La preghiera della letteratura

Il bene

Andrea Caterini

L'abbiamo detto: la misericordia è la capacità di accogliere le miserie altrui come fossero proprie. E certamente non ci scandalizzeremo, una volta compreso il concetto, a definirla una particolare forma di bene. Ma non staremmo dicendo ancora nulla se non ci soffermassimo a comprendere cosa intendiamo quando usiamo la parola "bene".
Clive Staples Lewis racconta, ne Le lettere di Berlicche (1942), con la minuzia di particolari di chi ha scavato a fondo il comportamento umano, le ragioni che contingentemente allontanano l'uomo dal bene. Si potrebbe dire: è un libro sul male. E invece è un libro sul bene. Un bene ottenuto attraverso l'analisi del suo contrario. Ma è anche, e anche questo contribuisce alla sua grandezza, un libro estremamente ironico. Lewis ingaggia un diavolo in pensione, Berlicche, per istruire un giovane diavolo, Malacoda. È la voce di Berlicche a essere ironica, e addirittura ce lo rende simpatico. Perché, a ben vedere, quel diavolo è tutt'altro che un diavolo: è invece Lewis stesso che si maschera per prendere di petto le proprie tentazioni. E allora, anche quando analizza il male affinché l'uomo affidato a Malacoda ci cada, pensa esattamente il contrario (ecco l'ironia). E qui sta anche l'intuizione del libro. Dal momento che il bene non è mai totalmente afferrabile, solo smascherando – rendendo esplicito, manifesto – ciò che ci allontana dal bene stesso si potrà credere di averlo realmente perseguito.
Ma la voce di Lewis, o meglio l'ombra della sua voce, quella nascosta dietro le parole di Berlicche, ci fa continuamente capire che ci si allontana dal bene anche quando il male non ci promette alcun vantaggio certo, ma solo per non sentire, del bene, un peso di solitudine che pure non gli appartiene, come se nel bene della solitudine per un momento si generasse un sospetto, come dire la paura d'essere dal mondo esclusi, esiliati, non più capiti; come se temessimo che nel mondo non ci fosse più nessuno in grado di saperla riconoscere, quella solitudine che è solo nostra e che invece ci differenzia.
Eppure, alle volte, Lewis sembra esasperare il suo discorso. Leggendo l'opera apologetica Il cristianesimo così com'è (1942), un libro nel quale raccoglie alcuni suoi interventi radiofonici, pare che Lewis scriva con l'ossessione di non evadere mai dalla cosa giusta, dal bene, appunto. Come se scrivere gli chiarisse ogni volta il modo per non allontanarsene, per restare a questo radicato, perché sente un pericolo che esprimerà solo nella sua autobiografia, Sorpreso dalla gioia. I primi anni della mia vita (1955), trovandosi ad ammettere: «Quando ripenso alla mia vita esteriore mi avvedo chiaramente che l'altra non è fatta che di lampi momentanei, di scaglie d'oro puro disperse in un fiume di scorie, e subito pronte a risprofondare nella vecchia, abituale, sordida, disperata stanchezza», come se quel pericolo derivasse sempre da una quotidianità che opprime quei «lampi», quelle «scaglie d'oro puro» che sono ciò che vede e sente e immagina in solitudine e che desidererebbe portare a galla, farle fiorire e infine aderire anche alla sua vita esteriore per non provare più «stanchezza» della vita, per sopprimere, della vita, le miserie che ci sfiancano e deprimono il nostro naturale slancio, il nostro naturale bisogno di farci da questa sorprendere. Così ne Il cristianesimo così com'è cerca di sfuggire al male – e a quella stanchezza – con la logica; meglio, con un discorso schematico che costruisca le basi fondative del giusto comportamento morale di un cristiano. Ma quel discorso, proprio per la sua rigidità, per l'ossessione che Lewis ha di mantenere fermi i principi cristiani ormai accolti come ragione e scopo della vita (poiché intuisce che sono i soli che riescono a separarlo dalla caduta, che tengono accese quelle «scaglie»), nasconde appunto una paura, un avvertimento, un allarme. È come volesse addirittura tenere a freno le sue capacità immaginifiche pur di non farsi sfuggire dallo sguardo neppure per un attimo quel bene che ha visto e nel quale crede. E infatti scrive, nel capitolo sulle virtù teologali e in specifico modo nel primo dei due paragrafi dedicati alla fede: «Ebbene, la fede, nel senso in cui uso qui questa parola, è l'arte di tener salde, nonostante i cambiamenti d'umore, le cose che la nostra ragione ha accettato». In questo sta lo sforzo di essere cristiano di Lewis, nell'aver capito che la fede non è uno stato emotivo né un dono ma una forma di volontà che ci radica alla ragione. Cioè: quello che abbiamo capito, scoperto e costruito attraverso la ragione, è la fede a non permettere che si demolisca. Si potrebbe dire a questo punto che ogni ragione o ragionamento – nasca esso dalla mente di un illuminista, di un cinico o di un cristiano – può illuderci di essere inequivocabile. Ma Lewis sembra conoscere il pericolo di questa obiezione. Il fatto è che crede che il bene che ha visto e capito con la ragione appartenga alle leggi del paradiso. Leggi che però crollerebbero se non avessimo la volontà, la fede necessaria per perseguirle fin d'ora, qui, su questa terra. Scrive in-fatti nel famoso sermone tenuto a Oxford, Il peso della Gloria, che «il nostro vero destino è un bene al di fuori del tempo e dello spazio, allora ogni altro bene sul quale il nostro desiderio si fissa deve essere in qualche modo fallace e avere, nella migliore delle ipotesi, solo una somiglianza simbolica con ciò che può veramente soddisfarci». Cioè: il bene che possiamo perseguire su questa terra, supponendo di essere già «nella migliore delle ipotesi», è solo il simbolo del bene originario che abbiamo visto e al quale desideriamo, con la volontà, tornare. Il bene è insomma una dismisura, cioè qualcosa che appartiene a un ordine altro, e santo, a cui aspiriamo. Il paradiso è la fonte del bene originario, ovvero il motivo stesso per cui siamo nati. Ma noi siamo stati partoriti al mondo, come nota ancora ne Il cristianesimo così com'è, come esseri naturali: ogni uomo, in quanto creatura, è stato creato. La scommessa del cristiano è quella di abbandonare (uccidere) quel parto naturale a favore di una nuova nascita che non appartiene alla creazione ma alla generazione. Perché solo Cristo, dice Lewis, è l'uomo che non fu creato ma generato dalla volontà di Dio – per questo Dio egli stesso. Di conseguenza l'uomo si avvicinerà al paradiso solo accettando che possa egli pure generarsi, nascere nuovamente in Dio.
La domanda che ci si pone in definitiva è questa: il bene, quindi, è uno stato o un moto? Provo a riformulare: il bene è una condizione dello spirito o questa condizione è vera solo nel momento in cui la si compie? È ovvio che mi sto domandando, attraverso la lettura di Lewis, cosa si intenda dire – cosa intendo io prima di tutto – quando si parla di bene. Nella Critica del giudizio Kant spiega: «Buono [inteso qui con significato sinonimico a «bene»] è ciò che, mediante la ragione, piace puramente per il suo concetto. Chiamiamo qualche cosa buona (utile) quando essa ci piace soltanto come mezzo; un'altra invece, che ci piace per se stessa, la diciamo buona in sé. In entrambe è sempre contenuto il concetto di scopo, il rapporto della ragione con la volontà (almeno possibile), e per conseguenza un piacere legato all'esistenza di un oggetto o di un'azione, vale a dire un interesse. Per trovar buono un oggetto, io debbo sempre sapere che specie di cosa è, cioè averne un concetto». La chiave per comprendere le parole di Kant mi sembra vada cercata nell'assunto «rapporto della ragione con la volontà». Il bene, di fatto, resta un concetto, nient'altro che un'idea. Ma l'idea può essere un fine, uno «scopo»? È Lewis a risponderci con la proposizione sopra citata. Quell'idea non può essere naturalmente lo scopo, è piuttosto simbolo di qualcosa che accogliamo con la ragione per perseguire, attraverso la volontà (la fede), ciò che quel simbolo in realtà indica. Per questo il bene è uno stato – una cosa in sé –fintanto che lo si percepisce con la ragione; dico il suo restare, in questo stadio, puro simbolo. Ma vivere il e nel bene, essendo lo scopo dell'esistenza umana, non può che essere perseguito con la volontà. Il bene, in sostanza, è il divenire di uno stato in luogo – la percezione della cosa in sé – in un moto a luogo – trasformare, mediante volontà, quella percezione in generazione di vita. Il bene, insomma, appartiene al segreto della nostra seconda nascita, quella che da esseri creati ci trasforma in esseri generati. Questo spiega pure la visione di un paradiso, per Lewis, oltre la concezione temporale; meglio: uno spazio in cui il passato e il futuro sono accolti in un presente perpetuo, dove l'oggetto del desiderio –il bene percepito al quale vogliamo fare ritorno – è costantemente messo in atto, come se il bene, ora, fosse non più lo scopo ma l'essere stesso.
È interessante notare che il ciclo dei sette libri che compongono Le cronache di Narnia (l'opera con la qua-le Lewis diventa un classico della letteratura contemporanea europea e che viene pubblicata a partire dal 1950) inizia in maniera per nulla casuale. Una frase che già allude, in una forma che perfettamente si addice alle favole, a ciò che sarà il contenuto di tutta la serie: «Questa è una storia [...] molto importante perché fa vedere come siano cominciati i va e vieni dalla terra di Narnia». Sappiamo che, nella favola allegorica costruita da Lewis, la terra di Narnia è un paradiso continuamente minacciato dal male. È la minaccia all'essere generato che continuamente viene raccontata. Perché raccontarla significa prima di tutto ammettere che di Narnia (del paradiso) gli uomini non riescono a essere perpetuamente abitanti; per questo dal paradiso c'è un continuo «va e vieni», ovvero un avvicinamento e un allontanamento, lì dove l'avvicinarsi è il percepirlo, attraverso la ragione, e per un momento abitarlo, entrare anche nella pace del suo sistema immaginifico – delle leggi che lo governano: leggi che abitano, e di fatto costituiscono l'essere stesso –, ma non riuscire ancora a metterlo in atto, perché quella pace è di continuo messa a rischio da un sospetto, come dire l'allarme che tutto questo non sia vero. La stessa ragione dubita che Narnia sia il bene che cerchiamo. Quindi, se la ragione di suo possiede la capacità di percepire il bene, possiede allo stesso tempo anche un limite che impedisce un abbandono definitivo, quasi un arresto della volontà a perpetuare quell'intuizione iniziale. Fintanto che l'uomo resterà ancorato al limite della sua creaturalità, alla sua condizione esistenziale, dove la ragione lo radica alla caduta, il paradiso sarà solo uno
spazio percepibile ma non ancora abitabile. Perché Narnia, a guardare bene l'allegoria, è per Lewis lo spazio dei già risorti, di chi vive il bene in atto, in un presente che si perpetua. Per questo può scrivere, quando il bambino protagonista del primo racconto, Il nipote del mago, visita Narnia: «Ma la cosa più strana di tutte era che Digory aveva un'idea vaga di quanto fosse accaduto [...]; non era spaventato, eccitato o incuriosito. Se qualcuno gli avesse chiesto: "Salve, da dove vieni?", con molta probabilità Digory avrebbe risposto: "Sono sempre stato qui". Questo era il suo stato d'animo. In quel luogo si sentiva in pace e di casa, anche se non fosse successo nulla. In seguito precisò: "È un posto dove le cose non accadono. Si sentono solo crescere gli alberi, tutto qua"».

Chiudendo il saggio I quattro Amori. Affetto, Amicizia, Eros, Carità (1960), Lewis scrive: «Quelli che, come me, posseggono un'immaginazione che di molto eccede la loro obbedienza, sono soggetti a una giusta punizione: facilmente s'immaginano una condizione spirituale più alta di quella che hanno effettivamente raggiunto». In questo, che è tra i suoi libri più riusciti, dove l'apologetica de Il cristianesimo così com'è avvolge le fondamenta dell'esperienza umana, sviscerandone la linfa, cioè il motivo stesso che fa dell'esperienza umana un fatto spirituale ma che può trasformarsi pure, degenerando, nel suo contrario, Lewis sembra voler porre a se stesso un limite conoscitivo, o lasciare aperta la possibilità di un dubbio sulla veridicità del suo approfondimento: possibile abbia davvero capito tutto questo; o meglio: ciò che ho capito lo sto vivendo o è frutto della mia immaginazione? Lewis usa la parola «immaginazione» appropriatamente, perché sa pure che immaginare è vivere due volte. Se l'immaginazione da una parte rischia di ingannare la ragione attribuendo a essa una luminosità che la innalza, dall'altra non è neppure pensabile una spiritualità priva del sostegno dell'immaginazione. Allora la spiritualità è per Lewis qualcosa che nasce come percezione naturale – la ragione come strumento di comprensione e percezione – ma si trasforma poi in un «bisogno» – bis-sogno: un sogno nel sogno, ovvero qualcosa che nasce nella e dalla ragione, per questo ancora a essa radicato, per poi doppiarla; come dire: a partire dalla ragione costruire un'architettura, uno spazio non tanto sopra ma fuori dal tempo, pur partendo dallo stesso, o dove il tempo è percepito come presente perpetuo, appunto. L'uomo è un essere spirituale quindi, perché radica alla ragione un sogno celeste che lo avvicina a Dio. Non solo sente (nel senso che percepisce) Dio naturalmente, ma ha necessità di immaginarlo, quindi di ricostruire quella percezione di partenza, per avvicinarsi, tornare a Lui e generarsi vivendo le Sue leggi.
Il sospetto di Lewis va forse cercato proprio nel ragionamento che lo ha portato a comprendere che solo immaginando è possibile vivere il paradiso – così come lo fa vivere ai ragazzi protagonisti delle Cronache di Narnia. Perché anche se occorre che la vita sia vissuta due volte per avvicinarsi al bene, non è affatto detto che il desiderio di inventarne una sia realmente il paradiso; allora l'immaginazione, che pure ci ha avvicinati a Dio, ci mette nel rischio di aver attribuito a questa una fiducia incondizionata, spostando così il fine del desiderio da Dio alla nostra capacità immaginifica, cosa che ci farebbe cadere nel peggiore dei peccati, la superbia, poiché Dio verrebbe a quel punto assoggettato a una nostra facoltà virtuosa, cioè verrebbe degradato a oggetto del nostro dominio («O, come Spinoza, essi amano tanto il loro Dio da essere incapaci persino di desiderare che Egli possa ricambiare il loro amore», Sorpreso dalla gioia). Del resto Lewis ci aveva fatto già notare, ne Le lettere di Berlicche, che l'immaginazione è la parte più superficiale, esteriore dell'uomo, e che, se l'uomo radicasse tutta la sua attenzione nell'immaginazione,
più facilmente si allontanerebbe dal bene. Il diavolo Berlicche infatti scrive a suo nipote Malacoda: «È completamente inutile eccitare il suo odio per i tedeschi [la storia è ambientata in piena seconda guerra mondiale] se, nello stesso tempo, fra lui e sua madre, fra lui e il suo principale e il signore che incontra in treno sviluppa una perniciosa pratica abituale di carità. Immagina che il tuo giovanotto sia una serie di cerchi concentrici; il più centrale è la volontà, poi l'intelletto e finalmente la fantasia. È quasi impossibile sperare di escludere subito, da tutti i cerchi, ogni cosa che abbia l'odore del Nemico [chiama Nemico Dio, essendo un diavolo]. Ma tu devi continuamente fare in modo di spingere tutte le virtù verso l'esterno, finché si saranno fissate nel cerchio dell'immaginazione, e tutte le qualità desiderabili all'interno, nella volontà. Le virtù sono per noi veramente fatali solo in quanto possono raggiungere la volontà per poi lì concentrarsi in abitudini». Cioè, se il bene fosse, per così dire, una qualità puramente immaginifica, con più facilità l'uomo sarebbe portato a credere che la sua soggettività sia la misura di ogni giudizio di valore. Lewis invece ci riporta ancora una volta al termine «volontà» come «centro» attraverso cui le virtù devono radicarsi affinché possano essere compiute, messe in atto. Qui il ragionamento si complica, perché va notato che Lewis non mette al centro dell'uomo alcuna idea astratta – appartenga essa al bene, all'anima, allo spirito o a qualche virtù particolare –, ma una facoltà di cui l'uomo è dotato. Ovvero: finché l'uomo non assoggetterà il bene che ha percepito o immaginato a quella facoltà che lo distingue, finché attraverso la volontà non trasformerà il bene in una generazione di vita, sarà continuamente soggetto alla caduta. Ne consegue che ogni facoltà umana – immaginazione, intelletto ecc. – è subordinata alla volontà fintanto che questa facoltà primaria non abbia in sé assorbito tutte le altre per seguire il suo «scopo»: quel bene che, proprio per questo motivo, è un moto a luogo che conterrà solo a questo punto volontà, intelletto e immaginazione.

Nel sesto capitolo dei Quattro Amori, quello dedicato alla carità, Lewis riporta l'episodio narrato nelle Confessioni da Agostino in cui il vescovo d'Ippona si dispera per la morte del suo amico Nebridio. Agostino condannava la sua stessa disperazione, accusandosi di aver perso di vista l'amore per Dio a favore di un amore terreno, e ne deduce che occorrerebbe che il cuore si chiudesse su ogni amore terreno per non cadere nel tormento. Lo stesso Lewis, che si commuove della disperazione di Agostino e, rifiutandone l'atteggiamento, afferma che «non è cercando di evitare le sofferenze inevitabili dell'amore che ci avvicineremo di più a Dio, ma accettandole e offrendole a lui: gettando lontano la cotta della protezione», non si esime però dal porsi pure lui la domanda più stringente: «Ma il problema di chi amiamo "di più", se Dio o la nostra amata di questa terra, non è un problema [...] che comporta un confronto tra l'intensità dei due sentimenti. Il vero problema è: quale dei due (se si ponesse questa alternativa) servireste, o scegliereste, o mettereste al primo posto? A quale richiamo la vostra volontà, infine, si piegherebbe?». Lewis, per rispondere, fa appello al Vangelo di Luca, in cui sta scritto che Cristo disse che gli uomini non potrebbero essere suoi discepoli se lo amassero meno dei loro affetti e della loro stessa vita. Il significato che dà a queste parole non è quello di rinuncia agli amori terreni e ai rischi che ne derivano, ma quello di fare in modo che questi amori siano vissuti nella consapevolezza che esiste un amore più grande che ci è stato donato da Dio e al quale la nostra volontà deve necessariamente tendere. Solo avendo fede in quell'amore donato anche gli amori terreni potranno essere vissuti veramente nella loro pienezza.
I quattro Amori venne pubblicato nel 1960. Nello stesso anno Lewis perse sua moglie Joy, che aveva sposato solo quattro anni prima con matrimonio civile, poi, l'anno successivo, con rito religioso. Appena dopo la scomparsa di Joy – morta di cancro, così come di cancro moti la madre quando egli aveva dieci anni – Lewis comincia a scrivere su un quaderno le sue reazioni immediate, per registrare la disperazione di quell'assenza. Nel 1961, con lo pseudonimo di N.W. Clerk, pubblicherà quegli appunti in Diario di un dolore: «Emozioni, emozioni, sempre emozioni. Proviamo invece con la riflessione. Dal punto di vista razionale, la morte di H. [...] quali ragioni mi ha dato per mettere in dubbio tutto ciò a cui credo? Che ogni giorno accadono cose del genere, e peggio, lo sapevo, e credevo di averlo messo in conto. [...] Se il mio castello è crollato al primo colpo, è perché era un castello di carte. La fede che "aveva messo in conto queste cose" non era fede ma fantasia. Metterle in conto non era vera partecipazione umana. Se mi fosse veramente importato, come credevo, dei dolori del mondo, non sarei poi stato travolto dal mio. Era una fede immaginaria che si trastullava con gettoni innocui con sopra scritto "malattia", "sofferenza", "morte", "solitudine". Credevo di avere fiducia nella corda, finché è venuto il momento di sapere se essa mi avrebbe retto. Ora che deve reggermi, scopro che la mia fiducia non esiste».
Se c'è una cosa che ci ha insegnato il libro di Giobbe è che quando l'idea che avevamo di Dio e della nostra fede in Lui vacillano, nel momento in cui la disperazione prende il sopravvento, è sempre Dio la cosa con la quale cerchiamo di riconciliarci. Cioè: è proprio nelmomento in cui il dolore ci pone a una distanza lunare da Dio che siamo costretti a riconoscere la sua realtà. Non si prenda questo esempio come una similitudine intellettualistica. Qui sto cercando di comprendere cosa sia il bene e Lewis non solo ci ha donato un'opera per, insieme a lui, conoscerlo, ma la sua esperienza di uomo: tutta intera la sua vita. Del resto la letteratura, se serve davvero a qualcosa, è per spingerci oltre i limiti del già conosciuto, per insegnarci a dare senso alla nostra nascita e alla nostra esperienza nel mondo, il quale, nella sua natura intrinseca, ci appare alle volte assurdo e incomprensibile. Così, nel Diario, Lewis non mette neppure per un momento in discussione l'esistenza di Dio, e subito lo scrive: «La conclusione che pavento non è: "Dio, dunque, non esiste", ma: "È questa, dunque, al di là di ogni illusione, la vera realtà di Dio"». Alla sostanza Lewis sta vivendo ora per la prima volta quella domanda stringente che aveva posto nei Quattro Amori: «Quale dei due [amori: per Dio e per Joy] servireste, o scegliereste, o mettereste al primo posto? A quale richiamo la vostra volontà, infine, si piegherebbe?». Se la domanda era nata da un'intuizione razionale che gli può far affermare di aver sempre creduto di mettere in conto che potesse succedere anche a lui, viverla in prima persona non la rende, come per logica conseguenza saremmo portati a supporre, una domanda inutile; piuttosto la svela a colui che la pone in un'altra veste; meglio, la denuda del suo carattere ideale e immaginifico. «Tutta la realtà è iconoclastica. L'amata terrena, già in questa vita, trionfa incessantemente sulla semplice idea che abbiamo di lei. E noi vogliamo che sia così: la vogliamo con tutte le sue resistenze, i suoi difetti, la sua imprevedibilità. Ossia, nella sua realtà solida e indipendente. Ed è questo, e non un'immagine, o un ricordo, che dobbiamo continuare ad amare, dopo che è morta. "Questo", però, non è immaginabile ora. H. e tutti i morti sono, in questo senso, simili a Dio. In questo senso amarla è diventato, nella sua misura, come amare Lui. In entrambi i casi devo tendere le braccia e le mani dell'amore (gli occhi qui non servono) verso la realtà, sforzandomi di superare tutta la mutevole fantasmagoria dei miei pensieri, delle mie passioni, delle mie fantasie. Non devo tenermi pago della fantasmagoria, e adorarla al posto di Lui, o amarla al posto di lei. Non la mia idea di Dio, ma Dio. Non la mia idea di H., ma H.». Quindi quella domanda da cui siamo partiti è diventata: se quei due amori che ora sembrano somigliarsi l'uno con l'altro erano davvero una realtà, qual è il modo per non idealizzare questa realtà, per non perdere di nuovo la solidità con la quale l'ho conosciuta? Lewis scrive: «tendere le braccia e le mani dell'amore verso la realtà». Di fatto, fa di nuovo appello alla volontà, come scrive in conclusione: «Quando dico "intelletto" includo la volontà. L'attenzione è un atto di volontà. L'intelligenza in azione è volontà par excellence». A ben vedere, Lewis, perdendo sua moglie, non ha affatto rinnegato ciò in cui ha creduto finora. Il dolore ha reso tremendamente reale la sua fede. Tra lui e Dio non c'è più immaginazione, né ragione, che possa sostenere l'idea che ne aveva. Lewis è davvero morto, o una parte di lui è morta, insieme a sua moglie. Ma ciò che è morta è la sua natura creaturale, della quale già parlava ne Il cristianesimo così com'è: è morto per scoprire, attraverso la realtà di sua moglie, la realtà di Dio. Ma come Giobbe, per scoprirlo ha dovuto registrare tutto il processo che lo ha condotto fin lì – qui sta la necessità del libro. Quel processo era un moto di avvicinamento: il dolore ha posto l'uomo Lewis in uno stato d'attenzione che né la logica né l'immaginazione gli avevano mai offerto. La stessa attenzione che gli ha permesso di avvicinare la realtà al nucleo della propria volontà e di capire che pur appartenendogli, quella volontà è Dio a fornircela come un dono per ripiegarci e tendere a Lui, e a Lui radicarci, in Lui generarci.

(La preghiera della letteratura. Sulla misericordia, il bene e la fede, Campo dei Fiori 2016, pp. 72-85)