Allora, apocalisse?

Inserito in NPG annata 1982.

 

Intervista a Massimo Cacciari

(NPG 1982-10-35)

Veneziano di nascita, 38 anni, docente universitario nella sua città, filosofo e saggista, deputato del Pci al parlamento, Massimo Cacciari è espressione di una nuova ricerca culturale e politica in atto in Italia, fuori e dentro i partiti. Attento ai fenomeni dell'evoluzione culturale (compreso l'aspetto religioso, cfr il saggio L'esperienza impossibile a dirsi in ATI, Teologia e progetto/uomo in Italia, Assisi 1980) e del mondo giovanile, in ogni saggio o intervista offre spunti di riflessione mai scontate o facilmente catalogabili. Sono piuttosto delle provocazioni, una sfida ad entrare in nuovi modelli di pensiero e di azione.
Offriamo alla riflessione degli educatori e operatori della pastorale giovanile una serie di spunti tratti da un'intervista fattagli da C. Fiore, in particolare circa l'attuale momento politico e culturale e il mondo religioso.
E in particolare, che significa oggi essere «di sinistra»? Quali le componenti della crisi culturale in atto? C'è ancora spazio per la contemplazione e la trascendenza? E quale lo spazio per i giovani?
Sul nuovo che si intravvede a proposito del concetto di «sinistra», Cacciari ha tenuto, in un convegno svolto nell'ottobre '81, una relazione dal significativo titolo Sinisteritas.
«Il termine sinistra - ha detto Cacciari al convegno - patisce davvero una storia fatale, la sua vicenda supera la storia, appartiene ai simbolismi chiave della nostra civiltà, al nostro inconscio collettivo».
Che significano destra e sinistra? «A guardar bene già qui minaccia di franare una geografia politica basata sullo schema destra-sinistra... Un modello politico costruito sui termini destra-sinistra, perciò altamente paradossale». Non meno anticonformista, almeno per certi ambienti culturali, è il suo parere circa «il mondo religioso».
Alla giornalista Lietta Tornabuoni che lo intervistava per conto de La Stampa (27 gennaio 1980) e che nella crisi odierna di razionalità mischiava astrologia, parapsicologia, misticismo orientale e ritorno alla religiosità, rispondeva: «Non si può apparentare e confondere questi fenomeni diversi: tanto meno si può accomunare questa esplosione frammentata e contraddittoria di esperienze nell'unica categoria assolutamente insensata di "irrazionalismo"... È folle interpretare come irrazionalismo la esperienza religiosa, fondata su un atto di fede che è, in quanto tale, altro dall'esperienza profana: è una esperienza metarazionale, che supera la ragione, non si colloca sul piano della razionalità discorsiva, appartiene a tutt'altro ambito e non può essere giudicata con gli strumenti usati per giudicare le cose del mondo. Soltanto una cultura laicista vecchia, rozza e male attrezzata segue ancora il vecchio schema: il Cliditia~0, come ogni religione, è malattia infantile, la fede è una consolazione degli spiriti deboli e impedisce all'uomo di diventare adulto; l'uomo uscirà dall'infanzia educandosi alla razionalità calcolante e produttiva».
Su questi temi le nostre domande.

Lei è un neo-marxista?

Lei come si autodefinirebbe: un neo-marxista, un filosofo che tenta di superare il marxismo classico o addirittura il marxismo tout court? Superamento in che direzione?

Che vuol dire «superare»? Siamo infestati di «superatori» di ogni genere di cose, tra cui anche del marxismo. In genere questi «superamenti» (schiavi, loro malgrado, della stessa filosofia della storia che credono di combattere) si limitano a criticare i punti «applicativi» del discorso di Marx o quegli aspetti generalissimi che esso condivide con la cultura storicistico-progressiva del secolo scorso (e di buona parte di questo). Non ho nessun interesse a «collocarmi» in relazione a ciò, a questo «ismo» come a qualsiasi altro. Mi interesso a Marx come a qualsiasi altro grande filosofo. stato «superato» Spinoza?

La sinistra cerca una nuova identità per gli anni '80: quale? quale posto vi avrà ancora il marxismo?

Se si sapesse «quale», la si sarebbe già anche trovata questa nuova identità. La provvidenza non ci ama tanto da farci trovare il Buon Nuovo non appena l'Antico ha fatto fagotto. In questa ricerca il «marxismo» (se si vuol proprio usare il termine) avrà il posto che competerà alla sua forza analitica, alla sua capacità di fornire utili strumenti di comprensione. E sempre meno - fortunatamente - un ruolo messianico-religioso.

«Sinistra-destra»: ha ancora senso?

Si discute molto oggi se abbia ancora senso la tradizionale contrapposizione «sinistra-destra» o se non sia, come dice un intellettuale di sinistra, Fachinelli, «una coppia simbolica esaurita». Qual è la sua posizione?

Sono d'accordo con Fachinelli, e l'ho detto in un saggio contenuto nello stesso libro, Il concetto di sinistra. Questa coppia appartiene a un vocabolario politico o meglio a una grammatica politica - tutta fondata su rapporti univoco-lineari, che non può risultare coerente con le modificazioni, stratificazioni e «catastrofi» della società e della cultura attuali.

Alberoni, il noto sociologo, fa notare che c'è una differenza radicale tra la vecchia sinistra e la nuova sinistra. La vecchia sinistra era prevalentemente politica, puntava su strumenti politici, si batteva per un modo nuovo di produzione e distribuzione dei beni economici, si proponeva di sviluppare ulteriormente le forze produttive. La nuova sinistra, prosegue Alberoni, è fondamentalmente un movimento culturale più che politico, mette in discussione la stessa produzione dei beni economici, ritenendola una forma specifica di violenza sulla natura: il saccheggio delle risorse del pianeta in vista di produrre sempre più è soltanto l'ultima e forse più tragica espressione della violenza. Per questo alla nuova sinistra si rifanno ecologisti, antinucleari, ecc. Che ne pensa di questa violenza?

Riportare un dibattito politico a queste coordinate generali è sempre una operazione rischiosa. La violenza di cui si parla è «originaria» dell'Occidente, tutt'uno con quell'aspetto «terribile», «inquietante» dell'uomo che compare così grandiosamente nel coro dell'Antigone con la figura, non romantica ma eschilea!, del Prometeo. Non credo proprio che ecologisti, antinucleari, ecc., siano coscienti dello spessore di tale «violenza». Devo confessare, anzi, che spesso mi sembrano piuttosto consumismo alla sua fase estrema - passaggio cioè dalla richiesta di beni materiali alla domanda di beni «immateriali»: sofisticazione del mercato e dilatazione massima della domanda rivolta allo Stato assistenziale. Comunque il problema violenza della tecnica e del conoscere dell'Occidente non si può volgarizzare inseguendo qualche «moda».

«Cultura della morte» e «mode filosofiche»

Oggi sembra che sulla cultura occidentale aleggi un «fantasma di morte». Si parla di «cultura della morte», di una sottile «vena di morte» che attraversa, come un filo nero, la cultura contemporanea.

Le mode sulle «crisi dell'occidente» non sono di ieri, un «fantasma di morte» aleggia sull'Europa da un secolo e più. Le decisioni che determineranno la vita (o la morte) dell'Europa non dipendono da lei, o dipendono da lei sempre meno. Questa «disperazione» si riflette, certo, sulla sua cultura. E come potrebbe non esserlo?

I «nuovi filosofi» francesi parlano dell'uomo-rizoma, dell'uomo cioè senza radici e senza fusto, senza profondità e senza verticalità, senza memoria storica e senza progetti, tutto proteso a soddisfare i suoi «desideri». Che ne pensa di quest'uomo? Sarà davvero il simbolo della nostra civiltà?

Non si tratta che di ingenua e immediata apologia del nichilismo in quanto destino dell'Occidente (e i cui tratti non vengono neppure seriamente discussi, forse neppure intravisti). L'uomo-rizoma vorrebbe rappresentare l'oltre-passamento del Soggetto metafisico, e in realtà non è che questo stesso Soggetto a gambe all'aria. Il rovesciamento di una proposizione metafisica è questa stessa proposizione, solo rovesciata. Però è vero che le nostre mode filosofiche sono qui benissimo rappresentate: il centro della nostra epoca come assenza di centro, la nostra solitudine come forma dell'essere-insieme, ecc. Le «filosofie» rizomatiche non fanno che applaudire acriticamente questo spirito dei tempi.

Di fronte alla crisi contemporanea si fa strada, tra le altre tendenze, un «catastrofìsmo apocalittico»: si può uscire dal tunnel, cioè, solo attraverso un rivolgimento totale delle cose, attraverso l'intervento di un nuovo fiammeggiante Angelo sterminatore che tutto distrugga, perché solo in questa distruzione totale dell'ordine esistente può nascere un futuro diverso e nuovo, una speranza nuova per l'uomo. Allora, «apocalisse»?

Che vuol dire catastrofe? Catastrofe non ha bisogno di nessun Angelo fiammeggiante, è mutamento di forma, mutamento, a sua volta, che crea forme nuove. Che vuol dire apocalisse? Un mutamento radicale, ma non solo: un mutamento che conduce alla salvezza. La catastrofe non ha nulla a che fare con quest'ultimo termine, che invece caratterizza ogni riferimento apocalittico. Dunque: «catastrofrismo apocalittico» non vuol dire nulla, peggio: è una formulazione sviante, equivoca. Inoltre: l'«apocalisse» viene di sorpresa - non possiamo deciderla noi
- dunque: non ha nessun senso neppure chiedersi «allora, apocalisse?». Invece, il mutamento catastrofico, proprio perché non ha nulla a che fare con la salvezza, possiamo in qualche misura descriverlo-prevederlo. Dunque: sì, catastrofe. t quanto mi sono sforzato di mostrare nel saggio sulla «coppia» destra-sinistra già citato, e nell'articolo Catastrofi sul n. 3-4 di «Laboratorio politico».

Dire la trascendenza «dentro» il linguaggio dell'uomo

Garaudy nei suoi scritti parla a lungo di trascendenza, intendendola come la capacità dell'uomo di superarsi continuamente creando del nuovo e dell'inedito nella storia. Per il cristiano invece Trascendenza è riferirsi a un Totalmente Altro dall'uomo. Anche Ernst Bloch, il filosofo marxista «eretico» parlava di un «trascendersi senza trascendenza».

L'orizzonte di trascendenza è implicito nella struttura stessa del linguaggio. Pei questo esso si trans-forma; poiché è irriducibile alla logica della adaequatio L'Altro è il proprio del linguaggio, della sua stessa intenzione. Il linguaggio non dice mai soltanto, ma sempre anche «accenna». Non bisogna concepire l'orizzonte di trascendenza come un vago «oltre» il linguaggio - esso ne costituisce. invece, una funzione immanente. In questo possiamo essere d'accordo con Bloch. Proprio la teologia ha tradizionalmente dimenticato questa «trascendenza», riducendosi a un linguaggio «specializzato» a dire compiutamente un oggetto specifico, a nominare uno specifico «dato». Proprio il linguaggio teologico ha tradizionalmente teso a annullare l'orizzonte della trascendenza. Le sue crisi secolari-umanistiche derivano da ciò.

Oggi, presso alcune fasce di giovani, specialmente nei gruppi di ispirazione cristiana, si riscopre un valore molto antico e che sembrava ormai fuori corso: la contemplazione. Che senso ha questa riscoperta?

Contemplazione è una parola troppo impegnativa. Forse alcuni «resti» di giovani sanno cosa sia, ma «in giro» non sono riuscito a osservarla gran ché. Questa «riscoperta» - se vi fosse - avrebbe tutto il Senso, anzi: non avrebbe che Senso, poiché de-ciderebbe dal mondo della vita e starebbe di fronte alle ombre delle idee, nel loro gioco: theoria... Non chiedete troppo a questi «giovani»!

Presso i giovani d'oggi sembra che il marxismo abbia perso una parte della sua presa. Altri interessi, altre istanze, altre sensibilità, altri valori stanno germinando tra le rovine di quelli che furono i grandi santuari dei messianismi politici. Cosa preme, secondo Lei, di «nuovo» alla coscienza della nuova generazione giovanile?

Amen. Mi sembra «meraviglioso» che i «giovani»» (ma lasciamo perdere questa «categoria»!) non avvertano più i richiami dei «grandi»» miti politici, delle stomachevoli confusioni tra dimensione religiosa e dimensione politica, che non si attendono più «salvezza )> dalla politica. Vorrei proprio che fosse così. Ma regolarità storiche millenarie mi fanno diffidare della vostra «fede». Mi sembra difficile esser nato in un mondo che inaugurerà questa nuova Era straordinaria: quella di una politica libera dal mito.

(a cura di Carlo Fiore)