Pagine di misericordia

Beatrice, Lucia e Girolama:

la misericordia è donna

Giovanni Fighera

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L’uomo contemporaneo ha estremamente bisogno di modelli credibili, di riferimenti ideali, di storie e di testimonianze che gli permettano ancora di credere che esiste l’amore vero. Per questo nella letteratura i volti di donna più convincenti non sono quelli delle eroine irraggiungibili, impossibili e idolatrate di cui è disseminata anche la grande letteratura, a partire dalla tradizione cortese fino ai nostri giorni.
Mi ha personalmente sempre affascinato nella letteratura l’immagine della donna come presenza salvifica e compagna di viaggio nella vita verso la meta, ben distante, quindi, dalle miriadi di immagini che ci bombardano quotidianamente in mille modi (dai film ai romanzi, dalle riviste agli articoli giornalistici) che inneggiano all’edonismo sfrenato e ad un becero carpe diem. Offro qui solo qualche spunto di questi volti femminili.

Beatrice

Su tutti brilla senz’altro quello della Beatrice dantesca, bella e buona, ma mai incline a quella superbia che deturperebbe la sua persona. Per lei Dante studierà tanti anni così da conseguire quella perizia poetica che gli permetterà di comporre versi che mai nessuno ha scritto per una donna. Così il Sommo poeta promette nell’ultimo capitolo della Vita nova. Quando Dante viator incontra Beatrice in cima alla montagna del Purgatorio, la donna gli appare vestita dei colori bianco, verde e rosso, simboli delle tre virtù teologali. Beatrice lo apostrofa per nome. È l’unica volta in cui il nome del poeta è registrato in tutto il poema, segno che nell’incontro con Beatrice Dante finalmente conosce bene se stesso e il destino per cui è nato, comprende che anche lui è fatto per il Cielo.
Le parole che Beatrice gli rivolge sono, però, di aspro rimprovero tanto che gli angeli le chiedono perché lo tratti così male. Beatrice risponde che intende spronarlo a riconoscere gli errori commessi. Anche questa è misericordia. Nel I canto del Paradiso, ambientato ancora nel Paradiso terrestre, Beatrice invita Dante a non soffermarsi sui suoi occhi, ma a rivolgersi verso il Cielo. La donna alza lo sguardo verso l’alto e il poeta, come per osmosi, la imita. Beatrice e Dante iniziano a salire attraverso la sfera del fuoco. Amare significa indicare il bene e il vero alla persona amata. Così Beatrice è presenza cristofora, colei che porta alla salvezza, alla felicità e al compimento. La donna è un miracolo, segno del Cielo, compagna di viaggio nel cammino della vita, non idolo e risposta all’umana arsura di felicità.

Lucia

Protagonista dei Promessi sposi, Lucia è un altro volto di misericordia. Senz’altro nella sua verecondia e pudicizia Manzoni ha trasfuso alcuni tratti dell’amata moglie Enrichetta Blondel. La ragazza è ben conscia dell’importanza dell’affettività nella vita. I volti per lei fondamentali sono la madre Agnese, il fidanzato Renzo e il confessore fra Cristoforo. Altrettanto concreti sono per lei la Madonna e Gesù. Nei momenti di difficoltà, rapita dai bravi e incarcerata nel castello dell’Innominato, invocherà il nome di Maria, chiederà il suo conforto, facendo voto di consacrarsi a Lei. L’atteggiamento morale consiste proprio in questa memoria delle persone care e determinanti nella propria vita. Donna capace di aspettare, di perdonare, di offrire, appare un gigante di fronte all’Innominato, lei così fragile, eppure così certa e sicura della presenza di Colui che mai abbandona.
La forza di Lucia sta tutta nella sua salda fede che prorompe nella fermezza autorevole manifestata dinanzi all’Innominato: «Pregherò sempre io il Signore che la preservi da ogni male». Sarà proprio la sua frase «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia» a salvare la vita dell’Innominato e a gettare in lui il seme della speranza nella notte in cui medita il suicidio. E nella conclusione de I promessi sposi, quando i due popolani cercheranno di cogliere «il sugo della storia», sarà Lucia ad insegnare a Renzo l’insufficienza del moralismo e l’importanza della fede che addolcisce i guai e li rende utili per una vita migliore. Così sarà la compagna della vita del suo amato Renzo. Nel suo nome c’è il richiamo alla luce della fede.

Girolama

Come è capitato all’Innominato, anche a Miguel Manara, don Giovanni storico della Siviglia del Seicento e protagonista dell’omonima opera di Oscar Milosz, accade di incontrare un volto diverso dagli altri, che colpisce per semplicità di cuore e letizia: è quello di Girolama Carillo. Sedicenne, che vive per la casa, la lezione quotidiana e i poveri, la ragazza lo sorprende, abbracciando tutta la sua umanità anche nella miseria e dimostrando una capacità di perdono totale. Non relativizza le sue colpe, ma scorge «l’abisso di vita» che è in lui. Grazie all’incontro con lei Manara si sente come «in una bella camera in cui ogni cosa è immersa nella musica discreta della luce». L’incontro illumina il suo cuore e lo trasforma in luogo di pace.
Don Miguel si conosce meglio tanto che esclama: «Che ho fatto della mia vita, che ho fatto del mio cuore? Perché non ho appreso prima di avere un’anima buona! Mi perdonerete?». Anche Miguel è nato per il bene, nonostante i suoi errori e i suoi sbagli. Così, i due si promettono per l’eternità. Pochi mesi dopo il matrimonio, Girolama muore. Nella memoria dell’amata Miguel Manara entra nel Convento della Caridad. Lui, che aveva vissuto i primi trent’anni della sua vita dedito all’edonismo, scopre che l’abisso di felicità dell’uomo non può essere colmato se non dall’amore misericordioso di Dio Padre, che ci ama senza misura. L’uomo non sa amare, ma, amato in modo incondizionato, riversa sugli altri nella letizia del suo volto la grazia ricevuta.

FONTE: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-beatrice-lucia-e-girolama-la-misericordia-e-donna-16128.htm