Un convegno diocesano sulla presenza dei giovani nella chiesa

Inserito in NPG annata 1984.

 

Francesco Monti

(NPG 1984-09-23)


È opportuno anzitutto fare due premesse. Prima. Un convegno, se da una parte è semplicemente un ritrovarsi intorno ad un problema, dall'altra, nella Chiesa, deve essere un cercarsi e ritrovarsi intorno ad un aspetto del Mistero di salvezza, con la tensione di fede, la forte speranza e l'unità necessarie alla ricerca comune, nell'ascolto della parola, sotto il magistero del pastore. Seconda. Diocesano: nessuna componente a livello della Chiesa locale ne è esclusa e la diocesi tutta deve lì potersi esprimere e vivere. «Diocesano» quindi significa «pienamente ecclesiale», con tutte le attenzioni che la vita di Chiesa esige. Una, in particolare, ne ricordo: se un convegno non può essere «del» vescovo esclusivamente (si chiamerebbe più propriamente convocazione), non può nascere solo da «alcuni organizzatori», fossero anche rappresentanti di molta realtà giovanile diocesana. Come anche non può avere come destinatari-partecipanti gli aggregati soltanto.

I NODI DEL PROBLEMA

Un convegno dovrà anzitutto approfondire seriamente il rapporto giovani-Chiesa.
Considerato che non è opportuno (e sarebbe oltretutto difficile per vari motivi) distinguere tra «chi è sicuramente dentro» la chiesa e chi ne è sicuramente fuori», è opportuno porsi la questione giovani-Chiesa senza distinzione tra di essi. Sembra che, oggi, solo intorno al 10% i giovani «rifiutino» la Chiesa. Moltissimi (non certo i soli aggregati o coloro che affrontano impegnativi «cammini di fede») si sentono ad essa appartenenti, anche pienamente, in numero nettamente maggiore di coloro che «frequentano» i sacramenti. Su cosa significhi questo sono state fatte ben più che sole ipotesi e non è qui che possiamo ricordarle.
Se bastano due cifre per problematicizzare un rapporto dai più dato per scontato in senso negativo, un convegno non può non affrontare tale questione seriamente con le caratteristiche del legame al proprio territorio-Chiesa e di una «lettura» caratterizzata dall'accettare le provocazioni del mondo giovanile e dallo sguardo pieno di speranza.
In particolare vedrei bene uno studio sui punti seguenti.
- Il senso di appartenenza: la sua entità, su che cosa si basa, se e come costituisce punto di riferimento «vitale» ed esistenziale.
- Cosa si aspettano i giovani dalla Chiesa: quali sono quindi le attese e le provocazioni «esplicite»; su quale terreno la vorrebbero impegnata.
- Quali «critiche» esplicite ed implicite (che avvengono selezionandone i messaggi e le proposte) essi fanno alla Chiesa.
- Quale «immagine» di Chiesa è oggi «vincente» e perchè; quali sono i fatti (la storia di salvezza «incarnata nella propria Chiesa locale) che si sono proposti e che si propongono come «fatti di vita» capaci di risultare quindi come «produttori» di vita e di senso per «questo» mondo giovanile. Leggere la propria storia incarnata può risultare più utile di quanto lo siano studi non concretamente applicati alla propria situazione.
- Qual è «oggi e qui» il rapporto effettivo e vitale tra giovani e morale «cattolica»; in cosa si esprime e quali ne sono le situazioni più significative.

Giovani «aggregati» e Chiesa

Se dalle ultime ricerche risulta una forte comunanza di fenomeni situazionali tra giovani «non aggregati» e giovani «aggregati» e caratteristiche non secondarie simili tra giovani cosiddetti «lontani» e quelli più «vicini», l'essere aggregati in movimenti, gruppi ed associazioni esige tuttavia una analisi puntuale (e fors'anche impietosa) della reale fenomenologia della vita di gruppo così come è viva in diocesi.
- In particolare lo studio ed il dibattito delle idee penso vada instaurato sulle
«note di ecclesialità» così come sono esposte dalla «Nota» della CEI «filtrate» e convogliate però in un'unica analisi del «progetto formativo» che è alla base della vita di gruppo e che vive nella catechesi, nella spiritualità e nella missionarietà dell'aggregazionismo stesso.
- Mi sembra, inoltre, non secondario lasciarsi provocare da una innegabile
«nuova presenza» o «nuovo corso» che caratterizzano molte aggregazioni, specie in ambienti profondamente urbanizzati. Formazioni «senza sigla» viventi di una intensa vita di fede anche in «cammini» a carattere catecumenale, tuttavia non standardizzati; «luoghi» di produzione di vita e quindi di «senso»; proposta vivente di una salvezza non «rinviata» ma immediata. Tuttavia non «coincidenti» con la Chiesa diocesana-parrocchiale. Cosa significa tutto ciò per la diocesi e per la sua progettazione pastorale? Quali prospettive pone tale fenomeno?
- Egualmente importante mi sembra verificare la «presenza pastorale» degli ag: gregati negli organismi pastorali diocesani e nel tessuto più vasto della propria Chiesa locale.
Da ricordare il centro diocesano di pastorale giovanile, la consulta, il lavoro nelle parrocchie, la presenza animante all'interno delle zone pastorali, la «presenzamissionarietà» nel territorio, ecc...
Se in diocesi non si è affrontato mai seriamente questo discorso, è l'occasione propizia per creare qualcosa di più stabile.
«Dentro» la Chiesa «da» giovani
È forse, nella ricerca e nel confronto, tema più difficile da affrontare in convegno.
Resta tuttavia il più affascinante.
Una Chiesa non può vivere al suo interno e come presenza nel mondo con un solo volto, appiattito, monolitico, uniforme. Il volto di una Chiesa non può essere tracciato da qualcuno in particolare o da un settore, da una età. La Chiesa sarebbe «vecchia» perché priva di continue «novità» e di crisi di crescita.
In questa dinamica i giovani rappresentano molto; non solo quelli che sono credenti «ufficiali».
- Anzitutto: occorre studiare il rapporto di attenzione-accettazione-dialogo-autenticazione delle domande che emergono da tutto il mondo giovanile. Una diocesi non può esimersi da questo compito pastorale. Occorre ripeterlo, senza voler giudicare la vita delle nostre Chiese locali, perché avvenga «l'incontro» tra Chiesa diocesana e mondo giovanile.
«L'essere giovani» oggi è talmente, più di un tempo, pieno di provocazioni che non si può non metterlo al centro del cuore della Chiesa.
- Una possibilità a questo «incontro di salvezza» è data dai giovani credenti. Essi, se vivono a pieno la condizione giovanile, debbono riversarla nella Chiesa lì dove si gioca la comprensione e la capacità decisionale e di programmazione pastorale.
Il centro di pastorale giovanile (diocesano o parrocchiale), la consulta, gli oratori sono i luoghi privilegiati di questo incontro. Senza timori o manicheismi, con la volontà di togliere la testa di struzzo dalla sabbia, in attesa di intravedere e celebrare l'opera che Dio compie anche nei non credenti, nei «lontani» (ma chi è «lontano», se non la Chiesa quando si chiude all'uomo, a «questo» uomo?).
Come farebbe la Comunità a far proprie «le gioie e le speranze» dei giovani se i giovani «della» Chiesa non regalano la loro condizione allo Spirito che in essa è presente come discernimento, creatività e profezia?
Un convegno deve dare spazio alla riflessione in tal senso.
- Inoltre: quale ruolo è ricoperto dai giovani credenti nella comunità, nella progettazione pastorale, nei servizi? Quale lo spazio che la comunità offre alla parola (dentro e «fuori» la vita di Chiesa, se tale
distinzione è possibile) dei giovani? Sono considerati eterni minorenni per certe cose e per altre, invece, sono sopravvalutati? Sono strumentalizzati o valorizzati? Che peso ha il.loro parere nei consigli parrocchiali, nella vita ordinaria della parrocchia; sulle questioni più vive della società odierna? Vengono accettate anche le diverse posizioni «politiche» all'interno dei giovani credenti?
Si creano divisioni o si è in ascolto (anche se critico) delle scelte e delle presenze differenziate?
In particolare: se «con gli ultimi tutti riacquisteremo una nuova qualità di vita», come la Chiesa diocesana racchiude in seno (o si lascia provocare, per essere meno maternalisti,) le situazioni effettive degli ultimi in tutta la gamma dei possibili significati di questa parola spesso abusata solo in alcuni sensi?
I giovani «scomodi» in definitiva li abbiamo gettati nel cestino dei rifiuti? E con essi, i preti, gli adulti, le istituzioni a cui fanno capo, cosa sono nella Chiesa diocesana?

SUGGERIMENTI E ATTENZIONI DI METODO

Un convegno ecclesiale è sempre una cosa estremamente seria e non va bruciato «in quattro e quattr'otto».
L'esperienza insegna che occorre un tempo di almeno un anno di lavoro se la diocesi non è microscopica.
- Anzitutto, il lavoro di progettazione e di preparazione deve coinvolgere «tutta» la realtà diocesana: vescovo, Ufficio pastorale, Centro di pastorale giovanile, Ufficio catechistico, consulta, associazioni, movimenti, gruppi, zone pastorali, parrocchie e, in esse, i consigli pastorali, i centri e gli oratori. Non sarebbe, altrimenti, effettivamente ecclesiale. Ognuno dovrà affrontare il convegno secondo il tipico della sua presenza in diocesi.
È bene che tutta la diocesi sia chiamata a riflettere sui «nodi» prima esposti, problematicizzati ed arricchiti da componenti e caratterizzazioni «locali». Mi sembra più che mai opportuno ricordare che un convegno può dirsi riuscito solo se il preconvegno è vissuto intensamente.
- Per ottenere questo obiettivo è indispensabile una équipe di lavoro (i componenti del centro di pastorale giovanile della consulta? altri?) che «senta» la vita della diocesi e che eserciti una animazione pressante, puntuale, decisiva su ogni punto focale del discorso, presente anche nelle parrocchie o nei gruppi più dispersi. Occorre una buona preparazione degli animatori di questo lavoro, capacità e possibilità di girare in lungo e in largo; chiarezza di obiettivi e generosità.
- Come preparare il convegno?
Mi sembra importante, come già detto, che si rifletta sui tre «nodi» del discorso presentati nella prima parte. Le componenti della realtà diocesana dovrebbero avere la possibilità di diversi incontri dedicati appositamente al problema.
Le «schede» degli argomenti potrebbero essere diversificate. Esempio: se l'ufficio pastorale può affrontare tutta la tematica, un gruppo parrocchiale può mettere maggiore attenzione sulla seconda parte o, se la sua situazione lo esige, sulla terza.
Lo «snodo» più importante da coinvolgere mi sembra quello costituito dai consigli pastorali parrocchiali. Occorre che con una presenza di qualcuno del «centro diocesano» si faccia, sui tre punti esposti prima, uno o più incontri a carattere di riflessione ed anche capaci di suggerire le prime conclusioni pastorali.
Tuttavia sono importanti i consigli parrocchiali soprattutto perché nel loro seno dovrà nascere una programmazione più attenta della pastorale ordinaria che, nella sua quotidianità, tenga conto della situazione giovanile.
E se da una parte i responsabili dei gruppi giovanili sono chiamati a verificare la loro presenza «da giovani» nella Chiesa, è nel consiglio parrocchiale che si gioca in modo progettuale e decisionale, in comunione con la vita della parrocchia, tale presenza.
Per realizzare tali incontri occorre una discreta preparazione sui temi prima accennati. Si possono utilizzare con profitto i risultati e le riflessioni delle ultime ricerche, o i numerosi contributi offerti da NPG negli ultimi tempi.
Durante questa prima fase di sensibilizzazione e di fondazione del discorso del convegno si possono presentare anche sussidi-schede su cui chiamare alla riflessione tutti i gruppi giovanili eventualmente presenti in parrocchia.
L'ideale sarebbe suscitare, all'interno delle parrocchie più grandi e delle zone pastorali un dibattito più vasto e «a più voci» chiamando tutti gli aggregati ad un giorno o due di pre-convegno.
Non è impossibile realizzare anche, almeno nelle cittadine più grandi, un dibattito pubblico che, opportunamente, potrebbe avere per tema il rapporto «Giovani e Chiesa».
A questo punto è inevitabile «fermare la macchina» e riflettere seriamente sul materiale raccolto. Il centro diocesano ha allora il compito di rielaborarlo, proporre una sintesi completa e «costruire» il convegno intorno a quelli che si sono evidenziati come i punti focali della questione.
- Ancora: il convegno va organizzato tenendo conto di almeno tre esigenze. Le ricordo.
In primo luogo, la relazione fondamentale deve essere una esposizione chiara della situazione diocesana, così come emersa e rielaborata dal lavoro preparatorio.
I partecipanti al convegno dovrebbero, in secondo luogo, avere molto tempo disponibile all'approfondimento dei punti focali del discorso.
Dovrebbero sempre uscire dal convegno già delle indicazioni pastorali più concrete che, messe in mano agli organismi pastorali diocesani e al vescovo, potrebbero costituire il tessuto-traccia di una lettera pastorale con scelte precise.
- Un'osservazione sui partecipanti al convegno: siano, possibilmente, coloro che hanno svolto il lavoro preparatorio nelle diverse occasioni. Se al convegno parteciperà gente che non ha riflettuto in precedenza si noterà notevole disagio.
- Coronamento del convegno dovrà essere la lettera pastorale che a questo punto sarà frutto di un vero lavoro di tutta la Chiesa diocesana e del magistero del vescovo, insieme.
Vantaggio innegabile è che non verrà sentita come «calata dall'alto» ma frutto di una maturazione ecclesiale.