Introduzione a: I nuovi nel gruppo

Inserito in NPG annata 1979.

(NPG 1979-10-15)


Fino a qualche anno fa parlare di «nuovi» nel gruppo era un problema importante ma, in fondo, di ordinaria amministrazione. La dinamica di gruppo e l'esperienza viva degli animatori avevano elaborato tutta una serie di ricette.
Proprio queste ricette oggi servono, sembra, solo fino ad un certo punto. Qualcosa è cambiato. L'ingresso degli attuali quindicenni e sedicenni nei gruppi è molto meno indolore. Qualcuno lo descrive ricorrendo alle immagini dei vecchi film western, quando la pace del paese veniva improvvisamente messa a soqquadro dall'arrivo dei «nuovi». Qualche altro preferisce ricordare le scene successive, quando i «vecchi,,, per sopravvivere, erano costretti -a ingaggiare furibonde lotte con i nuovi padroni del paese.
Sta davvero succedendo qualcosa del genere nei gruppi giovanili? L'ingresso delle nuove generazioni, in che senso rende difficile la vita dei gruppi e dei centri giovanili? Perché, come sembra, i nuovi sono divenuti fattori di destabilizzazione dei gruppi?
Anzitutto, chi sono i «nuovi»
Precisiamo in che senso usiamo il termine ((nuovi».
– Un fatto di età, in primo luogo: gli adolescenti che tra i 14 e i 17 anni, si apprestano ad entrare nei gruppi giovanili ecclesiali, secondo il normale avvicendamento delle generazioni.
– L'età non è la sola componente: la novità sta nel fatto che «questi» adolescenti sono «diversi» da quelli di una volta, non sono, in altre parole, riducibili al modello di adolescente dato dalla psicologia dell'età evolutiva.
– Sono nuovi, in terzo luogo, rispetto a quelli che già sono membri a pieno titolo dei gruppi giovanili: sono in un periodo di apprendistato alla vita di gruppo, in un tempo di noviziato.

Perché ci interessiamo di «nuovi» e di gruppo?

Ci sembra che nel rapporto tra «nuovi» e gruppo stia capitando qualcosa di insolito.
– Fino a qualche anno fa chi chiedeva di entrare in un gruppo era disposto, magari malvolentieri, a sentirsi per un certo tempo «apprendista» e soprattutto non metteva affatto in discussione il gruppo che stimava, pur criticandone alcuni aspetti.
– Oggi invece sembra che le nuove leve entrino nel gruppo da padroni o da ospiti: in quanto padroni non accettano di dover apprendere ma fanno e disfano a loro piacimento, senza rispettare né tradizioni di gruppo né anziani; in quanto ospiti difficilmente si compromettono per il gruppo, facendone propri i modelli di valutazione e di comportamento e assumendosi responsabilità concrete.

Stanno cosi le cose?

Lo abbiamo chiesto in giro, ottenendo risposte in un certo senso contraddittorio.
– Due centri giovanili a cui abbiamo sottoposto la nostra ipotesi, ce l'hanno confermata, denunciando obiettive difficoltà nel rapporto nuovi/ gruppo.
– Più sfumato il parere di alcuni responsabili di movimenti giovanili ecclesiali. Alcuni anzi rifiutano l'ipotesi da cui siamo partiti secondo cui i nuovi destabilizzano il gruppo.
I «fatti» invitano gli animatori ad una verifica per i loro gruppi. Esistono simili difficoltà? Si pongono solo per alcuni gruppi? E perché, se è così?

La nostra riflessione sui «fatti»

A noi sembra che il rapporto nuovi/ gruppo sia diverso rispetto a qualche anno fa. Ci sembra anche un problema abbastanza rilevante, perché entrano in gioco diversi dati problematici della attuale pastorale giovanile. Ne ricordiamo alcuni:
– la difficoltà di essere gruppo in una comunità umana-ecclesiale: implica infatti il sentirsi parte di una tradizione e il voler fare strada con tutti;
– la difficoltà di trovare un metodo educativo valido, non tanto per trasmettere qualcosa di costituito una volta per sempre, quanto per costruire «assieme» un quadro di valori confrontandosi con un trascendente qui-ora;
– la difficile comunicazione tra le generazioni, non solo tra adulti e adolescenti ma anche tra giovani con qualche anno soltanto di differenza;
– la denuncia della fragilità culturale di molti giovani-adulti (animatori dei gruppi) che entrano in crisi appena sono a contatto con i nuovi adolescenti;
– il velleitarismo di molti gruppi giovanili incapaci di educare i nuovi.
Su questi dati problematici ritorneremo più avanti nella introduzione alle «prospettive».

Alcune cose le abbiamo già dette

Su alcuni di questi problemi della vita dei gruppi ci siamo già pronunciati. Ricordiamo in particolare due dossier.
– Nel numero 9/78 abbiamo invitato i gruppi a riflettere sulla evoluzione in atto, fornendo loro sette punti di verifica: il gruppo deve essere un luogo per stare insieme o per impegnarsi? quale relazione educativa in un'epoca di forte soggettivismo? in che consiste la ecclesialità di un gruppo? giovani ed adulti nello stesso gruppo? gruppi isolati o in collegamento con altri gruppi e movimenti? il gruppo serve alla maturazione delle persone o al cambio sociale? quale futuro per i giovani-adulti?
– Ad alcune di queste domande si è tentata una risposta nel numero 2/79, più centrato sulle scelte da fare per un «modello di gruppo» rispondente all'evoluzione dei bisogni del mondo giovanile, in particolare sull'itinerario di crescita e sull'urgenza che il gruppo consolidi una memoria/tradizione che gli permetta di inserirsi in modo qualificato nell'ambiente.

Le «prospettive» di questo dossier

Molto spazio è dedicato, come si è visto, ai «fatti». Un dossier di ascolto e di analisi. Sul versamento delle prospettive abbiamo:
– una riflessione redazionale per interpretare i fatti, facendo emergere alcuni dei problemi a cui si è già accennato;
– due approfondimenti: il primo sulla crisi dei processi formativi nella società oggi, il secondo su come attivare corretti processi formativi nel gruppo;
– il dossier chiude con alcune indicazioni per aiutare i gruppi in crisi ad un momento di verifica.

FATTI

Precisiamo un istante ancora i «fatti» a cui intendiamo riferirci.
Il termine «nuovi» può essere inteso in due sensi. Nel senso del «nuovo» che chiede (da solo o in 2-3) di entrare in un gruppo già costituito e composto in genere da coetanei. O nel senso di «una generazione di nuovi» che, cresciuta nell'ambito di una parrocchia, di un oratorio o di un gruppo (ma anche ai margini di queste istituzioni) chiede, alle soglie dell'adolescenza, di far parte del gruppo dei giovani già esistente. È soprattutto in questo secondo senso che usiamo il termine «nuovi».
Abbiamo chiesto a due centri giovanili di raccontarci cosa succede da loro al riguardo. Il primo è un gruppo di Azione Cattolica di Brescia, il secondo è un centro giovanile di una parrocchia salesiana di Torino.
Per una verifica a più vasto raggio abbiamo invitato ad un confronto alcuni responsabili di movimenti giovanili ecclesiali, chiedendo loro di riflettere da un particolare punto di osservazione, quello della trasmissione ai nuovi della «cultura» del gruppo/movimento. Riteniamo infatti che uno dei nodi del rapporto nuovi/ gruppo sia la difficoltà di far toccare con mano ai nuovi l'esperienza sociale ed ecclesiale che il gruppo ha già acquisito e che ormai fa parte della sua «tradizione».
Ne è risultato un quadro composito. I movimenti con una grossa esperienza sociale ed ecclesiale ed una collaudata strategia educativa non sembrano incontrare particolari difficoltà nell'educare i nuovi mentre i gruppi giovanili meno istituzionalizzati (e forse più aperti alla massa degli adolescenti che non i movimenti) confermano le difficoltà già emerse nelle due prime esperienze.

PROSPETTIVE

Da sempre nella vita dei gruppi, uno dei problemi più delicati è stato l'acculturazione dei nuovi. Il rischio è sempre stato duplice: eliminare ciò che di originale il nuovo porta al gruppo; ridefinire il gruppo esclusivamente a partire dai nuovi, dimenticando la tradizione del gruppo.
Negli anni passati il rischio era soprattutto il primo. Il gruppo, ben consolidato al suo interno da un insieme di valori, norme, modelli di comportamento e strutture organizzative, quando accoglieva il «nuovo .» gli imponeva il peso della sua storia e tradizione. In qualche caso, soprattutto quando il gruppo sapeva di creare fascino nei giovani, nei termini drastici di «prendere o lasciare». Il nuovo doveva adattarsi al gruppo.
Proprio per questo, se si scorre qualche testo di dinamica di gruppo, le raccomandazioni erano soprattutto a difesa del nuovo, perché il gruppo non lo fagocitasse annullando il suo contributo innovatore e votandosi quindi all'invecchiamento precoce. Così, ad esempio, si insisteva sul fatto che il nuovo entrava nel gruppo con una notevole dose di insicurezza, che nasceva sia dalla novità della situazione che doveva affrontare, sia dallo stato di attesa alle porte del gruppo («sarò accettato o meno?»). E, allo stesso modo, si raccomandava di creare un clima di accoglienza tale che il nuovo non dovesse, pur di essere accettato e non lasciar trasparire l'insicurezza, assumere una «maschera sociale», quale un atteggiamento di remissività verso tutti, una disponibilità a tutti i costi, anche al di là delle proprie forze...
Le indicazioni elaborate dalla dinamica di gruppo sono oggi valide ma insufficienti, perché partivano dal presupposto che il nuovo fosse debole di fronte ad un gruppo eccessivamente sicuro di sé. Oggi il rapporto è cambiato, almeno in certi gruppi: il nuovo è in grado di destabilizzare il gruppo in cui entra.
L'attuale rapporto nuovi/ gruppo va anzitutto approfondito per cogliere i diversi fattori in gioco. Li elenchiamo, per poi spiegarli: la crisi di identità umano-cristiana che attraversa molti gruppi giovanili; la crisi dei processi formativi; la crisi di memoria! tradizione nella generazione di mezzo tra gli adolescenti e i giovani maturati all'ombra del '68; la originalità culturale degli adolescenti di oggi.

La difficile identità dei gruppi giovanili ecclesiali

Il gruppo giovanile ecclesiale sembra oggi meno stabile, meno identificato, meno sicuro di sé. Se fino a qualche anno fa ogni gruppo faceva le sue scelte a livello umano e di fede, diversificandosi dagli altri gruppi ma omogeneizzandosi all'interno, oggi il pluralismo culturale ed ecclesiale sembra radicarsi proprio dentro gli stessi gruppi accrescendone l'incertezza e l'instabilità. E così, mentre nel passato era soprattutto il «come» trasmettere la sua cultura che occupava grande spazio, oggi è il «chi siamo noi» ed il «che cosa vogliamo trasmettere» che si fa più assillante.
L'insicurezza è in un certo senso acuita dalla identità cristiana del gruppo. In quanto cristiano infatti il gruppo sa che la sua identità è frutto di un continuo processo di incarnazione, in cui la cultura dei soggetti viene assunta e purificata dall'evento-Cristo. Ciò immette il gruppo in un progressivo processo di ridefinizione, nella fedeltà all'evento-Cristo e ai bisogni, alle attese, ai valori emergenti del mondo giovanile. Questa progressiva ridefinizione ha il suo prezzo. La pretesa e l'impegno di «fare strada con tutti» richiede una sempre nuova «invenzione» di uno stile di vita personale e di un modello di gruppo tutt'altro che facile.
L'insicurezza assume due volti: un andare in crisi ogni volta che il gruppo si apre ai nuovi; un rifiutare, per paura della crisi, il confronto con le istanze delle nuove generazioni.
Nel primo caso i nuovi non cogliendo niente di significativo nella esperienza di gruppo che gli stessi «vecchi» svendono loro, se ne impossessano annullando di colpo la storia del gruppo, oppure se ne vanno, alla ricerca di proposte più convincenti.
Nel secondo caso i nuovi diffidano del gruppo, che magari è disposto a lasciarli entrare facendo però pagare il prezzo di una lunga e dura iniziazione. Agli adolescenti questo «noviziato» sembra un attentato alla loro originalità e se ne vanno, dopo aver sentito per un certo periodo il fascino del gruppo.

La crisi dei processi formativi di gruppo

I rapporti tra nuovi e gruppo sono complicati dal fatto che ci sono forti disturbi di comunicazione. Le comunicazioni nei due sensi avvengono con difficoltà, soprattutto nella direzione che dal gruppo va ai nuovi. Il gruppo può anche farsi attento ai nuovi, ma è solo dopo molti sforzi e vari tentativi andati a vuoto che riesce a far pervenire loro messaggi significativi. È la crisi dei cosiddetti processi formativi di gruppo; una crisi che investe tutto il gruppo, e che è espressione di una più vasta crisi dei processi formativi nella nostra cultura.
A cosa ci si riferisce quando si parla di processi formativi? Un gruppo è formativo quando è in grado di proporre ai suoi membri un cammino di crescita, adeguato al passo del gruppo e agli obiettivi già raggiunti e ormai consolidati. È formativo quando sa tracciare il cammino e quando sa far raggiungere la meta a cui ci si è proposti di arrivare. Con il termine «processi formativi» si intende l'insieme degli interventi che aiutano il gruppo a verificare il cammino percorso, ad entrare in contatto con nuovi valori, a programmare nuove esperienze, a decidersi per uno stile di vita sempre più adeguato ai valori in cui il gruppo si riconosce. Il termine viene applicato soprattutto ai nuovi, per i quali il gruppo si impegna ad una strategia educativa che permetta di accogliere e utilizzare la loro esperienza e di fare esperienza dei valori, norme, modelli di comportamento a cui il gruppo non può rinunciare pena la sua scomparsa.
Oggi questi processi sono in crisi. Fino ad una decina di anni fa il gruppo, da questo punto di vista, funzionava. Aveva una sua identità ed era in grado di comunicarla ai nuovi, fino a che anche loro si sentivano vincolati dalle norme e valori di gruppo. E oggi? Diciamo intanto che il rapporto tra h gruppo ed il singolo è meno impegnativo. Raramente il gruppo riesce a far coagulare gli interessi in una rosa di valori che permeino la vita dei membri. I singoli hanno numerosi compartimenti stagno; diverse aree di vita sono privatizzate del tutto rispetto al gruppo.
La situazione ha i suoi comprensibili risvolti con i nuovi. Il gruppo, come non riesce ad imporsi ai vecchi, così non riesce ad essere convincente con i nuovi. Questo fa sì che il nuovo può farsi portatore di valori e comportamenti che destabilizzano, come si diceva, il gruppo. Dal canto loro i «vecchi» spesso non hanno la forza di raccontare la loro storia in modo creditale per i nuovi. Il gruppo non sa trasmettere l'esperienza, la cultura che ha accumulato. Non avvengono processi formativi. O meglio, visto che in ogni caso ci si forma, si è incapaci di gestire i propri processi formativi. Sono in balia del caso, anche sotto la pressione irruente dei nuovi. Possono resistere i soliti «momenti formativi» (riunioni, ritiri...), ma la incisività è nulla. Per molti adolescenti sono solo una tassa da pagare per muoversi nell'area del gruppo.

Crisi di memoria/tradizione nei giovani

Un dato preoccupante in questo quadro è la facilità con cui i giovani animatori (20-25 anni) entrano in crisi a contatto con gli adolescenti di cui dovrebbero essere educatori.
Partiamo da una costatazione. Raramente i nuovi sono respinti dai gruppi; spesso anzi vengono accolti con simpatia ed una certa ammirazione («sanno vivere!»). In effetti risultano portatori di valori e modelli di comportamento che interpretano certi bisogni anche dei più grandi e si inseriscono nella problematica viva di alcune contraddizioni in cui proprio i più grandi si dibattono. Tanti interrogativi a cui non hanno dato risposta ritornano: a proposito della vita affettiva e di coppia, dell'identità cristiana, dell'impegno nel quotidiano e del servizio nel gruppo. Spesso gli animatori messi a confronto su questi temi non sanno rispondere, sembra loro mancare il terreno sotto i piedi, non riescono a rendere conto delle loro scelte. La crisi degli educatori è frutto di tutto un insieme di cause su cui ora non possiamo fermarci: la mancanza di iter formativo a livello personale (le motivazioni per una scelta cristiana e per un servizio in gruppo), la scarsa qualificazione in quanto animatori, l'essere entrati in servizio senza esperienza, la scarsa attenzione data in questi anni ai contenuti e ad una architettura della fede... Qui vogliamo soffermarci su un altro fattore, quello che oggi va sotto il nome di crisi di «memoria».
Il termine memoria vien usato in senso oggettivo (ed allora si identifica con tradizione) oppure in senso soggettivo (ed allora si parla di «avere memoria» ed anche «fare memoria»).
A che cosa si intende riferirsi quando si parla di memoria? Nell'uso ecclesiale vengono a confluire due significati: in informatica la memoria è l'insieme delle informazioni che sono state passate al calcolatore e che ora questi è in grado di utilizzare; in teologia la memoria è il ricordo di un evento, del passato (l'evento-Cristo) non in quanto passato (sarebbe solo un ricordo) ma in quanto ha un significato determinante per l'oggi ed è in grado di suscitare nuove energie.
Nell'uso più abituale memoria dice «sapere sociale», ciò che le generazioni passate ci hanno tramandato ed è importante per l'oggi. Memoria è tutto ciò in cui è depositata l'esperienza sociale.
Oggi si afferma che i giovani non hanno più memoria (sociale ed ecclesiale), perché non vi hanno avuto un sufficiente accesso, a causa della crisi degli strumenti di trasmissione culturale (la scuola, la famiglia, gli apparati di comunicazione, le istituzioni ecclesiali...).
Del resto anche i giovani che in qualche modo hanno avuto accesso alla memoria sociale raramente sono abilitati a «fare memoria», cioè ad utilizzare il sapere sociale ed ecclesiale per inventare il presente (un modello convincente di giovane cristiano, ad esempio) e progettare il futuro.
È sintomatico che nei gruppi ecclesiali, mentre gli animatori sui vent'anni vanno in crisi a contatto con i sedicenni, ciò non succede per gli animatori più grandi. In effetti gli animatori radicati nell'esperienza del '68 sembrano resistere meglio all'urto dei giovanissimi, pur senza negare che questa resistenza si fa a volte rigidità, incapacità di entrare in contatto con chi non usa gli schemi mentali di quegli anni. Superato un certo dogmatismo essi però sono maggiormente sensibili e preparati ad di cui parlare solo con gli amici, e da cui lasciarsi trascinare in sogni che presto si svuotano.
Il rapporto con gli adulti e le istituzioni è a prima vista meno catastrofico. Non contestano, non si oppongono. Semplicemente ignorano. A scuola come in famiglia, ed anche nei gruppi ecclesiali. Prevale il rifiuto e la negazione, anche della stessa crisi, su cui non amano soffermarsi. Del resto più che l'azione cercano la parola ed il sentimento. Anche in campo ciffettivo, dove tuttavia rimane una forte libertà espressiva. La parola si fa noia, acuita dalla immobilità. Al cambio, sociale e di gruppo, non credono. Al massimo tentano soluzioni individualiste o di «piccolo gruppo», con una accentuata mentalità rivendicativa. Lontano dai progetti di riforma sociale e da chi li propone. Di ciò che fanno tentano una spiegazione, ma frequentemente si arrestano e richiesti di motivare le loro scelte si rifugiano nel classico «bold».
Il «boh!» sembra arrestarsi quando parlano di Dio. Di lui amano dire e scrivere un sacco di cose. Critici verso le religioni istituzionalizzate sono tuttavia affascinati da quel mondo misterioso e inesplorato che sentono vicino al loro bisogno di sentimento, emozione, rinascita interiore, distacco dal mondo in cui vivono ma di cui non si sentono parte.
Quando entrano negli spazi dei gruppi ecclesiali non lo fanno quasi mai da soli. Vengono insieme e difficilmente accettano di sciogliere il loro nucleo, almeno fin che non controllano bene l'ambiente. Tra loro si proteggono, si intendono alla perfezione con sorrisi e con un gergo che spiazza gli adulti e gli altri giovani. Si ritirano a riccio appena sentono che qualcuno vuole violare la loro intimità.
Il parlarsi tra intimi è un rito, favorito dai momenti altrettanto rituali in cui si aprono le pagine dei diari (diari accurati, a cui dedicano tempo, attenzione, gelosia) e ne parlano tra loro. Con devozione. Ai gruppi in fondo non chiedono, a prima vista, se non ospitalità. Questa è la loro prima richiesta, anche se non è l'unica. Un vero confronto con gli «altri» che circolano nello stesso ambiente, ai più non interessa. Come, parallelamente, non interessa un confronto con i genitori sul modello di vita a cui le due generazioni si ispirano. Il modello di vita è un affare privato. Al gruppo chiedono invece gratificazione, riconoscimento sociale, possibilità di esprimersi. Chiedono anche delle proposte, dei valori da condividere? Forse sì, ma non lo ammettono. O non lo sanno.

Dai processi formativi al modello di gruppo

L'aver posto l'attenzione sulla crisi dei processi formativi non deve ad ogni modo trarre in inganno sul come uscire dalla crisi. Si ha l'impressione che lo sforzo di molti animatori sia soprattutto nella direzione di tecniche sempre più raffinate per far passare i soliti prodotti. Forse è quello che sta succedendo con gli adolescenti. I gruppi ecclesiali sembrano dimostrare una notevole capacità di richiamo sui «nuovi». I gruppi sono, come si dice, luoghi di aggregazione. Ma molti adolescenti si fermano poco. Quello che rifiutano, dopo la breve stagione dei «primi amori», è il modello di gruppo, la sua logica, i valori che lo determinano, il tipo di leadership, il rapporto di dipendenza dall'adulto...
Il problema si sposta dunque dal «come comunicare» con gli adolescenti di oggi al come far evolvere il gruppo in modo che, senza rinunciare alla sua identità (alla sua storia), il gruppo assuma i bisogni anche dei «nuovi». Che tipo di gruppo con questi adolescenti? A partire da quali bisogni, e per soddisfare quali, visto che non ha senso dire che il gruppo deve soddisfarli tutti, e come soddisfarli? Occorre fare chiarezza sull'obiettivo, sulle motivazioni che portano gli adolescenti a entrare nell'ambito del gruppo e gli animatori ad accoglierli.
In questo senso può diventare preoccupante non solo il fatto che gli adolescenti arrivano in frotte nei gruppi e se ne vanno perché non hanno trovato cosa cercavano (ma fino a che punto era giusto che un gruppo ecclesiale pretendesse di soddisfare quelle richieste?), ma anche il fatto che certi adolescenti non se ne vanno, pur non condividendo i valori del gruppo, perché sono riusciti a trovare un ambiente che permette loro di sopravvivere e di esprimersi, senza essere messi in condizione di percorrere un itinerario educativo. Solo quando si è trovato un accordo sugli obiettivi e continuamente ci si verifica sulla loro consistenza, ha senso aprire il confronto anche sui processi espliciti di formazione. Ricordando anzitutto che è il gruppo è sempre formativo, cioè educa sempre in una qualche direzione e secondo un certo modello di vita.
Sul modello di gruppo da inventare per rispondere ai nuovi bisogni degli adolescenti, Note di Pastorale Giovanile si è soffermata nel dossier del mese di febbraio di quest'anno, soprattutto nelle pagine di introduzione alle «prospettive» e nell'articolo o- lavorare per produrre aggregazione» (R. Tonelli).
Nelle «prospettive» di questo numero vengono invece approfonditi altri due aspetti del problema:
– il primo contributo, di P. Bassi e A. Pilati, esamina la crisi dei meccanismi di trasmissione culturale nella nostra società, e la «socializzazione selvaggia» come risposta del mondo giovanile;
– il secondo contributo, di R. Tonelli, entra nel vivo del rapporto nuovi' gruppo. Ogni gruppo tende alla «maturità»: questo è il suo obiettivo. Ma quando un gruppo è maturo? Sulla base di quali coordinate definire la sua maturità? Il problema è decisivo perché spesso il gruppo entra in crisi in quanto non ha raggiunto obiettivi che, ad un sereno esame, non era possibile raggiungere.
L'articolo offre dei precisi criteri per definire concretamente gli obiettivi di una crescita in gruppo e dei suggerimenti per attivare corretti processi formativi.
– L'ultimo contributo, di Silvana Bottignole, è invece di tipo più operativo e vuole aiutare il gruppo in crisi ad analizzare lo stato di confusione, di disagio che attraversa.