L’ultima camicia

dell’umanità

Matteo Marchesini

MaticchioWeb

Nel concerto delle riflessioni su cosa ne è dell’uomo sospinto sul baratro del male estremo, nessuna è andata in profondità come quella di Etty Hillesum»: così Giancarlo Gaeta in Il privilegio di giudicare, un prezioso libretto che raccoglie i suoi saggi sulla ventinovenne olandese morta nel 1943 ad Auschwitz. Gli scritti della Hillesum, stampati solo negli anni ’80 del riflusso ideologico, non hanno potuto nutrire il primo e decisivo dibattito sulla Shoah (incontrare il percorso della Arendt, ad esempio), e sono stati spesso letti in chiave intimistica. L’affermazione ha quindi un sapore polemico; ma è impegnativa in sé, soprattutto se viene dal massimo studioso italiano di Simone Weil. Il confronto tra queste due giovani donne diversamente travolte dalla seconda guerra mondiale è quasi canonico. Da un lato la mistica cartesiana francese che rimuove il corpo, il sesso, la psicologia, e soffre di tremende emicranie; dall’altro l’aspirante scrittrice e psicologa che tra Amsterdam e il campo di Westerbork narra le montagne russe della bulimia, dell’umore, dell’eros, spiegando come quello che sente «a sud del diaframma» influenzi il suo pensiero. Ma sia Simone sia Etty, ebree lontane dalla tradizione, sono destinate a testimoniare Dio, costrette da qualcosa più forte di loro a inginocchiarsi. Entrambe si caricano addosso la croce della tragedia collettiva, tenaci ma inermi, per sperimentare ciò che avvertono come il nucleo indistruttibile dell’umano, ed entrambe provano a trasformare le proiezioni illusorie dell’io in attenzione pura ed equa verso tutte le cose: l’attenzione che la Weil vede nell’Iliade e che la Hillesum mostra nelle lettere da Westerbork, in cui, come scrive Gaeta, svela l’essenza di ogni uomo «senza bisogno di esprimere alcun giudizio, poiché nell’imparzialità dello sguardo ciascuno si giudica da sé».
Sia Weil che Hillesum capiscono che la violenza bellica viene da un male vicino, famigliare: dal modo in cui quasi tutti amplificano i propri meschini rancori nell’odio politico, e da forze interiori rimaste spaventosamente primitive in un mondo esteriormente complesso ma privo di scopi. Perciò scelgono di «raccogliersi e distruggere in se stesse ciò per cui si ritiene di dover distruggere gli altri». Nell’olandese, però, questi tratti appaiono più sorprendenti perché ci viene incontro con la domestica quotidianità di una ragazza che non vuole rinunciare a nulla, e che non dimentica mai come perfino l’amore più alto dipenda «dai cambiamenti climatici». Insieme alle vaste pianure interiori della madre russa, Etty conserva fino all’ultimo l’umorismo ebraico del padre, quello che tra le baracche del campo le suggerisce di paragonare i tristi surrogati alimentari a leccornie principesche, e la brughiera a un fumettistico Klondike. È una tale “normalità” che rende così misteriosa e straordinaria la sua scelta di non sottrarsi ai nazisti. A qualcuno, questa scelta appare frutto di «semplice passività» spiritualistica o autodistruttiva. Ma Etty ribatte che il suo popolo ha ormai «un destino di massa»: chi decide di sfuggirgli a qualunque prezzo deve sapere che un altro prenderà il suo posto. Soprattutto, se non si gettano le basi per una nuova forma di vita, salvare i corpi non sarà abbastanza: le cose che accadono sono «troppo grandi» e fatali per reagire con un’amarezza privata. In questa sospensione dell’etica comune, dice Gaeta, sta il valore dell’esempio hillesumiano. La «indifferenza del giudizio morale», ossia il suo sguardo “oggettivo”, permette a Etty di analizzare senza sconti la terribile ambiguità di ogni ruolo, compreso quello che lei stessa assume, prima negli uffici del Consiglio ebraico contro cui si scaglierà la Arendt e poi a Westerbork, dove l’aiuto che offre è inseparabile dal «meccanismo funesto» della strage, dato che calmare le madri e vestire i bambini significa prepararli all’annientamento.
È dunque l’insufficienza delle categorie consuete davanti al male estremo che impone alla Hillesum di recuperare «ciò che nell’umanità di ciascuno è radicalmente altro, la trascendenza, il bene, Dio». A volte parla di questo Dio come di una parte di sé, altre volte allude a un Tu soprannaturale, e altre ancora considera il nome una metafora troppo rozza. Certo si tratta di un Dio «senza religione», di un Dio debole che si dissolve se l’uomo non lo custodisce, secondo l’intuizione di Rilke. Gaeta nota un atteggiamento quasi materno verso questo Ente «spogliato da ogni attributo di potenza» come poi quello di Jonas: la sua impossibilità d’intervenire nel mondo è compensata dalla «parte divina della creatura», che ristabilisce al di fuori di ogni teologia «la situazione propria della vocazione profetica». Davanti a eventi che mai la ragione avrebbe creduto possibili, la Hillesum evoca infatti nuovi «organi» di comprensione e resistenza. Bisogna attingere alla «corrente profonda» della vita: sentirne l’unità, ma senza eluderne le contraddizioni. Solo se si tengono presenti la sventura e la morte l’esistenza diviene un «insieme compiuto», mentre resta arbitraria «non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere». Col suo tipico umorismo, in un momento di pienezza Etty scrive che in lei «Rilke e Marlene Dietrich si tollerano splendidamente»; e altrove, in tono più cupo, ricorda che la poesia e i geloni sono ugualmente reali.
In questo tentativo di maturare organicamente e senza forzature, come un frutto, le sue guide sono il poeta del Libro d’ore e Jung, ma soprattutto lo psicochirologo Spier, un ebreo tedesco con cui instaura una relazione di erotismo intenso e trattenuto, e a cui dedica parole degne di un moderno Cantico dei Cantici. Quando muore di cancro, saluta in lui il suo intermediario con Dio, pronta a farsi a sua volta intermediaria «per tutti quelli che potrà raggiungere». È Spier che la spinge a tenere il diario in cui matura lo stile delle ultime lettere, dove ogni aspetto di Westerbork, orrido o grottesco, è colto con la stessa obiettiva limpidezza: le agonie e il cabaret, le partenze notturne e i notabili ridotti all’«ultima camicia della loro umanità». L’unica forma adatta a descrivere un mondo così assurdo, pensa Etty, è quella della favola: però non si sente ancora pronta a creare. Sente che le idee continuano a pendere dalla sua persona come vestiti troppo larghi, che non sa esprimere ciò che ha compreso. Ma per raccontare una simile esperienza religiosa, forse nessun moderno conosce davvero le parole: senza il linguaggio condiviso di una tradizione, lo spazio che separa la fede di Weil e Hillesum dall’assurdo di Camus è un’intercapedine sottilissima di materia sconosciuta. E tuttavia, questa materia irradia un’energia enorme.

(Il sole 24 ore - 31 luglio 2016)