La gioia e Dio

Eric-Emmanuel Schmitt

tamanrasset

Cercavo di abituarmi alla gioia.
Quella era infatti la conseguenza della mia notte mistica: la beatitudine.
Meditavo sugli anni che avevo dedicato alla filosofia. Influenzato da Heidegger avevo privilegiato l'angoscia, il vacillamento radicale, quello che secondo i pensatori moderni è l'essenza stessa della coscienza, la stessa angoscia che mi aveva pugnalato la prima sera nel deserto.
Pur tirandomi fuori dal mondo, l'angoscia non mi aveva messo di fronte a Dio. Al contrario, mi aveva condannato ancora di più alla solitudine e all'arroganza, mi aveva catapultato come unico essere pensante in mezzo a un universo che non pensava.
Diversamente dall'angoscia, la gioia mi aveva integrato nel mondo e messo di fronte a Dio. La gioia mi conduceva all'umiltà. Grazie a lei non mi sentivo più isolato ed estraneo, ma fecondato e unito. In me brulicava la forza che reggeva il Tutto, dí cui incarnavo uno degli anelli provvisori.
Mentre l'angoscia mi aveva ingigantito, la gioia mi aveva riportato alle giuste proporzioni: grande non per me stesso, ma per la grandezza che si era depositata in me. L'infinito costituiva lo sfondo della mia mente finita, come una ciotola che contenesse la mia anima.

(La notte di fuoco, Edizioni e/o 2016, pp. 175-6)