Elie Wiesel,

la notte della «Shoah»

Giancarlo Pani


La notte, anche se abissalmente lunga e buia, è destinata a passare per tutti, rimanendo provvisoria perfino per i morti, anzi più che mai per loro.
Per Eliezer Wiesel, detto «Elie», è giunta la notte: si è spento a Boston, a 87 anni. Aveva vissuto la notte di Auschwitz, Birkenau, Monowitz-Buna, Buchenwald, e aveva atteso lunghi anni prima di raccontarla. Era «impossibile per lui parlarne, ma era pure impossibile non parlarne» [1]; dopodiché non ha più smesso di raccontarla.
Era il suo incubo, il suo tormento, ma anche la sua missione: testimoniare la verità, fare memoria della Shoah, imprimerla nell’anima e nella carne fino a turbare le coscienze, «perché il mondo non vada perduto» [2]. Un incubo che di continuo ritorna nei suoi scritti: «Rassegnatevi all’idea di non vedere quanto essi [i deportati] hanno visto e continuano, anche adesso, a vedere. Mai riconoscerete i volti che assillano le loro notti; mai capterete gli appelli che squarciano il loro sonno; mai penetrerete quell’universo maledetto e stregato che portano in se stessi. […] Chi non ha vissuto la loro agonia, non parla la loro lingua, non piange i loro morti, prima di mutilarli e tradirli, aspetti che se ne vada l’ultimo sopravvissuto, l’ultimo testimone» [3].
Oggi Wiesel, uno degli ultimi testimoni, forse l’ultimo, dopo aver sofferto l’orrore della Shoah, ci ha lasciato. Eppure le sue parole risuonano più vive e significative che mai, nonostante il riserbo della sua vita. Nel 1985 era stato insignito della medaglia d’oro del Congresso degli Stati Uniti e, l’anno seguente, del premio Nobel per la pace: in quella circostanza era stato definito un «messaggero per l’umanità», perché, attraverso «la sua personale esperienza della totale umiliazione e del disprezzo per l’umanità a cui aveva assistito nei campi di concentramento di Hitler», aveva dato il suo contributo «per la causa della pace». Wiesel aveva consegnato un potente messaggio di «pace, di espiazione e di dignità umana» a tutta l’umanità.
Era nato nel 1928 a Sighet, in Romania, sulle pendici dei Carpazi, dove era cresciuto nell’ebraismo più rigoroso tra il silenzio dei monti e lo studio della Torah, cui lo avevano formato la madre e il padre. Con loro, nel 1944, a 16 anni, era stato rinchiuso nel ghetto di Sighet e poi trasferito nei campi di concentramento.
La madre e la sorella scomparvero nel nulla, il padre fu selvaggiamente picchiato dai nazisti e morì di stenti poco prima della liberazione.
Dopo la guerra Wiesel divenne, come dice il titolo di uno dei suoi libri, L’ebreo errante [4]. Nel 1955 si trasferì negli Stati Uniti, prima a New York, poi a Boston, rimanendo però fedele alle sue diverse «esistenze» e lingue: yiddish, ebraico, rumeno, inglese, francese, tedesco. Visse anche in Israele, dove fu tra i fondatori dello Stato di Israele: fece il giornalista come corrispondente dall’estero. Quando gli fu proposto di divenire il presidente del nuovo Stato, si rifiutò, poiché non era nato in Israele; fu inoltre sempre critico nei confronti delle occupazioni dei territori palestinesi.
Nel 2007 subì un attentato da parte di un ventiduenne negazionista, in un hotel di San Francisco. Ne uscì illeso, e l’attentatore venne arrestato, sebbene dopo due anni fosse poi rilasciato per infermità mentale.

La notte

Questo articolo intende concentrarsi sul primo scritto di Wiesel, E il mondo rimase in silenzio: 862 pagine in yiddish, pubblicate in anteprima a Buenos Aires nel 1955, e poi riassunte nel 1958 in francese in 127 pagine, con il titolo La nuit. Lo scritto, dopo 25 anni, nel 1980, è stato infine tradotto in italiano: La notte [5]. Wiesel ebbe difficoltà a pubblicarlo, nonostante l’aiuto dello scrittore François Mauriac, Nobel per la letteratura, che lo esortò a scrivere la propria autobiografia. La prima edizione ebbe infatti poco successo. Oggi è pubblicato in più di 30 lingue e in milioni di copie.
Il libro è divenuto il primo di una trilogia, seguito da L’ alba e da Il giorno, volumi che narrano la vita di un ex deportato che si arruola a combattere per l’indipendenza di Israele. Nel 1947 era già apparso in Italia il libro di Primo Levi, Se questo è un uomo, racconto della disumanizzazione subita ad Auschwitz. I due libri, insieme al Diario di Anna Frank, possono definirsi i tre capolavori della letteratura della Shoah per la loro alta testimonianza umana e spirituale che affronta il dramma dell’ebreo perseguitato e deportato, condannato a morire di disprezzo, di fatica, di fame, di malattia, di stenti, di solitudine, di percosse e di violenze crudeli.
La notte ha fatto scoprire all’Occidente l’orrore della Shoah squarciando il velo di silenzio, di indifferenza e di omertà sulla tragedia.
Una realtà che non può e non deve essere dimenticata, poiché, come Wiesel ha detto: «Il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza» [6].
Alcuni anni fa, riscrivendo l’introduzione a una nuova edizione francese di La nuit, egli ha sostenuto che questo è l’unico libro della sua vita. Come il passato vive nel nostro presente, così tutti i suoi libri successivi portano questo marchio. Anche i libri biblici, talmudici, chassidici, su cui Wiesel ha scritto molto, ne portano il segno indelebile [7]. La notte è un gioiello letterario, nato dalla sofferenza, vissuta, meditata, mai del tutto accettata: rappresenta il pesante fardello dell’ebreo sopravvissuto che vede cancellarsi la memoria dell’orrore.

La prima notte ad Auschwitz

Il libro esordisce con le impressioni della prima notte al campo di concentramento: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. / Mai dimenticherò quel fumo. / Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. / Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. / Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. / Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. / Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai» [8].
Il lager è la notte, è il buio. Il buio dell’uomo, della vita, della fede, perfino di Dio. Non c’è più umanità, morale, sentimento, ragione, desiderio, sogno, ma buio su tutto, morte, vergogna.
Tutto tace, anche il cielo è muto. Ma risuona come un rimbombo opprimente un grido: «Mai dimenticherò… Mai dimenticherò…».
Quella notte è metafora del silenzio di Dio: un silenzio che paradossalmente è anche Parola. Mentre descrive la notte e il suo giovane cuore scoppia, Wiesel ha il coraggio di ricordare la fede del padre, che, pur in simili circostanze, prega e mormora: «Che il Suo Nome sia elevato e santificato…» [9]. La Parola diventa profezia, non nel senso che prevede il futuro, ma perché capace di annunciare il mistero di Dio, il silenzio di Dio. Quel silenzio che è vissuto da un giudeo ortodosso, con tutta la dignità di chi è fedele alla Parola, e con tutta la pena di chi riceve la Parola come oscurità e morte.
Non a caso Wiesel stringe forte la mano del padre, che gli dice: «Ti ricordi la signora Schächter sul treno?».
Durante il penoso viaggio in treno verso il lager, infatti, è narrata la vicenda della signora Schächter. La donna era stata separata per errore dal marito e dai due figli maggiori, e ora si trovava nel vagone dei deportati con il figlio minore. Il dolore l’aveva fatta impazzire e all’improvviso aveva incominciato a urlare: «Un fuoco! Vedo un fuoco». Ma non si vedeva nulla, e allora avevano cercato di tranquillizzarla.
Dopo un po’ aveva ricominciato a gridare più forte. Quelle urla che laceravano l’assurdo silenzio del carro bestiame sembravano essere una visione profetica, che scorgeva dovunque fuoco, fornaci, incendi. E continuò a gridare terrorizzata, finché il treno si fermò.
Solo in quell’istante la donna tacque. Qualcuno riuscì a sbirciare da uno spiraglio il luogo in cui erano giunti: Auschwitz, una stazione che nessuno aveva mai sentito nominare. Quando si aprì il portellone del carro, all’improvviso apparve altissimo e orrendamente percettibile il fuoco infernale che divorava le carni di bambini e di adulti [10]. Solo allora si capì che quelle grida erano una profezia.

Il silenzio di Dio e il giorno di Kippur

Emblematico è l’episodio del discernimento sul digiuno per il giorno di Kippur, il giorno destinato dalla Torah per espiare i peccati commessi, in preghiera, penitenza e digiuno. Anche nel campo di Auschwitz giunse Yom Kippur e i deportati ebrei si chiedevano: «Bisognava digiunare? La questione venne aspramente dibattuta.
Digiunare poteva voler dire una morte più certa, più rapida: qui si digiunava tutto l’anno, tutto l’anno era Yom Kippur. Ma altri dicevano che dovevamo digiunare proprio perché farlo era pericoloso; dovevamo dimostrare a Dio che anche qui, in questo inferno, eravamo capaci di cantare le Sue lodi. Io non digiunai. Prima per far piacere a mio padre, che mi aveva proibito di farlo, e poi perché non c’era ragione perché digiunassi. Non accettavo più il silenzio di Dio.
Inghiottendo la mia gamella di zuppa vedevo in quel gesto un atto di rivolta e di protesta contro di Lui».

E sgranocchiavo il mio pezzo di pane

«In fondo al mio cuore sentivo che si era fatto un grande vuoto» [11].
Il digiuno è privazione di cibo e, in un campo di concentramento, è «pericolo» di morte, ma è insieme anche memoria di chi ci fa vivere e ci dona la vita: perché il libro della Legge ricorda che «l’uomo non vive soltanto di pane, ma della Parola che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3). Il giorno del perdono è il dono di Dio, è la sua misericordia: nella propria miseria, simboleggiata dal digiuno, l’uomo vive la misericordia di Dio, il grande dono divino che è Dio stesso. Perciò deve proclamare la propria riconoscenza e cantare la sua gloria. È impressionante la conclusione del discernimento: «Dovevamo dimostrare a Dio che anche qui, in questo inferno, eravamo capaci di cantare le Sue lodi». Perché il pio ebreo anche nel dolore, non solo nella gioia, sa lodare il Signore, e lo ringrazia anche nella sofferenza e nella morte.
Viceversa, il rifiuto del digiuno è pur sempre ribellione: è protesta per il silenzio di Dio, perché Dio tace nel lager ed è assente.
Con una conseguenza imprevedibile: lo sgranocchiare il proprio pezzo di pane genera «un grande vuoto» nel cuore. Esso corrisponde alla tristezza e alla solitudine di chi pensa solo a se stesso nel tentativo di aggrapparsi alla propria vita, pur sapendo di essere spacciato.

«Dov’è Dio?»

La protesta contro Dio si fa tremenda in un’altra terribile occasione: quella dell’impiccagione di un bambino. Gli interrogativi diventano sempre più tempestosi, perché alcuni avvenimenti mettevano in discussione non solo la storia, ma anche la civiltà intera, non solo l’uomo, ma anche Dio. Erano tre i condannati a morte, tra cui un bambino, «il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi» [12]. I tre salirono insieme sulle sedie e sulle loro teste scivolarono fino al collo i nodi scorsoi.
«“Dov’è il Buon Dio? Dov’è?”, domandò qualcuno dietro di me.
/ A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. / Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava. “Scopritevi!”, urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
“Copritevi!”.
«Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora... Più di mezz’ora restò così a lottare tra la vita e la morte.
E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
«Dietro di me udii il solito uomo domandare: “Dov’è dunque Dio?”. E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca… Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere» [13].
Il silenzio di Dio, in un episodio così tragico, ferisce il cuore del credente: è il suo logorante martirio; è il silenzio che distrugge ogni certezza, umilia la fede, sconvolge la mente. Sembra davvero realizzarsi il proclama di Nietzsche: «Dio è morto». Mauriac commenta l’episodio: «Il Dio di amore, di dolcezza e di consolazione, il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe si è dileguato per sempre, sotto lo guardo di questo ragazzo, nel fumo dell’olocausto umano preteso dalla Razza, la più ingorda di tutti gli idoli» [14]. L’uomo plasmato e profondamente intriso della tradizione di Israele è ora il religioso che sfida Dio. Alla domanda provocatoria, «Dov’è Dio?», egli risponde con rabbia e con dolore, ma anche con verità: «Dio è in quel bambino impiccato».
Sì, su quella forca moriva Dio. Parole di disperazione, ma anche di profezia. Israele è ancora figlio di Dio; e misteriosamente gli viene riservata una sorte di passione e di morte analoga alla condanna del Figlio crocefisso e oscuramente risorto. Ma tale continuità tra il «figlio d’Israele» e il «Figlio di Dio», un giudeo ortodosso non è libero di pensarla, non può riconoscerla: deve viverla inconsapevolmente, con tutta la dignità di chi ancora una volta è fedele alla Parola e con tutta la pena di chi la riceve come orrore e tragedia.

Il «tradimento» di Dio

Il silenzio di Dio non è solo umiliazione personale, ma una realtà che tocca tutto il popolo dei deportati. L’interrogativo su Dio porta Wiesel a interrogarsi sul destino del popolo ebraico. Esso rivela il «tradimento» di Dio nei confronti di Israele. Perciò egli ritiene che sia suo diritto gridare, protestare, arrabbiarsi, ribellarsi: tutto è lecito per lui, coinvolto fino all’estremo, con tutte le fibre del suo essere e del suo destino.
Nel dramma Il processo di Shamgorod, scritto qualche tempo dopo, Wiesel riprende il tema del silenzio come tradimento di Dio.
Il protagonista — di nome Berish — ha assistito, durante un pogrom, allo sterminio di tutta la famiglia: gli unici sopravvissuti sono lui e sua figlia. Perciò egli ha diritto a fare il processo a Dio. «Io, Berish, taverniere ebreo di Shamgorod, accuso il Signore dell’Universo di ostilità, di crudeltà e di indifferenza: […] o lui non ama il suo popolo eletto o se ne infischia. Ciò che è certo è che la nostra sorte non sembra preoccuparlo. Allora perché ci ha scelto? Perché noi, e non un altro popolo, per cambiare? Delle due l’una: o sa ciò che ci accade o non lo sa. In entrambi i casi, ehm, in entrambi i casi è colpevole» [15]. Berish e sua figlia, i sopravvissuti, sono i testimoni e il capo d’accusa contro Dio, che ha tradito il suo popolo.
Inutile il tentativo di Sam, lo strano avvocato difensore di Dio, che cerca di scagionarlo: «Se Dio sceglie di non rispondere vuol dire che ha le sue ragioni. Dio è Dio, e la sua volontà non dipende dalla nostra» [16]. Si potrebbe anche supporre che quel che a noi appare ingiustizia e gratuità possa acquistare significato e valore in una prospettiva di eternità. Del resto Wiesel lo confessa: sì, tutto è lecito al pio ebreo, solo una cosa gli è vietata, credere che possa vivere senza Dio.
In una pagina particolarmente lacerante de La notte, scrive: «La sera, sdraiati sui nostri giacigli, cercavamo di cantare qualche melodia chassidica, e Akiba Drumer ci spezzava il cuore con la sua voce grave e profonda. Alcuni parlavano di Dio, delle Sue vie misteriose, dei peccati del popolo ebraico e della liberazione futura. Io avevo smesso di pregare. Come capivo Giobbe! Non avevo negato la Sua esistenza, ma dubitavo della Sua giustizia assoluta» [17].
In un racconto scritto venti anni dopo, Wiesel ricorda l’ultimo incontro avvenuto con il nonno, prima della deportazione. Egli affermava: «Dio è Dio, e le sue vie sono, a volte, incomprensibili; e tali devono essere. Se tu comprendessi sempre quello che egli fa, non sarebbe ciò che è; e nemmeno tu» [18]. Poi, salutandolo, gli disse all’orecchio, con la sua usuale dolcezza: «Tu sei ebreo, il tuo dovere è di rimanere sempre ebreo; il resto appartiene a Dio» [19].
Qualche anno fa, in un’intervista, è stato chiesto allo scrittore se avesse fatto pace con Dio per la sua «assenza dalla Shoah». Wiesel ha replicato: «Continuerò a pormi domande su Dio per tutta la vita, proprio perché ho fede. La mia fede è troppo forte per farne a meno» [20]. Non si tratta solo di una confessione privata, ma di una straordinaria rivelazione: le circostanze estreme indicano a sé e agli altri di che cosa è capace lo spirito dell’uomo, sottraendolo alle apparenze della banalità quotidiana. Il mondo umano ha ricchezze inesauribili.

«Che cosa avrei potuto dire?»

François Mauriac, nell’introduzione al libro La notte, in cui ricorda il primo incontro con il futuro scrittore, commenta: «E io, che credo che Dio è amore, cosa potevo rispondere al giovane interlocutore, i cui occhi azzurri conservavano il riflesso di quella tristezza d’angelo apparsa un giorno sul volto del bambino impiccato? Cosa gli ho detto? Gli ho parlato di quell’ebreo di Israele, quel fratello che forse gli assomigliava, quel crocifisso, la cui croce ha vinto il mondo? Gli ho confidato che quella che per lui fu pietra d’inciampo è diventata per me pietra angolare e che nella corrispondenza fra la croce e la sofferenza umana si trova, ai miei occhi, la chiave di quel mistero insondabile dove si è perduta la sua fede di bambino? Eppure Sion è risorto dai crematori e dai carnai. La nazione ebraica è risuscitata da questi milioni di morti. È per essi che vive di nuovo.
Noi non conosciamo il prezzo di una sola goccia di sangue, di una sola lacrima. Tutto è grazia. Se l’Eterno è l’Eterno, l’ultima parola di ciascuno di noi gli appartiene. Ecco ciò che avrei dovuto dire al ragazzo ebreo. Ma non ho potuto fare altro che abbracciarlo piangendo» [21].
La vita di Wiesel può essere interpretata come una prova. Dalla Bibbia sappiamo che ogni uomo è messo alla prova, e Dio, durante questa, ammette reazioni estreme da parte dell’uomo. Ma per accettare la prova non basta l’attimo tragico, occorre una vita intera, ormai sottratta al male. E la vita è misura sufficiente. Dio la dà all’uomo perché realizzi la sua missione e compia la vocazione a cui è stato chiamato. Questa è stata la missione del «sopravvissuto» Wiesel: testimoniare agli uomini il dovere di fare memoria della Shoah, la più grande tragedia del Novecento, «perché il mondo non vada perduto» [22].
Papa Francesco, quando ha ricevuto il premio Carlo Magno, ha citato lo scrittore e ha ricordato un tema a lui caro: la «trasfusione della memoria». «È necessario — ha detto il Papa — “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato, ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. Essa ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre “una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana”» [23].

NOTE

1. F. Castelli, «Elie Wiesel. Ricordare perché il mondo non vada perduto», in Civ. Catt. 1986 III 130-143, in particolare 136; Id., «Elie Wiesel. Intuizioni e messaggi», ivi, 373-386.
2. Id., «Elie Wiesel. Ricordare…», cit., 130.
3. E. Wiesel, Un ebreo oggi. Racconti, saggi, dialoghi, Brescia, Morcelliana, 1985, 228 (or. 1977).
4. Id., L’ebreo errante, Firenze, Giuntina, 1983 (or. 1966).
5. Id., La notte, Firenze, Giuntina, 1980.
6. La frase di Wiesel è stata ripresa da Benedetto XVI il 14 maggio 2012.
7. «Préface» a La nuit, Paris, Les éditions de Minuit, 2007, 9.
8. E. Wiesel, La notte, cit., 39 s.
9. Ivi, 39.
10. Cfr ivi, 31-34.
11. Ivi, 71.
12. Ivi, 66. Pipel, nei campi di concentramento, erano i bambini che davano e ricevevano favori; era sinonimo di bambino privilegiato.
13. Ivi, 66 s.
14. Ivi, 7.
15. E. Wiesel, Il processo di Shamgorod così come si svolse il 25 febbraio 1649, Firenze, Giuntina, 1982, 81 s.
16. Ivi, 86.
17. Id., La notte, cit., 49.
18. Id., Un ebreo oggi…, cit., 82.
19. Ivi.
20. Intervista di P. Mastrolilli, in Corriere della Sera, 3 luglio 2016.
21. E. Wiesel, La notte, cit., 8.
22. F. Castelli, «Elie Wiesel. Ricordare…», cit., 130.
23. http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/may/documents/ papa-francesco_20160506_premio-carlo-magno.html/ La citazione finale è dall’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 224; il testo del Papa si riferisce anche al n. 108.

© La Civiltà Cattolica 2016 III 251-260 | 3987-3988 (13-27 agosto 2016)