Le chiavi

della preghiera

Fraternità monastica di Gerusalemme

(Source vives)

Bisogna subito togliersi un'illusione: la preghiera non è facile, ma è una lotta. Questa affermazione non avrebbe stupito Paolo, il quale, scrivendo ai cristiani di Roma, diceva: «Vi esorto fratelli a lottare con me nelle preghiere» (Rm 15,30). A Paolo fa eco la più antica tradizione monastica: «A mio avviso, diceva l'abate Agatone, niente richiede tanta fatica quanto pregare Dio... La preghiera richiederà sempre fino all'ultimo respiro una lotta faticosa». Pregare pertanto, commenta dom Etienne. non è qualcosa che venga da sé: bisogna decidersi, impegnarvisi e perseverare. Per pregare è necessario avere una mentalità da combattente. Siccome appartiene all'ordine dell'amore, la preghiera è una passione, e, per questa ragione, un martirio nascosto. Ma bisogna aggiungere che pregare non è solamente uno sforzo della volontà: è anche accoglienza, dimenticanza di sé, abbandono, poiché è lo Spirito che piega in noi (cf. Gal 4,6).

Disporsi alla preghiera

Il primo atto di questa lotta consiste nell'entrare nella preghiera. Anzitutto perché si hanno sempre -mille cose da fare più interessanti e più urgenti della preghiera. In secondo luogo, mi si perdoni il paragone un po' banale, osserva dom Etienne, perché bisogna azionare la pompa: all'inizio si ha un bel da fare per pompare l'acqua; ma è solo dopo aver pompato l'aria che l'acqua sale da sé. Allora lo sforzo può distendersi e l'acqua scaturisce abbondante. L'aria che si pompa è -la vanità, la superficialità, l'assenza di sé. Bisogna vuotare questa vanità per lasciare che Cristo salga dalle profondità, abiti la coscienza e occupi tutto il posto. Questo atto iniziale richiede una decisione, a volte faticosa, che consiste nell'abbandonare la frammentazione e la dispersione in cui ci hanno gettato le attività e le preoccupazioni, nell'aprirsi un cammino attraverso i mille pensieri che ci agitano per raggiungere Colui che è più intimo a me di me stesso, per dirla con sant'Agostino. Nella preghiera, sottolinea dom Etienne, io sono sempre preceduto; ciò che dipende da me è di rendermi presente a Colui che mi ha raggiunto.
Un secondo atteggiamento importante è l'attenzione. Se la radice del peccato consiste nella dimenticanza di Dio, le radici della preghiera stanno nell'amore e nell'attenzione. Teofano il Recluso dice: «L'elemento essenziale, indispensabile nella preghiera, è l'attenzione. A questa affermazione fa eco, al di qua dei secoli, con mirabile armonia, l'affermazione di Simone Weil: «L'attenzione, nel suo grado più alto, è la stessa cosa che la preghiera». Pregare perciò non è frutto di una volontà che si tende, ma di un'attenzione che si fissa, come l'ago della bussola calamitato dal polo magnetico. E ancora Simone Weil: «L'attenzione è legata al desiderio. Non alla volontà, ma al desiderio. O più esattamente, al consenso». Senza l'attenzione, la preghiera, come l'agire, rimane sterile.
Terzo aspetto, sottolinea dom Etienne, perseverare nella preghiera. Questo è anche l'unico consiglio che ci dà Gesù: «Chiedete... cercate... bussate» (Lc 11,9). Questa costituiva anche la preoccupazione dei primi cristiani i quali erano «tutti assidui e concordi nella preghiera» (At 1.14). Anche Paolo esorta: «Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere» (Ef 6,18), e. «anche noi non cessiamo di pregare per voi» (Col 1.9).

Impegno di fedeltà

La fedeltà alla preghiera deve essere considerata come la chiave di tutte le altre fedeltà; è ciò che dona slancio a tutti gli altri atti della vita. Senza il lievito della preghiera, tutto diventerebbe gravoso come una pasta pesante.
E faticoso, rileva dom Etienne, perseverare nella preghiera quando i sentimenti e le aspirazioni dell'anima si inaridiscono. La preghiera è, a volte, la pazienza dell'uomo contro il silenzio di Dio. Ma questa perseveranza ha un prezzo: non è piccola cosa essere costanti quando la nostra sensibilità non è per nulla appagata da un amore per questo Dio che non si vede, non si sente e non si tocca. Ma se nessuno può vedere Dio, Dio però ci guarda. Pregare è mettersi sotto questo sguardo amoroso e vivificante. San Giovanni della Croce prega così: «Da quando i tuoi occhi si sono posati su di me. tu hai lasciato in me la grazia e la bontà».
La preghiera è immobilità, attesa, sottomissione. Diversamente dall'azione che è mobilità, iniziativa e dominio, è una specie di morte davanti alla quale si può provare come un'impossibilità psicologica. Non è questo, rileva dom Etienne, un vivere la pasqua di Cristo? Lasciare ogni giorno la presa, abbandonarsi, lasciare a Dio il timone, rinunciare a essere dio e lasciare a Dio di essere Dio: ecco il «fantastico sforzo della preghiera!». Se la mia affettività è stata ferita, se le mie relazioni sono state caotiche, se la mia immaginazione si è imballata, se la mia parola è stata piena di collera. se il mio lavoro è andato di traverso, nella preghiera raggiungo il mio centro di gravità, ritrovo la pace e mi metto nella verità; è il segno che Dio lavora in me.
La lotta della preghiera è anche la lotta della onversione. Quando si prega non lo si fa per modificare la volontà di Dio - cosa impossibile - ma per aderirvi. La preghiera pura è quella che non chiede che ciò che è conforme alla volontà di Dio. La persona che prega così non si interessa più di se stessa, ma unicamente di Dio. Nella preghiera della Vergine Maria non c'era il minimo ripiegamento su se stessa, poiché tutto il suo cuore era puro e in armonia con il cuore di Dio. Al contrario, la preghiera del fariseo, il quale non fa che ammirare se stesso e presentare la contabilità dei propri meriti, non è che un soliloquio (Lc 11,12). Il cuore puro non vede se stesso quando prega.
San Benedetto insiste molto su questa purezza della preghiera: «Bisogna supplicare il Signore Dio in tutta umiltà e pura devozione... La preghiera deve essere breve e pura» (Regola dei monaci 20,2.4). Per giungere a questa purezza ci vuole insieme l'impegno ascetico e l'accoglienza della grazia: solo Dio può «creare un cuore puro», come dice il Salmista (Sal 51,12). Si tratta di una purezza fontale che scaturisce da una sorgente, come il grido di un fanciullo - «Papà - che si butta tra le braccia di suo padre.
Siccome Dio solo conosce il cuore dell'uomo, nessun altro all'infuori di lui può giudicare la sua preghiera: non perché penso di pregare o mi sento di pregare, io prego veramente. Per un altro verso, l'aridità nella preghiera non è un segno di minore qualità. Quando Dio parla a Mosè, gli nasconde il suo volto e non gli mostra che le spalle (Es 33,20-23). La preghiera richiede insieme la fatica della notte della fede e il distacco di sé, poiché non si è padroni della propria preghiera, la si riceve; non ci si impadronisce della presenza di Dio, ma ci si dispone. Bisogna attuare questo decentramento per pregare, non perché questo ci piace, ma per piacere a Dio. Basti dirgli due parole, il proprio amore e la propria miseria e poi tacere, stare in silenzio ai suoi piedi, lasciargli terminare la frase che io sono, permettendogli anche di ricomporla mettendovi il suo Verbo, lasciarsi dire tutto intero per mezzo suo al Padre, allora tutto nella vita prenderà un altro significato.

LE CHIAVI DELLA PREGHIERA

Oltre a queste considerazioni di dom Etienne, Sources vives suggerisce dieci chiavi capaci di aprire la porta alla preghiera.

La preghiera che è già in noi

La prima consiste nel prendere coscienza che la preghiera abita già in noi. È il Signore stesso che ci rivela dove è nascosta: «Non è in cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è al di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi. questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt. 11-14). Così è della preghiera, che è dialogo tra l'uomo e Dio. a partire dalla Parola data all'uomo da Dio.
Si tratta di una realtà a cui forse non abbiamo mai pensato. Noi portiamo iscritto nel nostro essere il soffio stesso di Dio. insufflato nel nostro cuore fin dall'inizio (Gn 2.7). È la più bella grazia della creazione divina. Infatti, fin dalle origini, questo essere vivente che noi siamo è, ontologicamente si potrebbe dire, in maniera costitutiva, un essere orante, poiché è stato fatto essere vivente (1 Cor 15,45), segnato nel più profondo del suo essere dal sigillo dell'immagine e della somiglianza (Gn 1,26). Con la grazia dell'incarnazione redentrice, questo stesso Spirito è stato effuso abbondantemente nei nostri cuori (Riti 5.5). Più meravigliosamente ancora, noi possediamo le primizie e ne portiamo il suggello (Ef 1,13-14).
Siccome lo Spirito è la nostra vita, la prima chiave della preghiera consiste perciò nel lasciare che egli agisca in noi (Gal 5,25). Se non lo contristiamo, egli ci condurrà nel cammino della contemplazione. Bisogna perciò cominciare col raggiungere la preghiera che abita in noi, riconoscerne l'anteriorità e la traccia e non impedirle di salire. Bisogna liberarla, mediante la fede nella sua presenza e la docilità ai sui appelli. Per pregare bene bisogna cominciare con l'ascoltare in se stessi lo Spirito di Dio che prega il Padre che è nei cieli (Gal 4,6) e ci faccia dire di Gesù e a Gesù che egli è il Signore, introducendoci nel più profondo dell'intimità divina (1 Cor 12,3). «Infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10.20).
Che importano allora la nostra debolezza, la nostra pesantezza e la nostra incapacità? Non sarà urtando contro questa realtà che riusciremo a superarla. Al contrario, in questo modo spesso è stata aperta una porta e noi ne abbiamo già la chiave. Noi non sappiamo pregare come si conviene. Ma il problema non sta qui. Lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (Rm 8,26). Possiamo seguirlo in questo dedalo e il Padre sente il nostro Abbà filiale (8,15).
Dobbiamo quindi raggiungere anzitutto la preghiera stessa di Dio. Dio in noi, infatti, è già preghiera. E stato Gesù a farci la rivelazione sconvolgente: «Se uno mi ama, sarà amato dal Padre mio e noi verremo a lui e porremo in lui la nostra preghiera» (Gv 14,23). Prima di ogni altra cosa, quindi, dobbiamo pregare nello Spirito Santo (Gd 20). È lui l'artefice della nostra preghiera. Bisogna perciò vivere in ascolto di questo ospite interiore, essere duttili ai suoi desideri, (Gc 4,5), attenti alla sua presenza, consentire ai suoi inviti (Gv 16,13). Egli stesso in persona viene in aiuto alla nostra debolezza, con la dolcezza ineffabile dei suoi gemiti (Rm 8,26). Non estinguiamo quindi la sua azione (1 Tess 5,19). E così noi pregheremo già in lui lasciando che sia lui per primo a pregare in noi (1 Gv 3,24; 4,19).

Pregare nel nome di Gesù

La seconda chiave della preghiera consiste nel pregare nel nome di Gesù. Spesse volte nelle nostre preghiere abbiamo l'impressione di non essere esauditi o di esserlo male. Chiediamo senza ricevere; cerchiamo senza trovare; bussiamo alla porta senza che questa si apra (Mt 7.7-8; 13. 13-15). «Voi chiedete e non ricevete,- perché chiedete male», scrive san Giacomo (Gc 4,3). Per poter passare bisogna rivolgerci a Cristo nostra pasqua (1 Cor 5,7).
Purtroppo, a volte andiamo in cerca di tutta una serie di strade fuorvianti come certe tecniche o sensazioni di euforia, oppure la meditazione trascendentale. La risposta che invece ci dà Gesù è molto precisa e chiara: «Entrate per la porta stretta.. Io sono la porta... Io sono la via». Ecco per dove bisogna passare. È Cristo la chiave che consente di aprire la porta (Mt 18,18; Ap 1,18).
«Finora voi non avete chiesto nulla nel mio nome», ci rimprovera Gesù: «Chiedete e riceverete e la vostra gioia sarà perfetta (Gv 16,24) Ecco ciò che non dobbiamo mai dimenticare : «Tutto quello che chiederete nel mio nome, io lo farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio» (14,13). Ma preghiamo noi davvero nel nome di Cristo?
Per pregare come si deve, pertanto, non basta essere attenti, fervorosi. generosi, pieni di zelo e perseveranti. Bisogna pregare nel nome del Figlio di Dio (1 Gv 5,10.13). Occorre domandarci di continuo se quello che diciamo, cerchiamo e attendiamo nella preghiera, lo facciamo realmente nel nome di Gesù. Vale a dire, in conformità con i suoi comandamenti e secondo la volontà del Padre (Mt 6,10), volontà di cui Gesù stesso si è continuamente nutrito. Come non essere esauditi, osserva Sources vives, quando si è come un figlio nel Figlio, sotto lo sguardo del Padre? Pregando in lui, noi preghiamo attraverso di lui. Diventiamo figli nel Figlio. La nostra preghiera si unisce alla sua e la sua diviene la nostra. Non siamo perciò più noi che preghiamo, ma è Gesù che prega in noi (Gal 2,20).

Pregare come un fanciullo

Gesù ha detto che se non ci facciamo come fanciulli non entreremo nel regno dei cieli. Lc 18,15-18). Ora, il regno dei cieli è la casa del Padre. Pregare Dio che è nostro Padre vuol dire parlargli e ascoltarlo, supplicarlo e amarlo, in una parola, pregarlo come un fanciullo. In questo senso, la preghiera non è qualcosa di complicato. Certo non è mai qualcosa di facile, ma è sempre semplice. Il Signore si compiace di essere lodato dalla bocca dei bambini e dei lattanti (Sal 8,3). In effetti. non si può entrare veramente nel Regno della preghiera e quindi dell'intimità con Dio se non ritrovando un cuore di fanciullo (Mt 18,3), poiché Dio è prima di tutto nostro Padre (Gv 20,17). E quello che nasconde ai sapienti e ai potenti, egli si compiace di rivelarlo ai piccoli (Mt 11,25).
Ne deriva che noi non entreremo nel Regno dei cieli se non avremo la fede di un fanciullo. E non toccheremo il cuore del Padre se non pregandolo con tutto il nostro amore di fanciulli. Il salmista l'aveva ben compreso quando scriveva: « Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre» (Sal 131,1-2). Una preghiera siffatta non può non toccare nel più profondo -la tenerezza di Dio, che la Scrittura paragona a delle viscere di misericordia (Os 11,8). Bisogna perciò che davanti a Dio abbiamo uno spirito di fanciulli e allora sentiremo presto posarsi su di noi lo sguardo di colui che osiamo chiamare Abbà.
Un esempio significativo è quello di Teresa di Lisieux. In un mondo in cui ciascuno cercava di ascoltare la varie scuole di spiritualità, di «elevare la propria anima a Dio» lei attraverso la fatica della preghiera, del sacrificio e della volontà, scoprì uno stretto passaggio attraverso la piccola via dell'infanzia. A partire da quel giorno poté avanzare, malgrado la sua debolezza, grazie alla sua piccolezza. sull'esempio del Bambino Gesù, «a passi da gigante» verso la casa del Padre. Ne aveva trovato la chiave.
«Lasciamo cadere le nostre maschere», scrive Sources vives : «Non giochiamo più a fare i grandi. Non corriamo dappertutto in cerca di compensazioni per le nostre frustrazioni affettive. Crediamo alla tenerezza del Padre. Egli vuole prenderci tra le sue braccia, innalzarci come un bimbo fino alla sua guancia (Os 11,3-4). Non ascoltiamo il maligno il quale dice che non fa per la nostra età o che non è cosa degna di noi. Accettiamo infine di nascere di nuovo (Gv 3,4-7), di lasciarci amare dal Padre che ci ama (16,27); dal Figlio che ci dice: miei piccoli figlioli (13,33; 21,5); e dallo Spirito Santo il quale, per non essere da meno, non ci lascia orfani. prendendoci sotto la sua difesa materna (14. 16-18). In caso contrario, non supereremo mai l'ostacolo delle false paure, delle illusioni e dei dubbi. La terza chiave della preghiera consiste veramente nel pregare con un cuore di fanciullo. Di figlio di Dio. evidentemente, poiché lo siamo veramente (1 Gv 3.1).

Umilmente come un povero

Lo spirito d'infanzia ci apre allo spirito di umiltà. E l'umiltà ci fa entrare nella preghiera più vera. Ecco quindi la quarta chiave della preghiera: pregare umilmente come un povero.
Ce lo insegna anche Gesù nella parabola del fariseo e del pubblicano. Per quanto possa meravigliare, non è la preghiera dell'uomo giusto e retto, dall'anima colma di rendimento di grazie. a essere esaudita, ma quella di un poveraccio dal cuore contrito, il quale non ha altra formula che questa: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13). Del resto Gesù ha detto: «Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14).
Il problema della preghiera qui è ricondotto a qualcosa di molto semplice. Bisogna rifiutare ogni pretesa, ogni sufficienza, ogni autosoddisfazione. La preghiera del giusto orgoglioso non arriva a Dio poiché l'orgoglio le impedisce di passare, mentre invece quella del povero giunge agli orecchi di Dio poiché lo invoca con tutta la forza della sua umiltà (Sir 21,5). In effetti, pregare non è prima di tutto elevarsi verso Dio, ma aprirsi a lui per accoglierlo in se stessi. Per quanto in alto sia un'anima, essa non può innalzarsi fino ai cieli. Ma in un cuore umilmente aperto al Padre, il Signore si, compiace sempre di venire ad abitare per compiere ciò che egli ama: guarire, consolare, perdonare, infondere luce, gioia e pace. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore. Un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi» (Sal 51,8.19). La preghiera umile è la preghiera vera. Non gonfia né rimpicciolisce. È quella di un cuore che si dice peccatore perché è la verità, ma che non ha paura di riconoscerlo, poiché sa più ancora che Dio è pronto a perdonare. E la preghiera di colui o colei, che invece di gemere o di disitimarsi, conserva di sé una sana stima (Rm 12,3) per cantare come Maria le meraviglie che Dio ha fatto per lei e per lui, guardando al suo umile servo e alla sua umile serva (Lc 1,48-49). È la preghiera degli anawim che la Bibbia chiama col nome generico di poveri di Jahvè, che il Signore, nella sua bontà, può sempre arricchire con la sua grazia. La preghiera umile è la preghiera del povero che sa di essere fragile, incostante, distratto e persino incapace da se stesso di pregare. Ma questa verità rende liberi (Gv 8,32) e tocca il cuore di Dio. «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà. Padre» (Rm 8,15). A rendere realmente liberi è questa verità dell'abbandono alla Provvidenza, che, a differenza degli schiavi, ci mette per sempre nella casa, poiché il figlio vi è per sempre (Gv 8,32.35). «Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Essi pensano, vogliono e agiscono secondo lo Spirito di Dio. E questa povertà accolta li apre alle ricchezze del Regno dei cieli.

Pregare nel segreto

Pregare nel segreto: è la quinta chiave della preghiera. Gesù ce lo insegna con grande chiarezza: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,6). Ma cosa vuol dire pregare nel segreto?
Non significa nascondersi o stare al buio, per fuggire lo sguardo degli uomini evitando di dare testimonianza (Mt 10,33). Bisogna saper parlare e manifestare la propria fede senza falsa paura e senza vergognarsi (Mc 8,38). La preghiera fervorosa non richiede di tagliarsi fuori dagli altri né di tirarsi indietro dai propri doveri di stato. La vera solitudine di colui che prega non sta nella fuga dagli uomini, ma nella presenza a Dio. «Non ti chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno» (Gv 17,15).
Pregare nel segreto è pregare nell'autenticità, vale a dire nella verità di chi cerca di essere, prima che di apparire, di fare più che di dire. di vivere in profondità, più che pavoneggiarsi nella superficialità, di diventare nel più profondo del proprio essere ciò che si è - Uomo diventa ciò che sei! secondo la bella espressione del poeta Pindaro - piuttosto che di brillare in cerca di vanagloria.
Anche Gesù ci ha chiaramente avvertito di non preferire la gloria degli uomini a quella di Dio (Gv 12,43).
Pregare nel segreto vuol dire inoltre pregare nella profondità più recondita del cuore, «al punto di divisione dell'anima e dello spirito», dove scende la parola di Dio «viva, efficace e più tagliente di spada a due tagli» (Eb 4,12). Questo infatti è il luogo più intimo a noi di noi stessi, dove non si può entrare che con il permesso di Colui che già l'abita e che chiamiamo «il dolce ospite dell'anima».
Pregare vuol dire infine e soprattutto pregare nell'intimità dell'amore che diviene non solo filiale o amicale, ma letteralmente nuziale. «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa» (Es 3,5). Allora Mosè può avvicinarsi a Dio nella speranza e parlargli «faccia a faccia» (Es 33,11). Come l'amante del Cantico all'avvicinarsi dell'amato (Ct 1,2; 5,3; 7.2). Ci si toglie i sandali, si entra nel segreto del re. Come colei di cui Dio «desidera la bellezza», si ascolta e tende l'orecchio per prostrarsi davanti a lui (Sal 45,11,12). Tutti sanno che l'espressione più bella dell'amore si vive nel cuore a cuore, a tu per tu, e non si condivide niente con nessuno, non si tollera alcun testimone, per la semplice ragione che al cuore di questa unione si vive come una comunione universale e che, nel passaggio di questo istante, si rivela come una pienezza di eternità. Che dire allora quando questa intimità si vive, nel più segreto, con Colui che era, che è e che viene e che l'apostolo Paolo chiama «la pienezza di Colui che si realizza interamente in tutte le cose»? Che desiderare di altro, non avendo più niente, quando si è soli con il Tutto? «Tutto infatti è niente e niente è tutto», diceva Teresa d'Avila. Che bel segreto per questa preghiera nel segreto!
Come Maria che conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19.51) si gusta la gioia dell'indicibile, ci si stabilisce nella dimora della «parte migliore» (Lc 10,42). La presenza dello sposo ci illumina, ci trasforma, ci divinizza, essendo «promessi a un unico Sposo, per essere presentati quale vergine casta a Cristo» (1 Cor 11,2). Noi siamo incorporati a lui poiché «lo Spirito di Dio abita in noi e Cristo è in noi (Rm 8,9.11). Egli trova in noi la sua gioia (Is 62,5) e la nostra gioia è in lui (Ge 16,24; 17,11-13). «Gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 16,11). Noi allora vediamo ciò che occhio non vide, ascoltiamo ciò che orecchio non ha ascoltato, ciò che non è mai salito al cuore dell'uomo, tutto ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano.
La preghiera ci introduce nel più profondo di questa intimità divina e ci fa entrare nel mistero di questo segreto di un cielo anticipato; essa ce ne dà la chiave. Si ha tuttavia un bel dire che la preghiera ci rivela l'intimo dell'inabitazione divina, ma in realtà spesso essa rimane arida e difficile. Il santo monaco Agatone era solito ripetere che la preghiera è «Lina lotta fino all'ultimo respiro». Per giungere a pregare perciò bisogna anche voler pregare. Ecco un'altra chiave della preghiera.
Bisogna riconoscere che la preghiera ha un nemico acerrimo: il diavolo, il quale conosce, meglio di noi, il bene che essa può farci e come, attraverso di essa, si può giungere alle vette della santità.
Per questo Gesù ci invita a pregare senza mai stancarsi (Lc 18,1). Egli stesso nel momento più drammatico della lotta nel Getsemani, «in preda all'angoscia, pregava più intensamente» (Lc 22,44). E proprio in questo momento, nell'ora del tedio, dello scoraggiamento, nel giorno cattivo in cui il demonio meridiano va in giro, che è necessario non scoraggiarsi e tener duro. «La perseveranza conduce alla pietà, scrive l'apostolo Pietro, e la pietà al cammino più perfetto, a quella via che le supera tutte, che è la carità» (2Pr 1.6-7).
La preghiera è per eccellenza il campo dell'invisibile e noi amiamo invece ciò che è verificabile; si colloca nell'insensibile e noi cerchiamo ciò che può essere sentito; ci mette di fronte all'incomprensibile, mentre noi vogliamo cogliere l'intelligibile. Si parla senza intendere, si contempla senza vedere, si ama senza sensazioni sensibili. Teresa d'Avila diceva che «è duro amare un Dio di cui non si è visto il volto».
La chiave della preghiera passa quindi attraverso questa lotta in vista della quale «Dio ha addestrato le mie mani alla battaglia» (Sal 18,35). Bisogna allora perseverare, come diceva l'apostolo Paolo, «lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Non si tratta di ardere, ma di perseverare, tanto più che ci è chiesto di pregare incessantemente (1Tess 5,17). A coloro che perseverano saranno aperte le porte della vita.
Passato e futuro allora si fondono nella «viva fiamma d'amore» della nostra prova di durata, nell'eterno presente di Dio, per il quale tutto è grazia: «Tutto ciò che chiederete, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Mc 11,24).
Chiunque pertanto vuole pregare e lotta per essere costante, trova la chiave nella grazia della perseveranza, in cui la fede concede di avanzare.

Con l'essere tutto intero

La preghiera non ha nulla di disincarnato. Richiede la partecipazione di tutto l'essere. Se è vero, come dice Teresa d'Avila, che la preghiera consiste nel «fare attenzione a Dio amandolo», la Torah e il Vangelo ci ricordano che si tratta di rispondere con tutto il proprio amore all'amore di Dio che ci ha amato per primo: «Amerai il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze», dice il Deuteronomio (6,5); e Gesù aggiunge: con tutta la tua mente (Mt 22,37). In questo modo l'uomo è descritto perfettamente nelle sue quattro dimensioni, in cui si riconosce lo spirito divino, l'anima immortale, il cuore e queste forze concrete in cui si riconosce il corpo. Anche il corpo, compagno dell'anima, è associato al cuore, questo tabernacolo dello spirito senza il quale non si può pregare. E se il nostro corpo è il tabernacolo dello Spirito Santo, è per mezzo di esso e con esso, con il nostro essere tutto intero per dirlo in una parola, che si deve pregare. L'apostolo può ben dire: «Glorificate Dio nel vostro corpo» (1Cor 6,13-20) e può aggiungere magnificamente: «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (6,17). Il nostro corpo, così spiritualizzato, è fatto anch'esso per la preghiera e bisogna saper associarvelo. In Occidente, a forza di porci sul piano intellettuale o razionale, abbiamo un po' dimenticato di far partecipare il corpo alla preghiera.
Al contrario, una delle chiavi della preghiera consiste nell'orientare il proprio corpo in modo che partecipi pienamente ad essa, così che la nostra vita tutta intera lodi colui che ci ha fatto. Possiamo così divenire, attraverso questo corpo umano, che è il capolavoro di tutte le realtà create di questo mondo visibile, come i cantori abituali del Cantico delle creature (Sal 150; Dn 3,51-90). Com'è allora bello e buono innalzare le braccia, giungere le mani. inchinarsi, segnarsi dalla testa ai piedi, inginocchiarsi, sedersi, prostrarsi, in una parola dedicarsi interamente a pregare con tutto il corpo colui che ci ha fatto e che, egli stesso, Verbo eterno, si è incarnato (Col 1,15).
I discepoli del Signore sono rimasti così impressionati dal modo con cui Gesù pregava che un giorno gli chiesero: «Signore insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Il giudaismo. l'islam, le religioni orientali hanno dei modi di pregare che impegnano pienamente anche il corpo. Anche noi dobbiamo reimparare a pregare così. Ignazio l'aveva compreso perfettamente e per questa ragione spesso negli Esercizi Spirituali propone di pregare «con l'applicazione dei sensi». Bisogna saper guardare e intendere, sentire, toccare e gustare le realtà dell'alto, altrimenti si rischia di passare accanto all'essenziale del mistero dell'incarnazione redentrice; Gesù infatti non ha preso invano la carne da Maria, come è proclamato nel Credo.
Possiamo quindi pregare Dio sia con l'anima che con il corpo. Sta qui la ragione per cui il digiuno costituisce uno dei migliori alleati della preghiera. È con il digiuno nel deserto che Mosè ed Elia sono stati innalzati poco alla volta alle sommità della contemplazione divina. È con il digiuno che Gesù ha trionfato sul tentatore. con il digiuno praticato nel segreto chg l'uomo tocca il cuore di Dio suo Padre, ed è per mezzo del digiuno unito alla preghiera che si possono vincere i demoni (Mc 9,29). Ecco perché i tempi forti della contemplazione, come l'avvento, la quaresima, le vigilie delle feste, il venerdì, memoriale del sacrificio del Calvario, sono tradizionalmente nella Chiesa aperti al digiuno. Il corpo così purificato, alleggerito, liberato, consente al cuore di aprirsi maggiormente, all'anima di elevarsi, allo spirito di esultare.

Preghiera liturgica condivisa

Se la preghiera è un atto eminentemente personale, non è mai tuttavia un atto individuale. Una nuova chiave della preghiera sta in quella realtà meravigliosa che' è la preghiera ecclesiale, vale a dire, la preghiera liturgica partecipata. Chi non è capace di pregare con la Chiesa, non è capace di pregare veramente. La Chiesa è il prolungamento di Cristo sulla terra e il luogo dove lo Spirito stabilisce gli uomini nella più grande unità. È dunque in essa che brilla e brucia al meglio il «roveto ardente della preghiera».
Gesù stesso ci ha dato l'esempio per primo: egli non prega solo in luoghi deserti. durante la notte o nel segreto, ma prega in comunione col suo popolo. Ogni anno i suoi genitori lo portavano al tempio a Gerusalemme per la pasqua, scrive Luca (2,41). Quanto gli devono essere piaciuti i grandi pellegrinaggi dei credenti d'Israele. I sinottici ce lo presentano continuamente nella sinagoga dove egli si reca ogni sabato (Lc 4.16). Il quarto Vangelo ci invita a seguirlo incessantemente presente nel tempio, dove vi insegnava anche ogni giorno (Gv 7.14.28; 8,20) al punto da essere preso, da uno zelo geloso per questa casa di preghiera che egli chiama la casa del Padre (Gv 2,16).
La Chiesa è nata al fuoco della contemplazione che avvampava la camera alta (At 1,12-14) e si è manifestata nel fervore delle prime comunità di Gerusalemme che erano «assidue alla preghiera» (At 2,42). Si può dire che tutto il libro degli Atti ci mostra, in ogni città dove il cristianesimo mette radici, la comunità dei credenti che si costruisce sulla base, solida come la roccia, della preghiera liturgica.
La Chiesa è la dimora vivente e vivificante in cui ascoltiamo insieme il Signore il quale ci dice che ci ama; dove gli diciamo che l'amiamo e dove ancora gli diciamo insieme che ci amiamo. La preghiera liturgica perciò esprime, nutre e costruisce la «carità che è il vincolo della perfezione» (Col 3,14).
Essa ha questo di insostituibile: non è una preghiera improvvisata ma ricevuta, non individuale ma comunitaria. È una preghiera data, costruita, stabilita. In una parola, è ecclesiale. È perciò portatrice di una grazia tutta particolare di fecondità e di unità. Niente può meglio avvicinare l'uomo a Dio e riunire gli uomini tra di loro della preghiera liturgica poiché essa costituisce il corpo di Cristo e unisce, nello stesso tempo, anticipando il Regno, il tempo e l'eternità, la terra e il cielo. Chi sa immergersi nella Liturgia Divina possiede sicuramente una delle migliori chiavi della preghiera. Essa infatti ci mette in contatto con ciò che la Scrittura chiama così magnificamente la città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste, con le miriadi di angeli, l'adunanza festosa e con l'assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli (Eb 12,22-23).
Con questa preghiera ci si pone fin dall'inizio nel cuore della comunione dei santi e il cielo si unisce alla terra, mentre la terra si unisce al cielo.
La liturgia, infine, illumina la vita, spiega il passato e rischiara l'avvenire. Attraverso di essa, l'orante santifica il tempo. Essa riempie la nostra anima, unifica i nostri cuori, dilata i nostri spiriti e fa di noi tutti lo stesso corpo nell'unico Spirito (1Cor 12.12-13). Lungi dal tagliarci fuori dalla realtà, ci rinvia di continuo al più quotidiano delle nostre vite. Afferma la nostra speranza, nutre la nostra fede e alimenta ogni giorno in noi il fuoco dell'amore, il cui epicentro è l'eucaristia. La liturgia, mentre ci eleva al cielo, ci custodisce nel cuore dell'oggi di Dio. È veramente la chiave del Regno dei cieli.

Pregare nella vita

Oltre alla liturgia. a guidarci sul cammino delle nostre responsabilità quotidiane c'è un'altra chiave: è quella che ci insegna a pregare attraverso la vita. La vita infatti è una meravigliosa scuola di preghiera, se sappiamo aprire le porte dal lato giusto. È molto importante comprenderlo. poiché la vita ci viene incontro con le sue esigenze quotidiane, le sue molteplici e diverse sollecitudini. Se da una parte c'è la preghiera e dall'altra la vita, allora tutto è separato; se invece c'è la preghiera nella vita, allora tutto è unificato. E ciò non passa che attraverso questa chiave che consiste nel fare della preghiera la propria vita e della vita una preghiera.
Non bisogna mai dimenticare che Marta è la sorella di Maria e che il fine di tutta la vita spirituale non consiste nel contrapporre o nel gerarchizzare, ma al contrario nell'unificare in noi azione e contemplazione. Bisogna pertanto imparare a pregare attraverso la vita, come hanno fatto tanti santi e tanti mistici.
Sources vives accenna qui all'esperienza delle Fraternità di Gerusalemme, ossia ai monaci che vivono la loro esperienza nel cuore delle città, luogo dove bisogna inventare una spiritualità nuova. Mentre gli antichi avevano imparato a pregare secondo il ritmo naturale delle ore del giorno, delle stagioni dell'anno, del mondo agricolo, del lavoro artigianale, oggi bisogna imparare a pregare al ritmo artificiale di giornate che si prolungano sempre più fino alle ore notturne, di un calendario costruito in funzione delle esigenze socio-professionali, del mondo cittadino, di una civiltà sempre più segnata dai media, dal tempo libero, dai continui cambiamenti nei modi di pensare e di agire.
E questo può non essere facile. Ma non ha niente di impossibile.
La più bella immagine di Dio è l'uomo e quindi più ancora lo è la città degli uomini, luogo di lotta incessante tra la grazia e il peccato, nuovo deserto purificatore: essa ci conduce a Dio. Ci purifica con l'ascesi che impone, ci fa diventare Dio. Chiamandoci a rendere ragione di giorno in giorno della speranza che è in noi, essa ci invita a testimoniare Dio. Con Gesù e Maria, che furono i primi, così come in seguito tanti altri santi. a essere dei cittadini, noi possiamo aprire, con le chiavi della preghiera, le porte della città, anticipando nel quotidiano della vita il nostro ingresso ultimo nella Gerusalemme dell'Alto che è la nostra madre (Gal 4,26).
Gesù ci insegna a pregare senza mai stancarsi (Lc 18,1). Dio, infatti, non è forse sempre davanti a noi come dice il salmista: «Io pongo sempre innanzi a me il Signore» (Sal 16,8)? E il suo amore per noi non è da sempre e per sempre (Rm 8,31-39)? Ecco un'altra chiave della preghiera: la preghiera incessante che ci conduce a un continuo sguardo di fede e a vivere in un atteggiamento di amore. Infatti quando si crede veramente, si crede in ogni momento e quando si ama si ama per sempre.
In questo modo giungiamo a comprendere che la preghiera. prima di essere un atteggiamento particolare, un tempo forte, un momento riservato, una tecnica in atto, è un respiro dell'anima. Sant'Agostino dice molto bene che colui che porta sempre vivo in sé il desiderio del cielo, vive quasi in una preghiera incessante. Lo stesso è per colui che ama. Egli sa qual è lo scopo della sua vita, l'oggetto della sua attesa, il desiderio del suo cuore. Tutta la sua vita ama poiché ne ha il desiderio.
Questo è ciò che vuol dire la Scrittura quando dichiara che, in quanto vivi tornati dai morti (Rm 6,13), siamo già salvati, poiché Dio «ci ha risuscitati e fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù» (Ef 2.6). Evidentemente la nostra esistenza si svolge quaggiù e bisogna fare tutto quello che è necessario fare. Ma se Dio è in noi, anche noi siamo in Dio. È lo «stato di grazia». L'eternità scende nel tempo. La divinità impregna la nostra umanità. La vita eterna è già cominciata. Dio dimora in noi e noi dimoriamo in lui. Non è forse in continua preghiera colui che può dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20)? Anche se dorme, il suo cuore veglia. Anche quando lavora, prega. Anche se si china sulle cose di questa terra, il suo spirito si eleva. Tutto dedito alle cose di ogni giorno, «egli cerca le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensa alle cose di lassù e non a quelle di questa terra. E come morto e la sua vita è ormai nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,1-3). Senza pensarci, egli prega di continuo perché vive sotto lo sguardo di Dio, pieno di desiderio e di amore verso di lui che è «tutto in tutti» (Col 3,11; 1Cor 15,28). Abbiamo così in mano questa ultima chiave della preghiera, capace di renderla continua. Niente di più difficile senza dubbio. Ma anche niente di più semplice. Basta vivere con attenzione, umiltà e amore, sotto lo sguardo di Dio. Possiamo dire: bisogna vivere amorosamente vicini a Dio. A un Dio di tenerezza che da noi non attende altro che di essere visto e accettato per quello che è: un padre, uno sposo, un amico. Provate a chiedere a coloro che amano amorosamente se hanno bisogno di sforzarsi molto per pensare all'essere amato! Ci pensano «in continuazione» perché amano «sempre».
Ecco ciò che ci fa scoprire la preghiera continua. «Di sera, al mattino, a mezzogiorno, io penso a lui» (Sal 118; 55,18). E quando giunge la notte, «io dormo, ma il mio cuore veglia» (Ct 5,2). Tutto diviene occasione per accoglierlo in noi o volgerci a lui. Non siamo più noi che pensiamo e agiamo, è Dio che pensa e agisce in noi. Si prega come si vive. Si prega continuamente perché in noi la vita continua.
Sources vives termina le sue considerazioni con una citazione di Clemente alessandrino che dice: «Il vero uomo spirituale prega durante tutta la vita; pregare per lui significa sforzarsi di vivere in unione con Dio; egli rifiuta tutto ciò che è inutile, poiché è giunto a quello stato in cui ha già ricevuto in qualche modo la perfezione che consiste nell'agire per amore». E conclude con questa mirabile formula che dev'essere anche il nostro desiderio: «Tutta la vita è una liturgia sacra». È la vita eterna poiché porta con sé l'ultima chiave del paradiso.

 

CONSIGLI DEI GRANDI MAESTRI

San Benedetto

Per san Benedetto, la prima condizione per pregare è la conversione dalle proprie abitudini disordinate, per giungere ad acquisire l'umiltà, indispensabile perché il monaco si apra alla vita dello Spirito. Tutte le pratiche della vita comunitaria tendono a far sì che il monaco si stacchi dalla propria volontà, da tutto ciò che il peccato aveva iscritto nei suoi comportamenti, affinché sia lo Spirito ad animare ogni sua iniziativa e ogni suo desiderio. La vita di preghiera pertanto non è mai separabile dalla trasformazione del cuore.
Nell'ottica di Benedetto, la preghiera è accoglienza della presenza divina in tutti gli atti e i gesti della vita normale. Certamente vi sono dei momenti riservati alla preghiera in quanto tale, che nella vita del monaco sono numerosi, ma è tutto il tessuto della vita quotidiana che deve essere impregnato della presenza divina. La preghiera non è più allora un'attività giustapposta a tante altre, ma uno stato permanente di apertura del cuore. E la presenza dello Spirito si manifesta mediante una libertà nel dono di sé che è il segno inequivocabile che egli ha compiuto la sua opera di liberazione.
Essa inoltre esige l'accoglienza della presenza divina in tutte le cose. Non si accede infatti alla contemplazione separandosi da tutto il creato. Al contrario, si entra nella contemplazione accogliendo la grandezza divina nel rispetto dei compiti fraterni e nella scoperta progressiva che Dio deve essere glorificato in tutte le cose; scoperta che tutto il cosmo sarà chiamato a glorificare Dio con la bocca e le mani di coloro che proclamano il suo nome e compiono la sua volontà. Per questo Benedetto invita alla preghiera continua, a un'attenzione totale e permanente alla presenza di Dio, nella purezza di un'accoglienza e di un'apertura costante. L'atteggiamento essenziale che ne deriva è l'attenzione, per vivere nell'amore ogni istante. Silenzio, ascolto del cuore. È allora che il discepolo percepisce la voce amante del Padre che «nella sua tenerezza ci mostra il cammino della vita» (RB, Prol. 20). La disobbedienza del peccato aveva allontanato l'uomo da Dio e gli aveva impedito l'ascolto del cuore. Il ritorno al luogo del cuore permetterà di comprendere di nuovo l'invito del Signore che chiama alla vita e dona i mezzi per accedervi. Noi siamo infatti chiamati a vivere in pienezza stando nella dimora celeste che Benedetto chiama «la Tenda del Re». La vocazione dell'uomo, del monaco, è la comunione d'amore con Dio. Si tratta di rimanere in Dio, di fare dimora in lui perché egli dimori in noi. E ciò si ottiene con la vigilanza del cuore, evitando di lasciarsi prendere dalla superficialità delle reazioni emotive o da pensieri malevoli.
Un'altra condizione per favorire la preghiera è la ricerca della pace. Secondo la Regola di Benedetto, il Signore si rende vicino a colui che veglia alla purezza e all'integrità del cuore, respingendo tutto ciò che lo distoglie dalla divina presenza. Dio infatti si rende immediatamente presente ai cuori puri, come dice la beatitudine evangelica: beati i puri di cuore perché vedranno Dio. Essi sono direttamente introdotti nel Regno, nella Tenda del Re.
L'ufficio divino che riunisce tutta la comunità sette volte al giorno non è un'attività separata dagli altri momenti della giornata. Dovunque si trovi, tutta l'attività del monaco si presenta come un'accoglienza della Parola nel silenzio del cuore, e un'appropriazione personale di questa parola nelle preghiera spontanea o anche nelle invocazioni indirizzate a Dio come frecce che promanano da un colloquio permanente con lui.
In questo modo, l'ufficio divino salmodiato non è che un aspetto di questo movimento permanente di preghiera ricevuto da Dio che sale verso di lui nella purezza del cuore, mosso dallo Spirito.

Santa Teresa d'Avila

In tutti i suoi scritti. Teresa d'Avila non ha mai cessato di raccomandare l'orazione che, a suo parere, contiene tutti i «beni» spirituali desiderabili qui sulla terra. Scrive: «Niente in questa vita mi sembrava superiore alla preghiera». Per questo si rammarica di averla abbandonata per un certo tempo (un anno) con il pretesto che non aveva «la coscienza pura da ogni peccato», durante i vent'anni di rilassamento nella vita religiosa. Ritiene che questa tentazione, suggerita dal demonio sotto forma di umiltà – di orgogliosa umiltà –, sia stata la più grave e la più pericolosa di tutta la sua vita.
Teresa non era convinta di quel genere di meditazione che veniva insegnato allora, fatto di «numerose riflessioni, di ragionamenti, per ricavare da una cosa molte altre cose e molte altre idee». Dotata come era di un'intelligenza intuitiva e pratica, portata a un'attività affettiva, non si sentiva adatta, come lei scrive, «a trarre profitto dalla sua immaginazione», da questo genere di preghiera «discorsivo».
Ha trovato allora per conto suo quella che chiama «una via di traverso» che raccomanda calorosamente a quelle anime che, come lei, non riuscivano a meditare secondo i metodi insegnati dai maestri del tempo. Allergica agli schemi, dopo una lunga esperienza, propone un «modo di pregare» che consiste essenzialmente nel raccogliersi, nello stare alla presenza di Dio e nel dialogare con Cristo-uomo.
Anzitutto raccogliersi, ossia cercare di rientrare in se stessi: «Si chiama raccoglimento perché l'anima raccoglie tutte le sue facoltà e rientra in se stessa con il suo Dio». Per riuscirvi, raccomanda ciò che tutti gli autori spirituali chiamano la preparazione immediata, che consiste nel riconoscersi peccatori davanti a Dio, un povero che si sente indegno della grazia divina, ma fiducioso nella sua tenerezza di Padre. Questa disposizione dell'anima deve essere abituale, qualunque sia il grado di amicizia a cui uno è giunto.
Per ottenere il migliore raccoglimento possibile è opportuno mettersi nelle condizioni più favorevoli dove le distrazioni del mondo non vengono a disturbare lo sforzo di attenzione dell'anima a Dio. Per far questo, precisa la santa, non basta chiudere gli occhi, fare il vuoto di immagini, di idee, per trovarsi alla presenza di Dio, poiché anche se si è animati da una fede profonda, da una speranza viva e da una carità ardente, capita che l'anima non giunge a dimorare nel silenzio e nella pace interiore. Bisogna allora mettere in opera le nostre facoltà interiori: «Dio ci ha dato le facoltà perché ce ne serviamo..., dobbiamo lasciare che facciano il loro lavoro finché Dio ne affidi loro un altro più importante». Lo sforzo di raccoglimento ha lo scopo, fin dall'inizio, di farci prendere coscienza che il Signore è presente, mi vede, mi ascolta. E un punto capitale su cui la santa insiste moltissimo. Si tratta essenzialmente di rivolgersi a lui come a uno che mi sta di fronte, a cui posso dire «Tu», in una relazione di amicizia che assomiglia a quel contatto vivo e diretto che si ha con le persone intime.
Non si tratta di una rappresentazione vaga o astratta, ma di Cristo con tutti i tratti della sua umanità. Afferma: «Non potevo pensare a Cristo se non in quanto uomo». La santa insiste sulla realtà quasi «fisica» di questa presenza vissuta nella fede, sentita vicina, così che non c'è bisogno di «alzare la voce» per farsi capire. Anzi «per quanto l'anima parli sottovoce, egli è così vicino che ci sente».
Da questa presenza scaturisce allora il dialogo che può assumere la forma di un colloquio da cuore a cuore o di un colloquio sui Vangeli.
Il colloquio da cuore a cuore consiste nell'aprire il profondo del proprio essere, senza ricercatezza, nell'esprimersi con la libertà e la franchezza di un amico che parla all'amico. Verità, libertà e amore: secondo santa Teresa, sono le qualità necessarie in questo colloquio «a tu per tu» con il Signore. Verità dell'anima che si mostra così com'è, con le sue debolezze, i suoi desideri, ma che si sente amata, malgrado tutto, nonostante la sua miseria, dal suo Signore. Libertà, necessaria per esprimere i propri sentimenti, le gioie, le pene, i dubbi, ecc.; ossia quella familiarità di cui parlano la Scrittura, per esempio nel libro di Giobbe, e i Padri della Chiesa. Infine, l'amore, come lei stessa scrive: «lo comincio a parlare al Signore molto semplicemente nel senso che mi rivolgo spesso a lui senza sapere ciò che dico; è l'amore che parla». Dal resto «il mio Dio non è affatto suscettibile, non è meticoloso, ma si adatta al nostro modo di fare». Altro aspetto dell'insegnamento di Teresa è il dialogo sulla base dei Vangeli. Teresa raccomanda di non accontentarsi di considerare i testi e i fatti della vita di Cristo dall'esterno, come semplice riflessione o come uno spettatore a teatro, ma di fare proprie le parole di Gesù come se fossero indirizzate a noi personalmente nell'oggi della nostra vita, oppure di entrare nell'azione che è descritta come se si vivesse realmente la scena in compagnia dei personaggi del Vangelo.
La preferenza di Teresa andava alla Passione di Cristo poiché è da qui che «ci sono venuti e ci vengono tutti i beni». Mette in guardia, comunque, dall'usare troppe parole. Scrive infatti: «Il Signore non vuole che ci rompiamo la testa a forza di parlare».
La preghiera, essendo opera d'amore, non si concepisce senza una fiducia totale, incondizionata, nell'amore di Colui che ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi e che conosce «meglio di noi quello che ci conviene».
Santa Teresa ha ben definito la preghiera dicendo che essa «non è altro che uno scambio intimo in cui ci si intrattiene di frequente a tu per tu con colui da cui ci si sente amati».

GLI ORTODOSSI E LA FILOCALIA. RECITA DELLA PREGHIERA DI GESÙ

La preghiera nella chiesa ortodossa ha dietro di sé una lunga tradizione che risale ai padri del deserto e in definitiva al Vangelo. È una tradizione che si è cristallizzata lungo i secoli in numerosi testi, gran parte dei quali sono stati raccolti nel sec. XVIII da san Macario di Corinto e san Nicodemo l'Aghiorita, nella Filocalia. Questi testi, scrive p. Placide Deseille, in Sources vives, servono da aiuto alla memoria, ma non escludono il ricorso ai padri spirituali, il cui insegnamento è sempre nutrito dall'esperienza.
Per designare questa tradizione si impiega il termine di esicasmo, da cui deriva esichia, che in senso proprio vuol dire una vita di silenzio e di solitudine caratteristica degli eremiti, e lo stato di pace interiore alla quale essa conduce. Naturalmente esistono vari gradi e diverse modalità di realizzazione di questo ideale a cui possono ispirarsi sia i monaci che i laici.

Di giorno e di notte senza mai stancarsi

Nella prassi quotidiana la preghiera personale si sviluppa in due modi diversi: o mediante le preghiere usuali, contenute nei manuali, strumento che ogni pio ortodosso e ogni monaco utilizza normalmente per pregare nella propria cella, oppure recitando la preghiera di Gesù. Questa consiste in un'invocazione molto breve, ricavata dai testi evangelici, che dice: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me», o «abbi pietà di me peccatore». Gran parte della preghiera personale del monaco e anche del laico, consiste nel ripetere in continuazione questa formula. Oltre a dedicare ad essa dei tempi particolari, questa invocazione viene ripetuta anche durante tutto il giorno, in mezzo alle varie occupazioni, o in forma del tutto interiore, o con un semplice sguardo dell'anima rivolto a Dio.
Nel secolo XIV, i grandi esicasti del monte Athos avevano elaborato un metodo più complesso, quale è descritto nei Racconti di un pellegrino russo, che consiglia di fissare l'attenzione sul luogo del cuore precisando anche le condizioni per compiere questa preghiera. È un metodo tuttavia che non si può seguire se non sotto la direzione di un maestro spirituale esperto, formato egli stesso a questa tradizione. Oggi comunque sono rari gli ambienti monastici che praticano questo tipo di preghiera. In generale, i padri spirituali ritengono che è sufficiente recitare l'invocazione «chiudendo il proprio spirito nelle parole». La forma migliore di raccoglimento è la tranquillità stessa della recita, la sua monotonia e l'attenzione posta sulle parole: stare là davanti al Signore, un po' come il povero, il mendicante seduto sul bordo della strada che rivolge ai passanti la sua richiesta, la sua implorazione, a brevi intervalli. Il metodo esicasta del sec. XIV non è ormai più praticato nemmeno sulla Santa Montagna, il monte Athos.
Nel sud di questa montagna c'è un luogo chiamato Katounakia dove ci sono alcune celle abitate da un padre spirituale circondato da cinque, sei discepoli. «Egli mi diceva», scrive p. Deseille, «con i giovani che vengono attualmente dal mondo bisogna mostrarsi estremamente condiscendenti. Non si può avere con loro le esigenze ascetiche di una volta. Hanno delle esigenze fisiche maggiori degli anziani; non si può imporre loro la stessa misura di digiuno, lo stesso rigore (questa condiscendenza è ciò che in greco si chiama l'economia, vale a dire l'adattamento alle possibilità delle persone). Tuttavia, quando si tratta dell'attenzione nella preghiera nessuna economia, nessuna accondiscendenza è possibile».
In questa cella, come anche negli ambienti semieremitici della Santa Montagna, i monaci di un tempo non dicevano l'ufficio divino tutti i giorni. Durante la settimana lo sostituivano con la preghiera di Gesù. In un piccolo monastero di cinque/sei monaci, ogni giorno i fratelli dedicano tre ore in cella alla preghiera di Gesù per sostituire l'ufficio divino. E, in più, almeno un'ora la notte.
In altri monasteri dell'Athos, il tempo che si dedica a questa preghiera è più lungo. Nel gruppo di Giuseppe l'Esicasta, i monaci consacravano a essa almeno sei ore di fila, alla recita di questa preghiera, in cella, da soli e al buio. AI termine della notte si riunivano per recitare insieme le preghiere di preparazione alla Santa Comunione e partecipavano alla liturgia eucaristica ogni giorno. In questi gruppi esicasti è molto frequente che la celebrazione eucaristica sia quotidiana e la comunione quasi quotidiana. Dopo la morte di Giuseppe, il suo gruppo si è molto moltiplicato e oggi hanno avuto una certa ripresa molti grandi monasteri cenobitici dell'Athos, anche se sono stati costretti ad adottare un genere di vita un po' diverso, in particolare celebrare quotidianamente la totalità degli uffici liturgici in chiesa. Ciò li ha indotti ad abbreviare un po' il tempo della preghiera in cella, ma ad essa è consacrata ancora gran parte della notte, o almeno tre/quattro ore di essa. In genere i monaci dormono un po' di sera, poi pregano tre o quattro ore in cella e quindi si recano in chiesa per l'ufficio; tornano a dormire un po' il mattino, dopo l'ufficio.
In terzo luogo, ciò che conferisce alla preghiera di Gesù un valore eccezionale è l'importanza stessa del nome di Gesù.

Un nome come un'icona verbale

Per gli ortodossi, il nome di Gesù è come una «icona verbale». Dal momento che essa rappresenta la persona di Cristo, della Madre di Dio o di un santo, essa è come il tramite della loro presenza, della loro irradiazione e della loro azione su di noi. Allo stesso modo, nella preghiera di Gesù, il nome di Gesù è in certo senso un'icona di Cristo, e mediante il nome divino, anche se in se stessa è una parola umana, l'energia divinizzante di Cristo risorto ci raggiunge. È una specie di sacramento, di realtà sensibile tutta penetrata della presenza operante di Cristo. Di qui viene la forza, il potere dell'invocazione di questo nome santo. L'invocazione del Nome è un modo di entrare in contatto con l'energia deificante di Cristo.
Gli effetti che questa preghiera produce sono bene descritti nell'esperienza di un monaco russo, lo starez Giovanni di Moldavia: «Dopo aver passato diversi anni nel praticare senza interruzione questa preghiera, ecco che essa ha cominciato ad approfondirsi nel mio cuore. Più tardi, nell'eremo di Pokrov, il Signore mi ha visitato, grazie alle preghiere del padre Platon: una gioia insesprimibile ha inondato la mia anima e la preghiera interiore ha cominciato a operare. Essa mi ha riempito di una dolcezza tale, ineffabile, che non potevo dormire. lo dormo appena un'ora su ventiquattro, stando seduto, e poi mi alzo, fresco e sveglio come se non avessi mai dormito, e anche quando dormo il mio cuore veglia»
Tra i frutti di questa preghiera vi sono la compunzione del cuore, il pentimento, e il dono delle lacrime. Non si tratta tanto di un sentimento di colpevolezza, ma- di una nostalgia profonda di Dio e del sentimento doloroso di essersi allontanati da lui, per propria colpa. Questa lacerazione del cuore costituisce una delle componenti più essenziali della vita spirituale nella tradizione ortodossa.
In questo genere di preghiera, i maestri spirituali insistono fortemente sulla necessità di non bruciare le tappe, ma di rispettare le fasi di preparazione indispensabili per accedere ai gradi superiori. E non si può arrivare ad essi senza prima avere attuato una purificazione profonda di tutto il proprio essere.


(Testimoni / 15 novembre 1998 / numero 19, a cura di Antonio Dall'Osso, pp. 19-28)