"Dacci oggi il nostro

pane quotidiano"

Le nostre vite di alimentano di vita condivisa

José Tolentino Mendonça

È impressionante constatare, in un mondo ipertecnologico e sofisticato come il nostro, la forza simbolica che ancora mantengono le cose semplici. Pensiamo al pane. La sua attrattiva e il suo significato attraversano culture e generazioni. Il pane è diventato un simbolo straordinario e universale... è stato così per i nostri avi, ed è così per noi... Mi ricordo che quando ero piccolo se cadeva un pezzo di pane dalla tavola, lo si raccoglieva e si baciava, anche se non lo potevamo più mangiare. Al di là del peso simbolico, il pane si rivestiva di un significato sacro. Penso che sia così perché il pane è un'espressione concreta della nostra stessa umanità. Il pane non è solo farina, lievito, acqua e sale. È molto di più di tutto questo. Il pane è il segno di ciò che è essenziale per la vita, di tutto quello da cui la nostra sopravvivenza dipende, e senza il quale non potremmo esistere. Rappresenta i fili che ci legano alla vita e che ci mantengono sulla superficie della terra. Perciò scopriamo che il suo significato si allarga continuamente.
Il pane traduce anche la condivisione, la comunione, la fraternità... Avere un solo pane e poterlo dividere in frazioni; prendere uno stesso pane per alimentare i vari commensali attorno alla tavola... Il pane non è solo pane. Esso è anche il testimone visibile dell'arte della fraternità. Alla radice di parole che ci sono così care, come "compagnia", "compagno", "accompagnamento", si colloca il pane, il cum-panis, l'atto di mangiare dello stesso pane. Dire a qualcuno: "Sei il compagno o la compagna della mia vita", significa che esiste una condivisione di ciò che è alimento, di ciò che dà vita. E del lavoro, che ci rende co-creatori assieme a Dio, e co-artefici della creazione, noi diciamo: è il mio "guadagna-pane" [1]. Il pane è qualcosa di vitale.
A volte occupiamo il tempo chiedendo a Dio cose secondarie, una sorta di ninnoli o di schiuma. E la nostra preghiera si fa prigioniera della vita grama che man mano scorre... Ci dimentichiamo molte volte di collocare Dio al centro delle lotte, al centro della ricerca di ciò che è per noi più essenziale. Noi possiamo domandarci: "Ma dovrei chiedere a Dio il pane? Il pane, se non lavoro, non è certo Dio che me lo darà. Devo chiedere a Dio ciò che non riesco a ottenere con le mie sole forze!". Ma ciò che Gesù ci insegna è che dobbiamo chiedere a Dio quello che noi stessi sappiamo ottenere o, detto in altre parole, chiedere che egli dia un senso altro a ciò che noi otteniamo e lo renda genuinamente essenziale.
Gesù ci insegna a chiedere a Dio, a chiedere al Padre, che il pane non sia solo pane, pura materialità, ma che il nostro pane parli, sia una specie di sacramento, sia espressione di tutto ciò che, in fondo, cerchiamo e che il Signore ci dà, anche in termini spirituali. Dobbiamo chiedere a Dio che il nostro pane riunisca e non separi. Che il nostro pane sia veramente "pane": luogo attorno al quale le persone si siedono e non quel che spesso succede, quando il pane si trasforma in ciò che distingue e allontana. Chiedere a Dio che il nostro pane celebri, evidenzi la gratitudine verso Dio e il nostro amore per gli altri.
Chiedere a Dio che il "pane quotidiano" non dia giovamento solo allo stomaco, ma anche all'anima e al cuore. Cioè che il pane si possa rivestire di un significato talmente umano da essere divino. Che ciò che ogni giorno poco a poco costruiamo abbia un senso trascendente e non sia soltanto una cosa muta, che non dice nulla. Che il lavoro non sia solo un'attività meccanica e obbligatoria, ma che in esso riusciamo a presentire qualcosa di altro: l'amore di Dio, il cuore di Dio, la vita di Dio.
Noi preghiamo: "Il nostro pane", perché quando sono l'unico ad avere del pane, la cosa è molto triste. È un pane che non va giù. Il pane della solitudine non ha nemmeno la metà del sapore, o un centesimo della gioia. Noi chiediamo a Dio il nostro pane, il pane di tutti, il pane per tutti.
Una delle più antiche immagini della chiesa, conservata nella Didaché, così la descrive: "Come le varie spighe di grano nascono in campi diversi e poi sono macinate per fare un unico pane, che proviene da raccolti diversi, così, Signore, è la tua chiesa che, venuta da luoghi molto differenti, si riunisce in un unico pane, il pane del Signore". Chiedere il "nostro pane" significa chiedere questa fraternità. Significa supplicare non solo per il mio raccolto, ma per tutti i raccolti. E significa compromettersi a impastare un unico pane, capace di saziare gli altri.

Chiedere la fame per coloro che hanno il pane

Esiste una parafrasi a questa richiesta del Padre nostro che mi provoca sempre un fremito, perché penso a quanto ci responsabilizza, tutti. Si tratta di un verso del poeta portoghese José Agostinho Baptista che dice: "Il nostro pane quotidiano che oggi non mi dai".
Il Padre nostro è una preghiera del compromesso, è un'orazione di impegno anche politico nel mondo, non è una preghiera intimista. Se io recito il Padre nostro, devo pregare per il pane di tutti, quelli che mi sono vicini e quelli che non lo sono. Recitare il Padre nostro mi rende responsabile circa lo stato del mondo. Nelle comunità di Emmaus, fondate dall'abbé Pierre, a tavola, si recita questa orazione: "Signore, aiutaci a cercare il pane per coloro che hanno fame e cercare la fame per coloro che hanno il pane". Cercare il pane per quelli che hanno fame... Cercare ciò che è essenziale per la vita, materiale e spirituale. Cercare la fame per quelli che hanno il pane, per quelli che sono soddisfatti, che vivono sotto la loro campana di vetro dimenticandosi degli altri, per quelli che potevano fare qualcosa e non la fanno, per quelli che non hanno mai pensato al Padre nostro come una preghiera che ci spinge verso la fraternità, necessariamente. Il pane è il simbolo di questa fraternità. Non è soltanto il risultato della fraternità, ma deve provocarla, reinventarla.
Esiste una tradizione (in verità, uno strumento spirituale) che è caduta in disuso, e che sarebbe importante riscoprire: si tratta del digiuno. Viviamo triturati nella digestione che il mondo fa di noi stessi. Presto l'essere viene relegato e sostituito dalla corsa all'avere. Conia-mo da un lato all'altro, come ostaggi e strumenti, più che autonomi e creativi. Ebbene, il digiuno (ad esempio, mangiare meno o evitare il superfluo, consumare meno, criticare meno, eccetera) corrisponde a un atto spirituale, perché allarga il campo della nostra libertà. Senza rendercene conto, sono molte le correnti che ci imprigionano e le dipendenze che diminuiscono la nostra capacità di tessere pratiche fraterne! Il digiuno, con l'adottare uno stile più frugale, crea nuove disponibilità, rende possibile un miglior esercizio di discernimento, riesce anche a migliorare il senso dell'umore... e ci predispone alla solidale condivisione con i più poveri.

L'elogio del provvisorio

Noi preghiamo: "Il nostro pane quotidiano", quotidiano... Quando il popolo abbandonò l'Egitto e cominciò il suo cammino nel deserto, durante quarant'anni, fino al monte Sinai, riceveva tutti i giorni una porzione di pane che era la manna, ma ne riceveva soltanto la quantità necessaria per quel giorno.
Riprendiamo il testo:

Al mattino c'era uno strato di rugiada intorno all'accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c'era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. I figli di Israele la videro e si dissero l'un l'altro: "Che cos'è?", perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: "È il pane che il Signore vi ha dato in cibo. Ecco che cosa comanda il Signore: 'Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone che sono con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda". Così fecero i figli di Israele. Ne raccolsero chi molto, chi poco. Si misurò con l'omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava. Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne. Mosè disse loro: 'Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino'. Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro. Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava (Es 16,13-21).

Quando camminiamo, non possiamo procedere con troppi pesi, altrimenti non arriveremo lontano. Il viaggiatore o il pellegrino devono accettare di fare l'esperienza di vivere di ciò che è quotidiano, di ogni giorno. E questo è vivere di Dio. Ogni giorno abbiamo Dio. E, perciò, non possiamo fare come l'uomo della parabola, che riempie i suoi magazzini di pane e poi dice: "Adesso, anima mia, hai i magazzini pieni, riposa pure", riposa a volontà. Il Signore dice: "Insensato, in quel giorno il Signore verrà a cercare la tua anima e cosa possederai tu dinanzi a Dio?" (cf. Lc 12,16-2 i).
Se vogliamo essere nomadi di Dio, se vogliamo vivere di lui, dovremo creare una libertà molto grande rispetto alle cose. La verità è che queste ci imprigionano. Ciò che possediamo, presto possiede noi stessi. Per il cristiano, uno stile di vita frugale testimonia meglio di mille parole la fede in Dio. Sprofondiamo in un tempo in cui tutto ci spinge verso la competizione, in cui ciò che non è necessario ci è inculcato dalla pubblicità come assolutamente necessario per la nostra felicità.
Il vangelo ci insegna non certo ad accumulare, ma a moltiplicare. Gesù ci rivela le possibilità di vita che un unico pane nasconde. Con un unico pane possiamo fare molte cose, se impariamo l'arte di moltiplicare la vita. Moltiplicare la generosità, la solidarietà, la tenerezza, la capacità di soffrire con gli altri e di mettersi nei loro panni... Siamo assaliti da numerosi dubbi: è giusto che io dia, o è meglio non dare, non abituerò troppo male le persone, non sarà che... Ed è vero che dobbiamo porci queste domande. L'elemosina automatica può costituire un modo di allontanare rapidamente l'altro. "Prendi questa elemosina. Ora vattene!". Gesù, nella moltiplicazione dei pani, che cosa fa?

Ma egli disse ai suoi discepoli: "Quanti pani avete? Andate a vedere". Si informarono e dissero: "Cinque, e due pesci". E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti (Mc 6,38-41).

Essere commensali significa mangiare con, condividere l'essenziale, condividere la vita, la parola, la tenerezza, prolungare la presenza.

Tutte le vite sono pane

Tutte le vite si contengono nell'immagine quotidiana, quasi triviale, del pane che viene spezzato e ripartito. Perché le vite sono cose seminate, cresciute, maturate, mietute, macinate, impastate: sono come pane. Perché non siamo solo noi a consumare e degustare il mondo: dentro di noi percepiamo poco a poco che anche il mondo, anche il tempo ci consumano, ci logorano, ci divorano. Per buone o cattive ragioni nessuno rimane intero. Siamo una pasta che si spezza, un midollo che si sfarina, uno spessore che diminuisce.
La questione è sapere con quale coscienza, con quale senso, con quale intensità viviamo questo traffico inevitabile. Tutti noi ci logoriamo, è vero. Ma in quali commerci? Tutti sentiamo che la vita si spezza. Ma come rendere questo fatto tragico una forma di affermazione feconda e piena della stessa vita?
Per questo sbalordiscono le parole di Gesù che, a ogni eucaristia, vengono ricordate. Egli prese il pane e disse: "Prendete e mangiatene, questo pane è il mio corpo che è dato per voi" (cf. Lc 22,19). L'eucaristia, talvolta ripetuta come mero culto devoto, segno abitudinario di un'appartenenza rituale, è, in verità, il luogo vitale della decisione su che cosa fare della vita. Tutte le vite sono pane, ma non tutte sono eucaristia, cioè offerta radicale di se stessi, un dedicarsi, un donare, un servizio. Tutte le vite arrivano alla loro fine, ma non tutte arrivano alla fine partorendo questa vitalità (umana e divina) che portano inscritta in se stessi. È di queste cose che parla l'eucaristia.
Gesù è il nostro pane, e quando preghiamo: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano", stiamo chiedendo al Padre che ci dia Gesù, che ci porti Gesù.

Gesù rispose loro: "In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo". Gli dissero allora: "Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?". Gesù rispose loro: "Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato". Allora gli dissero: "Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: 'Diede loro da mangiare un pane dal cielo'. Rispose loro Gesù: "In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo". Allora gli dissero: "Signore, dacci sempre questo pane". Gesù rispose loro: "Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!" (Gv 6,27-35).

Ci alimentiamo gli uni degli altri. Siamo gli uni per gli altri, nell'ascolto e nella parola, nel silenzio e nel riso, nel dono e nell'affetto, un alimento necessario, perché è di vita (e di vita condivisa) che le nostre vite si alimentano.

NOTE

1 Parola composta che in portoghese significa "lavoro", "mezzo di sostentamento".

(Padre nostro che sei in terra, Qiqajon 2013, pp. 125-133)