Educare i preadolescenti alla politica

Inserito in NPG annata 1978.


Umberto De Vanna

(NPG 1978-01-75)

La rivista ha dedicato i dossier degli ultimi numeri del '77 ai temi dell'educazione politica e a quelli della non violenza. Essendo argomenti di grande interesse anche per i preadolescenti, ci sembra opportuno dedicare spazio all'argomento anche in questo settore della rivista. Lo facciamo utilizzando le pagine tra riflessioni, esperienze e spunti per l'azione, nello sforzo di essere in questo modo di maggiore utilità per i lettori. È questo un impegno che ci siamo assunti nell'ultimo raduno redazionale. Ci proponiamo cioè normalmente di alternare sullo stesso tema studi ed esperienze significative.
Vorremmo che i lettori, la gran parte dei quali sono operatori pastorali, ci sostenessero maggiormente in questa fatica, dandoci suggerimenti e contributi concreti. La
vitalità di talune comunità si esprime spesso in forme originali e vive sotto l'azione dello Spirito; ci pare giusto che queste realizzazioni non rimangano patrimonio di pochi, ma siano condivise anche dalle altre comunità.
Il '78 ci troverà attenti soprattutto a tre aree della pastorale dei preadolescenti. Ci occuperemo anzitutto dei ragazzi in difficoltà, dei disadattati, dal momento che le statistiche ci dicono non solo che sono numerosi, ma che parecchie forme di disadattamento latente sono presenti anche in parecchi ragazzi che quotidianamente accostiamo. Il nostro essere chiesa sarebbe povera cosa, se non si facesse attenzione viva anzitutto a questa categoria di ragazzi. Dedicheremo il dossier di aprile all'educazione all'amore, argomento di particolare attualità, sia per la precocità dei preadolescenti d'oggi, sia per le incertezze degli orientamenti pastorali ed educativi di fronte a questo tema. Ci occuperemo poi della difficile appartenenza ecclesiale dei preadolescenti, per ripensare seriamente alla catechesi dei tre anni della scuola media ed orientarla verso una esperienza di catecumenato pre/post cresimale.
Dedichiamo questo numero all'educazione dei preadolescenti alla politica. Il tema dell'educazione alla non violenza troverà spazio all'interno di un discorso sull'educazione al cinema.

L'educazione dei preadolescenti all'impegno politico si può considerare una dimensione nuova dell'educazione, ed è una scoperta sollecitata dalla situazione storica in cui i preadolescenti si trovano e dalla accentuata sensibilità sociale dell'uomo d'oggi. Non è quindi per rispondere ad una moda che ne parliamo. Si tratta in fondo anche della sottolineatura di una nuova dimensione della fede, che mentre si fa autentica sul piano religioso, diventa concreta nell'impegno sociale. L'impegno politico orienta il servizio non solo all'interno della comunità ecclesiale, ma anche in quella umana e civile, sapendo che unico è il campo di azione dove si manifesta e cresce il regno di Dio. Ricordiamo al proposito le preoccupazioni del documento CEI Evangelizzazione e promozione umana: «La dimensione incarnazionistica e immanente e quella escatologica e trascendente; la dimensione personale e comunitaria, storica e metastorica sono due aspetti costanti dell'unico volto della Chiesa. Se l'una prevale sull'altra, o l'una è esaltata e l'altra sottaciuta, la stessa missione della Chiesa ne risulta impoverita» (19).
Alla base del rifiuto della fede di molti giovani sta spesso una visione disincarnata della religiosità ed una mentalità chiusa di appartenenza ecclesiale. Sono le conseguenze di un tipo di educazione neutra, disimpegnata, tendente a far evitare qualunque coinvolgimento in nome di un ideale di vita tranquillo e borghese. L'articolo che presentiamo raccoglie in sintesi gli interventi più significativi di un incontro di studio su questo tema, promosso dalla nostra redazione.


LE TAPPE DI UN PROGETTO EDUCATIVO

Un tempo si progettava la pastorale pensando ai preadolescenti e si cercava di applicare questo procedimento ai giovani, costringendoli a portare delle giacche che non erano state tagliate sulla loro misura; oggi, al contrario, si corre facilmente il rischio opposto, soprattutto in problematiche impegnative e complicate come è quella dell'impegno politico: c'è il grosso rischio di pensare alla dimensione educativa, operativa e culturale, sulla misura dei giovani e poi di costringere i preadolescenti ad entrare in questo mondo per cui non sono tagliati. Per questo è molto importante fare un lavoro che da una parte tenga conto di alcuni dati caratteristici e normativi della educazione all'impegno politico, ma dall'altra soprattutto della specificità, della ricchezza particolare, dello sviluppo psicologico dei preadolescenti. Come ipotesi di lavoro, conviene sottolineare alcuni aspetti che sembrano importanti nella ricerca della dimensione sociale e politica dell'evoluzione educativa dei preadolescenti.
– Anzitutto appare sempre più largo il consenso che fa dire che la dimensione educativa è il primo luogo dove si educa all'impegno politico. Se non si dà neutralità politica di ogni fatto educativo, educare all'impegno politico significa educare in un certo modo, educare in modo tale che l'uomo cresca capace di prendersi delle responsabilità, capace di partecipazione, capace di giudizio critico sul mondo che lo circonda, cioè capace in ultima analisi di impegno politico. E questo non soltanto in forma teorica, cioè attraverso delle affermazioni, ma incominciando ad anticipare nello spazio educativo normale quelle caratteristiche che descrivono la maturità politica. Pensiamo per esempio alla vita di oratorio e di gruppo, alla scuola, al rapporto con la comunità ecclesiale, ecc. Su questo si deve cominciare a riflettere a fondo per descrivere quali sono i tratti di questa educazione comune e corrente, da viversi però secondo delle connotazioni che la facciano politicamente segnata in termini maturi.
– Secondo elemento. Occorre ricercare gli atteggiamenti a cui educare i ragazzi e le ragazze per farli passare da comportamenti non riflessi a scelte motivate, cioè ad atteggiamenti che siano da una parte corrispondenti alla maturità politica e dall'altra integrabili con le possibilità oggettive legate all'essere preadolescenti oggi. Il lavoro in questa linea diventa serio quando diventa concreto, cioè quando si ragiona sui termini delle possibilità dei ragazzi e sulle istituzioni, in modo che divengano capaci di educare in questo senso. Basta, per esempio, pensare alla corresponsabilità e quindi alla partecipazione, per riflettere ancora una volta come queste parole divengano inutili e prive di significato perché dominante l'idea che essendo preadolescenti hanno il compito di obbedire e non di ragionare, devono impegnarsi e non pretendere uno spazio in cui si esprimono e si realizzano.
– Terzo elemento. L'educazione politica non si fa attraverso le parole, ma soprattutto attraverso la vita. Si tratta quindi di progettare quelle microrealizzazioni, che siano a livello della maturazione dei ragazzi e delle ragazze, ma che abbiano veramente il tono della realizzazione concreta. Anche su questo piano occorre mettersi a ricercare. Una occasione importante diventa soprattutto la vita del piccolo gruppo, come esercizio di partecipazione e di impegno. Così pure diventa importante il collegamento con i giovani più adulti e le loro realizzazioni (con l'avvertenza tuttavia che i ragazzi non divengano la nuova forza di manovra che è abbastanza facile scatenare, ma che proprio per questo è più difficile educare).

LE RADICI DELL'INDIVIDUALISMO

Se le premesse fatte sopra hanno un senso, il compito più urgente è quello di verificare se gli educatori sono preparati ad un compito educativo di questa portata. Molti infatti affermano senza reticenze che un discorso di educazione all'impegno politico per i preadolescenti è prematuro, e quindi lo escludono di proposito sin dall'inizio. Costoro non provano nemanco a mettere i ragazzi in una situazione di maturazione e di crescita, di abilitarli alla critica costruttiva ed alla presa di posizione e di valutazione delle situazioni e dell'ambiente.
Anche gli educatori volenterosi però spesso trovano difficoltà e resistenze dalla propria formazione mentale e psicologica. L'individualismo soprattutto rimane una pesante eredità che si portano dentro. La loro mentalità, il loro modo di agire è in questa linea. Si tratta quindi di realizzare un profondo cambiamento di mentalità verso la socializzazione.
Facciamo dunque qualcosa per aiutare gli educatori. E prima di tutto diventa urgente rinnovare la loro mentalità filosofico-religiosa. Gli adulti sono stati educati per lo più ad una filosofia che, partendo dalla definizione di persona, ne derivava che l'uomo era un essere individuo pensante, capace di decisione e di apertura sociale. Ma erano solo gli studiosi a capire che l'uomo era anche «apertura sociale»: in concreto non fu mai sufficientemente sottolineato, né troppo evidente. L'educazione di conseguenza aveva per scopo soprattutto la perfezione dell'individuo, mentre si riteneva secondario l'aspetto della essenziale apertura agli altri della persona e quindi della necessità della socialità per un autentico sviluppo personale.

ALLA RICERCA DI UN PROGETTO D'UOMO GLOBALE

Gli educatori sono dunque cresciuti in questo clima, credendolo il migliore. Oggi si va alla ricerca di una descrizione dell'uomo diversa. C'è chi parla dell'uomo come di una «cellula sociale». Questo può essere riduttivo ed equivoco, ma è più espressivo e chiaro da altri punti di vista, perché mette in primo piano l'aspetto sociale.
Bisogna dunque fare una discussione a fondo sul concetto di uomo, perché almeno l'educatore lo abbia chiaro. Evidentemente tali discorsi filosofici non vanno fatti ai ragazzi, ma uno studio va fatto se si vuole avere una visione globale dell'uomo.
Quale concetto di uomo può essere proposto ai ragazzi della scuola media? Occorre rispondere a questa domanda cominciando ad esaminare i vari progetti-uomo che sono sul mercato oggi nella nostra società. Esiste per esempio il progetto marxista. Il marxista è preso dall'idea che l'uomo deve dominare la natura, che occorre organizzarsi, pianificare le cose in modo che l'uomo si impadronisca a fondo della realtà per sfuggire a due schiavitù: la schiavitù dell'uomo sull'uomo e la schiavitù dell'uomo rispetto alla natura, alla macchina, ecc. Questa visione è in gran parte accettabile, anche se esige delle integrazioni. Già il marxista stesso vi ha aggiunto la dimensione storica, dal momento che si è accorto che non basta la rivoluzione a dominare la natura, ma è necessario affidarsi ai tempi lunghi. Noi dovremmo aggiungere altre dimensioni, per esempio la trascendentalità. Tuttavia è prendendo sul serio le posizioni altrui che si incomincia a dialogare e ad arricchirsi. In Italia c'è un altro grosso progetto-uomo sul mercato: quello radical-socialista. Occorre dialogare anche con essi in termini molto precisi. Il grosso aspetto positivo che queste ideologie presentano è che il loro progetta uomo è sempre ben ancorato al mondo, all'uomo, alla natura.

L'APERTURA SOCIALE DEL PREADOLESCENTE

Il preadolescente vive una tappa della propria esistenza che gli facilita molto l'apertura sociale. La scoperta degli altri e l'inserimento in ambienti nuovi concorrono a farlo passare da una fase di egocentrismo alla scoperta dell'altruismo e dell'amore. La comunità deve sostenere questa innata sensibilità, creandogli non soltanto le possibilità concrete per esercitare il proprio bisogno di socializzazione, ma offrendogli gli strumenti per vagliare i numerosi stimoli che la società d'oggi gli fornisce. Nel nostro tempo, grazie ai mezzi di comunicazione sociale, la socializzazione dei ragazzi viene facilitata, ma la loro maturità globale non sempre rimane arricchita. Mai come oggi i ragazzi vengono richiamati ai problemi politici attraverso un bombardamento costante e benefico dalla televisione, dai giornali, ecc. I ragazzi sentono facilmente parlare di problemi sindacali, di scala mobile, ecc. D'altra parte i mass-media fanno correre il rischio di mettere tutto sullo stesso piano, di livellare ogni notizia, tanto lo spettacolo televisivo quanto il rapimento della bambina dell'industriale, la partita di calcio e il terremoto del Friuli...
Il ruolo dell'educatore comincia qui, nell'aiutare i ragazzi a mettere un po' di ordine nel caos dei messaggi, cercando però di non creare nei ragazzi né scetticismo, né indifferenza, ma di abituarli alla critica e di dar loro fiducia, spingendoli all'interessamento verso i problemi del quartiere, della città, del mondo. Occorre aiutarli ad elaborare un progetto di sé nel quale essi non si chiudano come piccoli borghesi, ma si trovino nelle condizioni di dover mordere la realtà.

SOCIALIZZAZIONE ED EDUCAZIONE CRITICA

Un tempo la socializzazione avveniva in modo naturale, poiché ci si inseriva nella società attraverso la famiglia, la scuola e il lavoro. Non c'erano grandi cambiamenti sociali – le grandi istituzioni erano poche e stabili – e non era difficile individuare il proprio molo nella società.
Oggi invece, specie per l'affermarsi della vita industriale, la società è andata soggetta a grandi trasformazioni (arricchimento, mobilità sociale, urbanizzazione, secolarizzazione...): tutte le istituzioni in particolare tendono a porsi non solo ad un livello di parità, ma persino su un piano di concorrenza e di competitività. In pratica sono le istituzioni più importanti economicamente o politicamente ad esercitare maggior influenza nella società.
Alcune istituzioni tecnocratiche riescono ad esercitare una vera e propria egemonia, mentre altre – e sono le più importanti: la famiglia, lo stato, la chiesa, la scuola – corrono praticamente il rischio della emarginazione. Queste istituzioni, che hanno avuto maggior difficoltà a rinnovarsi, e che d'altra parte non possono mettersi su un piano di totale concorrenza con le altre, si trovano agli occhi dei ragazzi in una situazione chiaramente subalterna.
Diventa estremamente importante aiutare i ragazzi a smascherare questa realtà, in modo che sappiano scoprire tra le varie proposte di vita quelle che veramente valgono e quelle invece che cercano di catturarli. Ciò andrà fatto senza creare nei ragazzi scoraggiamento o spirito di crociata, ma abituandoli serenamente al pluralismo proprio della nostra società, che esige rispetto, apertura mentale e capacità critica.

EDUCARE ALLA CORRESPONSABILITÀ

Sulla linea delle cose concrete che si possono fare e sugli atteggiamenti che è bene evitare, in vista di un'educazione all'impegno sociale e politico, pare utile sottolineare queste cose:

Nella vita di gruppo

I ragazzi siano aiutati a fare il più possibile da soli, senza la presenza «vigilante» dell'animatore. Per questo bisogna liberarsi dal preconcetto che i ragazzi si radunano «contro di noi», che, quando si trovano soli complottino qualcosa ai nostri danni. La presenza dell'educatore a questa età in qualche modo dovrà sempre presupporsi, perché i ragazzi hanno bisogno dell'adulto; ma l'adulto che è riuscito a farsi accettare, deve stare al gioco e mettersi anche lui a servizio della maturità sociale dei ragazzi, e lasciare che facciano la loro esperienza e i loro tentativi, senza far pesare la sua autorità ed esperienza che tutto livella e tutto prevede.

Socialità solo apparente

Occorre poi fare una importante verifica. Non è infrequente trovare negli oratori e nelle scuole dei gruppi che funzionano bene. La verifica da fare è questa: tali gruppi sono a servizio della socializzazione dei ragazzi o si tratta invece di una nuova struttura a servizio dell'educatore per trasmettere determinati contenuti, che in una struttura di socializzazione vengono recepiti con maggior facilità? Anche in certe esperienze nuove ci può essere dell'ambiguità. Troppi gruppi funzionano in modo strumentalizzato. I ragazzi cioè apprendono le tecniche della socializzazione ma in modo manovrato, non spontaneo, usati dall'adulto per ottenere meglio certi risultati. Lo conferma il fatto che appena i ragazzi o le ragazze cominciano a ragionare con la propria testa e a non accettare più con docilità i programmi proposti dall'educatore, vengono allontanati dal gruppo. L'educatore, consciamente o meno, si priva così di quegli elementi che gli impediscono di manovrare il gruppo come vorrebbe. È questo un triste fenomeno che ritroviamo puntualmente nei nostri ambienti quando inizia il periodo critico, cioè per lo più quando i ragazzi e le ragazze terminano la scuola media. Molti devono andarsene dai gruppi, dagli oratori, ecc. e questa emorragia è la più chiara conferma che l'esperienza socializzante del gruppo esisteva soltanto a livello di tecnica.

Un clima di corresponsabilità e di fiducia

Terza pregiudiziale nei confronti del nostro impegno educativo alla corresponsabilità è che ci si deve liberare della convinzione che dove c'è ordine e disciplina gli obiettivi si raggiungono sempre e i ragazzi e le ragazze maturano. A questa mentalità si contrappone una prassi improntata sulla fiducia nei ragazzi, anche quando dovesse creare dei problemi, perché l'opera di sostegno dell'educatore ha appunto questo compito di intervento specifico. Evidentemente è più comodo mettere tutti in riga ed ottenere con la disciplina esteriore l'impressione che tutto vada bene. Per agire in questa linea occorre però essere liberi di spirito e non avere altri «miti» che il bene dei ragazzi, né temere le critiche degli stessi ragazzi o dei colleghi. È difficile scendere dalla cattedra, accettare di fare ciò che dicono i ragazzi, agire meno che si può per loro ed impegnarci invece insieme a loro. Ma così si educano i ragazzi e le ragazze alla partecipazione, si gestisce insieme il gruppo o la classe, l'oratorio.
È importante non temere di «perdere tempo», dare fiducia alle assemblee, ai rappresentanti di classe e di istituto, accettando la loro funzione anche se legalmente non sarebbe prescritta. Sovente ci si astiene per mancanza di tempo, mentre per altre cose ugualmente importanti (doposcuola, preghiera, ecc.) il tempo si trova o lo si inventa.

LE MICROREALIZZAZIONI

Dicevamo più sopra che non si può fare un discorso di educazione politica e di partecipazione solo a parole, ma che, soprattutto con i ragazzi, il discorso deve farsi concreto, deve cioè trasformarsi in piccole realizzazioni che, mentre si situano ad un livello possibile, realizzabile dalle capacità di un ragazzo in formazione, dall'altra rifiutano di parcheggiare i ragazzi, impedendo loro ogni attività di tipo politico, con il pretesto che sono ancora in fase di formazione e quindi di dipendenza educativa.
Per fare questo occorre molta fantasia e creatività, disponibilità a lasciarsi guidare dall'intuito giovanile, che è spesso meno lento del nostro.
A livello di preadolescenti si potrebbero seguire queste tracce:
– adottare una sistematica preferenza per il metodo induttivo, cioè partire sempre per ogni riflessione da fatti concreti;
– sensibilizzare i ragazzi ai problemi della società d'oggi, cercando di aiutarli a interiorizzarli ed a prendere posizione nei loro confronti;
– usare spesso il metodo del dibattito, dell'intervista, della ricerca;
– costruire dei mini-recitals, aiutando i ragazzi a ricercare direttamente dai giornali e dai libri i testi più adatti;
– coinvolgere i ragazzi in iniziative concrete di servizio ai compagni: doposcuola, cura dei più piccoli (animazione sportiva e di gruppo...), ecc.;
– dar vita ad un giornale, ciclostilato o murale. È sempre un'occasione privilegiata per affrontare insieme alcuni temi di particolare interesse; anche nel caso di una modestissima diffusione, serve sempre a chi lo fa;
– rifarsi spesso alla costituzione italiana ed alla carta dei diritti dell'uomo, proprio perché il lavoro di discussione e di ricerca o l'attività concreta abbiano un fondamento di maggior razionalità;
– nella organizzazione dividere il proprio potere, lasciare che decidano i ragazzi, fare in modo che comprendano le motivazioni delle decisioni finali.

GUARDARE AL FUTURO

Da quanto è stato detto fin qui, potrebbe sembrare superfluo insistere sull'importanza dell'educazione all'impegno politico nella formazione dei preadolescenti; tuttavia ci ritorniamo brevemente per sottolineare un aspetto di estrema importanza nella nostra pastorale. Si tratta della difficile integrazione tra fede e vita. È bene sottolineare infatti che molte crisi di fede sono la logica conseguenza di un certo modo di vivere l'esperienza religiosa. I ragazzi maturati in un clima povero di dimensione sociale, educati in un ambiente individualistico, esageratamente «spirituale», abbandonano facilmente la fede, per accedere verso obiettivi più aderenti alle dimensioni della loro vita concreta. Dobbiamo sinceramente domandarci se la fede che noi presentiamo ai ragazzi si propone «come un'apertura ai propri problemi, una risposta alle proprie domande, un allargamento ai propri valori ed insieme una soddisfazione alle proprie esigenze» (RdC 52). Questo discorso diventa reale e trova una risposta soprattutto nella verifica dei contenuti e dei metodi usati nella catechesi, nella scuola di religione, negli incontri di preghiera, nelle celebrazioni liturgiche. È pur vero che esiste anche il pericolo opposto, vale a dire che venga talmente sottolineato l'aspetto sociale e politico, da sradicare in profondità ogni dimensione di fede.
Quando tutto viene visto in chiave politica, la fede e la Parola di Dio perdono la loro forza di giudizio e non viene più raggiunto l'uomo in profondità, là dove giunge la salvezza di Dio.
È nella ricerca di un equilibrio tra gli elementi che va ricercata la linea educativa e la difficile integrazione tra fede e vita.

Per approfondire l'argomento:

P. Freire, L'educazione come pratica della libertà, Mondadori 1973.
M. Gesualdi (a cura di), Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Mondadori 1970.
Documenti del processo di don Milani, L'obbedienza non è più una virtù, LEF 1973.
C. Perucci, L'educazione politica nel quadro dell'educazione permanente, Le Monnier 1976.

G. Proverbio, Problemi della scuola e della didattica, LDC 1972.
Id., Scuola Democrazia e Cultura, LDC 1976.
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, LEF 1967.
H. von Hentig, Ivan Illich e le alternative alla scuola, Armando 1973.