Rileggere Bonhoeffer

a Berlino

Nunzio Galantino

Una persona ha segnato la tua vita. Leggere i suoi scritti può aver contribuito a orientare il tuo pensiero. Le sue scelte di vita ti sono apparse capaci di dare un colore diverso alla tua esistenza e di imprimere una direzione diversa al tuo impegno di uomo e di credente. E poi… ti trovi a pochi centimetri di distanza da quello che resta materialmente di questa persona, ti trovi davanti alla sua tomba.
È quello che mi è capitato nei giorni scorsi, a Berlino. Per caso – provvidenzialmente, dico io – mi è stato detto che a pochi metri dal luogo in cui ero riunito per un incontro europeo riposavano, tra le altre, le spoglie mortali del teologo Dietrich Bonhoeffer, fatto impiccare da Hitler il 4 aprile 1945.
Nel cimitero di Dorotheenstadt, infatti, con Bonhoeffer, sono sepolti il drammaturgo e poeta Bertolt Brecht, lo scrittore Heinrich Mann, i filosofi Johann Gottlieb Fichte, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Herbert Marcuse, la scrittrice Christa Wolf.
Ma torno a Bonhoeffer. Ho letto tanto di lui e su di lui per elaborare i lavori richiesti per il conseguimento dei titoli accademici, da quello in Filosofia presso l’Università di Bari alla Licenza specializzata e al Dottorato di ricerca in Teologia a Napoli. Dal sapere dell’esistenza della tomba di Bonhoeffer all’andare a visitarla è passato davvero poco tempo. Non poteva che essere così.
Sostando davanti a quella tomba di pietra grigia – condivisa dal teologo luterano con il giovane fratello Klaus e con altri suoi amici, attivi durante la dittatura del Reich – sono stato travolto da un vero e proprio tsunami di pensieri e di sentimenti.
Primo tra tutti, un pensiero di gratitudine per il mio parroco, don Tommaso, e per la professoressa Ada Lamacchia. Il primo mi regalò la prima edizione dell’opera più nota di Bonhoeffer, Resistenza e resa; la seconda accettò coraggiosamente di farmi preparare e discutere la tesi su «L’antropologia» di Bonhoeffer come premessa al suo impegno politico, per il conseguimento della Laurea in Filosofia. Dopo le prime difficoltà – dovute a una traduzione che solo dopo ho scoperto essere poco rispettosa dell’originale – la vita e gli scritti di Bonhoeffer hanno davvero segnato la mia formazione culturale, umana e di credente. A colpirmi subito è stata la biografia di Bonhoeffer, fortemente caratterizzata da una sofferta partecipazione alla sorte del suo popolo, dal suo impegno a non eludere il presente e dalla passione per la terra che non va mai disprezzata.
Alcuni critici del teologo tedesco si sono sentiti autorizzati per questo a denunziare, nelle sue opere e nelle sue scelte esistenziali, un immanentismo poco o per niente aperto alla dimensione di trascendenza propria della fede cristiana. Niente di più falso perché a Bonhoeffer stava a cuore un duplice obiettivo: da una parte, colmare il divario stabilito dall’idealismo e da certo neoplatonismo religioso tra l’aldiqua e l’aldilà; dall’altra, collocare Dio al centro del mondo e dell’esperienza umana, richiamandolo dal confino in cui l’avevano costretto talune impostazioni filosofiche e teologiche. Insomma, un netto rifiuto del Dio tappabuchi. Ero rimasto fortemente affascinato dalle ragioni dell’impegno di Bonhoeffer perché io stesso, nella mia vita, facevo fatica a credere in un Dio che potesse distrarmi dall’amore per la terra e per i miei simili. La risposta l’avevo ritrovata condensata in un passaggio di Venga il tuo Regno: «Chi cerca di sfuggire dalla terra non trova Dio, trova solo un altro mondo, il suo mondo, più bello, più tranquillo, un mondo irreale, ma non il Regno di Dio che comincia in questo mondo». Questo vuol dire, come ci sta continuamente ricordando Papa Francesco, che il Dio di Gesù si lascia riconoscere in virtù del suo intervento a favore dell’uomo e per la sua presenza nella storia dell’uomo.
Per questo «il nostro rapporto con Dio – si legge in Resistenza e resa – […] è una nuova vita nell’esistere-per-gli-altri, nella partecipazione all’essere di Cristo». Avere a che fare con un Dio simile e riporre in lui la propria fiducia vuol dire liberarsi dalle tante immagini falsate di Dio. «II trascendente – si legge ancora in “Resistenza e resa” – non è doveri infiniti, irraggiungibili, ma il prossimo, dato volta per volta, raggiungibile. Dio in forma umana! Non come nelle religioni orientali in forma ferina, il Mostruoso, il Caotico, Lontano, Raccapricciante; ma nemmeno nelle forme concettuali dell’assoluto, del Metafisico, dell’Infinito». Che bello, mi dicevo, non si deve immolare niente della terra e niente dell’uomo al Dio che ama la terra e che ama l’uomo! Che bello vivere e credere sapendo che il trascendente non deve mai affermarsi a scapito del reale e dell’esistente.
Mi ha sempre colpito il realismo col quale Bonhoeffer, prigioniero nel carcere di Tegel – pochi giorni prima del Natale 1943, dopo aver presentato all’amico Bethge il resoconto delle ultime settimane di prigionia, e dopo aver parlato del peso tormentoso della nostalgia – conferma la sua convinzione che Dio non vuole allontanare l’uomo dalla sua vita terrena, e che, anzi, egli desidera essere trovato e amato in quello che ci dà. «Che un uomo tra le braccia di sua moglie debba bramare l’aldilà – si legge nella lettera del 18 dicembre 1943 – è, a essere indulgenti, mancanza di gusto e comunque non la volontà di Dio»; un Dio che invece attua il futuro dell’uomo, impegnandolo come suo partner. «Dicendosi partner e alleato dell’uomo e non delle gerarchie celesti né delle potenze cosmiche, Dio sceglie di privilegiare, nella libertà del suo amore, l’al di qua e, al suo interno, l’uomo». Le esperienze che come uomo e come credente andavo facendo e le sconfitte che non di rado hanno segnato la mia vita personale si sono giovate della fede in un Dio che «è sempre colui che si mette dalla parte della terra e infrange la sua maledizione. La terra che Dio accetta è la terra che egli sostiene, la terra caduta nel peccato, perduta, maledetta. Egli si mette dalla sua parte come opera delle sue mani». E in quella “terra che Dio accetta” ho sempre visto inserite la mia vita e le mie relazioni.
Per tanto tempo, le pagine di Bonhoeffer e del Vangelo da lui commentato in maniera né banale né scontata mi hanno fornito la carica capace di farmi vivere e non sopravvivere. Ho imparato che abbiamo bisogno che ogni mattina si accenda una luce che indichi dove attingere le energie necessarie e la direzione verso la quale spendere le energie raccolte. Ho imparato a sentirmi sostenuto da un Dio che non può essere ricacciato nel privato o ridotto a un affare di sentimento, quanto piuttosto sostenuto da un Dio capace di illuminarmi soprattutto quando facevo fatica a farmi carico non solo delle speranze ma anche delle colpe del mio mondo. Insomma, davanti a quella tomba di pietra grigia, nel cimitero di Dorotheenstadt a Berlino, ho ripetuto le parole che Eberhard Bethge ebbe a scrivere una volta all’amico Dietrich prigioniero a Tegel: «Quando le idee sono troppo cristallizzate, arrivi tu e ogni volta le rimescoli, ed esse danno forma così a nuove costellazioni offrendo per un certo tempo all’occhio che le esamina nuovi gradevoli o stimolanti aspetti».

(“Il Sole 24 Ore” del 9 luglio 2016)