La sorpresa

di un Nobel

bobdylan

In occasione del conferimento a Bob Dylan del Nobel per la letteratura, che ha suscitato entusiasmi e critiche, pubblichiamo due articoli "laudativi" di qualche anno fa da parte di due illustri estimatori

 

Bob Dylan, la poesia della voce
Roberto Mussapi

È un evento. È il Nobel per Letteratura per la prima volta non assegnato a un autore di libri. Bob Dylan, nome d’arte di Robert Zimmerman, è un autore di musica che nasce insieme con le parole. È quindi interprete di dischi: il primo autore di dischi a vincere il premio massimo destinato agli scrittori di libri. Il disco è voce, registrata, impressa, la sua storia inizia con il microsolco: anche la scrittura, alle origini, nelle caverne, fu un microsolco, una traccia sottile nascente prima sulla pietra, poi, millenni come fossero attimi, sulla pelle, pergamena, poi sulla carta. Per fissare la voce.
Verba volant, scripta manent: la parola scritta permane, fissa, nasce per salvare e memorizzare: che cosa? L’irraggiungibile flatus vocis della parola originaria fuggente come l’immagine riflessa nell’acqua di un torrente. I Greci, la più importante civiltà letteraria del mondo antico (ho detto la più importante, non l’unica), prima di Roma, inarrivabile fucina di poeti, usano in origine le parole scritte per annotare otri, misure di cereali, pesi di argento (preistoria notarile), ma per il resto, per la loro vita, ascoltano i poeti, gli aedi, a volte analfabeti, che raccontano, accompagnandosi con strumenti a corde e, salmodiando, i miti: storie delle origini che proseguono nel tempo, in variazioni infinite, in cui si mescolano eventi accaduti e storie inventate.
Mi devo pronunciare, un poeta si deve necessariamente pronunciare sul primo premio Nobel per la Letteratura assegnato a un autore non di opera letteraria. Ma di parole unite alla musica, inscindibilmente nate ed espresse nel canto e, in seguito, in sala d’incisione, registrate, in origine sulle tracce concentriche di un microsolco, emblema di perfezione misterica e pitagorica: la voce che nasce perché una puntina, in origine di diamante, perfora delicatamente un solco, mentre il disco, colme il mondo, ruota.
Un poeta è forse più adatto di altri a esprimersi in una caso del genere, sicuramente più tenuto, moralmente, a farlo. Perché questo Nobel non premia la letteratura; e il poeta, come ogni autore di letteratura vive un sentimento che va dalla perplessità alla condanna. Ma mentre il romanziere, il critico, lo storico di letteratura, il traduttore letterario, vedono illegittimamente attribuito un premio a chi autore di letteratura non è, ufficialmente non è, il poeta, perfettamente d’accordo con loro, poiché anch’egli autore di libri, scritti, stampati, a volte anche letti, nello stesso tempo è uno che lavora con il mistero della voce. Anzi in quel mistero vive.
La poesia nasce da una voce a cui devi dare forma e memoria: in origine è musica e voce, prima di tutto è suono, poi, pitagoricamente, alchemicamente, sciamanicamente, quel suono diviene forma, immagini, racconto, per tornare suono nelle orecchi del lettore, che sfoglia la pagina. Sì, viva Bob Dylan e viva il Nobel a Bob Dylan, non in quanto musicista, cantante, chitarrista eccellente, ma perché è qualcosa di unico, irripetibile: una voce che nasce con la musica e si fa universale. La voce roca e le corde della chitarra riportano a un momento fondante e ancestrale della poesia. Se qualcuno intende che così si promuova la categoria dei cantautori al cerchio dei Boccaccio, dei Melville, dei Baudelaire, sbaglia. Nessuno sta promuovendo a poeti i cantautori, che fanno un altro lavoro. Spesso benissimo. Meglio un grande cantautore, un Tenco, un Paoli, che un mediocre poeta. Ma i campi restano distinti.
Bob Dylan, il menestrello e simbolo rock Bob Dylan, è altro: è il ritorno potente della voce e delle corde a cantare poeticamente il mondo, è la risposta universale, più che popolare, della voce umana che cerca di dare vita alla vita. Quella voce che un grande Nobel, Samuel Beckett, vede unica forma di resistenza umana in un mondo paralizzato e sprofondante. E che Dylan riporta, risveglia, alla sua conscia, faticosa fanciullezza. Il Nobel a Dylan è il Nobel al rock come poesia, come forza spirituale che irrompe nel Novecento esangue e languente. Contiene altre voci, di Billie Holiday, di Janis Joplin, di Jagger, di Van Morrison, di Neil Young, che vennero, cantano e verranno.
Bob Dylan non è a mio parere il più grande del rock, la musica che anima il mondo e salva la vita (sì, salva la vita, colme dice Wenders): credo che nessuno sia e sarà mai il rock come i Rolling Stones. Si offrono, ogni volta che Mick corre scatenato sulla passerella rischia che se lo mangino, come Dioniso e Orfeo. Ma quelli sono una band. Dylan è solo, primordiale, un uomo, uno strumento a corde. Rispetto agli Stones meno generoso, certo meno attento al prossimo, come purtroppo molti poeti. Ma è potenza elementare e raffinatissima della musica, parole che rinascono, come alle origini. Solo in assoluto, voce, corde, parole, canto, come Orfeo. È unico, geniale.
Nobel pe rla letteratura.
Letteratura orale, letteratura prima di essere scritta, letteratura originaria. Cantata, fatta canto.
A una condizione: che questo premio, unico e assoluto, resti tale. La musica, anche quella che si fonde con la parola, continui la sua strada, il Nobel resti ai libri. Con questo vitale e coraggioso riconoscimento alla magia della parola che nasce da voce e suono. E che non fa dimenticare i premi Nobel inspiegabilmente negati ai grandissimi poeti Luzi e Bonnefoy. Ma, ripeto, il Nobel a Bob Dylan è il premio a un vento di cambiamento dello spirito e a una nuova forza nata in un secolo debilitato e spesso rinunciatario. Sì, ha ragione Wim Wenders, il rock irrora la vita.
(Avvenire, 14 ottobre 2016)


Nobel per la letteratura
Angela Calvini

Un Nobel per la letteratura a sorpresa per Bob Dylan, anomalo come quello che venne conferito a Dario Fo nel 1997. Fo “il giullare”, Dylan “il menestrello”. Qualcuno storse il naso allora, ed altri lo storceranno forse adesso, nonostante Bob Dylan più volte sia stato in predicato negli anni per una possibile vittoria. Quando oggi la portavoce dell’Accademia svedese ha pronunciato a Stoccolma il nome del cantautore, musicista e scrittore statunitense, si è sentito un boato da parte della stampa.
Nobel per la letteratura a Dylan «per aver creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana». Per la prima volta la canzone viene ufficialmente ammessa nell’Olimpo della poesia e dell’alta letteratura. Un’arte che, nel suo approccio popolare, è in grado di entrare nelle vite e ancor più nelle coscienze delle persone, e che autori come Dylan hanno contribuito a plasmare come autentiche espressioni del Novecento e delle sue inquietudini. Una forma alta di espressione che l’industria musicale del Terzo millennio, oramai basata sul business dell’effimero globale, rischia di affossare per sempre.
Robert Allen Zimmerman da Duluth, Minnesota, classe 1941, ha battuto la concorrenza degli scrittori più gettonati nel toto nomine, a partire dal favoritissimo kenyota Ngugi Wa Thiong’o, tallonato dal poeta siriano Adonis (ambedue con una storia di persecuzione alle spalle), fino al giapponese Haruki Murakami sino agli americani Don De Lillo, Philiph Roth e l’israeliano Amos Oz. Ci si aspettava un Nobel politico, e in effetti, a ben guardare, ha tutta l’aria di esserlo. Un Nobel al cantore della pace, del dialogo, dell’America degli ultimi va a infilarsi dritto in mezzo alla campagna elettorale per l’elezione del presidente degli Stati Uniti, una campagna dura e senza esclusione di colpi fra Donald Trump e Hillary Clinton.
Bob Dylan è il primo americano a vincere il Nobel dai tempi di Toni Morrison nel 1993. Non a caso il cosiddetto «menestrello della controcultura» nel 2008 aveva conquistato il Pulitzer per «il potere poetico delle sue canzoni».
Un tipo di letteratura "orale" quella del cantautore statunitense, al pari del grammelot di Fo, fatta di versi densi ed evocativi, intonati da una voce graffiante accompagnata dall’inconfondibile armonica. A 75 anni, sempre in pista col suo Never Ending Tour, Dylan mantiene ancora vive le canzoni che hanno fatto storia. Il suo stile, fin dagli esordi ispirato alla tradizione folk di Woody Guthrie, e i suoi testi lo hanno fatto assurgere a pietra miliare della canzone degli ultimi 50 anni.
Nipote da parte di padre di due emigranti dalla città ucraina di Odessa negli Stati Uniti dopo i pogrom antisemiti del 1905, Dylan emerse nei primissimi anni 60 come figura dominante del movimento folk incentrato nel Greenwich Village di New York. Ma negli anni il suo stile si è evoluto, sempre in prima linea sui diritti civili, scrivendo a partire dal 1962 brani di protesta e inni quali Masters Of War, Don't Think Twice It's All Right, A Hard Rain's A-Gonna Fall e, soprattutto, il brano pacifista Blowin' In The Wind. Il primo brano di successo in radio fu Like a Rolling Stone nel 1965 mentre Knoking’ On The Heaven’s Door è diventato un classico, reintepretato in mille modi dai tanti artisti influenzati dalla sua arte. Molti i temi sociali e le storie umane raccontate nelle sue canzoni, a partire da Hurricane, del 1975, dedicata al pugile nero Rubin "Hurricane" Carter, che era stato imprigionato per triplice omicidio a Paterson, nel New Jersey.
Brani fortemente influenzati dalla letteratura e dalla storia americana, che affrontano con taglio anticonvenzionale, appellandosi alla controcultura del tempo e sfidando la musica pop, temi politici, sociali e filosofici.
Nel corso della carriera Dylan ha pubblicato 59 album, di cui 36 in studio, 13 live e una serie di 12 raccolte ricevendo vari Grammy tra il 1973 e il 2006, e il premio Oscar per la miglior canzone originale (Things Have Changed, dal film Wonder Boys) nel 2001. L’ultimo album, Fallen Angels, è uscito lo scorso maggio e raccoglie interpretazioni di brani della tradizione statunitense insieme ad altre reinterpretazioni di canzoni di Sinatra. L'Accademia svedese ricorda anche la pubblicazione di Tarantola, il suo romanzo sperimentale, di ispirazione autobiografica pubblicato nel 1971. In Italia l'ultima volta è tornato lo scorso anno in tour mentre Francesco De Gregori ha di recente pubblicato l'album De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto.
Ma molti ricordamo ancora quando Bob Dylan cantò davanti a papa Giovanni Paolo II il 27 settembre 1997 al Congresso Eucaristico di Bologna. Iniziò con Knockin’ on Heaven’s Door, proseguì con A hard rain’s gonna fall. Al termine dell’ultima strofa s’interruppe, salì i gradini verso il Papa, inciampando, si tolse il cappello e gli strinse la mano. Un gesto inaspettato e sincero. Wojtyla riprese le strofe di Blowin’ in the wind, e diede la sua risposta, «Io sono la via, la verità e la vita», all’interrogativo che Dylan aveva lasciato soffiare "nel vento".

L'Osservatore Romano: premio alla carriera

Il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan è "una sorta di premio alla carriera, che certamente riconosce il grandissimo talento dylaniano nella scrittura dei testi, ma che altrettanto certamente non deve avere fatto piacere agli scrittori veri, quelli che conoscono l'enorme fatica che comporta la scrittura di un romanzo". Lo sottolinea l'Osservatore Romano. "Alcune sue liriche sono bellissime, di un'intensità di cui solo i veri artisti sono capaci. Altri testi - rileva il quotidiano - riescono a pungere, destinati come erano a scuotere le coscienze assopite e così distratte da non percepire i grandi cambiamenti in atto negli anni Sessanta". Il quotidiano della Santa Sede evidenzia le qualità di Dylan: "Ha composto canzoni, con testi a volte bellissimi, in grado di influenzare intere generazioni di cantautori, molti dei quali davvero noiosi. Il suo merito maggiore, forse, va rinvenuto nella sua ferrea volontà di restare estraneo alla logica dello show business, pur rimanendo una stella di prima grandezza. Un invito a non conformarsi. E a pensare con la propria testa".

 

La Bibbia di Bob Dylan
Brunetto Salvarani


“Bob Dylan è un vero profeta, sulla scia dei saggi dell’Antico Testamento”
(Seth Rogovoy)

È indubbio che il riferimento alla Bibbia rappresenti un punto di riferimento costante lungo tutto il cammino creativo di Bob Dylan, di famiglia ebraica e iniziato alla religione con la cerimonia del bar-mitzvà nel 1954.
Buona parte dei suoi primi successi, a partire dalla celebre Blowin' in the Wind, s’ispira chiaramente a passaggi dei libri di Ezechiele e Isaia, mentre – secondo Alessandro Carrera – “la sua opera potrebbe essere letta come una sorta di ripetizione della Bibbia, una grande storia di ritorno al paradiso perduto”. Dai suoi ricordi giovanili (nasce a Duluth nel ’41) si può cogliere che il suo sentimento di appartenenza alla comunità ebraica è sfumato e debole. Ha un primo approccio col testo biblico in famiglia, che diventa più sistematico con la frequentazione del rabbino per la preparazione del bar-mitzvà, ma l’ambiente in cui cresce è tutt’altro che facile: con la post-adolescenza si registrano i primi conflitti col padre Abe, il cui carattere autoritario e i costumi borghesi mal si combinano col carattere del figlio, inquieto e ribelle al punto da eleggere a eroi gli interpreti della gioventù bruciata dell’epoca, i vari Dean e Brando.
Dylan non solo rigetta l’educazione familiare ricevuta, ma diverrà un dropout, svincolato da qualsiasi dovere nei confronti di famiglia e società. Ma la Bibbia, nonostante tutto, resta un testo di riferimento capitale e ricorrente nella sua produzione artistica: Dylan legge la Bibbia essenzialmente da poeta, come insuperabile repertorio di metafore e di parabole, o come grande codice della civiltà. Più un riferimento culturale che pietra d’angolo su cui si regge l’universo spirituale dell’artista.
Eppure, a un certo punto del suo percorso Bob praticherà la canzone come atto di fede: sa di avere un pubblico vasto davanti, di possedere un carisma capace di suscitare la massima attenzione possibile. Al riguardo è esemplare la famosa e controversa trilogia cristiana, gli album incisi dal 1979 al 1981, in un momento particolare della sua vita. A metà degli anni Settanta il rapporto con la moglie Sara inizia a deteriorarsi, tra infedeltà del marito, liti e incomprensioni, fino a sfociare in divorzio nel 1977: la crisi ha come esito la conversione alla religione cristiana e, in particolare, alla Vineyard Fellowship, una chiesa evangelica fondata dal pastore Ken Gulliksen, presso la quale passa qualche mese, per cinque giorni la settimana, a studiare la Parola di Dio.
Da qui nascono gli album – Slow train coming, Saved e Shoot of love – in cui Dylan non si risparmia nel cantare la nuova fede, utilizzando spesso le forme musicali del gospel, con brani nel complesso deludenti. Se oggi, al netto delle critiche che piovvero ai tempi sul capo del reborn, del rinato a Cristo, si può convenire sull’ottima cura degli arrangiamenti e sulle capacità vocali sfoggiate nell’occasione, certi testi sono lontani anni luce da precedenti prove: “Quando la distruzione arriverà improvvisa/ e non ci sarà tempo per un ultimo addio/ avete deciso da che parte stare?/ Col paradiso o con l’inferno?/ Siete pronti, siete pronti?”. La canzone, Are you ready?, è inserita in Saved, album con cui Dylan esce definitivamente allo scoperto, usando toni talmente perentori che rischiano di sconfinare nel fondamentalismo. Qui la Bibbia di Bob è implacabile, non fa sconti, richiede una fede “aggrappata a una solida roccia” (da Solid rock).
Per ritrovare canzoni dal sapore biblico ma anche efficaci artisticamente, conviene tornare al Dylan classico, quello degli esordi. Ad esempio, a A hard rain’s a-gonna fall (da Freewheelin’ Bob Dylan del ‘63), scritta al tempo della crisi dei missili a Cuba e che ha ispirato generazioni di musicisti: “Ho visto un bimbo appena nato con lupi selvaggi tutti intorno/ Ho visto un’autostrada di diamanti e nessuno che la percorreva/ Ho visto un ramo nero e sangue ne scorreva/ Ho visto una stanza piena di uomini con martelli insanguinati/ Ho visto una scala bianca tutta ricoperta d’acqua/ Ho visto diecimila persone parlare con lingue spezzate/ Ho visto armi e spade affilate nelle mani di bambini/ E una dura, e una dura, e una dura, e una dura/ e una dura pioggia cadrà”. Il pezzo, che fu letto in chiave di protesta contro la corsa agli armamenti e la paura per una terza guerra mondiale che sembrava prossima, trascende però il suo primo livello di lettura e acquista un significato universale, grazie alla presenza di diversi riferimenti biblici. Innanzitutto l’uso delle numerazioni, tipiche del Primo Testamento (dodici montagne nebbiose, sei strade contorte, sette tristi foreste, dodici oceani morti, diecimila miglia nella bocca di un cimitero, diecimila persone che parlavano, cento tamburini, diecimila persone bisbigliare); poi le immagini, simboliche o meno, degli eventi catastrofici. A hard rain’s a-gonna fall è il primo di una lunga serie di brani in cui Dylan userà toni profetici per dire della malvagità del mondo e della necessità di un cambiamento profondo. Anche nel terzo disco (The times they are a-changin’, ‘64) si trovano canzoni del genere: in When the ship comes in egli canta che “I mari si divideranno/ e le navi si scontreranno/ e le sabbie sulla riva tremeranno./ Poi la marea risuonerà/ e le onde scrosceranno/ e il mattino comincerà a sorgere/ ...e le rocce sulla sabbia/ si ergeranno fiere,/ l’ora in cui la nave arriverà in porto/ …i nemici si alzeranno/ con il sonno ancora negli occhi/ e dai letti si scuoteranno…/ …Allora alzeranno le mani/ dicendo ‘Faremo ciò che volete’,/ ma noi dalla prua grideremo ‘i vostri giorni sono contati’./ E come il popolo del Faraone, saranno sommersi dalla marea, e come Golia saranno vinti”.
Curiosamente una delle migliori fra le sue ultime canzoni, del 2000, richiama The times they are a-changin’, sia per il titolo (Things have changed, Le cose sono cambiate) sia per l’approccio, anche qui, da fine del mondo: “Ho camminato sulla cattiva strada per quaranta miglia/ se la Bibbia dice il vero il mondo sta per esplodere”. Una lunga fedeltà, quella alla Bibbia, al di là delle giravolte esistenziali, per il menestrello di Duluth più volte candidato al Nobel per la letteratura e ora (13 ottobre 2016) "finalmente" premiato

 

Sant'Agostino amato da Bob Dylan
Gianfranco Ravasi


Settant'anni fa, il 24 maggio 1941, a Duluth, porto fluviale che s'affaccia sul lago Superiore, il secondo al mondo dopo il Caspio, nel Minnesota, nasceva Bob Dylan (all'anagrafe Robert Zimmermann).
Questo cantautore divenuto uno dei miti dell'epopea beat degli anni Sessanta, vagabondo e inquieto fino a ripiegare, nell'ultima fase, all'interno del panorama segreto della sua interiorità attraverso esplorazioni dai contorni ora psichedelici ora mistici, trasformatosi persino in scrittore col non memorabile romanzo Tarantula del 1971, noi ora lo dirottiamo nelle nostre righe per una ragione che sorprenderà molti.
Sì, lo coinvolgiamo nientemeno che in una recensione riguardante uno dei massimi Padri della Chiesa, quel sant'Agostino a cui Dylan nell'album John Wesley Harding dedicò nel 1968 una canzone.
Non è che i temi spirituali siano stati alieni a questo personaggio che aveva respirato non solo folk, rock e blues ma anche echi degli spirituals afro-americani: lo ricordo ancora col suo inseparabile cappello mentre cantava e suonava davanti a un (forse perplesso) attento e incuriosito Giovanni Paolo II durante una serata per i giovani in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale il 27 settembre 1997, a Bologna, invitato coraggiosamente dall'allora arcivescovo, il cardinale Giacomo Biffi. Ma ritorniamo alla canzone che inizia così: I dreamed I saw saint Augustine e che ha il suo apice nella ripresa successiva: I dreamed I saw saint Augustine alive with fiery breath! Dunque, Bob aveva sognato di vedere sant'Agostino «in carne e ossa che correva nei nostri quartieri in estrema povertà... e cercava anime che già erano state vendute, gridando forte: Alzatevi, alzatevi! Venite fuori e ascoltate...».
E alla fine, ecco Dylan confessare ancora: «Ho sognato di vedere sant'Agostino, vivo di un respiro di fuoco» per aggiungere in conclusione un apocrifo martirio del santo, in realtà solo un incubo onirico: «Ho sognato di essere tra coloro che lo misero a morte! Oh, mi sono svegliato adirato, solo e terrorizzato..., ho abbassato la testa e ho pianto». Ebbene, proprio questa canzone l'ho ritrovata in apertura a una curiosa e un po' provocatoria biografia di Agostino di Ippona... per chi non ha tempo, tracciata da un professore di scienze religiose di Lancaster in Pennsylvania, tale Stephen A. Cooper, che si è fatto accompagnare dal cartoonist Ron Hill di Cleveland. Un'americanata, direte. Era un po' il sospetto che avevo anch'io quando ho sfogliato queste pagine a prima vista irriverenti.
In verità, andando avanti, di capitolo in capitolo, mi sono riconciliato con Cooper e il suo vignettista un po' esagitato: il ritratto del grande santo e genio dell'umanità è ben abbozzato per un lettore ignaro di temi teologici, anzi, mi è venuto il dubbio che fosse fin troppo impegnativo per «chi non ha tempo» da dedicare a simili argomenti. Certo, l'autore non si inoltra più di tanto nell'oceano testuale agostiniano, ma preferisce attestarsi sulla filigrana delle Confessioni, vera e propria odissea di una conversione e storia di un'anima (giustamente Cooper amerebbe intitolare quell'opera Conversazioni perché, come è noto, il testo è un interrotto dialogo con Dio). Eppure, il lettore frettoloso – ma non troppo – del volume scopre il profilo intimo di una ricerca che intreccia fede e ragione, Bibbia e Plotino, mistica e autocoscienza, conversione esistenziale e riflessione metafisica. In ultima analisi, aveva ragione Dylan, nel vescovo di Ippona, si incrocia un fiery breath, un ardente respiro di amore, con un alito fresco che proviene dai cieli cristallini della teologia, nella ferma convinzione che «la natura umana manca di unitarietà e la può trovare solo alla alla luce dell'unitarietà di Dio e questa dote divina è resa a noi disponibile in una forma umana, prima in Cristo e poi nella Chiesa, poiché la Chiesa è la dimensione sociale dell'esistenza cristiana».
Ma a chi ha tempo e vuole inoltrarsi in quel mare di pensieri, di riflessioni, di invocazioni che sostanziano le pagine agostiniane che cosa possiamo suggerire? Arduo è dare un'indicazione perché statisticamente si dice che ogni giorno appare almeno una pubblicazione su o di Agostino. Scegliamo, allora, uno dei suoi gioielli teologici e letterari, quel Commento al Vangelo di Giovanni che la mai a sufficienza lodata collana «Il pensiero occidentale» di Bompiani ci squaderna davanti sia nell'originale latino coi suoi 124 tractatus, sia nella versione italiana accompagnata da un'ampia esegesi di Giovanni Reale. Siamo in presenza di una serie di discorsi distribuiti in tre fasi storiche differenti (nel 406-407, nel 414 e infine degli anni 419-421) e composti con modalità diverse, alcuni in forma orale trascritta dai tachigrafi, altri dettati dal santo stesso; eppure questa eterogeneità non mina la compattezza dell'opera.
Essa, come suggerisce il curatore, rivela nelle sue pagine non solo un anelito straordinario di spiritualità, di comunicazione e di cultura – tant'è vero che è giusto lamentare che l'opera sia nota soltanto ai teologi e ignota agli uomini di cultura –, ma anche una particolare tessitura "a tarsia" allestita attraverso una fitta trama di citazioni ed evocazioni o ammiccamenti biblici. Centrale, ovviamente, è il tema del l'agápe cristiana che trascende e fin capovolge la concezione platonica dell'eros. Un amore che ha la sua sorgente nell'Incarnazione: Deus homo factus est; quid futurus est homo, propter quem Deus factus est homo? («Dio si è fatto uomo, che cosa dovrà diventare l'uomo, se per lui Dio si è fatto uomo?»). E che dire, poi, della "terza navigazione" agostiniana, condotta sul naviglio del lignum crucis, che travalica la celebre "seconda navigazione" (déuteros plous) del Fedone platonico. Lasciamo, allora, al lettore che ama le profondità abissali o i vertici di luce di imbarcarsi in questa avventura della mente e dell'anima.

 

 

Perché no
Ferdinando Camon

 

Il Nobel per la Letteratura è in crisi. Lo si capisce dall’incrocio tra i due Nobel extra-scrittori, quello italiano, Dario Fo, che è morto, e quello americano, Bob Dylan, appena scelto. Il fatto che siano extraletteratura significa che dentro la letteratura i giudici del Nobel non trovavano un nome unico, riconosciuto e accettabile da tutti.
La crisi del Nobel era prevedibile, perché il Nobel si attribuisce un compito assurdo: indicare un narratore o un poeta come il più meritevole del mondo. Il migliore. Questo progetto è impossibile. Non si può scegliere il migliore tra i narratori e i poeti del mondo, semplicemente perché sono imparagonabili tra loro. Ognuno è unico e inconfondibile. Può darsi che nel campo delle Scienze, della Medicina, della Pace, sia possibile vedere chi ha fatto di più, chi è più importante, chi influirà di più sul futuro, e insomma chi merita di essere premiato.
Ma nel campo della Narrativa e della Poesia un simile confronto, tra americani, cinesi, russi, indiani, eccetera, è stolto. Come diceva Borges, ogni volta che il premio Nobel veniva assegnato e non a lui: «I libri di chi non vince il Nobel non perdono nulla». Vero. Se erano tanto restano tanto, se erano poco restano poco.
Non è che, perché vince il Nobel, Quasimodo diventa più importante di Ungaretti. O Churchill un narratore di rilevanza mondiale. I libri di chi vince il Nobel vendono di più, certo. L’unica conseguenza, sul piano del risultato, di una vittoria del premio Nobel, è dunque economica, cioè borghese. Non è artistica. Non è estetica. È però importante per le condizioni economiche dell’autore, se è uno scrittore e soprattutto se è un poeta: gli può cambiare la vita, il tenore della vita, il lavoro, le giornate. Ma se è un cantante, e specialmente un cantante che vende decine di milioni di dischi, non gli cambia nulla. Il premio Nobel è, quest’anno, è di 8 milioni di corone svedesi, pari a circa 830mila euro. Per un poeta, un miraggio. Per una star della canzone, una briciola. Anche per questo i poeti protestano per l’assegnazione a Bob Dylan: la sentono come il furto di un bene in casa loro. Cosa fa un premio, premiando? Premia un autore. Ma non solo, e qui uso la formula che mi sono costruito, lavorando in tante giurie letterarie: “Ogni premio, premiando, premia se stesso”. Cerca, cioè, un ritorno di benefìci su se stesso. Vuole uscirne più forte, più noto, più commentato, più sorprendente, più appetibile.
Il Nobel per la letteratura che hanno dato a Dario Fo era migliore se lo avessero dato a Mario Luzi? Non c’è dubbio, sarebbe stato migliore. Mario Luzi era un grandissimo poeta, ma tutto interno alla Letteratura. Il ritorno che ne avrebbe avuto l’organizzazione del Nobel sarebbe stato modesto. Il premio a Dario Fo fu da molti considerato uno scandalo, e tale viene considerato da alcuni anche adesso. Ma il ritorno pubblicitario che il premio ne ebbe fu enorme, e resta ancora enorme. Non fu un premio alla Letteratura, e nemmeno al teatro, inteso come genere: fu un premio a un attore, che faceva teatro con il corpo, le mani, la pancia, la voce, la bocca, gli occhi. Un mimo. Che faceva un teatro personale, legato alla sua fisicità, intrasmissibile. Un teatro esaltante e distruttivo, di forte potenza sul piano sociale e politico, un teatro che vinceva non con la ragione ma con la violenza. Un premio Nobel per il teatro gli sarebbe andato a pennello. Per la Letteratura, non c’entra niente.
Un premio Nobel per la canzone a Bob Dylan sarebbe ben assegnato, per la Letteratura è un premio sghembo e di ripiego. Dicono: ma la sua canzone è poesia. Tutta l’arte è poesia, anche un film, anche una cattedrale. Ma dare il Nobel per la Letteratura a un regista non significa onorare il cinema, ma disprezzare gli scrittori. Tuttavia ragioniamo: se avessero dato il Nobel a uno scrittore saremmo ancora qui a parlarne dopo due giorni? L’hanno dato a un cantante, e non smetteremo mai. È una furbata, e funziona.
(Avvenire, 15 ottobre 2016)

 


Perché sì
Giorgio Ferrari

 

A vederla da vicino, sembrava ci fosse qualcosa di sproporzionato nella Hibbing High School, il grande complesso educativo che le compagnie minerarie fecero edificare nel 1918 a Hibbing, piccolo borgo del Minnesota a cento chilometri da Duluth e dal Lake Superior, dove il termometro d’inverno riesce a scendere a 46 gradi sotto zero, il 96 per cento degli abitanti sono da sempre bianchi e la popolazione non ha mai superato le 20 mila unità.
Visitarla per quelli della mia generazione fu quasi un obbligo, perché lì negli anni Cinquanta aveva studiato il piccolo ebreo Robert Allen Zimmerman, quando ancora non si chiamava Bob Dylan. E qui, a dispetto di quella landa desolata e di quel grigiore eterno che non può che spingere un ragazzo a sognare altri mondi e se lo può a fuggire, bisogna lodare quella scuola, quei professori che gli hanno trasmesso quelle passioni omeriche, shakespeariane, quel gusto tutto americano per la grande letteratura che accende la fantasia e il talento di chi sa cosa farne, che lezione ricavarne, quali piccoli e grandi furti perpetrare dai versi di Blake, di Alceo, di Whitman, dalla Bibbia, dalla cultura bassa come da quella alta.
Un’idrovora, un buco nero, il giovane Dylan, nella sua irridente e sfrontata marcia destinata a sovvertire la grande tradizione popolare nordamericana coniugandola con il rock, la modernità, una meteora che solca i cieli seminando speranza, confusione, esaltazione, accecamento, bagliori impensabili in quell’intreccio mai districabile fra la parola e la musica, recitarcantando e Sprechgesang, canzone folk e rock ballad.
“Sono solo canzonette”, dicono da sempre i numerosi detrattori, oggi in armi e in lutto per il Nobel mancato a Philip Roth o a Cormac McCarthy (che lo meriterebbero ampiamente). E hanno ragione. Ma non sono le “canzonette” il marchio di Dylan, quelle sono semplicemente il veicolo su cui ha traghettato e depositato nel cuore della cultura orale americana (e immediatamente dopo mondiale) il suo densissimo universo in perenne mutazione, come un logografo dell’antica Grecia, curioso come Erodoto, sentenzioso come Plutarco, clericus vagans per inderogabile natura.
Ancora oggi, a 75 anni, persegue con puntiglio il suo “never ending tour”, che lo conduce – evitiamo di proposito la pur trasparente metafora dell’ebreo errante – a esibirsi con la sua band in una tournée senza fine: un centinaio di date all’anno in tutto il mondo, attualmente siamo vicini ai tremila concerti a partire dal 1988. Certamente è un bene che il ricciuto menestrello di Blowin’ in the Wind e di Mister Tambourine Man, il profetico provocatore di Gates of Edene di Highway 61, il dolente cronista degli spenti amori di Tangled up in Blue e Simple Twist of Fate non esistano più.
Da anni la voce di Dylan si è arrochita, l’intelligibilità delle liriche e delle melodie sfigurate, smozzicate, rivoltate come un guanto sfida duramente la buona volontà e l’ardore dei suoi fan, stuzzicandone la fedeltà e suscitando spesso abiure e dolorosi addii. In ogni caso – con buona pace di chi considera questo Premio Nobel un furto con destrezza ai danni dei veri scrittori – rimane difficile separare il musicista (a torto considerato un semplice folksinger) dal poeta.
Come è difficile collocarlo, dargli una fisionomia, un profilo. Quando passò da Milano per una mostra a Palazzo Reale che ospitava alcuni suoi dipinti (di mediocre valore) si dileguò lasciando di sé la scia impalpabile della sua presenza. C’era davvero? Non c’era? Meglio di tutti l’ha rappresentato probabilmente il biopic del 2007 I’m not there (tradotto in Italia come Io non sono qui), sette ritratti di sette diverse possibili identità di Bob Dylan, senza che mai ci si possa illudere di imprigionarne definitivamente l’essenza.
Così probabilmente vuole lui: anti-heideggerianamente, non esserci. A noi lascia il suo rutilante mondo di parole, quella “veggenza” rimbaudiana che esala da certe sue sulfuree quanto imperscrutabili visioni. Almeno tre generazioni sono cresciute con il martellante rintocco delle sue Chimes of Freedom, e ciascuno di noi ha inevitabilmente conservato qualcosa, un frammento, un verso, una reliquia della sua sterminata produzione, sapendo che – come accade con i grandi – contenerlo tutto è impresa impossibile. Accontentiamoci di ascoltarlo. Perché come (dylanianamente?) proclamava Rilke nei suoi Sonetti a Orfeo, «Gesang ist Dasein»: cantare è esistere.
(Avvenire, 15 ottobre 2016)