Uno sport senza agonismo o uno sport senza campionati?

Inserito in NPG annata 1974.


Vittorio Peri

(NPG 1974-01-10)

Non è possibile educare alla fede ignorando «l'uomo»; o mettendolo tra parentesi, con l'alibi delle grosse motivazioni. L'affermazione è a carattere univoco. E nella enunciazione radicale è fuori discussione. Il pluralismo di impostazioni nasce nel momento delle scelte operative, quando i grossi principi si fanno concreti, nella decisione di partire da una prospettiva o da un'altra.
La redazione crede nella necessità di impostare un'educazione alla fede che «imitando la pazienza di Dio, incontri i giovani al punto in cui si trova la loro libertà e la loro fede» (Cost. Sal. 25). Crediamo cioè che una proposta di fede debba inserirsi negli interessi quotidiani che caratterizzano l'uomo. Dimenticare questo – magari per non correre il rischio di fermarsi a questo – per noi significa proporre una fede che difficilmente ingrani con la vita, aprire quindi alla facile emarginazione.
Per questo ci interessiamo di sport. Come ci interessiamo dei problemi del quartiere, dell'impegno politico, di cinema e di letteratura. Non li mettiamo sullo stesso piano, se non sull'unico denominatore comune di «interessi-valori» che coinvolgono il giovane concreto.
Accanto a questa affermazione, radicale nelle scelte pastorali con cui la rivista cerca di caratterizzarsi, ce n'è un'altra, non meno importante. Non basta la buona volontà per «animare» cristianamente i valori umani (nei termini in cui c'è urgenza di questa «salvezza-dono» e nel rispetto dell'autonomia che deve caratterizzare tutto il profano).
Le strutture hanno un peso determinante. Tale da proibire nei fatti quanto viene affermato teoricamente. Ci sono cioè condizioni strutturali di possibilità, escluse le quali diventa impossibile procedere in una educazione alla fede dentro l'educazione-umanizzazione; o, meglio, condizioni così disumanizzanti che sarebbe vera alienazione preoccuparsi di una superficiale verniciatura cristiana, prima della loro eliminazione.
Questo vale per tutti i campi di intervento. Quindi anche per lo sport. Crediamo che ad un giovane interessato allo sport sia possibile-doveroso annunciare l'amore del Padre in Cristo, anche all'interno di questo interesse, senza reciproche strumentalizzazioni. Ma ad un patto preciso: che lo sport sia condotto, nella sua dimensione tecnica, a livello «umano» maturo. Lottare contro la selettività e l'accesa competitività nello sport diventa quindi liberare lo sport e lo sportivo, anche in vista di una liberazione totale dell'uomo-che-fa-sport, per farne un figlio di Dio «cosciente».
Ecco la nostra tesi. Ce ne sono altre sul mercato. Proprio perché sono possibili prospettive diverse, per giungere anche alla stessa meta.
Ma ci pare fedeltà alla nostra identità pastorale enunciarla a chiare tinte e cercarne una continua interna coerenza.
Sotto questo taglio di interesse, abbiamo già più volte parlato di problemi di educazione sportiva, anche nei risvolti tecnici che il fatto comporta (cfr. 1973/3). Il progetto editoriale di quest'anno ne prevede uno sviluppo più accurato, soprattutto allargando l'argomento al rapporto tra strutture (sport, interessi giovanili, oratorio, gruppi...) e animazione pastorale.

C'È UN MODO DIVERSO DI FARE SPORT?

I fatti

Una «rivoluzione» culturale sportiva di notevole interesse sta avvenendo da qualche mese, ignorata dalla «grande» stampa sportiva e, talvolta, persino dagli stessi giovani protagonisti. Ne è «responsabile» il Centro Sportivo Italiano, l'associazione di ispirazione cristiana che da un trentennio è impegnata a promuovere l'attività sportiva giovanile come servizio di maturazione individuale e sociale.
Gli studi e le proposte si andavano moltiplicando, in questi ultimi tempi; ora si è decisamente passati alla loro realizzazione. Quattro incontri nazionali di corsa campestre e uno di tennistavolo hanno costituito il primo banco di prova di quel nuovo modo di fare sport che è conseguenza diretta di un preciso modo di concepire lo sport.
Ecco il commento di Stadium (n. 7/1973, p. 21):

«Non più lo stress di una finalissima senza respiro (spettacolare, certamente, ma carica di tensione, nervosismo, patemi d'animo per tutti), ma la tranquilla responsabile manifestazione fatta da tutti e per tutti, per rispettare il principio di esprimere, senza problemi, la voglia di fare sport, di correre, di lottare anche, per un qualcosa però che non si chiami più "classifica", "punteggio", "premiazione".
È un grosso salto in avanti nella qualificazione stessa dello sport; un salto che forse tutti non potevano già comprendere, specie se si collega alle altre «novità» della campestre di quest'anno quali, ad esempio, la piena responsabilità dei Consigli regionali nella gestione dell'intera attività locale, la possibilità per i Consigli provinciali di avere ammessi alla gara nazionale più atleti.
È chiaro che questa strada deve subire dei necessari ritocchi, ma la formula riteniamo che sia esatta».

Il progetto

Per capire come e perché si è giunti a fare questo salto di qualità che sta trasformando i campionati in incontri, è necessario rifarsi alla relazione presentata al congresso nazionale CSI-FARI unificati svoltosi a Roma dall'i al 4 giugno 1972.

«È un fatto – si legge alla tesi n. 8 – che l'attività sportiva, come viene comunemente intesa e organizzata, basata sulla selezione piramidale e sul risultato tecnico, non è un'attività sportiva per tutti: di fatto emargina la massa, i mediocri, i meno dotati, quelli che hanno minori possibilità di istruirsi sul piano tecnico e di allenarsi convenientemente.
È indubbio, inoltre, che uno sport basato essenzialmente sull'agonismo e sull'ansia del risultato non favorisce, blocca anzi, la realizzazione delle virtualità umane, educative, dell'esercizio sportivo: anche per questo motivo, un tale tipo di sport non risponde alle esigenze di un servizio sociale.
Far della promozione non vuol dire soltanto aumentare il numero dei praticanti o anche soltanto rendere polisportive le nostre società e i comitati. Promozione sportiva vuol dire anche e soprattutto promozione umano-sportiva, fare cioè della pratica sportiva una positiva esperienza umana».

Il lettore non si lasci ingannare: anche se spoglie di toni violenti e duri, le tre frasi riportate contengono molto più di un'accusa a un certo costume sportivo; costituiscono in realtà una radicale contestazione dell'attuale prassi campionistica e postulano un cambio di direzione.
Gli attuali campionati, anche giovanili, non soltanto sono fonte di frequenti compromessi e di strumentalizzazione degli atleti; non solo generano assilli tecnico-organizzativi e complicazioni burocratiche; non solo impegnano gran parte del poco tempo libero dei responsabili adulti; questi campionati privilegiano i giovani che hanno meno bisogno di fare sport e non favoriscono la loro maturazione umana. In parole semplici, non servono a raggiungere le finalità educative proprie dell'associazione.

Due domande

Nel documento l'ostracismo ai campionati non è affermato a chiare lettere; è anzi negato. Ma le premesse per attuarlo sono chiare: «sua maestà il campionato» ha fatto il suo tempo. Bisogna cambiare strada. Ma come cambiare? e, soprattutto, è possibile cambiare?
La maggiore difficoltà è posta non dalla prima, ma dalla seconda domanda: può davvero esistere un'attività che implica necessariamente l'agonismo e il confronto diretto, ma che non sia selettiva, classista, che non elevi i valori di efficienza tecnica a criterio di giudizio per l'uomo, che non sia uno scontro di atleti ma incontro di persone? Possono coesistere competizione e collaborazione nello sport?
La risposta suppone innanzi tutto un'analisi dell'aggressività, di cui l'agonismo sportivo è una espressione, per capirne l'origine e gli oggetti che la gratificano.

L'aggressività

«Nessun argomento – ha scritto Eugenio Gaddini – ha avuto in psicoanalisi uno sviluppo più ricco e avanzato, e insieme più elusivo e scoraggiante, di quello dell'aggressività».
Circa l'origine di questa pulsione esiste la solita controversia: natura (nel senso di patrimonio genetico) o ambiente (patrimonio culturale) ? Le opinioni vanno dalla convinzione che il comportamento aggressivo ha una base filogenetica, quindi naturale, alla teoria che esso è una «risposta appresa», con nessuna base biologica preformata, interamente determinato da forme ambientali, come il condizionamento culturale [1].
Lasciando aperta la controversia sull'origine dell'aggressività si può convenire con il Gillespie nel considerarla «un elemento fondamentale irriducibile della costituzione umana».
«Ogni giorno, ogni sera sentiamo che dobbiamo nutrirci, assicurarci la soddisfazione dei bisogni essenziali, difenderci, proteggerci, migliorare le nostre posizioni; e l'energia occorrente per questa attività è certamente di natura aggressiva. La stessa natura dell'uomo, come degli animali, esige che per vivere si sia capaci di attaccare e incorporare la preda; e la stessa digestione è disgregazione di materia organica» (N. Perotti).
La pulsione agonistica appare come manifestazione di un istinto di vita primario, canalizzabile verso scopi individualmente e socialmente utili, mai reprimibile. È uno stimolo psichico che sta alla sua motivazione profonda come, sul piano biologico, la fame sta al bisogno di conservazione. Aggressività e fame sono anzi due stimoli di diversa natura, ma riconducibili alla stessa motivazione: conservazione e crescita personali. La risposta allo stimolo della fame è il cibo, mentre le risposte che gratificano la spinta aggressiva coprono una vasta area di attività, anche contraddittorie: lo scontro frontale con l'avversario-nemico o l'incontro con l'avversario-amico; l'eliminazione di un contendente lo stesso posto o la collaborazione per costruire un medesimo progetto; la conquista di un titolo per affermare un superiore status individuale o la donazione di sé per affermare un ideale; l'ambizione di crescere a spese di altri o quella di crescere con gli altri.
L'energia aggressiva, come tutte le forze della natura, è al di fuori del bene e del male: è una forza cieca che sta alla base di ogni eroismo e di ogni misfatto; può associarsi con scopi di tipo costruttivo o distruttivo. La costruzione della nostra personalità e della società, tuttavia, è sempre condizionata dalla disponibilità e dall'uso di questa energia.
Lo sport, che è un modo di espressione di questo impulso, non è concepibile senza di esso. Infondate appaiono quindi le ipotesi di uno «sport non agonistico» e la condanna dello «sport competitivo». Senza competizione, l'attività sportiva diventerebbe un giocherello da bambini.

DALLE PAROLE AI FATTI: UNA PROPOSTA A «TUTTI»

È invece urgente cambiare le risposte, gli obiettivi assegnati oggi allo sport. Li conosciamo tutti quali sono, e ne vediamo le conseguenze: idolatria dei campioni, alienazione dei tifosi, sovvenzioni di denaro pubblico alle squadre-spettacolo e alle società-vivai di campioni. La pulsione agonistica canalizzata verso obiettivi di natura tecnica ha reso lo sport occasione di scontro tra atleti e di polemiche con gli arbitri, di divismo per i vincitori e di frustrazione per i vinti, privilegio dei forti ed emarginazione dei deboli, ricerca angosciosa di successo e di denaro: uno sport in cui il risultato sta alla gara come il voto all'esame.
Il nuovo progetto di attività sportiva nella quale l'uomo diventi realmente ciò che è per natura, cioè soggetto e fine di ogni azione, esige non la eliminazione (del resto impossibile, come abbiamo visto) dell'agonismo, ma un radicale cambiamento degli attuali obiettivi e dei modi concreti della sua attuazione.

Cambiare le motivazioni

La scelta dei modi è conseguente alla scelta degli obiettivi; questi dovranno essere cercati non più, come ora, al di fuori, ma all'interno del soggetto. La vittoria è un traguardo che si situa all'esterno dell'atleta, un elemento che non aggiunge niente a ciò che egli è o ha. Essa è solo l'occasione e lo stimolo per sprigionare il massimo delle capacità psicofisiche latenti, non è lo scopo dello sport. Questo si deve cercare nell'area psichica, fisica e morale dell'atleta, per arricchirla dei valori liberati dall'attività agonistica.
Una esemplificazione di questi scopi potrebbe elencare l'impegno, la responsabilità verso avversari e compagni di gara, la creatività, la gioia, l'amicizia, l'autocontrollo, la collaborazione, il dialogo: qualità umane spesso nascoste nell'individuo, che vengono risvegliate e attivate dal fatto sportivo. In questa visione la vittoria più bella deve ritenersi quella riportata su di sé, sull'egoismo che tende a strumentalizzare gli altri e ad affermare sempre e comunque il proprio io.
Nella definizione rigorosamente scientifica dello sport entrano il gioco, il movimento, l'agonismo, non la vittoria. Diversamente, chi perde non farebbe sport! L'elemento «successo tecnico» è estraneo alla natura dello sport, e se oggi sembra così connaturato con essa, tanto che molti non riescono a capire come ci si possa divertire... perdendo una gara, ciò dipende dalla mentalità commerciale e utilitaristica che si è affermata nella nostra cultura secondo cui il successo è uno dei valori sommi della vita.
Per attuare il nuovo progetto è necessario convincersi che il fine dell'agonismo sportivo si esaurisce nel misurarsi con l'avversario (sia esso una persona o un'asticella, una parete rocciosa o una distanza) per «educare», trarre fuori da sé il massimo di conoscenze, di abilità e di prestazioni psico-fisiche di cui si è capaci, al fine di integrarle nella struttura della persona. La conoscenza delle proprie qualità operative, tendenziali e affettive, acquisita nelle competizioni sportive mette il soggetto in grado di collegarle e ordinarle alla «costruzione» della propria personalità. Esse costituiscono risposte al profondo bisogno di crescita e agli interrogativi metafisici che egli si pone sul senso della vita, della realtà e del suo rapporto con essa.

Cambiare le strutture

Tutto questo discorso si regge se è sorretto da un'adeguata conversione strutturale. Uno sport selettivo, condizionato dal campionismo, mai potrà diventare il luogo di circolazione di valori umani e cristiani.
Si tratta innanzi tutto di prendere coscienza che il sistema sportivo attuale non è l'unico possibile, che le attuali strutture non sono «dati» immutabili, ma progetti storicamente realizzati e quindi trasformabili. Il reale, infatti, non è solo ciò che oggi esiste; è formato anche da tutti i possibili futuri che solo a chi non ha fede e speranza appaiono come impossibili. Il possibile, anzi, fa parte del reale e nasce dall'iniziativa dell'uomo e dalla sua azione.
Se è anche cristiano, questo uomo sa che la Fede non genera rassegnazione alle realtà esistenti, ma impazienza e atteggiamento critico. Come i profeti di Israele, egli si impegna a combattere l'idolatria delle cose e delle istituzioni. Spera nella risurrezione che non è solamente un «fatto» consegnato al passato, ma un «atto» creatore che avviene tutti i giorni. Credere per il cristiano significa allora non solo inserire la risurrezione nella prospettiva della storia individuale e sociale, ma porre la storia nella prospettiva della risurrezione.
Questa, nello sport, è affidata agli animatori culturali, cioè a coloro che sono capaci di credere in una vita diversa, anche nello sport. Per dare tuttavia credibilità e concretezza a questo discorso di rinnovamento dei contenuti del fatto sportivo è necessario un taglio con il passato, con le vecchie strutture fatte su misura di uno sport fine a se stesso.
Tra le possibili soluzioni, scegliamo le tre seguenti che proponiamo alla riflessione degli operatori sportivi.

Cambiare i criteri di promozione 

Una prima proposta ritiene che non sia necessaria l'abolizione degli schemi organizzativi tradizionali (i campionati); è sufficiente cambiare i criteri di promozione e di passaggio delle squadre.

«Si può tentare – scrive A. Notarlo – una classifica che tenga conto non solo di ciò che avviene sul campo, ma anche di quanto è vissuto fuori. Una società che ha anche attività femminile, ha un certo punteggio. Una società che promuove attività con i giovanissimi ha altri punti. Per cui, al limite, può essere promossa alla fase successiva anche l'ultima classificata sul campo di gioco.
Non è detto che così non ci si diverta e non si faccia dello sport. Ci sono molte nostre società, fiorentissime, che da anni rifiutano di partecipare alle finali nazionali che una volta programmavamo. Scelgono quell'agonismo che permette di divertirsi. E non quella competitività che emargina e quindi discrimina» (cfr. Note di Pastorale Giovanile, marzo 1973, pp. 63-64).

Cambiare il metro di valutazione

La seconda ipotesi, ugualmente, non rifiuta i campionati; rifiuta la valutazione degli atleti in base ai risultati tecnici. Se l'uomo deve essere valutato perché è uomo e non perché produce un certo risultato, il riconoscimento a fine gara dev'essere uguale per tutti, sia per chi ha vinto, sia per chi è stato superato.
Scrive R. Grandis:

«Dare un titolo (campione provinciale o nazionale) o un premio a chi vince, significa trasformare l'agonismo in campionismo; e allora è esatto il termine «campionato», cioè ricerca del campione. A prima vista può sembrare assurdo, ma proviamo a pensarci. Gianni e Nicola si misurano nel salto; la carica energetica che entrambi possiedono, canalizzata nell'agonismo, porta l'uno a tentare di superare l'altro: è positivo. Ciò che non è più positivo è che io, che mi pongo come «educatore», dia un premio a Gianni che ha vinto e niente, o un premio inferiore, a Nicola che è stato superato.
Farò, in tal modo, una valutazione in base all'abilità tecnica, non in base alla persona. Non avrò fatto la scelta-uomo. Continuerò cioè a considerare come predominanti quei valori che oggi la società già ci propone copiosamente: vale di più chi fa carriera, chi è più ricco, chi è più astuto, chi arriva primo. Non sarò certamente un educatore e lo sport non avrà proposto niente di nuovo. Anzi, avrà consolidato i falsi miti» (cfr. Il Setaccio, gennaio 1973, p. 3).

Abolire i campionati 

Partendo dalla situazione concreta di uno sport scontro impietoso di atleti, la terza proposta prende in considerazione l'abolizione dei campionati giovanili come condizione indispensabile, anche se non sufficiente, per la nascita di uno sport dal volto umano. Il pericolo di togliere così ai giovani l'interesse e il gusto di fare sport non è reale per chi sostiene questa ipotesi.
«Ci si è mai resi conto che gli atleti partecipanti alle fasi regionali e nazionali dei campionati sono pochi rispetto a quelli che vengono eliminati nelle fasi provinciali, e sono ancora meno rispetto a quelli che non partecipano nemmeno alle fasi provinciali? Allora, quali e quanti sono gli atleti che ci rimetterebbero da una eliminazione dei campionati? Quanti e quali invece quelli che avrebbero tutto da guadagnare da una sostituzione dei campionati con più manifestazioni locali aperte a tutti e il meno possibile selettive?» (R. Zanon, in Stadium, n. 2/ 1973, p. 20).

Proposte concrete

Circa l'attività sportiva 

Le esigenze di questa progressiva radicale trasformazione dello sport sono state recentemente tradotte in indicazioni programmatiche, da attuarsi nella stagione sportiva 1973/74, dal Consiglio Nazionale CSI del 1-3 giugno 1973:

«1) eliminare le finali nazionali, che avranno nelle fasi interregionali di alcune discipline e categorie un'occasione di interscambio e la possibilità di realizzarsi come "feste dello sport" fra giovani di varie regioni, insieme alla popolazione delle località che li ospiteranno;

2) demandare alle strutture locali (provinciali e regionali), sia la regolamentazione delle attività che si svolgono al loro livello, sia il giudizio sulle attività stesse, in modo che le norme sportive e le eventuali infrazioni possano essere determinate sulle situazioni locali per rispondere alle esigenze specifiche delle persone che praticano sport nella zona;

3) responsabilizzare il livello locale su tutti i piani: dal tesseramento alle procedure di riconoscimento degli atleti, alle questioni tecnico-burocratiche, realizzando così un'ulteriore possibilità di partecipazione diretta alla gestione e al controllo delle attività che è segno di corresponsabile gestione dell'Associazione, e allo stesso tempo strumento attraverso cui essa si realizza» (cfr. CSI-flash, 27 giugno 1973, pp. 35-36).

Circa l'amministrazione della giustizia 

Un ulteriore passo in avanti potrebbe riguardare la giustizia sportiva, da amministrarsi tenendo presenti queste proposte:

1) Introdurre in alcune discipline sportive la espulsione a tempo determinato, come avviene attualmente nella pallavolo. Esempio: un atleta che commetta una infrazione disciplinare può essere sospeso dalla gara per un tempo o per un certo numero di minuti, secondo una misura fissata dal regolamento o lasciata alla discrezione dell'arbitro. L'atleta potrà essere espulso in modo definitivo dal gioco solo in caso di recidività.
2) Le commissioni giudicanti, prima di infliggere punizioni che comportino squalifiche, dovrebbero dare agli imputati la possibilità di difendersi, in ossequio a un elementare criterio di giustizia. Le squalifiche perciò dovrebbero essere comminate non solo dopo la visione degli atti ufficiali della gara, ma anche dopo aver ascoltato la società e il giocatore interessati.
3) Una simile procedura potrebbe essere adottata per l'esame dei reclami. Le commissioni giudicanti dovrebbero decidere sempre dopo aver ascoltato le parti interessate, e magari emettere le decisioni alla loro presenza.
4) Inserire l'istituto della «condizionale» nei provvedimenti disciplinari più gravi. Per le squalifiche sino a tre anni, ad esempio, l'atleta si dovrebbe sospendere dall'attività solo per tre mesi; trascorsi i tre mesi potrebbe riprendere l'attività. Nel caso di ulteriori gravi infrazioni egli dovrà scontare tutta la pena con eventuali aggiunte a causa della recidività. Per le squalifiche superiori a tre anni e per quelle definitive, la sospensione iniziale dell'atleta potrebbe essere di un anno.

Conclusioni

Queste proposte intendono offrire spunti di riflessione e di ricerca a chi è impegnato, sul piano educativo o pastorale, a mediare le istanze della realtà con quelle dell'utopia; più che soluzioni di un problema, sono indicazioni di un itinerario.
La loro accettazione è resa difficile certamente dall'abitudine di vedere quotidianamente uno sport diverso da quello che esse propongono. I timori di fronte a questo nuovo progetto sportivo e alle scelte organizzative consequenziali potrebbe però risiedere soprattutto in ciò che lo psicologo Allport rimproverava a certi colleghi americani: l'incapacità di rappresentare il futuro e il ripiegarsi sullo studio dei meccanismi della condotta passata, mentre il modo di pensare e di agire degli individui è tutto proteso verso l'avvenire.
Siamo sempre un po' condizionati dalle scelte di coloro che ci hanno preceduto sulla stessa strada, e a ragione il Koestler afferma che «è più difficile disimparare che imparare».
Queste considerazioni, tuttavia, non giustificano il disimpegno né rendono meno urgente coraggiose scelte per uno sport nuovo, a misura d'uomo. Almeno per chi ritiene che l'esperienza sportiva ha forza educante solo se diventa esperienza di valori umani e cristiani.

NOTE

[1] Ulteriori controversie si accentrano sul problema se vi siano zone aggressogene equivalenti, o almeno paragonabili, a quelle erogene. Parecchi autori fanno notare la loro ovvia assenza (Brenner), altri considerano la muscolatura come zona aggressogena (Stone), altri considerano l'apparato motorio non come l'origine ma come l'organo esecutivo dell'aggressività (Gillespie).