È ancora possibile evangelizzare il lavoro?

 

Interrogativi sulla pastorale tra i giovani lavoratori

Antonio Martinelli

(NPG 1982-07-41)

Un centinaio di educatori e operatori pastorali provenienti da molti paesi d'Europa, a contatto con giovani apprendisti o di primo lavoro, immersi personalmente in ambiente di lavoro o di emarginazione, si sono incontrati a Roma, presso la Casa Generalizia dei Salesiani nei giorni 9-15 maggio 1982.
Della settimana d'incontro e di riflessione, riprendiamo le dimensioni educativa e culturale e gli interrogativi fondamentali che sono emersi.
Attivare un giusto rapporto tra condizione giovanile, educazione e mondo del lavoro, rappresenta oggi un grave compito pastorale, forse disatteso dalle comunità ecclesiali per le difficoltà oggettive inerenti ai termini del confronto.
Per dirla, però, con un'espressione che ha dato "il la" a tutto il convegno: «Il mondo del lavoro è certamente una delle grandi frontiere per il rinnovamento della missione della Chiesa».
Richiede coraggio pastorale. Doppiamente: si tratta di coniugare pastorale giovanile e pastorale del lavoro.
È un tema importante sul quale ci ripromettiamo di ritornare in uno o due dossier nel prossimo futuro.

TRE RIFERIMENTI CHE COSTITUISCONO LE DIMENSIONI DELL'UNICO ORIZZONTE OPERATIVO

Dimensione europea

Non tanto le «radici nazionali» dei partecipanti al convegno hanno evidenziato l'esigenza di guardare ai problemi con gli occhi dell'Europa, quanto l'impostazione generale dell'incontro.
L'analisi della situazione contemporanea del lavoro e della condizione giovanile e il tentativo di comprensione del rapporto secolarizzazione-evangelizzazione non hanno oggi altro osservatorio possibile.
Le connotazioni sociologiche di G. Milanesi hanno presentato i problemi attuali del mondo del lavoro nelle società industrializzate dell'Europa occidentale, e hanno sottolineato l'urgenza di un'attenzione continua e critica verso la mutevole storia della condizione giovanile, nelle interferenze e interdipendenze che questa piccola porzione di mondo, che è l'Europa, subisce al negativo e al positivo.
Al di là di alcune rilevanti differenze tra paese e paese, si notano convergenze e analogie.
L'introduzione crescente dell'automazione in molti settori produttivi; l'aumento del prezzo dell'energia e delle materie prime; l'internazionalizzazione crescente degli scambi concernenti il sapere tecnologico, i beni e la mano d'opera; il decadimento progressivo dell'ambiente, rilevabile in termini di depauperamento e di inquinamento, si accompagnano ai vistosi effetti di arresto o quanto meno di rallentamento dei tassi di sviluppo economico, di cambio, più o meno profondo, nell'organizzazione del lavoro, di scadimento progressivo della qualità stessa del lavoro umano nella prospettiva della creatività, originalità e inventiva.
La «cultura del lavoro», cioè l'insieme di definizioni, motivazioni e atteggiamenti riguardanti l'esperienza produttiva, ha subito e subisce notevoli cambiamenti, letti da alcuni nella linea di una «sottile erosione dell'antica etica del lavoro», e da altri come «segno positivo di una più matura coscienza lavorativa», alla luce dell'ultima enciclica sul lavoro che chiede di «rendere la vita umana più umana». Van Hecke Albert, operatore pastorale in una scuola tecnica-professionale del Belgio Nord, coglie nella secolarizzazione, ormai parte integrante della dinamica culturale odierna, la realtà che meglio definisce i giovani, e il punto di riferimento con cui confrontarsi per l'evangelizzazione oggi.
Citando il domenicano olandese Jan Nieuwenhuis: «t in corso un rapido processo di disgregazione nel settore giovanile delle Chiese. Tutto sembra dar ragione a chi afferma che la Chiesa ha perso nell'illuminismo gli uomini di scienza, nel XIX secolo la classe lavoratrice, e sta ora dando l'impressione, nel secolo XX, guardando all'insieme dell'Europa, di alienarsi la gioventù.
Gran parte di questa gioventù dà ormai per risaputo ciò che concerne la Chiesa. Un'altra numerosa parte sta già cercando la sua salvezza in forme non ecclesiali di religiosità: personalistica, politica o mistica.
Ed è proprio per questo che Chiesa e gioventù non sono più solo reciprocamente estranee, ma anche contrapposte».
Il mondo in cui è inserito il giovane oggi e verso cui tutti camminiamo, dando facile accesso a tutte le informazioni desiderate, attraverso la telemàtica, avvia l'emancipazione della gioventù nei confronti degli adulti, e il distacco progressivo dalla chiesa e dalla religione, quando queste assumono atteggiamenti di superiorità e di dogmatismo.
Sarà ancora possibile evangelizzare?
Il «vecchio mondo» ha bisogno di una rigenerazione.

Fattore «esperienza personale»

È ingenuo equiparare esperienza personale con momenti passati tra uomini del lavoro.
Il tema si è presentato molto più impegnativo; è stato affrontato a due livelli. Il primo.
La narrazione, in prima persona, di molti convegnisti, del difficile cammino di conversione ai lavoratori, per aprirsi al loro mondo e alla solidarietà con esso in tutti gli aspetti legittimi del suo dinamismo.
La difficoltà è avvertita dal parroco che vive inserito materialmente in una zona industriale, per la sgradita sensazione di un «lavoro inutile»; dall'educatore in un centro di formazione professionale, perché si trova al crocevia di problemi oggettivi, propri del mondo del lavoro, e soggettivi, propri dei giovani che molte volte guardano smarriti il loro futuro; dal cristiano nel mondo del lavoro, perché scopre il gap tra il desiderio di portare all'interno delle classi lavoratrici l'istanza di una fede convinta e robusta, e la realizzazione spesso povera e inefficace, quando non è mortificata nella sua libera espressione.
Il secondo livello è stato articolato nei suoi vari aspetti. Un'affermazione iniziale contiene le diverse prospettive da sviluppare con coerenza.
«Il lavoro è passato da fenomeno individuale e funzionale al proprio sostentamento, alla categoria di cultura», in quanto ha fatto nascere nuovi modelli culturali: conoscenze innovatrici, aree di sviluppo personale, atteggiamenti davanti alla vita, comportamenti sociali, elaborazioni di ideali comuni, prassi politica.
Se il lavoro oltrepassa la semplice attività ed è una cultura, esperienza personale comporta molto di più che l'accostamento saltuario al mondo del lavoro, la conoscenza superficiale dei fenomeni sociali e politici legati al lavoro, la semplice buona volontà di fare del bene.
La cultura ha una sua struttura, ha rapporti, ha dinamismi, ha leggi di azione e reazione.
Conoscerli ed inserirsi, entrare in un processo di dare e di ricevere, non voler restare fuori della realtà lavoro-produzione-società, accettare il confronto con le correnti di pensiero e di prassi innegabilmente presenti ed influenti nel mondo del lavoro, superare la preferenza per l'intervento assistenziale che non è in grado di risolvere i problemi strutturali, come anche l'inconscia preferenza verso le forme e i valori della cultura rurale, non assumere atteggiamento indifferente o cauto di fronte all'esercizio dei diritti di ogni uomo lavoratore, non coltivare l'integrismo di pensiero che non ammette collaborazioni, imparare a dare rilevanza al fenomeno operaio come fenomeno di futuro, in una parola non vedere subito e soltanto pericolo di turbamenti e di conflitti e di contestazioni ogni qualvolta si affrontano tematiche o ci si accosta a persone provenienti dal mondo del lavoro: tutto ciò costituisce il fondamento indispensabile per un'esperienza personale.
Paolo VI aveva ricordato a tutti gli operatori di pastorale: «Occorre evangelizzare non in maniera decorativa a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici la cultura e le culture dell'uomo nel senso ricco ed esteso, partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio». Qui si colloca la sostanza del fare esperienza personale, e si raggiunge efficacemente l'uomo.

L'attenzione educativa

Ci si è posta la domanda: «Come ripensare un'etica del lavoro cristianamente ispirata per tradurla in un progetto?».
Il centro di interesse è stato spostato tutto sul giovane prima che entri nel mondo del lavoro e sul giovane lavoratore.
Nella ricerca del criterio peculiare degli interventi per la preparazione del giovane lavoratore, G. Battista Bosco ha richiamato alla necessità di passare da una società dominata dall'uomo-prassi ad una cultura dell'uomo totale.
L'uomo, e il giovane in particolare, nel contesto ideologizzato attuale, rischia di divenire straniero a se stesso (= perdita di identità) ed estraneo agli altri (= incomunicabilità).
Il nodo cruciale della nostra storia sta qui. Si tratta di educare ad essere di più come uomini, a far crescere l'uomo totale, integrale.
Solo così può accedere ad una dimensione nuova, ad un «umanesimo trascendente», che gli conferisce la sua più grande pienezza e che implica lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.
La promozione integrale della persona umana del giovane come totalità di dimensioni (fisica, culturale, religiosa, cristiana, professionale, ecc., ecc.) e unità di dinamismi essenziali è da privilegiare in ogni intervento.
La persona del giovane è da mettere al centro di un processo di crescita in cui i valori umani sono la base e la fede è motivo ideale, ispirazione unificatrice, prospettiva ultima ed essenziale.
Conseguenza immediata da questa impostazione unitaria è l'esclusione di poter giustificare negli interventi formativi la separazione artificiosa, tra uomo e lavoratore, tra uomo e cristiano, tra cristiano e lavoratore, come se fossero settori da affidarsi ad educatori specializzati, incapaci poi di ricondurre ad unità il processo educativo.
La personalità si sviluppa in primo luogo nella direzione delle relazioni sociali attraverso un processo chiamato «socializzazione». Se gli interventi formativi sono sostanzialmente strutturati in modo partecipativo, la crescita sociale dell'individuo è facilitata, la persona trova terreno di crescita sulla linea della ricerca dei valori e dei significati.
Mediante il processo di «coscientizzazione» che permette autonome elaborazioni culturali nella condivisione sociale, la persona prende invece coscienza di sé e dell'ambiente in cui vive. Infine, attraverso il processo di «acculturazione» l'individuo e i gruppi creano modelli di comportamento. La vita associativa rimane organizzata in modo tale da permettere una continua revisione di ruoli e un intermittente orientamento della condotta, in base alla rinnovata coscienza della propria dignità personale e del valore della vita comunitaria.
L'attenzione educativa riporta in primo piano ancora una volta l'adulto con due preoccupazioni operative.
Innanzitutto offrire un ambiente educativo con molti e svariati stimoli per l'interiorizzazione gioiosa della severa etica del lavoro: ottimismo, spontaneità e creatività, naturalezza dell'impegno e del sacrificio.
Quindi una presenza-convivenza che faciliti il rinforzo psicologico proveniente dalla testimonianza di una vita dedicata consapevolmente ad un lavoro illuminato dalla fede.
Una parola particolare meriterebbe in questo contesto educativo la lettura in positivo di una certa conflittualità che ha la funzione di far maturare la persona, di aiutarla ad affermarsi e ad esprimersi con autonomia.
All'inizio o alla conclusione di questo orizzonte operativo può essere posta la parola del Concilio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».

LA CHIAVE DEL PROBLEMA

Da qualunque prospettiva si affronti il problema del lavoro si è sempre riportati al nocciolo della questione, all'urgenza di una «nuova professionalità». Certamente il lavoro occupa oggi una posizione di centralità nella vita dell'uomo. Utilizzando la Parola di Giovanni Paolo II nella Laborem Exercens: «Il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell'uomo. E se la soluzione, o piuttosto, la graduale soluzione della questione sociale, che continuamente si ripresenta e si fa sempre più complessa, deve essere cercata nella direzione di "rendere la vita umana più umana" allora appunto la chiave, che è il lavoro umano, acquista un'importanza fondamentale e decisiva».
Non è una mera questione di natura economica, ma insieme politica e culturale; una questione addirittura di pace e di guerra, di vita o di morte dell'uomo e del suo habitat.
E in una società «a misura d'uomo», esso è un'espressione vitale e al contempo una maniera di far propria la vita umana. È necessario perciò che si faccia del lavoro una componente fondamentale dell'intero processo educativo.

La nuova professionalità

Che cosa s'intende oggi per «nuova professionalità»?
In sintesi.
Nuova professionalità è una capacità complessiva di partecipazione al controllo del processo produttivo.
La partecipazione è efficace se si assicurano alcune condizioni.
La prima: acquisizione di un sapere scientifico-tecnologico aperto ad ulteriori acquisizioni e capace di apprendimenti organici e non parcellizzati.
Comporta perciò in primo luogo la qualificazione dell'attività lavorativa, anzi dell'attività lavorativo-produttiva.
Senza produzione infatti il lavoro perde il suo scopo, ossia la sua incidenza concreta nella vita dell'uomo e nella società, dovendone trasformare le condizioni di vita.
Oggi poi, ma soprattutto in prospettiva di futuro, qualificazione professionale è anche ed essenzialmente tecnologica: ne è conferma l'interesse odierno per lo sviluppo della cibernetica, della automazione, dell'informatica, della programmazione.
Eppure l'uomo, in quanto persona, supera il semplice fare lavorativo-tecnologico, e si interroga sul suo significato e valore, ed è capace di orientarlo a finalità etiche e religiose.
In questa prospettiva la professionalità esprime soprattutto la qualificazione dell'uomo che lavora, o meglio il processo attraverso cui l'uomo mediante il lavoro costruisce un suo progetto di vita.
La seconda: acquisizione di atteggiamenti e di tratti psicologici che rendono possibile la partecipazione creativa dei lavoratori al processo produttivo. Si tratta di assumere i fenomeni tipici del mondo del lavoro e risolvere positivamente la loro incidenza, particolarmente sui giovani.
Per fermarsi ad un solo esempio.
Pensiamo alla meccanizzazione crescente e all'automazione: modificano costantemente compiti e professioni.
Dai mestieri che si esauriscono e ricompongono nasce il fenomeno dell'attività spersonalizzata e puramente funzionale come mezzo di sussistenza, più che come attività creatrice e come espressione della persona. C'è dissociazione tra efficienza e spontaneità rispetto ai risultati e alle modalità delle prestazioni.
Così la cultura industriale, malgrado gli sforzi, cammina verso un'immensa massa di subordinati e la non partecipazione risulta inevitabile.
La persona si scinde a poco a poco e cerca le gratificazioni fondamentali in altri settori della propria esistenza, eliminando il lavoro dai fattori di perfezionamento, di donazione e di progresso. Come rendere positive queste situazioni?
La terza: la condivisione esplicita di una concezione del lavoro, integrata entro un adeguato progetto di uomo e di società.
Avendo particolarmente di fronte come destinata i giovani, questa terza condizione implica di sottoporre il processo formativo alla sola logica della produzione per farne uno strumento critico e propulsivo.
Educare alla nuova professionalità non può ridursi alla trasmissione di una cultura ampia e articolata, unitaria e funzionale al processo produttivo, ma deve specificarsi come intervento capace di stimolare un'autonoma e matura capacità di progettarsi come uomini-lavoratori, soggetti e non oggetti dei processi produttivi. Ci si colloca così nell'ambito dei sistemi di valori in cui il lavoratore è sollecitato ad esprimere le sue valutazioni critiche rispetto ai sistemi di produzione e ad esplicitare concezioni e progetti che ha sull'uomo e sulla società.
In questa riformulazione della vita si fanno presenti le ideologie come tentativo di interpretazione del processo storico, come sforzo di trasformazione delle strutture, di umanizzazione dei rapporti di lavoro, di produzione, di proprietà, di partecipazione nel politico; e come «utopia» per l'edificazione di un futuro.
Questo insieme di stimoli, aspirazioni storiche e sforzi di costruzione sociale non è esente da tentazioni e pericoli: la visione materialista e chiusa della vita umana, la tentazione della violenza, l'egoismo di classe, con i sentimenti corrispondenti di ostilità per chi non condivide con lui, gruppo e tendenze.
Come si potrebbe operare una fusione tra fede e vita, se questi fenomeni e altri simili non fossero umanizzati ed evangelizzati?

Un rinnovato impegno educativo

Alla radice della «nuova professionalità» è da scorgere l'esigenza di superare le numerose divisioni che forzatamente si trovano nel mondo del lavoro: tra lavoro e capitale, tra uomo e lavoratore, tra lavoratore e prodotto.
Divisioni che hanno molto della contrapposizione.
L'esigenza di ricomporre questo universo del lavoro sbocca necessariamente in una istanza «culturale», come approccio generale e significativo alla realtà, nell'intenzione di comprenderla e di gestirla compiutamente.
Ed è a questo punto che le domande di ricomposizione del processo produttivo, di controllo e di partecipazione al medesimo si configurano quasi naturalmente in una «domanda formativa», a cui possono dare risposte adeguate non tanto gli interventi politici quanto quelli eminentemente educativi.
Infatti se è vero che riconversione strutturale del lavoro oggettivamente inteso non può realizzarsi se non attraverso una nuova normativa di legge e una corrispondente azione di riforma di lunga durata, è evidente che essa comunque non riuscirà mai a decollare se non sotto lo stimolo di nuovi uomini-lavoratori, usciti da una nuova formazione professionale.
Il problema a questo livello è problema di educatori e di operatori pastorali. Giovanni Vecchi, affrontando il tema: Elementi di preparazione per operare nel mondo del lavoro ha saputo articolare attorno a quattro punti l'organizzazione e la preparazione degli operatori del settore.

Rafforzare la coscienza e il senso pastorale

Il lavoro costituisce un'esperienza fondamentale dell'esistenza umana. Ha prodotto vantaggi e scarti e soprattutto ha modellato la persona e la società, non soltanto esternamente, ma nel nucleo più intimo, dove l'uomo elabora il senso dell'esistenza.
Si parla appunto di un mondo», per indicare che la scelta e il significato travalicano i beni che si producono e le attività che si vedono, e affondano le radici nelle persone e nel patrimonio comunitario, sui quali si riversano anche le conseguenze. Attorno al lavoro si aggregano forze con propositi diversificati, che concorrono, nei migliori dei casi, a una visione piena e a uno sviluppo totale delle sue possibilità.
Il primo nucleo di crescita importante per un educatore e un operatore pastorale è avere una chiara coscienza, e permanentemente approfondita, del significato che lui porta in questo insieme, del suo contributo originale: trasformare cioè dal di dentro questa realtà mediante la parola che esprime la verità e chiama a conversione.
Si tratta di essere non soltanto attivi, ma soprattutto consci dei significati di esistenza di cui siamo portatori.
La pastorale del lavoro più che un settore staccato è una prospettiva che ogni chiesa locale assume ed esprime attraverso atteggiamenti di ascolto, di comprensione, di dialogo e di impegno in una società trasformata e segnata dal lavoro. Si sviluppa attraverso le presenze di chiesa che diventano centro di comunione e di partecipazione di persone con diversa estrazione e mentalità.
Si manifesta nella sensibilizzazione generale e nello spazio di dialogo che ai problemi del lavoro si dà nella comunità.

Sensibilità e incarnazione culturale

Per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste e a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità» (Paolo VI).
Non hanno bisogno di lungo commento e di conferma ulteriore affermazioni come le seguenti:
- l'evangelizzazione e il vissuto della fede sono profondamente collegati con la cultura;
- la cultura è quanto del patrimonio tradizionale, del quadro dei valori, e dell'interpretazione complessiva della realtà entra nella storia contemporanea;
- la cultura coniuga insieme due esigenze, apparentemente in contraddizione tra loro: essendo relativizzata alla storia, non è che una delle possibili traduzioni dell'antropologia; essendo strada obbligata per l'antropologia il farsi progetto storico, se vuole dialogare con la realtà, non può assolutamente prescindere da essa.
Il nostro ministero di pastori-educatori non soltanto ci richiama al messaggio evangelico, ma ci colloca nel cuore della cultura dove si giocano i significati. Non potremo prepararci a svolgere un ministero nel mondo del lavoro se non ci immergiamo in questo mondo, cogliendo le sue forze sane e preparandoci a contestare i suoi idoli.

La competenza e la qualificazione educativa

La professionalità educativa si manifesta in tre momenti ed operazioni.
Il primo è la capacità di analisi della condizione dei giovani nell'area del lavoro. Questa conoscenza è, dopo il Vangelo, il criterio fondamentale per concretizzare le scelte e impostare i programmi.
Una conoscenza sufficientemente seria e non basata semplicemente su impressioni o approssimazioni generiche.
Per gli educatori e pastori il punto risolutivo di questa conoscenza è scoprire quelle attitudini e aspirazioni che sembrano aver riferimento al Vangelo. Il secondo elemento che fa crescere la professionalità educativa è sviluppare la capacità di progettazione.
Non è concepibile in educazione procedere individualmente per entusiasmo spontaneo, o ricorrendo a soluzioni... vecchie, mentre attorno a noi le domande cambiano continuamente.
Il rischio vero è quello di dare risposte non attese.
Nessuno sopravvive nella cultura odierna senza sottomettersi a delle riformulazioni periodiche delle proprie sintesi, e senza essere coscienti del risultato finale e totale a cui si indirizzeranno i propri contributi.
Finalmente la professionalità dovrebbe aiutare a sviluppare gli abiti, i metodi e gli atteggiamenti della verifica.

Prassi di animazione comunitaria

Per esprimerla in breve utilizzo tre verbi significativi: accogliere, integrare e promuovere.
Innanzitutto accogliere.
- Accogliere tutti i giovani per offrire loro l'occasione di scoprire le loro attitudini più profonde e più personali. L'animazione come rapporto educativo ha questo come compito primario.
- Accogliere le singole persone al di là e al di sopra di ogni sistema, di ogni programma, di ogni istituzione, di ogni mediazione educativa anche la più sacrosanta.
- Accogliere ciascun giovane come una ricchezza positiva che ha bisogno di esprimersi pienamente per comunicare agli altri il proprio bene.
- Accogliere singolarmente nelle chances, nei progetti e nel futuro che ciascuno sogna e si costruisce.
Quindi integrare.
L'integrazione a cui ci si riferisce si pone a tre livelli diversi.
- Integrazione in un gruppo.
È aiutare a superare la chiusura che istintivamente può nascere quando si nota la complessità della vita e del mondo, particolarmente quello del lavoro, e quando ci si trova o ci si pensa degli emarginati.
- Integrare in un itinerario formativo.
Per nessuno il cammino formativo è facile ed immediato.
Percorrerlo da soli è praticamente impossibile.
Il sostegno personale ed istituzionale è atteso ed efficace in molti casi: non può essere negato.
- Integrare in un progetto più ampio.
Il rischio è di ricercare l'immediato, l'efficiente, quel che ripaga subito. In questo modo si perdono le grandi prospettive che giustificano delle momentanee sconfitte, dei rallentamenti scontati.
In fine promuovere.
Il campo dell'animazione qui si allarga in modo indefinito. Tutto ciò che «muove in modo vantaggioso» va perseguito e stimolato.

CONCLUDENDO

L'approfondimento dei vari aspetti del problema ha evidenziato tutta una serie di interrogativi molto vivi oggi nelle comunità ecclesiali ed educative, e che attendono risposte continuamente adeguate.
Eccone alcuni.

Sul piano pratico
Come comporre un insieme di indicazioni che emergono dal vissuto giovanile con le esigenze tipiche del mondo del lavoro? In concreto: è possibile fare contemporaneamente leva su quella che è chiamata la «cultura della creatività», del ludico, del giocoso, del tempo libero e l'altra che fa perno sull'etica del lavoro? Attraverso quale strada?

Sul piano teoretico
Non bisogna sottovalutare le correnti di pensiero che formano la cultura «dell'autonomia», con il rifiuto non solo del lavoro capitalista, ma il rifiuto del lavoro tout-court, il rifiuto della centralità del movimento operaio nelle lotte di liberazione dal lavoro alienato, mentre si esalta il proletariato giovanile proteso unicamente a liberarsi dalla schiavitù del lavoro.
Accanto emergono come maggioritari gli atteggiamenti che guardano al lavoro con mentalità strumentale e pragmatica (il lavoro come mezzo di ascesa sociale, di benessere economico, di acquisizione di potere...).
Quali spazi d'intervento educativo e pastorale restano in simili situazioni?

Sul piano pastorale
E del tutto pacifico il rapporto tra promozione umana ed evangelizzazione? Proprio quando si parla di mondo del lavoro sembra che la redenzione e la salvezza passino dall'unica strada del mettere tra parentesi le esigenze del movimento operaio per far ricorso ad altre categorie.
Non pochi operatori rilevano che raggiungiamo l'uomo che lavora nella sua esperienza familiare, nei suoi figli, nei suoi gesti religiosi... in mille altre realtà, mentre tutta la realtà del lavoro che portano dentro di loro resta assolutamente inesplorata.
Perché?
Non sono bene ancora integrate natura e grazia, vita e salvezza?

Sul piano educativo-operativo
Il servizio pastorale nei confronti dei giovani immessi nel lavoro non può escludere il confronto con tutte le agenzie che nelle diverse sfere della vita civile e politica elaborano «cultura del lavoro»: partiti, sindacati, associazioni svariate di lavoratori e datori di lavoro.
Ritorna a questo punto la riflessione da aggiornare sul prepolitico, politico, partitico.
Se è vero che non è riducibile il politico al partitico, non sarebbe errato affermare che da escludere dal politico è il partitico?
Come operare perché i giovani possano nutrirsi di una fede capace di calarsi nella storia senza nulla perdere della propria specificità, e senza nulla tradire delle attese dei giovani lavoratori del proprio tempo?