giorno» (Leonarda Ramella Garelli).

4. QUALE RAPPORTO EDUCATIVO?

Domanda: «Il ruolo dell'educatore, a livello di scuola media, appare fondamentale. I docenti d'altra parte sono continuamente messi in crisi da teorie pedagogiche affascinanti, che vedono in una conduzione scolastica " non direttiva " la soluzione di molti problemi. Come vede oggi il docente il rapporto educativo? Come trasmettere contenuti e valori ai preadolescenti d'oggi»?

«Certe teorie pedagogiche, affascinanti, non c'è dubbio, ma frutto spesso di una grave ignoranza pedagogica, che ha toccato in molti casi anche la sinistra (e lo dico come militante di sinistra), sono conseguenza di una posizione politica tardosessantottesca, assai utile in passato ma sovente approssimativa e comunque oggi sorpassata, che, ottenuti i primi risultati politici di indubbia importanza, ha successivamente rinunciato all'approfondimento dello studio e delle analisi del sistema scolastico e quindi degli utenti della scuola.
Voglio dire che si è confuso il rapporto educativo democratico, aperto, disponibile, con la permissività sfrenata e spontaneistica. In particolare i ragazzi della fascia dell'obbligo non possono essere abbandonati, data l'età, a forme di " autogestione " o di " conduzione autonoma della vita della classe ". L'ipotesi è assurda, se non demenziale. I preadolescenti si aspettano un rapporto educativo serio, concreto, propositivo, operativo: l'alternativa è quella, una volta sotterrato il vecchio modello educativo di stampo gentiliano, del gettarli nell'angoscia, nella falsa libertà. Un bravo insegnante, oggi, è tenuto a rispettare la cultura di base, la lingua, le condizioni socioeconomiche e psicologiche, i bisogni intellettuali e sociali e l'interiorità dell'allievo, ma non deve sentirsi autorizzato, in nome di una mitologia " liberatoria " o lassista, a non più fare scuola o a rifiutare qualsiasi regola o codice comportamentale. Chi si comporta così, non ha capito niente dei bisogni dei preadolescenti e provoca soprattutto dei danni» (Giancarlo Bertolino).
«Credo, per la mia esperienza personale, che ormai le teorie della libertà assoluta o dell'auto-educazione siano superate o per lo meno ci si ponga di fronte ad esse in modo molto critico. Certo esse hanno lasciato, o meglio hanno aperto una strada nel mondo dell'educazione che è necessario, indispensabile tener presente. Ciò vuol dire che queste teorie hanno sottolineato l'importanza del ragazzo come persona da rispettare e da conoscere prima che da istruire ed educare. Assodato ciò però si riconosce sempre di più l'importanza e la necessità di proporre e di pretendere dai ragazzi qualcosa di costruttivo e di valido per loro. Si sottolinea sempre di più, anche da parte di quelle ideologie, di quei gruppi, di quei partiti politici che avevano sostenuto ed appoggiato le nuove teorie " permissive ", il momento dell'educazione come momento di proposta di mete e di scopi da indicare ai ragazzi.
Queste proposte sono date, trasmesse nella scuola sia attraverso il comportamento stesso del professore (rapporti interpersonali, valori in cui crede, atteggiamenti che assume...) sia attraverso i contenuti e il senso dato a questi contenuti proposti dalle singole materie. Anche i programmi hanno la loro importanza soprattutto perché sono più indicativi che tassativi per cui l'insegnante può veramente utilizzarli come canali per far apprendere ai ragazzi alcune nozioni fondamentali. La scuola inoltre deve anche tener presente il momento dell'apprendimento come un valore irrinunciabile. Non è solo un ritorno di tipo reazionario, ma è un valore di serietà che dev'essere mantenuto, senza con questo ritornare alla selezione pura e semplice.
Ciò è reso sempre più difficile, bisogna sottolinearlo, dalla struttura scolastica. Se la scuola è considerata dallo stato all'ultimo posto, non solo i professori sono considerati una categoria improduttiva, quindi di peso, ma anche i ragazzi; perciò si fanno delle circolari che vanno contro i principi della legge sulla riforma della scuola media inferiore e contro qualsiasi possibilità di un lavoro serio nella scuola: vedi i 30 alunni per classe, vedi gli esami di terza media senza le attività grafiche e pratiche.
Queste grosse contraddizioni pesano molto sul lavoro educativo, perché i ragazzi percepiscono che i professori sono disorientati, non motivati, e quindi il clima è di " sbaraccamento ", di menefreghismo da ambo le parti» (Leonarda Ramella Garelli).
«Non posso accettare la posizione di chi rifiuta il ruolo attivo dell'educatore, la sua presenza liberante, per lasciare il ragazzo " libero da... " e " alla ricerca di... ", come se da solo fosse capace di costruirsi la scienza o di elaborarsi la propria visione della vita.
Certamente l'educatore deve rispettare la crescita e la maturazione del ragazzo, ma deve pure promuoverla, aiutarla, indirizzarla, comunicandogli la passione della Verità e l'onestà di non rifiutare mai la luce.
Socrate, riguardo al rapporto educativo, ci ha dato il metodo della " maieutica ": l'educatore che guida il giovane alla luce.
Tommaso d'Aquino nella Quaestio " De magistro " insegna che " nessuno può dirsi maestro di se stesso " perché nessuno può darsi la scienza se non la possiede. Kierkegaard, conscio della drammaticità dell'esistenza e dell'impossibilità di venirne fuori da soli, ha scritto che nessuno può permettersi di essere un autodidatta.
Forte di queste certezze e confortato dal sentirmi nella buona compagnia dei grandi spiriti, mi sono posto tra i miei ragazzi come amico che ascolta e come guida che conduce» (Paolo Risso).
«La non direttività è una questione delicata. Il ragazzo ha bisogno di modelli e punti fermi. In alcuni casi l'insegnante o l'adulto in genere è l'unico che possa aiutarlo, quando la famiglia non assolve in pieno il suo ruolo. Il primo ruolo di un rapporto educativo è quello di insegnare, di mostrare fermezza, coerenza, testimonianza. Non si può in nome di un certo distacco dai ragazzi, perché non sono in grado di capire, perché sono troppo piccoli, " truccare " il rapporto educativo, non pretendere nulla oppure pretendere più di quello che è richiesto» (Annalisa Rossi).

5. QUALE PRESENZA DEI CRISTIANI NELLA SCUOLA?

Domanda: «Le ultime elezioni scolastiche hanno visto le forze in gioco schierate su posizioni di parte. Non sono mancate ancora una volta strumentalizzazioni, crociate, campagne allarmistiche. Stando alle statistiche, la presa di posizione dei cattolici in questa circostanza è stata significativa. Quale dovrebbe essere, secondo Lei, la presenza dei cristiani nel mondo della scuola»?

«La presenza dei cristiani nel mondo della scuola mi sembra importante, una presenza che tuttavia non vuol dire né spirito di crociata, né integrismo. Il collocarsi a tutti i costi all'opposizione nei confronti degli altri, non è un modo di costruire realmente qualcosa. Intanto bisogna prendere atto che queste forze ci sono e che non è con l'arroccamento che si risolvono i problemi. Occorre testimoniare le proprie convinzioni, non aver paura di " sporcarsi le mani ", come si dice, collaborando anche con coloro che si sa benissimo che la pensano diversamente da noi. Personalmente non ritengo sia un male che i ragazzi si rendano conto che hanno degli insegnanti con convinzioni diverse: questo li aiuterà ad avere spirito critico. Al contrario sarebbe un danno per loro trovarsi di fronte a persone che rifiutano qualsiasi confronto, che si presentano ai ragazzi in continua lotta. Un altro atteggiamento è quello dell'amore cristianamente inteso, che si traduce in rispetto per le persone, per le loro idee e convinzioni. Che non significa accettare qualsiasi compromesso, anzi avere il coraggio di sostenere le proprie idee anche quando non è facile. D'altra parte stiamo attraversando un periodo nel quale, lo si dice da più parti, i cristiani stanno diventando sempre più minoranza. Quindi tanto vale prendere coscienza di questo ruolo un po' nuovo e di conseguenza rendersi conto che è nell'impegno più intenso anziché nelle crociate e nelle manifestazioni di parte che si realizza e si costruisce qualche cosa» (Annalisa Rossi).
«Ritengo che i cristiani non dovrebbero mai prendere delle posizioni in blocco a livello di scuola. Non capisco il senso di una proposta cristiana ufficiale in una scuola pubblica. Mi sembra molto più realistico, storico e possibile una linea di impegno serio e personale in quelle forze organizzate che rispecchiano di più alcuni valori che, in quanto cristiani, ci portiamo dietro. Questa partecipazione attiva ha senso se si mantiene una certa capacità di critica, di scelta, un rifiuto totale di ogni tipo di inquadramento, di mantenere insomma un certo grado di libertà» (Leonarda Ramella Garelli).
«L'educatore cristiano si distingue nella scuola per un amore senza limiti ai suoi ragazzi. Sul qualunquismo di tanti insegnanti per i quali le rivendicazioni sindacali sembrano diventare il primo valore, il professore cristiano, senza dimenticare quelle, afferma il primato dell'uomo da amare, da promuovere, da educare in tutti i ragazzi.
Si distingue per il senso vivissimo dei fini. Non rifiuta certo le tecniche della metodologia più avanzata, ma le pone, non al servizio di una vuota sperimentazione, ma dell'istruzione e della formazione più autentica di ciascuno, esigente con se stesso ed esigente con i ragazzi.
Ma il fine dell'educazione è più alto. C'è in ogni ragazzo, in ogni uomo, il fondamentale orientamento della persona a Dio dal quale trae origine, consistenza e vita. L'educatore cristiano guida i ragazzi a scoprire la risposta alle loro " domande profonde " nel Cristo che viene incontro e fa crescere l'uomo, portandone alla pienezza gli appelli e le aspirazioni» (Paolo Risso).
«Nella recente campagna elettorale per l'elezione degli organi collegiali della scuola, dai consigli di classe a quelli di circolo o d'istituto o distrettuali o provinciali, i cattolici hanno giocato una battaglia politica di un certo peso. Proprio loro, per intanto, hanno " politicizzato " lo scontro: mi riferisco naturalmente alle componenti integraliste e reazionarie del mondo cattolico. In quei giorni era quasi ridicolo sentire parlare di " scuola di stato " da una parte e di " scuole libere " (sic!) dall'altra, di alternativa fra integrità e devastazione della famiglia, e via delirando. Io tuttavia non riesco a identificare il mondo cattolico con quello spacciato in fase pre-elettorale dai lugubri protagonisti di crociate, allarmi, manovre propagandistiche fatte in nome della conservazione di un sistema scolastico storicamente sfasciato in buona parte proprio da siffatti personaggi o da chi li ha ideologicamente formati. Ho troppo rispetto per alcune forze cattoliche, profondamente oneste e autenticamente progressiste, per operare una simile semplificazione. Resta comunque il problema che una tale triste eredità può frenare fortemente il processo di rinnovamento della scuola a cui il movimento cattolico è necessariamente chiamato.
La presenza dei cristiani nella scuola non può che essere determinante per il suo rinnovamento, una volta eliminata, cosa assai ardua, la zavorra. Esiste una reale possibilità per i cristiani, quelli realmente ideologizzati e quindi moralmente " selezionati ", nel senso più nobile del termine (e lo affermo quale osservatore esterno), di dare un fondamentale contributo, non verbale, non dogmatico (così come nessun operatore scolastico serio oggi si azzarda a denunciare una presenza preponderante di una pedagogia marxista, peraltro difficilmente formulabile dai marxisti stessi, nella scuola di stato), ma concreta, operativa, nel generale tentativo di rinnovamento della scuola» (Giancarlo Bertolino).