La bellezza

e lo scorpione

Gustavo Zagrebelsky

Bellezza

«È vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la "bellezza"?», domanda a Myškin il tisico Ippolít, prima d'iniziare la lettura della sua «indispensabile spiegazione»: la spiegazione delle buone ragioni del togliersi la vita, in un mondo ripulsivo, rappresentato da una specie idealizzata di scorpione dall'orrenda struttura [1]. La domanda resta senza risposta. Il principe ha detto questo? E, se l'ha detto, qual è questa bellezza salvatrice? Che senso ha parlare di bellezza, quando la realtà è lo scorpione? Ippolít avanza un'ipotesi, che è una canzonatura: «Io affermo che questi giocosi pensieri gli vengono in mente perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato».
Quell'espressione - «il mondo lo salverà la bellezza» - è palesemente una sentenza enigmatica, e invece è diventata un luogo comune, una sorta d'invocazione banale e consolatoria, una fuga dai problemi del presente. Ma, altrove, Dostoevskij parla della bellezza in tutt'altro modo, come il luogo della contraddizione tragica e distruttrice, cioè come una trappola. Abbiamo già incontrato l'esclamazione di Mitja: «La bellezza è una cosa terribile e paurosa. Il diavolo, qui, è in lotta con Dio, e il campo di battaglia sono i cuori degli uomini» [2]. Tutt'al contrario di un'assicurazione di salvifica pacificazione.

Nastas'ja

Procediamo dalla testimonianza di una bellezza sconvolgente, una bellezza che seduce portando tormenti e morte: l'apparizione, nei paragrafi 3-8 della parte I de L'idiota, di Nastas'ja Filíppovna, una delle tante «donne perdute» di Dostoevskij, straordinaria rappresentazione dell'eterno femminino, secondo un punto di vista maschile. Da notare è il fatto che questa figura viene introdotta non in un incontro faccia a faccia, ma attraverso un ritratto, cioè per mezzo di un'immagine indiretta che colpisce l'osservatore. L'osservatore è il principe Myškin e noi siamo con lui. L'osservatore è indotto ad arricchire la percezione attraverso le sue proprie considerazioni, fantasie e valutazioni, collocandole nello spazio astratto che divide l'immagine dal suo oggetto fisico.
Ecco come essa appare al principe. «Sicché questa è Nastas'ja Filíppovna? - esclamò, dopo aver guardato il ritratto con attenzione e curiosità, - è meravigliosamente bella! - soggiunse subito con calore. Il ritratto raffigurava infatti una donna di non comune bellezza. Era stata fotografata in abito nero di seta, di un taglio straordinariamente semplice e squisito; i capelli, evidentemente di un biondo scuro, erano acconciati con semplicità, alla casalinga; gli occhi scuri, profondi, la fronte pensosa; l'espressione del volto appassionata e, si sarebbe detto, altera. Era forse un po' magra di viso, e pallida» [3] e «dagli occhi scintillanti» [4]. «E così, vi piace questa donna, principe? - Un viso meraviglioso! - rispose il principe: - e son persuaso che il suo destino non è di quelli comuni. Un volto lieto, eppure essa ha sofferto tremendamente, non è vero? Lo dicono gli occhi e questi due ossicini, questi due punti sotto gli occhi, dove cominciano le guance. È un viso orgoglioso, orgogliosissimo; ma chissà se è buona? Ah, se fosse buona! Tutto sarebbe salvo!» [5] (ecco, dunque, comparire la salvezza, ma per la salvezza non basta affatto la bellezza). In seguito, il principe «si mise a osservare il ritratto di Nastas'ja Filíppovna. Pareva volesse risolvere l'enigma che era celato in quel viso e che già dianzi l'aveva colpito. Quell'impressione non lo aveva quasi più lasciato, e ora si affrettava come a verificare nuovamente qualche punto. Quel viso non comune per bellezza, e per altro ancora, lo colpi più fortemente di prima. C'era in esso un orgoglio senza limiti e un disprezzo che era quasi odio, e nello stesso tempo un certo che di fiducioso, di meravigliosamente ingenuo; tale contrasto suscitava perfino in chi guardava quei lineamenti un senso di pietà. Quasi insopportabile era quella bellezza abbagliante, quella bellezza dal volto pallido, dalle guance quasi infossate e dagli occhi ardenti: strana bellezza! Il principe la fissò per un minuto, poi di colpo si riscosse, si guardò intorno, avvicinò in fretta il ritratto alle labbra e lo baciò» [6].
La bellezza è non solo fatta di materia duplice e conflittuale: è anche enigmatica. Colui che aveva approfittato della bellezza di Nastasla «per lungo tempo non poté perdonarsi di averla guardata per quattro anni senza vederla ... egli si ricordava però che già prima gli venivano, a tratti, degli strani pensieri, quando guardava, per esempio, quegli occhi: come se vi si presentisse una profonda e misteriosa tenebra. Quello sguardo vi fissava come se proponesse un enigma. Negli ultimi due anni lo aveva spesso meravigliato il cambiamento di carnagione; ella stava diventando pallidissima e, cosa strana, questo pallore la rendeva anche più bella» [7].
Questa bellezza contraddittoria è certo una forza. Ma, la si potrebbe dire una forza salvatrice? Per nulla. «Che forza! - esclamò Adelaida fissando avidamente il ritratto ... Una bellezza come questa è una forza, - disse Adelaida con calore, - con una bellezza simile si può capovolgere il mondo!» [8]. Una bellezza che può «rovesciare» il mondo non è certo la bellezza che può «salvarlo». Può, piuttosto, sconvolgerlo. Non una bellezza salvatrice, ma una bellezza che può scatenare amore e volontà di sopraffazione, come nel ragno di fronte alla mosca che sta per cadere nella sua ragnatela. Anzi, più la bellezza è «altera e maestosa», più cresce la volontà di farsene la propria vittima, come è raccontato di Arkadij Dolgorukij al cospetto della sorellastra Anna Andreevna Versilova, in L'adolescente [9].

Armonia

C'è dunque una bellezza salvatrice? E quale? Forse, in Dostoevskij occorre separare e distinguere: le creature e il creato. Le creature portano in sé quella contraddizione, tanto più forte e distruttiva quanto più sono belle. Nastas'ja Filíppovna ne è testimone. In fondo, si può dire che nella bellezza si manifesti al massimo grado quella duplicità dell'essere umano che, come s'è constatato, è la sua costituzione morale. La bellezza nelle creature è tanto più grande, quanto più è contraddittoria. Questa bellezza è distruttiva e autodistruttiva. La storia della letteratura è ricca di tragici esempi [10].
Ma, poi, c'è un altro modo di cogliere la bellezza, non la bellezza tragica delle creature, ma la bellezza pacificata dell'armonia. La bellezza è giustezza di rapporti. Così la rappresentava l'Antichità. La bellezza è in rapporto, dunque, con la giustizia e la giustizia può davvero salvare il mondo. Si può fare un salto e definire leopardianamente il rapporto tra bellezza e giustizia come «il mistero delle cose pien di dolcezza, indelibata, intera» [11], nel quale non esiste tempo - cioè non esiste il continuo superamento del prima nel dopo, dove non c'è contraddizione tra stati dell'esistenza - ma tutto è completamente presente; dove ci si sente immersi in una totalità e la totalità sta pienamente in te; dove cioè si supera la divisione tra l'esteriorità e l'interiorità. La sovrana armonia del creato, di cui la musica può parlarci se sappiamo udire, in determinati potenti momenti; l'armonia che crea pace e ristoro; l'armonia con la quale, in momenti eccezionali, percepiamo essendo in simbiosi. E qualcosa che avvertiamo familiare quando la calma tra dentro e fuori dell'essere entra in noi, ma che, al tempo stesso, ci sorprende come la scoperta o la riscoperta di qualcosa che avevamo perduto. Questo è ciò che dà speranza di «salvazione» dai tormenti e che ci pacifica con noi stessi e con il mondo. Tzvetan Todorov ha bene descritto quest'esperienza d'estraneazione dal contingente e di confusione con l'assoluto, raccontando di un'audizione d'un concerto per flauto e archi di Antonio Vivaldi, il concerto denominato La notte: «Per l'intera durata di quel brano siamo stati rapiti da qualcosa che non apparteneva soltanto alla musica ... un'esperienza rara, ma al contempo conosciuta ... ci ha condotti verso un luogo a cui non sempre sappiamo dare un nome, ma [che] riconosciamo subito che ci appartiene. E un luogo di pienezza ... e di pace interiore. Per un attimo la nostra instancabile agitazione interiore si è placata. Raramente un'azione o una reazione contengono in sé la propria giustificazione; entrambe hanno uno scopo ben preciso, un significato che va oltre. Nei momenti felici come quello di cui parlo, non aspiriamo più a qualcos'altro - lo abbiamo già raggiunto ... E questa sensazione di abitare pienamente ed esclusivamente il presente che abbiamo percepito ascoltando La notte» [12].

«Mir»

«Mir spasët krasotà»: «mir» è ugualmente mondo e pace. Il mondo, a sua volta, è anche il villaggio, il villaggio rurale che regola la sua vita sui cicli della natura, sul rispetto dei suoi equilibri e sui ritmi ch'essi imprimono all'esistenza degli esseri umani che vi si immedesimano. Dunque si può dire che la bellezza salva, al tempo stesso, il mondo, le comunità umane e la pace. La pace non è nella natura degli uomini presi singolarmente; è invece nel rapporto con la natura del mondo, cioè del creato. Con un passo in più, si può dire che l'essere umano sarà salvato quando, o nei momenti in cui esso sprofonda, s'immedesima, s'immerge e si confonde nella bellezza del creato. Questo rappresenta la filocalía [13], un carattere che segna la spiritualità slava, nella quale occupa un posto rilevante la relazione amorosa interiore tra Dio e l'uomo, tra l'assoluto e il contingente, tra l'universale e il particolare. Essa comprende la capacità di sentire la presenza della divinità nella bellezza del mondo, come esperienza del tempo innocente del giardino dell'Eden. Uscito dalle mani di Dio, il mondo, infatti, era bello e tale apparve al Creatore, come è raccontato nel libro della Genesi (1, 31). Dal racconto biblico traiamo questa idea: la condanna divina consiste nella rottura dell'equilibrio tra l'umano e il mondo, rottura di cui il lavoro come condanna e il parto come dolore sono i simboli.
Oltre al discorso delle gemmette che Alesa rivolge a Ivàn [14], valgano queste testimonianze dostoevskijane circa l'abbandono panico e il senso di liberazione sovrumana che ne deriva. Dostoevskij, tanto parco nel descrivere le circostanze «esterne» dell'azione, in particolare gli ambienti «artificiali», ridotti spesso a stanzette sudice foderate da carta da parati sporca e strappata, in alcuni momenti di svolta parla, invece, dell'ambiente-natura del mondo in termini ispirati: la natura come pace rigeneratrice e coinvolgente, dove la bellezza coincide con la gioia. Ecco Alga, all'uscita della cella dove il suo starec è appena morto, in un momento in cui nell'anima vita e morte si confondono: «Piena di tripudio, la sua anima colma di gioia aveva bisogno di libertà, di spazio, di sconfinatezze: sul capo di lui, ampia, inabbracciabile, faceva volta la cupola celeste, piena di tacite stelle scintillanti. Dallo zenit fino all'orizzonte s'incurvava di qua e di là, ancora non ben distinta, la Via Lattea. Pura, tranquilla fino all'immobilità, la notte avvolgeva la terra. Le bianche torri e le auree cuspidi del monastero baluginavano nel cielo di giacinto. Gli autunnali, magnifici fiori dei cespugli intorno alla casa s'erano addormentati in attesa del mattino. La quiete della terra sembrava fondere in quella dei cieli; il mistero terrestre s'intrecciava con quello degli astri... Alga stava lí ritto, in contemplazione; e di colpo, come se i piedi gli mancassero, si gettò sulla terra. Non sapeva perché l'abbracciasse così, non si dava ragione di tanto irresistibile desiderio di stringersela tra le braccia, di stringersela tutta» [15].
Makar' Ivànovič, la mite figura antica dello strannik, il pellegrino della tradizione spirituale russa, in L'adolescente: «Tutti ancora dormivano e il sole non era ancora sorto di dietro il bosco. Alzai il capo... girai lo sguardo e sospirai! Dovunque vidi bellezze ineffabili! Tutto era calmo, l'aria era leggera: l'erbetta cresceva - cresci pure erbetta di Dio -; l'uccellino cantava - canta, uccellino di Dio -; un bambinello faceva sentire la sua vocina fra le braccia d'una donna - che Iddio sia con te, piccolo essere umano, cresci per la gioia, bimbo mio! Fu come se allora, per la prima volta nella mia vita, sentissi tutto questo in me ... Mi sdraiai di nuovo e m'addormentai di un sonno dolcissimo. Si sta bene al mondo, caro mio! Fu come se allora, per la prima volta nella mia vita, sentissi tutto questo in me ... Ecco, se mi sentissi un po' meglio, in primavera mi metterei di nuovo in cammino. E in fondo è meglio che tutto questo sia un mistero; è terribile e meraviglioso pel nostro cuore: "Tutto è in Te, Signore, e io stesso sono in te e tu accoglimi!" che ci siano misteri, tanto meglio: dà sgomento al cuore e meraviglia; pure anche questa paura dà allegrezza al cuore. "Tutto è in Te, Signore, e io stesso sono in Te, accoglimi!" Non mormorare, giovanotto: è tanto più bello se è un mistero! - ripeté intenerito» [16].
Anche Zosima ha i suoi momenti di estasi. Eccone uno: «La notte era serena, calma, tiepida, com'è di luglio; il fiume bel largo, e ne veniva su un umidore che ci rinfrescava: si udiva il lieve sciacquettio dei pesci, mentre ormai gli uccelli tacevano: tutto era calmo, tutto era magnifico, tutto pregava Dio. E noi due soli non dormivamo, io e questo giovinetto, e discorrevamo della bellezza di questo mondo, di Dio, e del suo alto mistero. Ogni piccola erba, ogni scarabeo, la formica, l'ape dorata, tutte le creature conoscono in modo stupefacente la loro via, pur non avendo la ragione: testimoniano del mistero di Dio, e di continuo lo adempiono nelle loro azioni ... l'intero universo e ciascuna creatura, fino alla minima fogliolina, si protende al Verbo, a Dio canta la lode, a Cristo alza il suo pianto, all'insaputa di se stessa, agendo così conforme al mistero del proprio vivere innocente» [17].
«Tutte le creature», dice lo starec, ma non l'uomo tra queste. L'uomo è nel tormento della sua libertà. Per lui, i momenti estatici sono come lampi improvvisi, intermezzi fugaci. Chi li abbia provati o ci si sia avvicinato, sa che cosa sono. Chi no, no; ed è difficile che riesca a comprendere a che cosa alludano i passi citati, che - a chi non li ha provati - possono sembrare pura retorica letteraria. Momenti: si tratta di non più che momenti. Se prolungati, non si saprebbe resistere, come in una trasfigurazione. Si spegnerebbero da sé, nella vita ordinaria che continua. Ma sono momenti che, se pur stordiscono nell'immediato, danno energia per non cadere durevolmente nello sconforto.

Aura

Dostoevskij, per quel che lo riguardava, collegava questi momenti alla malattia di cui soffriva, insieme ad altri celebri veggenti: l'epilessia. Una malattia, certamente; ma una malattia che, per lui, si associava a istanti durante i quali si è come condotti a superare la condizione umana e ad accedere a un'esistenza superiore nella quale tutte le contraddizioni si annullano, il tempo si contrae e, istantaneamente, si fa letteralmente estasi, si conosce l'identificazione con il tutto e l'autoannullamento nell'armonia dell'universo - ciò che Dostoevskij chiama Dio. Nulla a che vedere con l'esaltazione artificiale dettata dall'uso di droghe che producono, sì, stordimento ed estraneazione dalla coscienza contingente ma immettono in un mondo contorto, instabile, contraddittorio e transeunte, e trattenuto solo «sulla soglia» [18] che poi, passato l'effetto, ricaccia nel vuoto, nell'insoddisfazione, nella disperazione. E l'«aura», il momento estatico che precede l'attacco vero e proprio, quasi trasportando chi ne è soggetto in una dimensione sovrumana di sovrana bellezza dove non esiste spazio, si annulla il tempo e l'essere assorbe ogni esistenza particolare, dove non esiste il passato, col suo carico di ricordi, rimpianti, nostalgie, risentimenti, e non esiste il futuro, con le sue aspettative, ansie, paure: «stato d'eccezione» nel senso più pieno, destinato a lasciar presto il posto allo stato di normalità.
Sof'ia Kovalevskaja, la matematica di grande fama, sorella di quella Anna che Dostoevskij in un breve periodo aveva corteggiata, nelle sue Memorie già citate [19] dà una testimonianza del valore che lo scrittore attribuiva alla sua epilessia, ricordando lo stesso episodio già menzionato, narrato dalla moglie Anna Grigor'evna Snitkina [20]. La notte prima d'una Pasqua, durante un'appassionata discussione sulla fede in Dio con un compagno ateo, Dostoevskij, fuori di sé dall'esaltazione, avrebbe gridato: «C'è Dio, c'è!» e in quell'istante presero a suonare le campane della vicina chiesa per annunciare la prima messa pasquale. «Ed io sentii, - raccontò Fëdor Michajlovič, - che il cielo era sceso sulla terra e mi aveva inghiottito. Io attinsi veramente Dio e mi compenetrai di Lui». Avrebbe continuato davanti ai suoi ascoltatori che lo seguivano come ipnotizzati, spiegando che cosa significa la contrazione del tempo che si verifica in quegli istanti: «Voi tutti, persone sane non sospettate neppure che cosa sia la felicità, la felicità che proviamo noi epilettici un secondo prima dell'attacco. Maometto assicura nel suo Corano di aver visto il paradiso e di esservi stato. Tutti gli imbecilli intelligenti sono convinti che egli era semplicemente un bugiardo e un impostore. Invece no! Egli non mente! Egli è stato davvero in paradiso in un attacco del mal caduco di cui soffriva come me. Non so se questa beatitudine dura secondi, o ore, o mesi, ma, credete alla mia parola, tutte le gioie che può dare la vita io non le prenderei in cambio!» [21]. «C'è Dio» non equivale a un'affermazione filosofica circa l'esistenza di Dio, ma è la testimonianza d'un'esperienza di chi afferma d'essersi trovato faccia a faccia con una realtà, quale che ne sia la sostanza. La sindrome epilettica, non solo in Dostoevskij, s'accompagna talora a visioni, allucinazioni, esperienze mistiche. Non c'è motivo di dubitare della sincerità dello scrittore.
Nella figura di Myškin, il tema dell'aura è sviluppato innanzitutto con riguardo alla bellezza come immedesimazione nell'armonia del creato. Si dice che, nelle pagine de L'idiota che descrivono l'esperienza dell'epilessia, attraverso le parole della creatura «totalmente bella» che fa la sua apparizione nella società degli uomini venendo da un mondo alieno (la clinica svizzera tra i monti), per poi ritornarvi apparentemente senza lasciare traccia, Dostoevskij abbia descritto la sua propria esperienza, un'esperienza non certo generalizzabile a tutti gli affetti dal male, ma ch'egli testimoniava essere la sua. L'aura, cioè lo stato premonitore dell'attacco convulsivo, era per lui uno stato privilegiato di «felicità che è impossibile in condizione normale e di cui non hanno nozione gli altri», un esperimento di «armonia totale in se stesso e in tutto il mondo», un sentimento «così forte e dolce che per alcuni secondi di questa beatitudine si possono dare dieci anni di vita e forse la vita intera» [22]. Pur se, come per debito compensativo, nella malattia, a questi voluttuosi «minuti supremi» debba seguire lo scatenamento del male: terribile depressione, profonda tristezza e devastazione mentale [23]. In tale stato d'eccezione, il cervello pare infiammarsi e tutte le forze vitali si tendono. Il senso della vita, dell'autocoscienza si decuplica. La mente e il cuore s'illuminano di una luce straordinaria; tutte le ansie, le inquietudini, i dubbi si placano all'improvviso e si risolvono in una calma suprema, piena di limpida, armoniosa gioia e speranza, piena d'intelligenza e pregna di finalità. Si entra in una «esistenza superiore», formata in sommo grado di armonia e di bellezza estatica, di equilibrio, di pienezza, di pace, di fusione con la sintesi suprema della vita, in cui il tempo, cioè la sequela d'avvenimenti che spezza l'unità dell'esistenza, non esiste più. Prodigo di citazioni bibliche, Dostoevskij avrebbe potuto evocare la scena evangelica della trasfigurazione del Cristo (Mt 17, 1-9; Mc 9, 2-10; Lc 9, 28-39), tanti ed evidenti sono i punti di contatto (luce abbagliante, nube attutente, soppressione del tempo e dei sensi, caduta a terra, esaltazione, ecc.), che culmina nelle semplici parole di Pietro: «Maestro, è bello per noi restare qui». La bellezza come trasfigurazione.
Elevazione esistenziale, dunque: sono, queste, tutte espressioni della riflessione che Myškin fa tra sé e sé, tra il perplesso (non si sarebbe messo a sostenerla sul serio; senza dubbio c'è qualche errore) e il sarcastico (la brocca d'acqua che l'ala dell'angelo fa cadere e che Maometto, epilettico pure lui, afferra nella frazione di secondo prima che cada, nel tempo dell'andata e del ritorno in visita a tutte le dimore di Allāh).

Salvezza

Le espressioni ora ricordate descrivono che cosa sia l'aura per Myškin-Dostoevskij. Per una volta, siamo autorizzati dalle conferme che traiamo da fonti diverse (diario, lettere, testimonianze) ad attribuire quelle parole a un'autobiografia che fa eccezione all'atteggiamento oggettivo dello scrittore, nei confronti delle cose narrate. Confrontiamo, però, lo slancio mistico di queste descrizioni d'esperienze esistenziali legate al momento eccezionale dell'aura epilettica con le sensazioni di sperdimento e confusione panica che Dostoevskij stesso descrive con cosí tanta immedesimazione nei passi citati all'inizio, passi in cui anime sensibili si trovano a tu per tu, senza fratture e difese, con la bellezza del creato. Forse che non c'è evidente omogeneità, pur nella diversa intensità di sensazioni?
Ora, siamo forse nelle condizioni di poter dare una risposta al significato di «il mondo lo salverà la bellezza». Il «mondo» sarà salvato quando sarà ricostruita la capacità degli esseri umani di vederne la bellezza e crescerà il desiderio dei suoi equilibri, della sua armonia, delle proporzioni. Allora «il mondo» salvato dalla bellezza equivarrà a «la pace». La pace attraverso la sconfitta dello scorpione, non l'imbelle pace passiva promessa dall'Inquisitore.
Nella visione di Dostoevskij, l'approdo è al Cristo, il modello perfetto dell'essere umano, sintesi di tutto ciò che di salvifico è apparso nel mondo, antidoto di tutte le perversioni distruttive che, in rapporto con le tensioni creative, percorrono l'animo umano. Nella lettera a Natalija Dmitrievna Fonvizina, già citata [24], nella quale la verità della fede è contrapposta alla verità razionale, egli vede nell'abbandono al Cristo la sintesi d'ogni contraddizione, una sintesi non razionale ma esistenziale, onde la necessità di stare col Cristo e non con la verità, se pur si dimostrasse incontrovertibilmente ch'Egli non è nella verità e che la verità non è in lui.
Il Cristo è dunque assurto a «simbolo»: senso, significato, ordine di ciò che, al di fuori, sarebbe solo un pullulare di schegge disordinate, insensate, impazzite. Non, però, di un ordine che possa essere creato in base a un piano razionale, «euclideo», fisso, definitivo - ché, anzi, questo porterebbe al caos e al disastro -, ma un ordine che sia tale perché rispetta la varietà del creato e il legame tra le sue parti, legame che Dostoevskij identifica nell'amore, di cui l'amore di Cristo è la raffigurazione più potente. Pur se questo ordine appare «in certi momenti», come in un lampo.

Perdizione

Sí, ma «il creato» che noi abbiamo di fronte è ciò che possiamo osservare, rapiti dalla sua bellezza, come pensava il principe Myškin e Dostoevskij con lui, oppure è l'aracnide dall'orrenda struttura che Ippolít vedeva nei suoi sogni: una bestia orribile, somigliante «allo scorpione, ma non era uno scorpione, bensì più ripugnante e molto più spaventoso ... perché di quelle bestiacce in natura non ce ne sono, e perché essa era venuta espressamente in camera mia e questa circostanza pareva racchiudere in sé qualche mistero ... Era un rettile di color bruno, squamoso, lungo circa diciotto centimetri, con una testa spessa due dita e un corpo che si assottigliava gradatamente verso la coda, per modo che l'estremità di questa non era spessa più di mezzo centimetro. A un cinque centimetri dalla testa poi, uscivano dal corpo, facendo con questo un angolo di quarantacinque gradi, due zampe, una per parte, lunghe circa dieci centimetri, sicché l'intero animale presentava, a guardarlo dall'alto, la forma di un tridente. La testa non la esaminai, ma vidi due piccoli baffi, somiglianti a due grossi aghi, anch'essi di color bruno. Altri due baffi simili erano all'estremità della coda e di ciascuna zampa. In totale, perciò, otto baffi. L'animale correva per la camera assai velocemente, appoggiandosi sulle zampe e sulla coda, e quando correva, il corpo e le zampe si torcevano come serpentelli, con non comune rapidità, nonostante le squame, ed era ripugnante a vedersi» e, muovendosi sulla parete, produceva un «crepitante fruscio». Poi, entrò Norma, la cagna, un enorme terranova, nera e pelosa. «Essa si slanciò nella camera e si arrestò, come inchiodata, di fronte alla bestiaccia. Si fermò anche il rettile, continuando però a torcersi e battendo sul pavimento con le estremità delle zampe e della coda. Gli animali, se non erro, non possono provare il terrore mistico, ma in quell'istante mi parve che nel terrore di Norma ci fosse qualcosa di molto insolito, quasi di mistico, e che pertanto anch'essa, al pari di me, intuisse in quella bestia un che di fatale, un qualche mistero. Indietreggiava lentamente davanti al rettile che adagio, con circospezione, le strisciava incontro, forse per poi, tutt'a un tratto, saltarle addosso e morderla ... Aprì le enormi fauci rosse, misurò la distanza, prese lo slancio, poi si decise e afferrò il rettile con i denti ... le squame scricchiolarono fra i denti; la codina e le zampe dell'animale, sporgendo dalle fauci, si agitavano con incredibile rapidità. A un tratto Norma guai lamentosamente: il rettile era riuscito a pungerle la lingua. Fra urli e guaiti, essa spalancò la bocca per il dolore, e io vidi che la bestiaccia, già sbranata, le si muoveva ancora traverso la bocca, facendole colare sulla lingua dal suo corpo mezzo maciullato un abbondante liquido bianco, simile alla poltiglia d'un nero scarafaggio schiacciato...» [25].
Questa descrizione, così ricca di particolari disgustosi, contiene evidentemente molti elementi metaforici, alcuni assai evidenti e altri meno, che alludono alla realtà del mondo in cui Ippolít, e Dostoevskij con lui, vedevano immersa la loro esistenza. Non solo la realtà del mondo fisico, ma anche quella del mondo morale, delle relazioni tra gli esseri umani.
E noi, che cosa diremmo? Che cosa ci rivela lo sguardo sulla natura fisica e morale, sulla terra che abitiamo e sui soggetti che la abitano, sui rapporti che sono venuti costruendosi e che fanno della natura un ambiente e dei soggetti una società?

Madre prostituita

Sempre più estesa è la distruzione degli equilibri della natura. Sempre più devastato è il paesaggio. Sempre più indifeso, esso è nei confronti degli uomini di denari. Sempre più vasti sono i depositi di rifiuti, che crescono attorno a noi e, a un certo punto, sopra di noi che non sappiamo smaltirli. Smaltire: verbo terrificante del nostro tempo! Sempre più intensamente la terra è spremuta delle sue risorse destinate a essere smaltite come rifiuti. Sempre più difficile le è il rigenerarsi. Il rapporto tra distruzione definitiva e capacità rigenerativa è ormai largamente sbilanciato a favore della prima. Si vive non volendo vedere. Perfino l'atmosfera che avvolge la terra è diventata una bolla di veleni. La stupefacente varietà della vita ch'essa ospitava si riduce progressivamente e molto di ciò che ancora resta sta confinato in artificiali «parchi» o «riserve» naturalistiche, la cui esistenza o, meglio, resistenza è resa per ora possibile per la coesistenza di altri interessi speculativi, turistici o scientifici che ne richiedono porzioni «incontaminate». Nessuno, tra i poteri del mondo, onora più Gea o Tellus, o una delle tante figure femminili antiche che, in ogni cultura in tutti i continenti, rappresentavano la fecondità del mondo nei suoi cicli vitali. La veneranda idea della terra come essere vivente generatore di vita si è perduta e s'è fatta totalmente estranea al nostro modo di pensare. Non crediamo più che la terra ci sia nutrice, ma pensiamo che noi, per vivere, la si debba sfruttare, e per questo la si possa spremere indefinitamente del nutrimento ch'essa contiene. Da donna, senza rispetto la stiamo trasformando in prostituta.
La terra è un campo, ma un campo di battaglia. Anzi, è la posta in gioco, ed è tale non per amarla, proteggerla, conservarla come cosa preziosa, ma per impossessarsene e poterla distruggere. Piani regolatori e battaglie legali per ottenere licenza di devastazioni e inquinamenti; azioni di forza e guerre per impadronirsi delle risorse residue; fonti di energia e di sostentamento che la terra contiene come ragione ultima dei conflitti che divampano nel mondo: lo scontro è in atto e il futuro vedrà forze in campo sempre più agguerrite e aggressive, in misura crescente quanto più ridotte sono le risorse che avanzano.
La madre-terra che nutriva di sé l'umanità è diventata una preda oppure, nella migliore delle ipotesi, terra-madre. Lo scambio dei termini, nelle iniziative resistenziali che fanno capo a questo motto, non è senza significato. La madre-terra è stata nei millenni la nutrice spontanea della vita dell'umanità: gli uomini potevano combattersi e distruggersi tra loro, ararla, piagarla, trasformarla per i propri fini, secondo il profetico stasimo I dell'Antigone di Sofocle, ma non per questo essa cessava d'essere l'espressione d'un equilibrio che si autoconservava o si autoricomponeva dopo che fosse stato temporaneamente alterato. In questo equilibrio si poteva cercare e trovare l'immagine di un'armonia esistenziale nella quale trovare pace al nostro disordine. Di fronte al progresso, allo sviluppo, all'innovazione promossi dalla forza inesauribile della tecnica unita al denaro, oggi la terra è vittima dell'ambiguo deinós che s'annida nell'essere umano e, ogni tanto ancora, si ribella in uno spasimo, pungendogli la lingua.

Sconnessioni umane

Non è forse la parte spaventevole del deinós, quella che s'affaccia anche nelle relazioni sociali? Le relazioni tra gli esseri umani non sono forse l'altro lato del loro rapporto con l'ambiente naturale in cui essi vivono? La distruzione dell'ambiente non distrugge forse anche l'ambiente sociale? Due disfacimenti paralleli. Quando gli equilibri ambientali si alterano, è come se un formicaio impazzisse e ogni individuo cercasse la sua via di fuga calpestando chi gli viene a tiro. La natura ha un duplice aspetto: terra e umanità. Essi stanno o muoiono insieme. Gettando lo sguardo sulle bidonvilles, sulle favelas, sugli slums che circondano ciò che chiamiamo città e dove si riversano, in proporzioni crescenti, milioni di persone prive di tutto, fuorché dell'istinto della sopravvivenza, e se consideriamo i quartieri alti della società dove impera la lotta non per la sopravvivenza ma per il successo, e dove l'affermazione degli uni coincide con l'umiliazione degli altri, non scorgiamo forse all'opera la stessa legge della sopraffazione? Per ragioni diverse ma concorrenti, sembra avviata alla fine, reperto d'antiquariato, la veneranda definizione aristotelica dell'essere umano come «animale sociale» (politikòn zôon). Dopo millenni di studio, classificazioni, teorizzazioni delle società umane, oggi c'è chi dice semplicemente che la società non esiste più. Ci sono solo più gli individui che entrano, sì, in contatto gli uni con gli altri, ma che non stabiliscono, propriamente, rapporti tra di loro. Sono contatti passeggeri che hanno come scopo l'autoaffermazione a scapito degli altri. Se il contatto non serve a questo fine, ci si passa accanto, ignorandosi.
Nella bruttezza, il mondo si perderà. Ed ecco il compito dell'Inquisitore. Nella bellezza, il mondo sarà salvo, ed ecco la sconfitta dell'Inquisitore.


NOTE

1 Dostoevskij, L'idiota cit., p. 378.
2 FK, p. 144.
3 Dostoevskij, L'idiota cit., p. 32.
4 Ibid., p. 44.
5 Ibid., p. 37.
6 Ibid., pp. 81-82.
7 p. 45
8 Ibid., p. 82.
9 Dostoevskij, L'adolescente cit., p. 43.
10 T. Todorov, La bellezza salverà il mondo. Wilde, Rilke, Cvetaeva, Garzanti, Milano 2010.
11 G. Leopardi, Canti, Le ricordanze, Einaudi, Torino 1993, v. 73, p. 181.
12 Todorov, La bellezza salverà il mondo cit., pp. 7-9.
13 Titolo d'una raccolta di scritti dell'ascetismo ortodosso pubblicata nel 1782, di cui esiste la traduzione italiana: Filocalia. Testi di ascetica e mistica della Chiesa orientale, a cura di G. Vannucci, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1998.
14 Vedi supra, p. 62.
15 FK, 479-80.
16 Dostoevskij, L'adolescente cit., pp. 357-58.
17 FK, pp. 391-92.
18 W. Benjamin, Verbali di esperimenti con la droga e Annotazioni non datate su esperimenti con la droga, in Id., Opere complete, vol. VI. Scritti 1934-1937 cit., rispettivamente pp. 67 sgg. e 192 sg.
19 Vedi supra, p. 139, nota 19.
20 Vedi supra, p. 136.
21 Strada, Le veglie della ragione cit., pp. 52 sgg.
22 L'idiota cit., pp. 222-24, nonché p. 540.
23 Mann, Dostoevskij - Con misura! cit., p. 609.
24 Vedi supra, pp. 49 e 187, nota 13.
25 Dostoevskij, L'idiota cit., pp. 385 sg.

(Liberi servi, Einaudi 2015, pp. 193-206)