Gruppi di appartenenza e gruppi di riferimento

Inserito in NPG annata 1982.

 

Le diverse formule organizzative dell'associazionismo ecclesiale

Franco Garelli

(NPG 1982-06-39)

Nonostante il mutare dei tempi il gruppo come momento aggregativo e come spazio privilegiato per una proposta educativa sembra mantenere una elevata validità.
Per i giovani l'esperienza di gruppo appare fondamentale, in quanto essi ritrovano a questo livello una comunanza di condizioni di vita, un'omogeneità di situazioni, una parità di rapporti, che permette loro di pienamente identificarsi in uno spazio di autonoma espressione.
Agli educatori il gruppo appare una delle poche realtà in cui sia possibile trasmettere dei contenuti e dei valori rispettando il «linguaggio giovanile». I giovani infatti danno molto peso, soprattutto in un contesto caratterizzato da forte pluralismo culturale (con esiti di relativismo), da crisi di ampie prospettive, da eccedenza di proposte di vita scarsamente traducibili nella prassi, all'esperienza, ricercando nelle pratiche di vita, negli spazi in cui sono inseriti, nelle dinamiche della vita quotidiana, una concreta risposta alle loro esigenze di identificazione e di socializzazione. L'esperienza del gruppo risulta così sulla lunghezza d'onda delle loro attese, in quanto permette di fare pratica di rapporti, di trovare di fatto una risposta al problema della sicurezza e dell'integrazione sociale. Di fronte a questo dato molti educatori rivalutano il gruppo come uno spazio in cui è possibile non separare i contenuti dall'esperienza, in cui fare una proposta attraverso le concrete dinamiche relazionali
Il gruppo può pertanto costituire un interessante «rendez-vous» tra giovani ed educatori, tra soggetti che hanno nei confronti di esso diverse aspettative.
Infatti i giovani possono essere attenti a quelle esperienze di gruppo - anche organizzato - che sono in linea con la loro condizione, che permettono loro di rispondere alle esigenze di socializzazione, di sviluppo affettivo, di espressività. Parallelamente gli educatori considerano il gruppo come un luogo privilegiato di mediazione tra le istanze della personalità del giovane (proprio di chi si sta aprendo alla vita sociale) e quelle della società complessa (con le sue sollecitazioni e il suo pluralismo culturale e di esperienze), come un luogo di fondamentale importanza per una maturazione graduale e armonica del giovane che risponda da un lato all'esigenza giovanile di protagonismo e di esperienza e dall'altro lato all'interiorizzazione di proposte educative. In questa linea il gruppo organizzato viene considerato un'occasione che si offre al giovane per orientarsi in senso collettivo, pur avviando a soluzione i problemi della sua condizione.

I «nodi» metodologici del fare gruppo

Affermare la centralità del gruppo non significa ancora avere gli strumenti per'-' impostare una corretta esperienza di gruppo. In molti casi nei gruppi religiosi ed ecclesiali, si dà poco peso a problemi di metodo nel fare gruppo, ponendo eccessiva fiducia nell'affinamento dei contenuti più che nell'impostazione e nella verifica di un metodo educativo.
In questa sede vorremmo iniziare l'analisi di alcuni «nodi» che rappresentano altrettanti «punti critici» nell'esperienza di gruppo e che sovente non vengono considerati o non vengono avviati a soluzione nelle varie esperienze associative. Il «nodo» preso in esame in questo articolo è la differenza tra gruppi di appartenenza e gruppi di riferimento, un problema che continua ad angustiare molte realtà associative di base e che provoca - se non affrontato correttamente -molti disagi. Ma questo non è che uno dei problemi sul tappeto: altri - che cercheremo di analizzare successivamente - sono individuabili nella scelta che ogni gruppo deve effettuare tra:
- formazione/incidenza
- azione/ ripensamento
- realizzazione nel tempo libero/nel quotidiano
- esperienze forti/vita quotidiana
- proposta totalizzante/proposta relativa
- atteggiamento rivendicativo/costruttivo
- sensibilizzazione/ interiorizzazione
- struttura di base/struttura da elite
- volontariato/professionalizzazione
- privato/comunitario/collettivo

II gruppo di appartenenza

In genere i gruppi ecclesiali vanno incontro ad una serie di rischi per non aver chiara o per non rendere operante a livello associativo la distinzione tra appartenenza e riferimento.
Il gruppo di appartenenza delinea una situazione in cui i membri risultano fortemente coinvolti - in termini di tempo, di rapporti, di risorse - nella realtà associativa di cui fanno parte. Il gruppo viene da essi vissuto per lo più come totalizzante o fortemente impegnativo, in grado di dare senso al resto dell'esperienza personale e sociale. In questo caso il confine tra vita di gruppo e vita personale e sociale è molto sottile, ad indicare la tendenza da parte dei soggetti a far coincidere queste due realtà della vita quotidiana.
Siamo pertanto di fronte ad un gruppo basato sui rapporti primari, sull'affettività, omogeneo per quanto riguarda l'età e le problematiche degli appartenenti, che impegna per lo più i membri ad un'assidua compresenza secondo una continuità che identifica l'appartenenza al gruppo con lo stare, l'esserci, il condividere spazio e tempo, il farsi compagnia.
Si tratta di un tipo di gruppo particolarmente adeguato per l'età adolescenziale, la quale sempre più avverte nel tempo presente l'esigenza di maturare una propria identità all'interno però del soddisfacimento dei bisogni affettivi, relazionali, espressivi, amicali.
Anche la proposta religiosa, l'intento educativo, l'istanza di partecipazione sociale ed ecclesiale... non possono prescindere da questa realtà di base, da queste esigenze aggregative dei giovani. O si dà risposta ad esse, pur nell'intento di orientare all'impegno, di far maturare un'identità sociale e religiosa, oppure le proposte educative e religiose appariranno ai giovani eccessivamente lontane dalla propria sensibilità, insignificanti per la propria condizione di vita.
Il gruppo di appartenenza che appare plausibile per la condizione adolescenziale, può invece risultare «patologico» per la condizione giovanile o adulta. A questo livello occorrerebbe infatti prefigurare una situazione di gruppi di riferimento.

Il gruppo di riferimento

Qual è l'identikit di un gruppo di riferimento?
Si intende in questo caso un gruppo centrato sui rapporti di tipo «secondario», nel quale l'adesione poggia non su aspetti di simpatia o di compresenza e di condivisione del tempo e dello spazio, o su rapporti «faccia a faccia», ma su aspetti, valori, largamente condivisi e interiorizzati dai membri. Stiamo così delineando un gruppo di adulti, di «giovani» maturi, i quali trovano motivo di appartenenza non nello stare insieme, nell'interazione costante, nella condivisione fortemente coinvolgente della vita quotidiana, nell'esserci... ma su una comune identità sociale e religiosa, su una sensibilità «affine».
La specificità d'un gruppo di riferimento non è solo data dalla condivisione di valori e di un'identità ma anche dall'esigenza del confronto, dalla revisione comunitaria, dalla riflessione sulla rispondenza delle scelte pratiche al nucleo dei valori in cui ci si riconosce.
Il gruppo di riferimento quindi si distingue da un lato dal «gruppo di appartenenza» in quanto è centrato più su aspetti «secondari» che «primari» (più sulla condivisione dei valori che sull'esigenza affettiva e relazionale), e dall'altro lato dal «gruppo di impegno», in quanto la sua finalità è più di confronto, di verifica, di maturazione dei membri che non di incidenza sociale, politica o religiosa.

Attualità e caratteristiche di un gruppo di riferimento

Qual è il senso attuale d'un gruppo di riferimento?
Anzitutto un tale gruppo appare oggi plausibile da un punto di vista sociale, richiesto dalle condizioni socio-culturali in cui si vive. In una realtà complicata come l'attuale, caratterizzata da elevati processi di mutamento, in cui i soggetti hanno sempre più difficoltà a comprendere gli avvenimenti e a ridefinire la propria identità esposta ad esiti dissociativi, i gruppi di riferimento si presentano come un indispensabile momento di maturazione e di crescita per quanti non vogliono essere travolti e frastornati dai mutamenti e dagli avvenimenti sociali.
In secondo luogo il gruppo di riferimento appare indispensabile anche relativamente all'identità religiosa. Attualmente molti credenti avvertono la necessità di ridare radici alla propria identità religiosa, considerando la dimensione religiosa come una delle poche risorse disponibili che permettono di far fronte alla crisi dei significati e delle prospettive.
Oltre a ciò il gruppo di riferimento religioso permette di contrastare il pericolo che l'identità religiosa venga vissuta prevalentemente in termini soggettivi, secolarizzati, troppo a misura delle attese e pre-comprensioni umane.
Inoltre il gruppo di riferimento può rappresentare un'inversione di tendenza rispetto all'orientamento prevalente nel campo ecclesiale di impegnare immediatamente a livello pastorale le risorse umane disponibili. Attraverso di esso, in altri termini, si può contrastare la tendenza al fare, all'efficienza, alla realizzazione, alla «gestione», che caratterizza per lo più la «domanda» delle strutture religiose di base, per affermare in primo luogo l'esigenza della ricerca spirituale, il primato della fede, la centralità dell'istanza religiosa.
Così delineato un gruppo di riferimento religioso è composto da adulti inseriti in ambienti sociali e professionali diversi, aventi vocazioni diverse, accomunati dall'esigenza di ricomporre la propria identità religiosa in uno spazio comunitario. La comunità come luogo di memoria storica, come deposito dei valori, come insieme delle varie componenti e delle diverse vocazioni, rappresenta il punto di riferimento ideale, il luogo di verifica dell'identità ultima, lo spazio di rigenerazione delle risorse, motivazioni e ideali, il momento in cui si confronta la concretezza della propria storia - fatta di limiti, compromessi, asprezze, cadute, velleità -con lo specifico dell'identità religiosa.
Il gruppo di riferimento pertanto non sostituisce l'impegno dei soggetti nella vita quotidiana (nella famiglia, nel lavoro, nel sociale), anzi lo richiede; non diventa esso stesso un gruppo di azione, di impegno sociale e politico, anzi si arricchisce della diversità degli interventi e delle presenze sociali dei suoi membri; non mira a uniformare - come risultato del confronto, dell'interazione - il comportamento dei membri nei vari campi della morale e della presenza sociale, ma dà adito ad un confronto su questi aspetti - alla luce dei valori condivisi - che lascia spazio per libere ed autonome scelte da parte dei membri; non deve essere troppo «selettivo» tra gli aderenti, in modo da permettere una proficua dialettica interna, e nello stesso tempo non troppo diversificato, per evitare che vengano a mancare elementi di condivisione tra i membri e si determinino eccessivi disturbi nella comunicazione.

La comunità e la complementarità delle «vocazioni»

In particolare il gruppo di riferimento dovrebbe essere composto da due tipi di «vocazioni» che appaiono complementari e necessarie nella comunità religiosa: l'area degli animatori (anche adulti) che oltre al loro impegno professionale spendono il loro tempo libero prevalentemente in termini di servizio educativo nella comunità (ai vari livelli del ciclo educativo) e l'area di quanti invece non hanno rapporti educativi con la comunità e vivono la loro identità religiosa soprattutto nella vita quotidiana e professionale (lavoro, famiglia, impegni sociali e politici). La ricchezza di un gruppo di riferimento si può misurare dalla compresenza e complementarità di queste due aree al suo interno, che esprimono vocazioni e posizioni sociali e religiose diverse.
L'area degli animatori ricorda, a quanti sono impegnati nel sociale, l'esigenza -per la sopravvivenza della comunità e per la fecondità della fede come valore -di un impegno educativo in favore dei piccoli, l'importanza di un'azione formativa, la centralità del lavoro di sensibilizzazione e di formazione (educativo e religioso) di base. In tal modo ogni membro «esterno» viene richiamato alle radici della comunità, all'esigenza della continuità dei valori religiosi nelle generazioni, alla coscienza di una fede comunitaria.
Quanti hanno il loro impegno all'esterno della comunità ricordano in primo luogo alla comunità stessa che lo sbocco dell'azione educativa è il mondo, che la comunità non è fine a se stessa ma costituisce uno spazio-momento in cui i soggetti si abilitano per poter poi vivere a pieno titolo nel sociale l'identità religiosa; in secondo luogo essi ricordano a chi è in «formazione», ai «più piccoli», che è possibile realizzare l'identità religiosa nel sociale e nel politico; in terzo luogo essi riversano sulla comunità educativa le loro tensioni, sensibilità e speranze, contribuendo in tal modo ad arricchire quanti in essa hanno compiti specificatamente educativi, in modo che la loro proposta abbia a tener presente - in termini di contenuti e di metodi - la situazione e le problematiche reali.

Gruppi «spuri» o «patologici»

S'è detto in precedenza che una comunità che non sappia differenziare al suo interno il livello associativo, operando una distinzione tra gruppi di appartenenza e gruppi di riferimento, è una realtà che corre il rischio del «patologico», utilizzando formule aggregative non adeguate alle potenzialità, alle condizioni, alle esigenze dei soggetti che ad essa aderiscono. Se ciò si verifica siamo di fronte ad un problema organizzativo non affrontando il quale gli sforzi di affinamento del contenuto o dei metodi educativi, appaiono velleitari, non danno ragione dei problemi realmente in atto.
Ogni qual volta si riscontrano adolescenti inseriti in un gruppo di riferimento o «giovani maturi» o adulti che vivono la realtà dell'appartenenza, abbiamo a che fare con disegni organizzativi «spuri» o «patologici».
Infatti gli adolescenti sono costitutivamente estranei ad una logica di gruppo di riferimento in quanto hanno ancora da affrontare quei problemi di socializzazione e di interiorizzazione di motivazioni e di valori religiosi, la cui risoluzione permette loro quell'autonomia di vita propria di chi fa parte di una realtà di riferimento. Così, parallelamente, i «giovani maturi» o gli adulti «costretti» in un gruppo d'appartenenza, avvertono la ristrettezza di questo modello di realizzazione rispetto ai campi sociali e alla pluralità di appartenenza a cui là loro maturità li chiama a vivere. Mentre per essi il gruppo di appartenenza risulta troppo ristretto, eccessivamente costrittivo nelle dinamiche che produce, per gli adolescenti il gruppo di riferimento appare «fuori quota», fuori misura, rispetto alle loro esigenze e condizioni.
Si tratta pertanto di creare le condizioni organizzative perché gli uni e gli altri trovino a livello ecclesiale quegli spazi più connaturali con la propria sensibilità, condizione e livello di maturazione.

Conoscenze psicologiche, visione della realtà e opzioni teologiche

Certo sulla scelta delle formule organizzative ha largo peso il tasso di conoscenza psicologica presente nella comunità.
Infatti dietro l'esposizione di adolescenti in un contesto di riferimento si avverte la carenza di conoscenza circa la psicologia dell'età giovanile, il non avvertire che gli adolescenti hanno necessità di realtà fortemente coinvolgenti, in cui le dinamiche della vita quotidiana e quelle del gruppo a cui appartengono si fondano in tutt'uno. Parallelamente nel perpetuare anche a livello di «giovani maturi» e di adulti la formula dell'appartenenza non si tiene conto che il modello di realizzazione personale di questi soggetti passa per lo più per la molteplicità delle opportunità e appare refrattario alle proposte totalizzanti che li isolino in particolari contesti.
Ma dietro la scarsa attenzione al mutamento - nelle coscienze - dei modelli culturali e alla psicologia delle varie età della vita, si cela in molti casi una precisa concezione della realtà e opzione teologica.
Alcune esperienze in cui si continua a proporre agli adulti o ai «giovani maturi» un'appartenenza totalizzante al gruppo religioso, sono dettate dall'obiettivo di non disperdere i soggetti nel sociale, dal timore della loro diaspora a contatto col mondo, dalla paura che essi nell'autonomia di vita e di appartenenza, disperdano l'identità religiosa. In questo caso, ad una visione della società in termini negativi, corrisponde per lo più una concezione teologica di gruppo ecclesiale chiuso al suo interno, concluso in se stesso più che aperto al sociale. Il gruppo ecclesiale appare così senza sbocchi, centrato sulla sua riproduzione interna, scarsamente fecondo per la realtà in cui è inserito.
Così, parallelamente, nel non creare gruppi di appartenenza per gli adolescenti può emergere una teologia della scarsa attenzione per le condizioni storiche dei soggetti, per la realtà, i problemi, le tensioni che essi vivono.

Il passaggio da gruppo di appartenenza a gruppo di riferimento: un momento critico

La difficoltà nell'ambiente ecclesiale non riguarda soltanto la capacità-possibilità di organizzare tipi di gruppo diversi a seconda delle differenti tappe di maturazione dei soggetti (in questo caso a realizzare gruppi di appartenenza per adolescenti e gruppi di riferimento per adulti e «giovani maturi»); ma anche a «curare» il passaggio dei soggetti dal gruppo d'appartenenza a quello di riferimento, a creare cioè le condizioni perché - col diventare adulti dei componenti - il gruppo d'appartenenza esaurisca la sua funzione (almeno per quei particolari soggetti) e perché questi trasformino il proprio legame in una realtà di riferimento.
Nei gruppi ecclesiali infatti è questo un momento di passaggio in cui più si registrano «punti di rottura», «situazioni critiche».
Una prima difficoltà si riscontra nella pressione di conformità del gruppo d'appartenenza a non permettere che alcun membro lasci il gruppo. In certi casi si producono a questo livello vere e proprie fratture, preclusioni, verso soggetti prima compagni di viaggio e poi considerati improvvisamente estranei perché non possono più dedicare al gruppo la maggior parte del proprio tempo. In alcuni casi queste preclusioni sono indirette ma ugualmente nette. Il fatto che qualche membro abbia maturato altri impegni, abbia meno tempo a disposizione, presenti altri orientamenti ed appartenenze, fa sì che il gruppo a poco a poco lo estranei dalle decisioni, dalla comunicazione, dalla dinamica dei rapporti, relegandolo in una posizione di effettiva marginalità.
Una seconda difficoltà è legata all'abitudine all'appartenenza che può aver ormai condizionato l'esperienza dei soggetti. In alcune realtà d'appartenenza i rapporti primari mantengono la loro validità in tutti i vari stadi del gruppo. Non si verifica, in altri termini, una progressiva diminuzione dell'aspetto affettivo, della sicurezza reciproca, delle relazioni primarie... per lasciar spazio a poco a poco alla condivisione di valori e di obiettivi. In tal modo i soggetti appaiono assuefatti ad una realizzazione «particolare» di gruppo, per cui avvertono come negative le proposte di sbocco in altre realtà associative che non abbiano quelle caratteristiche di forte integrazione che erano alla base dell'esperienza di appartenenza.
Un terzo problema riguarda la difficoltà d'approccio in un gruppo di riferimento già costituito precedentemente, nel quale i soggetti devono a poco a poco - secondo il proprio livello di maturazione - confluire.
Una vita associativa omogenea alle spalle, nel gruppo d'appartenenza, può condizionare i giovani nell'affacciarsi al gruppo di riferimento. In alcuni casi essi possono avvertire un'estraneità di condizione e di problematica rispetto a quanti già fanno parte del gruppo di riferimento, per cui tendono a non riconoscersi in quell'impostazione e a creare un nuovo gruppo di riferimento sulla misura della sensibilità che li caratterizza.
Una quarta difficoltà è rappresentata dal diverso livello di maturazione che si registra tra i membri del gruppo d'appartenenza. Si pone qui il problema se il passaggio al gruppo di riferimento debba avvenire contemporaneamente per tutti i giovani del gruppo d'appartenenza - ad un determinato stadio di maturazione
oppure se siano preferibili distacchi dei singoli che più di altri avvertono tale esigenza.
In tutti i casi questi distacchi producono lacerazioni nel gruppo di appartenenza, dal momento che alterano gli equilibri in esso esistenti e producono nuove dinamiche.

Conclusioni

Quanto detto sta ad indicare che il passaggio dall'appartenenza al riferimento non può avvenire casualmente, ma deve rappresentare l'esito di un processo di maturazione, deve costituire il traguardo d'un progressivo cambiamento dell'atteggiamento dei giovani e delle loro aspettative nei confronti del fare gruppo. L'esigenza di fedeltà alla «proposta)) e l'inadeguatezza - ad un certo stadio della vita - di un'appartenenza coinvolgente in termini primari, deve far nascere nei giovani il desiderio della continuità di formazione pur nella diversità delle modalità aggregative.
Anche in questo caso pertanto appare essenziale il lavoro educativo mirante a creare le pre-condizioni di un'opzione, di un orientamento.
Di fronte ai molti problemi esposti, e in particolare alla difficoltà di differenziare metodi educativi in rapporto all'età e ai livelli di maturazione dei giovani, alcuni educatori possono essere presi dallo sconforto e cedere alla tentazione di non addentrarsi in impegni di gruppo per privilegiare invece - quale momento educativo - il rapporto diretto e personale con i giovani. Occorre a questo proposito riflettere su quali metodi siano più efficaci per permettere un'interiorizzazione dei contenuti e dei valori educativi e più adeguati all'attuale condizione giovanile.