Teresio Bosco
(1980-05-55)
7. LA FESTA DELLA CONVERSIONE
1. Il primo segno di Gesù (Cana, una provocazione alla gioia)
L'evangelista Giovanni narra il miracolo di Cana (acqua in vino) come «primo dei segni» di Gesù. Il Regno di Dio si inaugura quindi nel segno di una festa. La ritrovata gioia di vivere è uno dei segni dell'inizio del regno.
(pg. 66-67)
2. Il banchetto con i peccatori (Che fa Gesù quando annuncia il regno?)
Un gesto caratteristico di Gesù che annuncia il regno è mettersi a tavola con i peccatori che pensano di cambiare vita. Il banchetto è il segno festoso dell'incontro con Dio, che inizia in questa vita e avrà il suo compimento al di là della storia.
(pg. 67-68)
3. Le pretese morali di Gesù (Che pretende Gesù quando annuncia il regno?)
Gesù fa festa, ma pretende un cambiamento profondo, radicale nei peccatori che accettano il Regno di Dio. «Se la vostra giustizia non supererà...» «Chiunque si adira...» «Chi guarda una donna per desiderarla...» «Se uno ti percuote una guancia...» (tutti in Mt 5). Matteo lascia il mestiere di pubblicano, Zaccheo restituisce quattro volte, la prostituta decide coraggiosamente per un'altra vita.
(pg. 68-69)
4. Nessuno è senza peccato
Gesù annuncia: «Dio prende l'iniziativa di perdono, di cambiamento nel profondo. Ma ogni uomo deve riconoscere di essere peccatore (= guarda a se stesso, e non a Dio e ai fratelli, vedi sotto n. 5), e deve accettare di cambiare, di collaborare con Dio».
I peccatori che si sentono tali sono i prediletti di Gesù non perché giusti, ma perché più disponibili al suo messaggio: sanno già di essere peccatori, sono attirati dalla prospettiva nuova di perdono. Chi invece si crede «giusto» (i farisei) è invece contestato aspramente da Gesù.
(pg. 69-70)
5. L'accusa dei profeti (In che senso gli uomini sono peccatori?)
In che senso gli uomini sono peccatori?
È una convinzione già anticipata dai profeti di Israele. L'uomo pretende di possedere da sé il segreto della vita e della felicità, di garantirsi da sé il futuro. Rifiuta di affidarsi a Dio. Ha dato importanza massima ai beni materiali, ha pensato non agli altri ma a se stesso, tutt'al più ha pensato a quelli della sua casa.
(pg. 70-72)
6. Il peccato di origine (In che senso gli uomini sono peccatori? - continua)
L'idea che tutti gli uomini sono peccatori ha il massimo risalto nel racconto iniziale del Genesi (= primo libro della Bibbia) dove morte, fatica, sofferenza, ambiguità di rapporti tra uomo e donna sono imputati non a Dio ma all'uomo. In quelle pagine «conoscere il bene e il male» significa provare tutto per decidere da solo cosa sia bene e male, cioè rifiutare obbedienza a Dio, rifiutare di conoscere da lui cos'è bene e male per l'uomo, voler essere autosufficienti nei suoi riguardi.
Il senso del racconto del peccato di Adamo e Eva è denunciare l'origine profonda, antica di ogni peccato, e ricordare la promessa di una misteriosa iniziativa di Dio che riporterà l'uomo allo stato iniziale.
(pg. 72-73)
7. Giudizio sulla storia universale
I capitoli del Genesi (4-11) che seguono il racconto del peccato, sono storia polemica della umanità. Non storia della cultura e della civiltà, ma del peccato e dell'incredulità che si radica sempre più coi passaggi di cultura (da pastori ad agricoltori, ad artigiani, ad abitanti di città e di imperi).
(pg. 73-74)
8. Fede e conversione (Che cos'è la conversione?)
Che cosa chiede Gesù quando chiede di convertirsi?
Chiede di aprire gli occhi su questa situazione di peccato, conoscere l'ingiustizia radicata in noi e inestirpabile con le sole nostre forze. Chiede di accettare il Regno di Dio, l'iniziativa di perdono e di amicizia di Dio.
Gesù, riguardo alla condotta nuova, non elabora un codice morale, ma fa dei casi concreti, segnalando dei nuovi atteggiamenti. Esempio tipico: le 6 composizioni elencate nel cap. 5° di Matteo:
- È stato detto «non uccidere», io dico «riconciliati con il fratello».
- È stato detto «non adulterio», io dico «purezza di occhi e di cuore».
- È stato detto «divorzio», io dico «unione perenne».
- È stato detto «non spergiurare», io dico «parla sinceramente».
- È stato detto «occhio per occhio», io dico «non resistere al malvagio».
- È stato detto «odia il nemico», io dico «fai del bene a tutti».
Il Regno di Dio cambia il cuore dell'uomo: lo rende libero dalle preoccupazioni materiali, riconoscente per il perdono, fiducioso nel futuro che sta nelle mani di Dio (= da servo che ha preteso l'autonomia, a figlio che accetta con amore la paternità).
(pg. 74-76)
8. I MIRACOLI, SEGNO DEL REGNO CHE VIENE
1. Incredulità di fronte ai miracoli
Pregiudizi moderni negano come «inganni» o come «tradizioni popolari leggendarie» i miracoli di Gesù. (pg. 77-78)
2. Il miracolo è fatto per convincere? (I miracoli e l'apologetica cattolica)
Una certa apologetica cattolica si fissò sull'aspetto «fisico» del miracolo, come sospensione delle leggi della natura. Ma né conosciamo tutte le leggi della natura né il miracolo deve «costringere» alla fede. Gesù rifiutò questa funzione clamorosa dei miracoli all'inizio della sua missione. (pg. 78-79)
3. 11 miracolo come rivelazione (Miracoli segni della vicinanza di Dio)
Il primo motivo per cui Gesù fa miracoli non è convincere chi non crede, ma dare segni della vicinanza di Dio a chi già crede almeno in forma iniziale. Ma chi non crede deve «confrontarsi» con essi, e ripensare alla sua posizione. Se uno ha già deciso di rispondere «no» all'invito di Gesù, troverà argomenti per rifiutare i miracoli, ma Gesù chiama questo atteggiamento «bestemmia contro lo Spirito».
(pg. 80-81)
4. Il miracolo, fatto storico
La generalità degli studiosi dà come inverosimile l'ipotesi dei miracoli-leggende. Ci sono dei motivi dal contesto stesso dei racconti che fanno rifiutare questa ipotesi. Rimangono aperti solo problemi riguardo a singoli episodi, e il problema delle possessioni diaboliche.
(pg. 81-82)
5. I miracoli, inaugurazione del regno
Che cosa voleva manifestare Gesù con i miracoli? Il suo richiamo alla realizzazione delle promesse fatte dai profeti nel Vecchio Testamento («Dite a Giovanni che i ciechi riacquistano la vista...») li indica come segni del Regno di Dio. La loro qualità di opere di bene e non di castigo indicano il carattere di questo Regno di Dio: esaudimento delle speranze dell'uomo. Sono però segni di un Regno di Dio vicino ma non ancora realizzato: la potenza di Dio è già all'opera e chiama la nostra accettazione e collaborazione.
(pg. 82-84)
9. COSA DICEVA GESÙ DI SE STESSO
1. «Democratizzazione dell'immagine di Gesù»
Oggi si tende, travisando lo spirito democratico, a banalizzare chiunque. Anche Gesù viene banalizzato, ridotto a «uomo comune».
Ma che dice Gesù di se stesso? Afferma che il Regno di Dio avviene al di sopra di lui, o che egli ha una posizione singolare nel regno, fino a poterlo dire «il suo regno»?
(pg. 85-86)
2. Il mistero di Gesù
Gesù parla poco di sé. Con i suoi gesti, i suoi atti, costringe però coloro che lo vedono a dare loro stessi la risposta alla domanda «chi è Gesù?», oppure a concludere che «hanno paura di scoprire chi egli sia». Un esempio chiarissimo si ha in occasione della cacciata dei mercanti dal tempio. Alla domanda «con quale autorità fai queste cose?» risponde con altre domande, che rivelano la doppiezza, la paura della verità che sta nel cuore degli interroganti.
(pg. 86-88)
3. Più che un rabbi, più che un profeta (Le qualifiche che Gesù rifiuta)
Chi si metteva a parlare pubblicamente ai tempi di Gesù o era un rabbi (= un maestro che spiegava la Legge) o un profeta (= chi parlava a nome di Dio). Gesù con i suoi atteggiamenti rifiuta la qualifica di rabbi (non spiega la legge ma dice di avere autorità sulla legge) e quella di profeta (parla a nome proprio, attribuendosi a volte prerogative uguali a quelle di Dio). La conclusione appare evidente a chi lo ascolta: o è un fanatico o è qualcuno con più autorità di Mosè (= il liberatore del popolo d'Israele che gli diede la Legge in nome di Dio).
(pg. 88-89)
4. I farisei testimoni involontari
Gesù rivendica i poteri di Dio, per esempio perdona i peccati. Suscita quindi scandalo. I farisei capiscono che davanti ad un simile atteggiamento o si grida alla bestemmia, o si crede che Gesù ha i poteri di Dio.
(pg. 88-89)
5. Gesù si considera Messia?
Molti studiosi affermano che Gesù non si considerò Messia (vedi capo 6 n. 5). Certo non si dichiarò tale. Il termine era abusato e rovinato: il Messia atteso era un liberatore politico o un sacerdote mosaico che ristabilisse il culto nella sua purezza. Gesù non rifiutò il titolo di Messia, ma rifiutò ogni pubblicità a quel titolo. Era Messia, ma non come la gente si aspettava. (È il Messia nel senso predetto da Isaia: servo sofferente; nel senso predetto da Daniele: che verrà sulle nubi del cielo con la potenza di Dio. Nei capitoli 8-10 del Vangelo di Marco educa i discepoli a capirlo così).
(pg. 90-91)
6. Gesù e il Padre (I rapporti di Gesù con Dio)
Sui suoi rapporti con Dio, Gesù dichiara una sorprendente intimità, pretende che i suoi gesti manifestino il comportamento di Dio verso i peccatori, chiama Dio «Padre» con una novità rispetto a quando questa frase era stata usata nel Vecchio Testamento (distingue tra Padre «vostro» e Padre «mio»; lo chiama con il nomignolo affettuoso dei bambini: Abbà, papà), afferma una misteriosa unità con Dio.
(pg. 91-93)
10. GESÙ, SEGNO DI CONTRADDIZIONE
1. Un rapporto compromettente (Gesù è esigente)
Gesù è esigente, e le sue pretese creano divisioni: il Regno di Dio non è un generico «vogliamoci bene». Parlando in parabole, obbliga gli ascoltatori a interrogarsi, a interrogarlo, a interessarsi di ciò che dice. A un certo punto le sue pretese sono tali che viene abbandonato dalle autorità religiose e dalla folla. Impedisce che si faccia pubblicità ai suoi miracoli: non sono spettacolo, ma risposta a chi già lo cerca.
(pg. 94-95)
2. Il vangelo e l'opinione pubblica
A questo punto, come in parentesi, possiamo domandarci come si debbano usare i mass-media per annunciare il Regno di Dio. Sul modello di Gesù pare di dover rispondere che non possono essere i canali privilegiati della evangelizzazione. Canale privilegiato rimane l'incontro personale.
(pg. 96)
3. Il giudizio nei confronti dei farisei (I 3 momenti di scontro; quello con i farisei)
Nel suo «divenire Messia», secondo il vangelo di Marco, ci sono tre momenti di contrasto: con le autorità religiose, con i parenti e la folla. Segue il momento i cui Gesù raduna un piccolo gruppo di discepoli, non semplici ammiratori disposti a compromettere se stessi.
Lo scontro con i farisei avviene su quattro punti: pretesa di perdonare i peccati che per i farisei è bestemmia; familiarità con i peccatori; presunzione di porsi al di sopra della legge di Mosè; trascuratezza delle leggi sul digiuno e sul sabato. A questo punto Gesù passa all'attacco frontale: li accusa di cercare non Dio ma se stessi, di negare l'intervento liberatore di Dio per privilegiare l'azione dell'uomo nell'osservanza della legge. (Questo consoliderebbe un razzismo già in atto per i farisei: ebrei-pagani, giusti-peccatori; e consoliderebbe un formalismo che consiste nel credersi causa della propria salvezza mediante un'osservanza esteriore).
(pg. 97)
4. Il distacco dai parenti
Gesù rompe la gabbia in cui l'affetto male inteso dei parenti può chiudere ogni persona, rompe il «giudizio precostituito» dei paesani che banalizz ano ogni compaesano, dichiara che i legami naturali sono ormai relativi.
(pg. 97-98)
5. Gesù sfugge alle folle
Quando s'accorge che le folle continuano ad essere accolte di curiosi che cercano il suo pane e non la sua parola, Gesù si allontana da loro.
(pg. 98)
6. Gesù parla in parabole
Il suo però non è un distacco definitivo. Continua a parlare alla gente con parabole: esse sono immagini semplici che s'imprimono nella mente, ma costringono l'ascoltatore a una riflessione personale. E inducono i «sapienti» superbi a rifiutarlo come un insignificante «cantastorie».
Le parabole (Mc 4) descrivono il Regno di Dio come un seme trascurabile, del grano seminato in terreno disuguale, un pugno di lievito. Sono quindi un invito a rinunciare all'idea di un Regno di Dio «potente», un invito a pensare a un Regno di Dio debole, silenzioso, forte solo della forza di Dio, di fronte alle molte potenze della storia umana.
(pg. 100-101)
11. GESÙ HA FONDATO LA CHIESA?
1. La distinzione tra Gesù e la Chiesa
Ci troviamo oggi di fronte a una realtà: la Chiesa, che si riconosce come «continuatrice» di Gesù, «opera» di Gesù, è «frutto di una sua promessa». Ha fondamento questa sua pretesa?
Molti sottolineano oggi i difetti della Chiesa: compromessa con i potenti, farisaica. C'è del vero. Ma è «tutta» la realtà della Chiesa? Dobbiamo interrogare i Vangeli, domandarci: Gesù s'interessa del futuro di quelli che credono in lui? Ha pensato a una loro storia futura? Ha voluto una Chiesa? Quale Chiesa?
(pg. 102-103)
2. Gesù inviato a Israele (A quale Chiesa pensa innanzitutto Gesù)
Gesù si dice mandato prima di tutto a Israele. Egli riconosce il popolo che Dio si è scelto in questa nazione. Ad esso si rivolge perché accetti l'annuncio del Regno di Dio. Ma deve prendere atto del suo rifiuto, della sua infedeltà a Dio. Gesù quindi, pur dicendosi mandato «solo» a Israele, guarda più lontano, a un «Israele della fede».
(pg. 103-105)
3. Israele e le nazioni pagane
Pur dicendosi inviato a Israele, Gesù non lo considera il solo destinatario del Regno di Dio. «Tutte le genti» saranno chiamate al regno «preparato per loro fm dalla fondazione del mondo».
La figura del nuovo «Israele della fede» Gesù la traccia nel discorso della montagna: i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia.
(pg. 105-106)
4. Israele ripudiato?
Al termine della sua missione, Gesù dice chiaramente che Israele ha perso il suo appuntamento, che Dio «affiderà ad altri la vigna». Ma i discepoli sono «il resto» di Israele che accetta il Regno di Dio ed è da lui salvato.
(pg. 106-108)
5. La scelta dei dodici
Gesù sceglie dodici discepoli perché stiano con lui. Non si accontenta di essere una voce isolata che grida dall'alto, accetta il rischio che la sua opera non sia giudicata dai suoi gesti, ma dai gesti dei suoi. Accetta i rischi dell'istituzione. Ammonisce i dodici dicendo loro che non sono i detentori esclusivi del Regno di Dio (le forze della salvezza si manifestano dove Dio vuole). Li ammonisce anche a non giudicare chi appartenga o no al Regno di Dio (grano-zizzania). I dodici non si identificano con il Regno di Dio, ma sono scelti come guide del nuovo popolo di Dio.
(pg. 108-109)
6. I dodici e la Chiesa
Ai dodici Gesù dà poteri. A Pietro dà autorità all'interno della comunità, ne fa il fondamento. Dà potere di «legare e sciogliere» a Pietro e ai dodici (= di dichiarare chi appartiene e chi viene escluso dalla comunità). A differenza dei «potenti» dovranno servire e non farsi servire.
Il popolo di Dio sarà più esteso della Chiesa (= la comunità formata intorno agli Apostoli). Essa dovrà rimanere comunità aperta che annuncia e serve. Per svolgere però questo servizio dovrà precisare quali comportamenti e convinzioni si accordano con il vangelo di Gesù e quali no.
(pg. 109-111)
7. I dodici alla scuola di Gesù
Gesù ha voluto fondare la Chiesa. Ha scelto i dodici, li ha separati dagli altri, li ha ammaestrati lungamente (Mc 8-10) negli atteggiamenti fondamentali: servizio, scelta degli ultimi posti, necessità di portare la croce. La conferma decisiva che nella scelta dei dodici Gesù vuole istituire la Chiesa viene nell'ultima cena con loro.
La Chiesa è stata fedele? Gesù le ha garantito una santità che non può venire meno, ma gli uomini e le istituzioni continuano a mantenere la loro fragilità e pesantezza.
(pg. 111-113)
12. LA VIA VERSO LA CROCE
1. Il cammino verso la croce secondo gli evangelisti
Nei Vangeli il cammino di Gesù verso Gerusalemme dove l'attende la croce è un fatto importante, imponente. In Marco tre profezie e tre capitoli (8-10) sono organizzati come «viaggio alla croce» e «ammaestramenti dei discepoli alla croce». In Luca tutta la parte centrale del Vangelo è «viaggio alla croce».
(pg. 114-115)
2. Gesù scelse di morire?
Gesù sapeva che andava a morire. Questa certezza e l'accettazione della morte, obbedendo al Padre, è fondamentale per la fede. La morte di Gesù non fu un «incidente tragico» imprevisto. Gesù sa di dover morire, accetta coraggiosamente questa prospettiva, non fugge di fronte ad essa. Lo provano le allusioni chiarissime, le parabole del Regno, l'opposizione con i farisei già sfociate in forme radicali.
(pg. 116-117)
3. Prendere la propria croce
Gesù prevede e si avvia deliberatamente alla morte. Come conciliare questo con la missione di «realizzare il Regno di Dio»? La risposta Gesù la darà con la Cena pasquale. Ma già prima ha indicato cosa significa l'annuncio del Regno di Dio: convertirsi significa lottare con se stessi e rischiare la morte. Ognuno, se vuole convertirsi, deve prendere la sua croce. Questa espressione ha perso vigore col passare del tempo. Nel senso originale significava: il momento vissuto dal malfattore condannato a morte, che cammina tra la folla urlante verso il patibolo.
(pg. 117-118)
4. Il Figlio dell'uomo
Che significato ha la parola usata da Gesù per indicare se stesso, «Figlio dell'uomo»? Nel contesto biblico significa: uomo debole e umiliato, che però ha da Dio poteri e doti straordinarie, che tornerà con la potenza di Dio stesso (vedi profeta Daniele, 7,13).
(pg. 118-119)
5. Servire e regnare
Quali sentimenti e pensieri erano in Gesù e nei discepoli sulla via di Gerusalemme? Traspaiono dalla richiesta di Giacomo e Giovanni e dalla risposta di Gesù (Mc 10). Essi chiedono un posto eccellente nel Regno di Dio, quindi sperano in un'imminente costituzione di un «regno potente». Gesù sa invece che va a morire: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo?» (la parola «calice» tornerà ad usarla nel Getsemani per indicare passione e morte).
Nella risposta di Gesù, che corregge i pensieri di Giacomo e Giovanni, appare che egli non considera la passione come prova passeggera al di là della quale l'attende il potere, ma la via normale attraverso la quale si afferma il Regno di Dio.
(pg. 119-120)
6. Tra impegno e distacco: un falso dilemma (Orizzontalismo o verticalismo?)
Diventare cristiani significa schierarsi con Gesù che va alla croce, o con Gesù che caccia i mercanti e contesta i potenti? Il dilemma si pone anche oggi nella Chiesa: essere potenza per la liberazione degli oppressi o essere profeti che gridano agli uomini che senza Dio non si può far nulla? Promuovere l'uomo e la giustizia sociale o solo predicare il Vangelo?
È un falso dilemma tra orizzontalismo e verticalismo, tra incarnazionismo ed escato logismo. Sono posizioni entrambe monche. Devono essere le situazioni concrete in cui la Chiesa è chiamata a vivere a decidere quale aspetto deve essere sottolineato. In situazioni di malattia, solitudine, emarginazione sociale, ingiustizia, la Chiesa lavorerà all'impegno per rimuovere le cause della sofferenza, dell'ingiustizia; promuoverà solidarietà, aiuti a vivere, a crescere umanamente.
In situazioni di comodità, applauso facile, consumismo, ebbrezza di piacere, risveglierà il pensiero del distacco, solleverà la mente alle «cose ultime», accentuerà il limite e la precarietà delle realtà presenti, predicherà la mortificazione, la vita austera, il distacco e l'astinenza.
Il posto della Chiesa è di solito quello opposto alle realtà esaltate dal momento: è lo scomodo posto del profeta. E i profeti vanno incontro alla morte.
(pg. 121-123)
13. «IL MIO CORPO CHE È DATO PER VOI» (La Cena e la Messa)
1. La Messa: un segno poco trasparente
Nella Chiesa ci troviamo davanti a un fatto: la Messa. Tutta la vita della Chiesa ha il suo momento centrale nella Messa. Questo fatto oggi è poco vissuto perché oggetto di precetto, con letture oscure, predica a volte estranea, con poca «comunione fraterna».
Le reazioni a questa situazione: chi si annoia e non ci va più, chi la giudica rappresentazione falsa, chi la «personalizza» ricorrendo a Messe di gruppo che rischiano di diventare celebrazioni dell'amicizia o dell'impegno politico.
Si può rimediare comprendendo la Messa come rinnovamento di un gesto che Gesù compì una sera a cena, donando se stesso.
(pg. 125-126)
2. L'ultima cena di Gesù con i dodici
È avvenimento ricordato da tutti i quattro evangelisti e da san Paolo, considerato quindi molto importante.
Gesù fece dei gesti che culminarono nello spezzare il pane e offrire il calice. Gesù disse delle parole con cui annunciò e spiegò il senso della sua morte: non era la sua fine, ma l'inizio di una sua presenza nuova, reale, misteriosa.
Lasciò un testamento: il patrimonio dei suoi insegnamenti, il desiderio di essere ricordato, la sua presenza. Mediante la morte e questa «presenza» che l'avrebbe fatto tornare tra i suoi, avrebbe realizzato la «nuova alleanza» tra Dio e il suo nuovo
popolo.
(pg. 126-127)
3. Gesù dà inizio a una nuova alleanza
Cos'è la «nuova alleanza» di cui parla Gesù?
Occorre ricordare la cena pasquale ebraica. Con i pani non fermentati, gli ebrei ricordavano ogni anno la salvezza operata in Egitto da Dio per il suo popolo. Era il «memoriale»: rappresentazione che voleva far «partecipare» a quella salvezza. Gesù ripeté quel rito, ma al momento di spezzare il pane e di «passare» il calice, le sue parole diedero al rito un'interpretazione nuova: non parlò della salvezza dall'Egitto, ma della sua morte che salva.
Nella cena di Gesù ci sono realtà nuove: una nuova vittima al posto dell'agnello antico, un nuovo passaggio dalla morte alla vita, una comunità nuova, un nuovo sacerdozio al posto dell'antico popolo di Dio e al sacerdozio di Israele. I gesti e le parole di Gesù indicano nella sua morte un'alleanza nuova, che supera quella antica stipulata ai piedi del monte Sinai tra il popolo d'Israele e Dio che l'aveva appena salvato dall'Egitto.
(pg. 127-128)
4. «Questo è il mio corpo»
Gesù nella cena dice: «Prendete, questo è il mio corpo». «Corpo» significa tutto l'uomo nel suo aspetto di debolezza, mortalità. Offre se stesso come pane spezzato, come cibo capace di alimentare la vita dei suoi discepoli. La morte non interrompe la «comunione» con loro, anzi realizza una vera solidarietà.
(pg. 128-129)
5. «Questo è II calice del mio sangue»
Gesù dice: «Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti» (Mc 14). La formula dell'alleanza antica usata da Mosè sul Sinai era: «Ecco il sangue dell'alleanza, che il Signore ha concluso con voi».
Con quelle parole, Gesù dichiara che la sua morte è il sacrificio che sostiuisce quello dell'alleanza antica (sangue dei vitelli sparso da Mosè sull'altare e sul popolo). La morte di Gesù realizza la comunione di vita tra Dio e il popolo, soltanto promessa dal rito simbolico di Mosè.
«Per molti» (espressione usata 4 volte da Isaia) significa «per la moltitudine», espiazione universale. Usando le parole di Isaia, Gesù si identifica col profetizzato «servo sofferente» che «si addosserà le iniquità di molti».
(pg. 129-130)
6. La Cena e la Messa
Nella cena Gesù dà un comando: «Fate questo in memoria di me», e fa una promessa: «Ogni volta che voi farete questo in memoria di me, io sarò in mezzo a voi». La ripetizione della cena è quindi un gesto fondamentale della Chiesa. In essa si rendono presenti gli avvenimenti della salvezza: l'alleanza che ci fa popolo di Dio, il sacrificio a cui partecipiamo, il passaggio dalla schiavitù alla vita del Regno di Dio, tutto questo nella morte e risurrezione di Gesù. La cena è anche banchetto che anticipa il banchetto futuro e definitivo.
(pg. 130-131)
7. Mistero della fede
Nella Messa, nell'Eucaristia, Gesù è presente? Alla luce delle cose dette, Gesù è presente in senso personale, reale, corporale. I gesti e le parole toccano la sostanza stessa del pane e del vino, fanno di queste cose materiali una realtà nuova.
(pg. 131-132)
8. Un comandamento nuovo
Quando Gesù dice: «Fate questo in memoria di me», non fa solo un invito a ripetere la cena, ma a seguirlo nel perdere la vita per amore. La lavanda dei piedi che si realizzò nella cena traduce questo comando in un gesto di servizio umile. Nel discorso che segue la lavanda dei piedi (Gio 15) Gesù dice in termini espliciti: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri fratelli».
Gesù con la sua morte inaugura il Regno di Dio. È il primo che lo vive fino in fondo, è il primo uomo nuovo.
(pg. 132-135)









































