Un centro giovanile si interroga sulla sua identità

Inserito in NPG annata 1979.

 

Centro Giovanile di Torino-Valdocco

(NPG 1979-07-17)


LA NOSTRA IDENTITÀ TRA NOVITÀ E TRADIZIONE

Il nostro Centro giovanile, inserito nell'Opera Salesiana di Valdocco, ha un'identità e un progetto di pastorale crediamo da un lato originale e dall'altro vecchio quanto l'uomo: sposare la novità, che ha orecchie attente per la storia che cammina, e la tradizione che porta con sé, anche se incrostato dal tempo, il lavoro onesto e intelligente di altri uomini che prima di noi hanno sperimentato, operato, scoperto, trasmesso.
In ragione di questo il progetto che raccoglie i nostri orientamenti teologici, antropologici e metodologici non può costruirsi definitivamente ed esaustivamente essendo esso soggetto agli impulsi del presente, alle speranze per il futuro e alla riscoperta incessante dei valori del passato.
Non si tratta di formule, ma di vita. Le formule non risolvono i problemi ma li imbrigliano e spesso ci capita all'inizio di ogni anno di riproporre sempre le stesse cose, ottenendone l'impressione di non progredire e di essere soffocati dalla ripetitività della formula collaudata, dentro la quale ci si tranquillizza di fronte ai continui messaggi di allarme provenienti dal mondo.
In altri casi invece si vorrebbe buttare per aria tutto con la presunzione di possedere nuove verità, non ancora disvelate, in nostro esclusivo possesso. È falso. La Chiesa non fa che ripetere da quasi duemila anni lo stesso ritornello sempre uguale. Non c'è nulla da inventare. E solo rimanendo ancorati a quella verità abbiamo la certezza di marciare non soli ma insieme a tutte le comunità e condividendo le stesse certezze. Qui si innesta il grosso rischio: privilegiare «l'ortodossia», cioè la retta interpretazione e comunicazione dei contenuti della fede ai quali in qualche modo deve farsi aderente la vita dell'uomo.
Ma la riflessione teologica del Vaticano II ci ha indicato che il messaggio cristiano non è «sopra» la persone, ma «per» la persona. La fede non ha senso per la vita se si configura come un dato oggettivo fuori di essa, estraneo, ma se si fa «carne», significazione per la vita stessa.
L'evento Gesù Cristo è indicativo e normativo di questa fondamentale contenuto. Se crediamo nell'incarnazione dobbiamo conseguentemente accettare il carattere di «educabilità» della fede.
Quindi se la fede è accoglienza di un dono, questo processo, poiché condotto da azioni-atteggiamenti-ragionamenti umani, possiede tutti gli attributi dello sforzo umano e cioè la gradualità, la progressività, la storicità, le ingerenze dei condizionamenti culturali e ambientali, il gioco della libertà, la situazione esistenziale del destinatario.

Il perno attorno a cui ruota la nostra identità: la scelta educativa

La tradizione di cui siamo partecipi ha contribuito in questi anni a delineare una nostra precisa identità, uno «stile» che dapprima passivamente subito nell'ambiente è stato ad un certo punto coscientemente assunto, soprattutto da quelli che noi chiamiamo la comunità dei giovani-adulti e che in qualche modo è il nucleo trainante del nostro centro giovanile.
Oggi possiamo dire, dando uno sguardo al passato e cercando di interpretare il nostro presente, che il fulcro attorno a cui ha mosso i primi passi ed è maturata la nostra identità, è la scelta educativa. Per noi educare è importante. Importante non solo perché rendiamo un servizio agli altri, ma anche perché lo consideriamo un modo originale di costruire noi stessi. Non siamo evidentemente educatori a tempo pieno, anche se attualmente alcuni di noi stanno prestando servizio civile dentro il centro, ma l'interesse educativo permea in modo originale il nostro essere giovani e cristiani oggi.
La centralità del fatto educativo non si fonda quindi su scopi strategici alla luce della costatazione che oggi i giovani sono in crisi e con loro e prima di loro le istituzioni sociali, per cui si suppone che il terreno educativo è un buon campo di impegno, ma trova le radici in quel «criterio dei destinatari» che è stato annunciato nel mistero dell'incarnazione e che ha avuto in Don Bosco un attento e originale prosecutore. Dunque possediamo alle spalle una ingente esperienza di spiritualità e sensibilità educativa che ci ha trasmesso una pesante responsabilità e un impulso alla continuazione.
Analizzando e studiando la vita di Don Bosco e l'esperienza salesiana ci siamo resi conto dell'importante «bagaglio» di stile di vita, di strumenti educativi, di orientamenti pedagogici che portava in sé: un'eredità che contiene a tutt'oggi una risposta-proposta al «bisogno di senso» del mondo giovanile.
Inoltre tale esperienza ha offerto una formazione a molte persone, ha determinato uno stile di stare insieme al giovane, ha proposto dei modi di rispondere alle esigenze della vita del giovane ed oggi chi ha ricevuto queste sensibilità ha deciso di farsi «testimone» e offrirsi come continuatore per dare un futuro a questi valori e all'istituzione.

CAPIRCI A PARTIRE DALLA NOSTRA STORIA

La nascita di un movimento giovanile nell'oratorio di Valdocco (usiamo il termine «movimento» nel senso di qual cosa che si muove e non nell'accezione usuale) la si può far risalire all'anno 1972.
Come facilmente è intuibile si tratta di anni «caldi».
Si sta maturando la coscienza dell'impegno politico nel mondo cattolico e molti giovani abbandonano le istituzioni religiose per dedicarsi esclusivamente alla militanza politica. Gli influssi dell'onda di contestazione internazionale del '68 si fanno via via più presenti e la Chiesa ufficiale non ne è immune. Uno dei grossi nodi nell'area cattolica è la coniugazione di fede ed impegno politico che porta con sé il problema del lavoro dentro o fuori le strutture ecclesiali.

Fin dagli inizi abbiamo scelto di rimanere dentro le strutture

È in questo quadro che si collocano i primi passi.
Abbiamo avuto anche noi la tentazione dello «spontaneismo», il tentativo di disfarci di ciò che delimita, che costringe, che spesso ha mostrato la sua immobilità. Nonostante questi desideri le decisione ultima è stata quella di operare dentro la struttura.
Ogni istituzione necessariamente porta con sé uno stato di crisi: la cristallizzazione, il timore del nuovo, il rischio del potere, l'attestazione immobile sui valori. Abbiamo capito però che l'istituzione contiene numerosi vantaggi che si configurano come un autentico servizio: offrire uno spazio fisico, concreto per l'aggregazione, permettere luoghi di confronto e dialogo, possibilità di essere propositivi e alternativi ai modelli circolanti, possibilità di uno spazio reale in cui il giovane può contare e decidere.
Sono altrettanto reali e pericolosi i rischi opposti a cui già accennavamo: la chiusura, l'invecchiamento, la spartizione di aree di potere, l'efficientismo.
Gli antidoti efficaci per queste minacce sono costituiti dalla presenza costante di due dimensioni: la libertà e la disponibilità: la libertà dalla struttura (essa serve ma non deve essere servita) e la disponibilità alla novità (cioè un sano ridimensionamento della presunzione di essere giunti alla verità).
Tra giovanilismo e spontaneismo da una parte e rischio di condizionamento della struttura dall'altra abbiamo scelto di essere criticamente presenti nella struttura. Abbiamo rifiutato di costruirci come chiesuola, ritagliando degli spazi «riservati» ai giovani e scartando ogni contatto con la istituzione. Un lento e progressivo collegamento con la parrocchia e un confronto dialettico con le altre categorie e forze operanti attorno e dentro il centro ci hanno permesso di sfuggire ai rischi del giovanilismo, anche se non possiamo affermare di esserne immuni.
La scelta della istituzione l'abbiamo fatta nostra soprattutto nel modo con cui pensare l'oratorio ed il centro giovanile. Ripensando la tradizione salesiana abbiamo raccolto attorno a tre dimensioni l'originalità dell'oratorio come lo pensava Don Bosco:
1. Un ambiente educativo cristiano preoccupato per la «sanità morale» del giovane e per una valida proposta religiosa.
2. Aperto a tutti i giovani e a tutti gli interessi giovanili.
3. Preoccupato di educare a diventare «onesti cittadini e buoni cristiani», cioè un'educazione all'impegno sociale e ad una fede operante.

Il bisogno di «teorizzare», qualificarci, confrontarci con altri gruppi

A partire da queste attenzioni primarie abbiamo iniziato timidamente a porre le prime basi, ad accettare criticamente ciò che già altri avevano fatto o stavano facendo, a stendere le prime teorizzazioni e le prime sintesi di ciò che volevamo essere. Sono arrivati così i primi documenti. Il primo risale ad uno scritto che avevamo formulato in occasione di un confronto con i gruppi del S. Paolo di Torino e di Bolzaneto (Genova).
In quel documento si iniziava a capire che per costituirsi come comunità giovanile ecclesiale occorreva collegarsi, confrontarsi, trovare momenti di unità che saldassero i numerosi centri di interesse. Infatti esistevano già come eredità o come attività per inerzia dei gruppi legati allo sport, alla catechesi, al terzo mondo, alla musica, al servizio liturgico. Ma erano totalmente assenti il riferimento ecclesiale, le finalità, un progetto comune e molto spesso le attività gravitavano attorno alla buona volontà di un prete più che ad un interesse autonomamente scelto condiviso, e condotto responsabilmente dai giovani.
Assenti anche i momenti di qualificazione che costituiscono l'ossigeno di un progetto e che oggi si configurano come perno dei valori.
Quel documento già intravvedeva con forza queste carenze e soprattutto martellava con insistenza su un termine che è divenuto oggi il sustrato della nostra identità: il servizio.

Un salto di qualità nella presenza al centro: da tecnici-allenatori a educatori-animatori

Fin da questo primo rimasticamento della nostra identità ci siamo proposti un salto di qualità. Fino ad allora al centro, tranne qualche eccezione che ormai apparteneva più al passato remoto che a quello prossimo, si era sofferto di un dualismo che aveva distinto tra tecnici-allenatori da una parte e «formatori» dall'altra. I veri compiti di educazione umana e di maturazione della fede venivano di fatto delegati ai preti e alle suore. Si finiva così per avere al centro un nucleo di giovani-adulti che si dichiaravano «neutrali» sul piano educativo e cristiano. La nostra scelta è stata in un'altra direzione.
Ci siamo impegnati, e le battaglie non sono state poche, perché i due ruoli, di tecnico e di educatore, venissero unificati nelle stesse persone. Allo stesso tempo ci siamo preoccupati perché la proposta cristiana non fosse affidata al «clero» ma fosse vissuta in modo corresponsabile dagli stessi giovani-adulti.
Dunque, veniva indicata una figura nuova di «giovane cristiano» che doveva operare in modo qualificato nel gruppo e doveva ad un tempo essere un educatore preparato, conoscitore della realtà sociale, psicologica, disponibile alla trasmissione dei valori. Da qui si sviluppò l'idea di un iter che abilitasse chi intendeva scegliere l'impegno dell'animazione.

UNO STILE DI VITA CHE SI FA «PROPOSTA»

Nel nostro centro giovanile la identità-spiritualità ed il modo con cui facciamo la proposta vanno di pari passo. Descrivendo il nostro stile di presenza educativa emergerà, sullo sfondo, il ripensamento della fede cristiana che abbiamo maturato. Ci soffermeremo in particolare sugli animatori perché sono loro di fatto a contribuire in modo decisivo a creare quel «clima» e quello «stile» con cui entra in contatto chi frequenta nel nostro centro.

Il «luogo» della proposta

Bisogna anzitutto precisare il «luogo» dove la proposta di spiritualità viene esplicitata, perché le modalità concrete con le quali si presenta dipendono dal rapporto che esiste tra il centro giovanile e la chiesa, tra il centro giovanile e il mondo.
Il nostro centro, pur essendo situato dentro una struttura ecclesiale, conserva da essa una certa autonomia.
Questa fisionomia era ben precisata da un'«immagine» di un nostro documento di qualche anno fa dove si definiva il centro come un «ponte» tra la chiesa locale (la parrocchia) e il territorio (il quartiere).
I nostri maggiori sforzi, infatti, sono nell'ordine della promozione umana (una chiesa che serve); tale atteggiamento consiste da una parte nel «servizio» (delle strutture e delle persone) al giovane del territorio e dall'altra nella promozione di una nuova qualità della vita, di un modo diverso di stare insieme, di un modo autentico di crescere in umanità, che correttamente faccia emergere la «domanda religiosa» nella vita del giovane.
Il centro giovanile si colloca così in uno spazio tipicamente educativo dove l'aria che si respira, le attività aggregative, il fare «esperienze» dentro un itinerario formativo e, ancora, il venire a contatto con modelli di giovani adulti vogliono educare a degli atteggiamenti e abilitare a una scelta libera e responsabile dell'evento salvifico di Gesù Cristo; questa scelta comporta un riferimento preciso alla chiesa e un impegno nel mondo, nella prospettiva di condividere profondamente «l'ansia di Gesù Cristo per il Regno».
Quindi la proposta di vita cristiana si inserisce dentro questo «servizio» che la chiesa locale fa al territorio, dentro cioè a quel processo che noi chiamiamo di umanizzazione, che è già dimensione della evangelizzazione.
Per questo possiamo dire che l'evangelizzazione a Valdocco si realizza in due aspetti: da una parte dando testimonianza che è possibile oggi vivere la fede e credere la vita, dall'altra facendo un annuncio esplicito di Gesù Cristo, ragione ultima di questo «nuovo» modo di vivere.

Una comunità di giovani-adulti testimonia la «vivibilità» della fede

Fare una proposta di esistenza cristiana significa offrire un modo di essere «uomo»: una persona che, accolto il «dono Gesù Cristo», sappia renderlo 'significativo nella propria vita. Coloro, uomini e donne, che tentano di significare la propria vita alla luce dell'evento Gesù Cristo, sono la chiesa.
A Valdocco esiste una fascia di giovani adulti che si sforza di vivere con consapevolezza la scelta di fede, quindi è e si riconosce nella chiesa (la parrocchia di Maria Ausiliatrice, l'insieme dei gruppi e comunità cristiane della Barriera Nord, la diocesi di Torino).
Questa fascia di chiesa locale è per il più giovane un modello visibile e concreto, quindi con pregi e limiti, di cosa significhi essere giovane cristiano.
Per questo riteniamo che la sola esistenza della comunità cristiana, e in particolare di questa sua fetta di giovani-adulti, è già evangelizzazione ai più giovani, perché testimonia nella vita d'insieme e dei singoli la gioia e la ricchezza dell'aver incontrato Gesù Cristo.
Comunque, ed è importante ricordarlo, l'obiettivo educativo non è finalizzato alla conoscenza della comunità cristiana, anzi la comunità è il mezzo visibile e incarnato per far incontrare il più giovane con la persona e il messaggio di Gesù Cristo, unico uomo riuscito. Il riferimento è sempre a Gesù Cristo, che è il criterio ultimo di valutazione per essere oggi veramente uomini.
A differenza forse dell'intera comunità parrocchiale, la fascia dei giovani adulti che bazzica e lavora nel centro giovanile ha maggiormente coscienza di essere «educativa», di essere, cioè, «guardata» dal più giovane; essa è per il giovane che cresce il «fatto», la situazione esistenziale con la quale si deve verificare se vuol continuare ad avere una presenza responsabile e protagonista nel centro giovanile.

L'identità del giovane-adulto che fa animazione a Valdocco

La maggioranza dei componenti di questa fascia svolge una attività di servizio dentro la struttura.
Tutti i documenti della nostra breve storia parlano de «la centralità della figura del l'animatore» nel progetto educativo; l'identità dell'animatore sarà svolta maggiormente più avanti parlando dell'annuncio esplicito di fede al più giovane; in questa parte ci sembra interessante prendere in considerazione la vita dell'animatore al di là
del suo impegno specifico nel centro giovanile.
Prima di tutto nessuno di noi vuole essere animatore nel centro giovanile a tempo pieno. L'impegno educativo del giovane-adulto non vuole porsi come un fatto totalizzante: l'ansia per il Regno non deve vivere soltanto dentro le mura del centro giovanile. Uno slogan dei primi anni ma ancora significativo oggi era «l'oratorio non è un'isola».
In secondo luogo quindi l'animatore è colui che vive nel mondo, che coglie il «quotidiano» (la scuola, il lavoro, il territorio, ecc.) come il «luogo» privilegiato per impegnarsi a rendere nuove le cose. Il giovane adulto è colui che facendo scelte nel «poliTico» e nell'«ecclesiale», e cioè vivendo seriamente un impegno di liberazione nel mondo e un riferimento alla chiesa locale, garantisce e sostiene la scelta educativa del centro giovanile, cioè garantisce e sostiene che dietro al servizio educativo esiste un progetto di «uomo», vivibile nella storia di oggi.
L'animatore è colui che abilitato, educato, a vivere un progetto di «uomo», cerca di viverlo.
Questa persona che sembra fare mille cose, intende presentarsi unito interiormente; il più giovane scopre interessanti gli atteggiamenti di vita che gli vengono proposti proprio perché li vede «vissuti» dal giovane-adulto.
Per esempio, un'istanza di partecipazione nella scuola è credibile solo se l'animatore vive la partecipazione sul lavoro, a scuola, in quartiere e dà continuamente «visibilità» di questa sua vita.

Gli spazi di incontro del più giovane con la comunità cristiana che vive nel centro giovanile

Ci sono momenti in cui il più giovane ha modo di compartecipare liberamente all'esperienza di vita del più grande. Spazi cioè in cui può toccare con mano che esiste una comunità giovanile che vive una esperienza umana e cristiana ricca e significativa. Noi pensiamo che i «passi» più grandi nel cammino di fede si fanno rispondendo all'invito evangelico «vieni e vedrai», facendo cioè esperienza della vita che è proposta. L'incontro significativo con Gesù Cristo avviene all'interno della comunità dei credenti. «Il miglior ragionamento per stabilire la ragionevolezza dell'esperienza cristiana sono i cristiani che vivono con intensità e gioia il loro incontro con Gesù Cristo». Alla luce di queste riflessioni, che partono dalla nostra esperienza, elenchiamo alcuni di questi spazi e momenti della comunità dei giovani-adulti dove il più giovane si incontra e conosce aspetti e atteggiamenti della vita cristiana.

Spazi di vita interpersonale
Nel tempo libero quotidiano avviene a livello informale un incontro dei più giovani con i più grandi. Sono numerose le attenzioni e le amicizie tra persone di fasce diverse.
Anche le attività ricreative di sala, di cortile, oppure l'andare al cinema, alla partita, a mangiare una pizza sono spesso vissuti insieme, favorendo una conoscenza del più grande che parte proprio dalla vita più semplice.
In questi rapporti emerge e si fa proposta il «personale» del più grande (il modo di vivere l'affettività, la sessualità, il valore della povertà, il modo di esprimersi, il linguaggio, la gestualità, ecc.). Inoltre in questi spazi c'è possibilità di parlare, motivare, chiarire alcune scelte del «politico» e più in generale di dare ragione esplicita della vita che si sta facendo, non senza la problematicità che essa comporta.
In questo momento storico in cui si tende a rivalutare il «privato» rispetto al «pubblico», con tutte le ambivalenze che questo fatto comporta, il semplice e spesso sottovalutato rapporto interpersonale diventa lo spazio dove presentare la vita «personale» non scollata con quella «politica»; diventa lo spazio dove ci si manifesta nello sforzo continuo di essere uniti interiormente: non a caso le tensioni, i problemi, le difficoltà, più significativi a livello esistenziale, emergono proprio dentro questo spazio informale.
Quindi l'unità interiore della persona, che è la metà di ogni corretto progetto educativo, si rende visibile e proposta soprattutto nel rapporto interpersonale con il più giovane.

Momenti celebrativi della identità cristiana dei giovani-adulti
Ci sono alcuni momenti «organizzati» nella vita del centro giovanile che sono gestiti o appoggiati dalla comunità. Fra questi ricordiamo in particolare tutti quei momenti in cui i giovani-adulti esprimono la loro identità cristiana nella preghiera, nella celebrazione della eucaristia e della penitenza, nei ritiri e negli altri tempi di riflessione religiosa esplicita.
Essi si presentano «aperti» alla partecipazione del più giovane, diventando da un punto di vista educativo momenti di compartecipazione al progetto «uomo» incarnato in situazioni molto concrete.
In certe occasioni la proposta di coinvolgimento si fa esplicita, come per alcune celebrazioni decisive nella vita del nostro centro (la messa di mezzanotte a Natale non in chiesa ma in un ambiente significativo nella vita del nostro quartiere, la celebrazione della Pasqua al giovedì santo con gli altri gruppi giovanili della zona...) e per alcuni ritiri, a cui vengono invitati a partecipare con la comunità dei più grandi solo quelli del triennio, per fare esperienza di vita comunitaria nella riflessione personale e di gruppo e nei momenti di assemblea in cui al termine della giornata si discutono alcuni problemi più urgenti di carattere comunitario.

Le feste oratoriane e di quartiere
Altro momento di intensa comunicazione fra i giovani adulti e i più giovani sono le feste: feste oratoriane (apertura e chiusura dell'anno oratoriano, festa di Don Bosco), feste «laiche» (ultimo dell'anno, carnevale, gita di pasquetta, ecc.), feste di quartiere, feste liturgiche...
In questi momenti il più giovane viene a contatto con almeno due grossi valori: da una parte contro la disperazione, la noia, la crisi di senso, viene affermata la gioia, lo stare insieme festoso, come riconoscimento della presenza di Gesù, come confessare che il Regno è «già» tra noi. La gioia e la contentezza che procura un «corretto» e festoso modo di «stare insieme» valorizza un bisogno ed un'esigenza della nuova condizione giovanile e permette di esperimentare la «positività» dell'essere oggi giovani; dall'altra il fare festa è anch'esso un momento di «servizio»: è essere attenti agli «ultimi», a chi è più solo, a chi è emarginato, è fare festa con «tutti»; quindi anche a mettersi a servizio dei più piccoli, nell'organizzare giochi, attività, canti, che facciano vivere anche a loro il clima di festa.

Momenti di manifestazioni, dibattiti, lotte nel quartiere e nella città
Questo momento di compartecipazione del più giovane è il più difficile perché si situa fuori dall'ambiente del centro giovanile, inoltre l'incontro con persone e movimenti esterni presuppone una già salda «identità» che permetta un adulto confronto e una seria collaborazione (questo almeno per il lavoro politico in quartiere).
Di conseguenza queste attività vengono vissute dal più giovane più di riflesso, rimbalzate cioè nel centro giovanile, che in prima persona. Il fatto che una decina di persone (non sono molte!) abbia un impegno e/o un'attenzione specifica nel quartiere (partecipa alle commissioni della Circoscrizione, milita nel Movimento di Base dei quartieri spontanei, è consigliere del Distretto Scolastico o dei Consigli di Istituto delle scuole del quartiere...) tiene viva la sensibilità all'impegno partecipativo del cristiano nel mondo. Questo lavoro politico dei giovani adulti, che si fa più visibile in questi momenti forti, testimonia ed educa all'impegno del cristiano per costruire il «non-ancora» del Regno: un impegno che è duro e che fa emergere continuamente che la strada verso il Regno è ancora lunga e faticosa, ma percorribile perché nonostante il clima di riflusso nel quale viviamo, abbiamo la speranza, nella risurrezione di Cristo, di raggiungere la meta.

Il linguaggio dell'«ambiente»

La vivibilità della fede è mediata anche dall'ambiente il quale in qualche modo deve provocare, interrogare il più giovane. Per ambiente si intende l'ambiente fisico: sale, cortile, porticato. Le strutture hanno un peso educativo notevole, perché sempre privilegiano un certo modo di «essere»: esse non sono mai neutrali. Una preoccupazione costante della comunità responsabile del centro giovanile è dare consistenza educativa all'ambiente, attraverso le mille piccole attenzioni che fanno «clima»: dal tono dei vari locali, al prestigio affidato a coloro che sono veri modelli, dai cartelloni che lentamente permettono di far mentalità, al modo con cui si prega, al tipo di sport che viene praticato.

IL NOSTRO ITINERARIO FORMATIVO: DALLA UMANIZZAZIONE DELLE ESPERIENZE ALL'ANNUNCIO DEL CRISTO

La comunità degli animatori oltre a testimoniare con la vita la «vivibilità» della fede, esplicita la novità di Gesù Cristo, cercando di educare alla fede dentro un processo di umanizzazione.

Umanizzare le esperienze è il nostro primo obiettivo

Fedeli al principio dell'Incarnazione, il nostro progetto di educazione alla fede parte dalla vita del giovane; il nostro «servizio» ai più piccoli ha come scopo educativo quello di umanizzare le esperienze quotidiane, perché esse sono il luogo privilegiato per incontrare Gesù Cristo. Il quotidiano non è sempre rivelatore della presenza salvifica di Dio; il nostro sforzo educativo ci sembra quello di restituire al giovane il suo quotidiano nella sua originale carica di problematicità: riflettendo sull'esperienza di «positività» e di «negatività» che si sta vivendo.
Realizzato questo obiettivo l'annuncio esplicito dell'evento salvifico di Gesù Cristo si configura come una comprensione «diversa» di questa umanità «umanizzata». Analizzare come concretamente il nostro centro giovanile realizza questo suo servizio ai giovani non è impresa facile. Il rischio di schematizzare e mettere per iscritto ciò che è la vita di tutti i giorni, rischia da una parte di impoverire la realtà, dall'altra di essere facilmente fraintesi, sia per il linguaggio, sia per la strutturazione, che è davvero complessa.
La caratteristica che ci differenzia da altri gruppi e movimenti ecclesiali è l'essere presenti nel territorio; una presenza che vuol essere «servizio», stimolo a far crescere, a realizzarsi, a diventare uomini in pienezza. L'educazione alla fede avviene sempre dentro la promozione umana, soprattutto per noi che vogliamo essere la dimensione educativa dell'esperienza ecclesiale.
Tale promozione vuol dire da una parte essere attenti ai bisogni, alle esigenze, agli interessi del giovane del territorio, dall'altra essere risposta concreta per «questo giovane» e spazio di auto-progettazione (il giovane è il motore del centro giovanile).

L'individuazione dei bisogni del giovane nel contatto personale e nello studio

Nel realizzare e nel progettare la nostra attività educativa è per noi decisivo essere profondamente attenti alla realtà socio-culturale per non ipotizzare la presenza di un'inesistente «giovane medio» ma per lasciarci provocare dall'effettiva realtà del giovane del quartiere.
Per possedere questa attenzione ricerchiamo una attenta analisi della situazione affidandoci soprattutto, oltre che a contatti personali, agli strumenti delle scienze umane (sociologia, psicologia, antropologia). «Territorio» per noi significa più cose: mappa dei bisogni delle persone (economici, culturali...), condizione reale delle persone (i luoghi, le situazioni), la strutturazione «geografica» del luogo di vita (i trasporti, i servizi, le case, il verde...), la cultura vissuta (la storia, il sistema di segni e simboli usati per comunicare).
«L'Oratorio non è un'isola», uno dei nostri primi slogans, nascondeva già questa intenzione di approfondire la conoscenza di tutto ciò che ci circondava. Il nostro quartiere, a metà strada tra il centro storico e la periferia, vive la triste esperienza della prima immigrazione con un ricambio frequente dei nuclei familiari che solo in questo ultimo periodo va rallentando.
Uno dei problemi più gravi è quello della casa.
Case malsane, fatiscenti con servizi igienici esterni, alla cui triste realtà si affianca quella della speculazione edilizia.
Alcuni problemi che ci vengono sottoposti dalla condizione giovanile e ai quali tentiamo di dar risposta sono: il bisogno di aggregazione, di ritrovarsi insieme; il bisogno di tratteggiare la propria identità in un luogo non anonimo; la necessità di trovare un senso e una modalità all'impegno nella scuola, nel quartiere, in famiglia; il problema dell'affettività, del rapporto con l'altro sesso nella prima adolescenza; il bisogno di musica, di festa.
Questa conoscenza dei problemi esterni (che abbiamo descritto superficialmente) e questa preoccupazione a tentare risposte noi la chiamiamo «fedeltà alla storia».

«Fare gruppo»: una risposta concreta per «questo giovane»

Le attività aggregative che il centro giovanile propone vogliono essere la risposta al bisogno di stare insieme in un ambiente non anonimo. Tali attività rispondono per la maggior parte agli interessi del giovane stesso: sport, musica, scautismo, teatro, ecc. Il gruppo nasce, si articola, e si modella sull'interesse del giovane. Non è un modo per «manipolare» il giovane, per accattivarlo per poi trasmettergli, «ad imbuto», una serie di cose astrattamente importanti. È il luogo privilegiato (insieme alla scuola e alla famiglia) di socializzazione, di definizione dell'identità personale attraverso l'identità collettiva, di scoperta del valore del «comunitario» e dell'«individuale», un luogo educativo, uno spazio dove si vive una grossa esperienza di affettività. È la piccola comunità in cui vengono macinati e tradotti a misura di ogni singola persona i grossi valori che tutta la comunità crede. Nel centro esiste un ampio pluralismo di interessi. Non esistono sconfessioni a questo livello: ogni gruppo risponde ad un preciso interesse, ad un livello di crescita e maturazione e fa confluire nel centro una originale specificità che contribuisce a costituire il mosaico dei valori. Dentro grosse tensioni-proposte, il giovane ha la possibilità di una serie di micro-realizzazioni che gli permettono di rimanere ancorato ad un progetto a breve termine che incontra il consenso della sensibilità giovanile di oggi.
Gli animatori che seguono i gruppi sono individui che scelgono l'animazione come vocazione di servizio. Essi devono essere coscienti dell'identità e della funzione del centro giovanile e farla propria con scelte consapevoli Gli animatori costituiscono l'elemento prioritario nella responsabilità della trasmissione dei valori, in altri termini sono la cinghia di trasmissione dell'impianto educativo. Non come strumenti meccanici, ma come concreta e personale testimonianza vissuta come singolo e comunitariamente (con gli altri animatori) della realizzazione e manifestazione dei valori. Con autonomia e originalità, non con indipendenza e senza barare, a lui è affidato un ruolo determinante che costantemente deve verificare con gli altri animatori in un confronto serrato, incalzante.
La fede non è una discriminante per essere un animatore, ma un individuo che pretende di educare deve incessantemente fare i conti con la proposta di fede, deve necessariamente mettersi sulla strada della ricerca perché conosce con chiarezza lo scopo ultimo del centro: educare alla fede dentro la vita.
Questa metodologia a cui abbiamo accennato richiede un alto grado di qualificazione che noi tentiamo di attuare durante l'anno con incontri di specializzazione su specifici argomenti e d'estate con la realizzazione dei «campi-scuola» che costituiscono il vero iter di formazione dell'animatore.

Dal «gruppo di interesse» alla «comunità di riferimento ecclesiale»

Oltre a vivere l'esperienza del gruppo di appartenenza (e/o servizio) il più giovane (biennio e triennio) vive un'altra esperienza che noi chiamiamo di riferimento ecclesiale. L'iter educativo prevede un progressivo passaggio dalla appartenenza al riferimento. Ci spieghiamo. A livello di biennio i gruppi si formano secondo gli interessi spontanei che gli stessi giovani manifestano. È a quel livello che si svolge molta della vita al centro giovanile. Ma questo non è tutto. Gli stessi giovani vengono invitati in determinate occasioni a ritrovarsi non più per gruppo di interesse ma per fasce di età (biennio e triennio). A questi momenti che costituiscono quello che noi chiamiamo il «riferimento per fascia», è affidata in modo particolare l'esplicitazione della proposta cristiana e l'apprendimento ad essere comunità giovanile ecclesiale.
Questo passaggio dalla appartenenza al piccolo gruppo di interesse al riferimento ecclesiale è graduale: il biennio «vive» molto nel gruppo di appartenenza dove, oltre l'attività propria legata all'interesse, l'animatore propone anche espliciti momenti formativi (catechesi, revisione di vita, approfondimento dei problemi tipici di quell'età...). Il momento invece di riferimento a quest'età è dato solo da alcuni momenti specifici che possono essere ridotti ad un camposcuola estivo, alla messa mensile per la loro fascia in cui si apprende a «fare messa», ad alcune gite. Oltre naturalmente a tutti quei momenti in cui liberamente si inseriscono nel ritmo della comunità giovanile.
Tipico del triennio invece il fatto che pur rimanendo alcuni gruppi di interesse, i momenti formativi vengono sempre vissuti a livello di «riferimento di fascia», cioè con tutti i giovani della loro età.
Per concludere possiamo riassumere dicendo: il giovane «appartiene» ad un gruppo ma non esaurisce il suo impegno nel gruppo; egli dunque «si riferisce» ad una fascia che raccoglie tutte le persone della sua età per confrontarsi, per sentire esperienze diverse, per accogliere con consapevolezza e responsabilità il dono di Gesù Cristo, per qualificare il suo impegno nel gruppo «di appartenenza» e più in generale nel quotidiano.

Alcuni momenti specifici di riferimento ecclesiale

Analizziamo in particolare alcuni momenti specifici di riferimento differenziati a secondo dell'età dei giovani, in cui si fa esplicito l'annuncio di Gesù Cristo e dell'identità cristiana.

I campi scuola: dei momenti decisivi nella maturazione di una identità
I campi nel proporre i contenuti seguono una certa gradualità di sviluppo nei temi trattati. Il campo del biennio si incentra su una conoscenza approfondita del centro giovanile, in cui i ragazzi vivono. Si mettono in evidenza le scelte educative del centro (servizio ai più poveri, ai più piccoli), i metodi usati, la figura dell'animatore; tutto ciò in vista di una più responsabile presenza nel centro giovanile. Questa lettura è finalizzata ad una analisi più impegnativa, che consiste nel decifrare la struttura e la cultura della nostra società industriale; in tale lavoro si analizzano soprattutto gli aspetti più vicini alla vita del ragazzo (consumismo, condizionamenti sociali, sistemi di significato, ecc.).
Per i giovani del triennio superiore il campo verte su contenuti esplicitamente religiosi: «L'identità del cristiano» è il tema-titolo del campo invernale; lo studio si propone di far conoscere la persona di Gesù Cristo, proponendo un metodo di lettura dei vangeli che possa continuare anche a casa.

Il mercoledì: un tempo per la riflessione, la preghiera, lo studio
Il mercoledì è il giorno dedicato alla comunità, in cui le attività aggregative si fermano per lasciare posto a momenti di riflessione, di studio, di preghiera. Durante la quaresima di quest'anno ad esempio, abbiamo proposto una riflessione-ricerca su Gesù Cristo, come proposta di vita per noi oggi attraverso un confronto con la Parola di Dio (Atti degli Apostoli, vangelo di Matteo) e una concretizzazione della Parola nella vita di tutti i giorni. Il triennio ha invece fatto un corso di «Introduzione al cristianesimo».

La liturgia comunitaria e le liturgie di «apprendimento»
Sia il biennio sia il triennio vivono momenti espliciti di celebrazione liturgica una volta al mese. Essi si configurano come momenti di catechesi, in cui si fa esperienza insieme del significato dell'eucaristia o della preghiera, privilegiando la riflessione e l'approfondimento su particolari aspetti della celebrazione (Liturgia della Parola, offertorio, ecc.). Inoltre, come già detto sopra, i più giovani partecipano alle celebrazioni proposte dalla comunità parrocchiale.

I ritiri per segnare il quotidiano con delle tappe di riferimento
Il ritiro è l'uscita della fascia (biennio e triennio) per una giornata; è un momento di riflessione che viene proposto in alcuni periodi particolari dell'anno (Avvento, Quaresima, inizio e finè dell'anno oratoriano).
Il ritiro è un momento importante per la vita della fascia di riferimento; esso dà consistenza ed è un momento di verifica della «vita» del giovane che sta crescendo; è strutturato in due parti: la mattina in genere è un momento dedicato alla riflessione personale alla luce di una «griglia» di revisione preparata dagli animatori, mentre il pomeriggio è un momento più di insieme, dove o dividendosi in gruppi o restando in assemblea si discute di problemi, di attività, di programmi che riguardano la fascia o tutto il centro giovanile.