Cosa significa vivere

l'amicizia con Dio

José Tolentino Mendonça

 

Esiste un passo del Vangelo di san Giovanni (Gv 3,8) che normalmente vediamo tradotto in questo modo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Il termine greco che significa Spirito è pneuma, ma pneuma significa anche vento. Ciò comporta una difficoltà per il traduttore, che deve decidere l'una o l'altra parola. Bene, se scegliamo di tradurre pneuma con vento, cosa stiamo dicendo? Che la traiettoria di colui che è nato dallo Spirito, cioè la traiettoria dei credenti, la storia credente, è aperta all'imprevedibile; è come il vento, noi sentiamo la sua voce, ma non sappiamo da dove viene, né dove va. Il punto è, perciò, collocato nel credente. È questi ad avere una vita aperta e imprevedibile.
Ma se, come sceglie la Vulgata, optiamo per «lo Spirito soffia dove vuole», allora il punto di imprevedibilità non è più la traiettoria del credente, e si colloca dal lato di Dio stesso. È lo Spirito che è imprevedibile; è la voce dello Spirito di Dio che io sento, senza sapere da dove proviene, né dove va. Lo Spirito si coglie, in questo senso, nell'aperto, nel non-detto, nell'impronunciabile, nel non catalogato, nel non-percorso. Lo Spirito Divino diventa allora la manifestazione incessante dell'inedito.

ACCETTARE L'ENIGMA

Noi siamo imprevedibili. A volte ci guardiamo allo specchio e, anche senza dirlo, ricordiamo quel verso di Rimbaud, «io sono un altro». Chi è quello lì, che mi guarda nello specchio? Guardiamo verso noi stessi e c'è un'estraneità di essere che mai si cura: ma sono così? che cammino è questo? che tempi sono questi che mi abitano? Siamo un segreto anche per noi stessi e dobbiamo accettarci così. Siamo un enigma, una domanda, e dobbiamo accettarlo. Altrimenti non avremo pace. Abiteremo sempre la divisione e il conflitto. C'è, perciò, un momento in cui è necessario dire: «bene, è così; non me lo spiego, non lo concepisco, non lo programmo, ma è così, e con ciò farò qualcosa».
Ma in relazione a Dio è molto più difficile pensarlo come imprevedibile. Perché ci consola molto sapere che Dio è qui. Che lo incontriamo in questo luogo, che attraverso questo cammino arriveremo certamente a Lui. A volte è conveniente che Dio si trovi fra le cose che ordiniamo, fra le disposizioni interiori che abbiamo, nei nostri stessi pensieri. Ci è confortevole sapere che Egli è presente e in una determinata forma. Corriamo il rischio di vivere la relazione con Dio non come un'amicizia, ma come un'abitudine.

RICONOSCERE CHE DIO ABITA IN ME. MA COME?

Ci sono due immagini del Nuovo Testamento, effetti di un'eco che procede da più lontano, dall'esperienza storica dell'Israele dei profeti, per descrivere la relazione amichevole con lo Spirito. Forse la più comune, quella che ci accompagna fin dall'infanzia e che plasma la nostra stessa maniera di guardare Dio, è l'immagine dell'effusione. È quella che troviamo nel libro degli Atti degli Apostoli, capitolo 2: gli Apostoli erano riuniti e lo Spirito scese su di loro. Allora, quando pensiamo allo Spirito Santo di Dio, pensiamo a qualcosa che scende su di noi e si confonde con ciò che siamo. È in noi. Cioè, è in me e in quello che sono. Questa effusione è, come il nome indica, una specie di fusione. E io sento che Dio in me mi fa essere, mi dà coraggio per il combattimento, saggezza per la parola, gioia per la danza.
Sia i Vangeli sia gli scritti di Paolo sono ricolmi di espressioni che si muovono in questa direzione, documentando che l'esperienza dell'amicizia con Dio, nella Persona del suo Spirito Santo, è un'esperienza di fusione. Per esempio, nell'opera di Luca (Vangelo e Atti degli Apostoli), l'Angelo dice a Maria: «Lo Spirito scenderà su di te» (Lc 1,35); Elisabetta, quando ricevette la sua visita, «fu colmata di Spirito Santo» (Lc 1,41); dopo la resurrezione del Signore, Pietro parlava alle autorità e al popolo «colmato di Spirito Santo» (At 4,8); Stefano, il primo martire, offre la testimonianza «pieno di Spirito Santo» (At 7,55); «lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la parola» in casa di Cornelio (At 10,44), ecc. ecc. Questo essere colmi dello Spirito è un'esperienza costante nella costruzione del cammino cristiano.
In questa immagine, i contorni della singolarità sono come oltrepassati, e si instaura una coincidenza fra il soggetto che crede e ciò in cui il soggetto crede. Io credo, e Colui in cui credo mi fa essere. Fra ciò in cui il soggetto crede e ciò che il soggetto è non c'è più distanza: c'è un'indicibile comunione. È in questo senso che tutta la liturgia del battesimo parla del battesimo nello Spirito. I credenti sono avvolti, rivestiti, come se lo Spirito fosse ora la loro pelle.
È a partire da questa immagine, per esempio, che siamo chiamati a comprendere i discorsi di Gesù, nel quarto Vangelo, sullo Spirito. Gesù ricorre ad un linguaggio totale, quando dice: «lo Spirito vi insegnerà ogni cosa» (cfr. Gv 14,26). Prestiamo attenzione, si tratta non di insegnare qualcosa, qualcosa che manca. No, lo Spirito insegnerà tutto. Insegnerà completamente.
E come è descritto lo Spirito? Lo troviamo descritto come fuoco, come un soffio energetico, una luce, un animo, un'audacia, un alito che ci mancava per poter essere. Questa immagine, che è anche un'esperienza dello Spirito che credo che tutti facciamo – perché in un qualche momento sentiamo che l'amicizia con Dio ci attraversa in un modo totale – ci conduce certamente alla verità di Dio, ma descrivendola come esperienza di pienezza.

L'AMICIZIA COME ESPERIENZA DI CORRISPONDENZA

Questi momenti di pienezza trovano una loro base nella tradizione dell'Antico Testamento circa lo statuto del popolo di Dio. Cos'è che fa di Israele il popolo dell'Alleanza? È possedere una legge, avere una costituzione con dieci comandamenti, un'alleanza, una promessa? Certamente è tutto ciò, ma completato da una effusione dello Spirito, dal fare esperienza dello stesso Dio. «Io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo [sopra tutta la carne] e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio Spirito» (Gl 3,1-2). Questa esperienza è la condizione per essere popolo di Dio.
Normalmente, nell'Antico Testamento, quando lo Spirito di Dio compare si mette in evidenza in una forma spettacolare: c'è un'agitazione nella natura, ci sono terremoti, vulcani, vento. Diciamolo così: la manifestazione di Dio provoca una specie di alterazione dell'ordine cosmico, introducendo una nuova esperienza, un nuovo ciclo, un nuovo tempo. Nel Nuovo Testamento tutto ciò è depurato. L'esperienza di contatto con Dio, attraverso l'accoglienza amichevole dello Spirito Santo, continua ad essere un'esperienza di fusione, ma espressa in modo più intimo e spoglio. Quando i discepoli ricevono lo Spirito si trovano in una casa, in una strada anonima della città (cfr. At 2,1), non davanti ad un monte in fiamme (cfr. Es 19,16.18); lo Spirito Santo discende su di loro senza che sia successo un fenomeno naturale fuori dal comune. Lo Spirito ora si dà nel quotidiano, nella nostra umanità; si dà in modo sottile, interiore e nascosto. La corrente di aria forte che avrà risuonato nella casa in cui si trovavano non si può comparare alla convulsione atmosferica descritta nel libro dell'Esodo. Vediamo questo testo di Atti, 2,1-4: «Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, [risuonando], quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi». «Colmarsi» è un'esperienza di fusione, di rapimento, di abitazione interna dello Spirito. Gesù, nel Vangelo di san Giovanni (14,16-17), dice: «e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi». Si osservi: lo Spirito di Dio non è soltanto vicino a noi, lo Spirito è «in noi». Ci troviamo ancora una volta di fronte alla dimensione di fusione che descrive questa amicizia. E allo stesso modo avviene nel passaggio della lettera di Paolo ai Romani, il testamento spirituale dell'Apostolo (cfr. Rm 8,26): «Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente [cosa chiedere per pregare in modo conveniente], ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili [ineffabili]». Si tratta di un'esperienza di amicizia in Dio che germoglia come intimità spirituale. Sentire che lo Spirito ci colma, che lo Spirito ci fa essere.

L'AMICIZIA COME ESPERIENZA DI DISTINZIONE

Ma se lo Spirito di Dio è in noi e lo è in fusione, come possiamo capire quei momenti in cui sembra che lo Spirito non ci sia? Come capire il deserto, i tempi di fragilità e scarsezza, i tempi in cui manca l'ispirazione, i tempi notturni, di grande discussione, le ore di dubbio e scoraggiamento, il pungiglione di ferro del disanimo? Se lo Spirito è sempre con noi, se esiste una fusione quasi materna, quasi di acque materne, come possiamo capire e accettare questi stati attraverso i quali passiamo? Anche la traduzione che dice «lo Spirito soffia dove vuole e tu senti la sua voce, ma non sai da dove proviene, né dove va» è in effetti una traduzione necessaria.
L'amicizia con lo Spirito di Dio si dà, nella nostra vita, in due modi: o attraverso questa esperienza di fusione, o attraverso l'esperienza opposta, quella della differenziazione. O l'amicizia di Dio ci colma, o ne sembriamo privi, perché Dio è sempre altro. Io non domino lo Spirito di Dio, non sono il suo padrone o signore. Dio è, in ogni istante, «l'assolutamente altro». Scrive il teologo Joseph Moingt: «che lo Spirito sia qui, sia in ciascuno di noi, non impedisce che egli possa essere anche in altro luogo, perché Egli si trova nella vicinanza e nella distanza. Molte volte, lo Spirito si trova in ciò che è familiare e molte volte lo Spirito si trova in ciò che è diverso. Egli è sempre eccesso e non si lascia possedere, né rinchiudere, e non si mantiene in un luogo se non per spostarsi avanti, senza mai ritirarsi dal luogo da cui proviene».
Lo Spirito di Dio non ci abbandona, ma nemmeno si fissa. Quella richiesta che Pietro fa a Gesù, nella scena della trasfigurazione, «Signore, facciamo qui tre tende», è una richiesta che Gesù non vuole sentire, perché subito li fa scendere dalla montagna. Dio è pellegrino, si sposta, è sempre diverso. E noi come accogliamo l'amicizia di Dio? La accogliamo tanto nella fedeltà allo stesso, alla ripetizione, al prolungamento del gesto e del luogo, al ricordo, quanto nella differenziazione, nel rischio, nell'inedito, nell'originale, nel singolare, nel nuovo.

LO SPIRITO È IL TERZO

Lo Spirito Santo è il terzo elemento nell'ordine della Trinità. Dio è Trinità. Se pensiamo alle nostre esperienze umane, il terzo è ciò che lacera la proiezione dell'equivalenza. Il due è il simbolo della reciprocità e della fusione: nel due proietto un uno. Sono uno più uno. Il tre è l'elemento della diversità. È molto diversa una comunità costituita da due persone rispetto a una comunità fatta di tre. Perché il terzo porta con sé la verità di una relazione che non può essere soltanto la proiezione di un io e di un tu. Il terzo ci obbliga a una relazione aperta, decentrata. Lo Spirito è questo terzo. Il mistero di Dio è trino.
Molte volte, preghiamo: «Venga Dio e mi dia, mi faccia, e mi conforti, mi consoli». Certamente Egli viene. Ma non scordiamo mai che Dio è il diverso, il suo Spirito mi indica il cammino che io ancora non ho percorso, quello che sto per intraprendere, quello che mi aspetta, che ancora non sono. Questa differenziazione dello Spirito – che ci fa capire che Dio è imprevedibile – purifica la nostra amicizia con Lui. Noi abbiamo bisogno di essere purificati dalle fissità che tante volte addomesticano la nostra spiritualità. Perché è come addomesticare l'immagine di Dio. Sappiamo già tante cose, siamo sempre in attesa di un'amicizia vissuta come fusione. E, tuttavia, Dio si trova anche nello sconforto della ricerca, nell'esigenza e nell'indugio del cammino, nel dolore del dubbio. Nella certezza che Egli è l'altro, irriducibilmente altro. Che Egli non è in me, che Egli non si trova in me, che io non sono Lui. Ciò ci rende responsabili e adulti nella costruzione dell'amicizia che è la fede. E ne fa non una ricerca prevedibile di consolazione, ma la ricerca infinita di un amico, Dio.

IL NOSTRO AMICO È UNO SCONOSCIUTO

Il più grande equivoco della vita spirituale è vivere delle cose di Dio e non vivere di Dio. Vivere solo di ciò che ci consola. Esiste un passaggio impressionante del libro dell'Esodo (Es 4,24-26). E una storia che possiamo considerare terribile, ma si trova in quel passo e dobbiamo cercare il suo senso. Mosè si trova in un ostello sul suo cammino e in quella notte Dio viene, lotta con lui e cerca di farlo morire. Leggiamo e ci diciamo: «Ma come, questo non ha nessun senso». Dunque Dio che si mostra di fronte a Mosè in tutta la sua bellezza, d'improvviso si rivolge a lui per combatterlo? Che senso può avere tutto ciò? Sia come sia, il significato non smetterà mai di essere misterioso, in effetti. Ma, nel suo mistero, ci dice che Dio è Dio, e a volte ce ne scordiamo; che Dio è Altro, Dio è trascendente e io devo sapermi collocare nel posto che mi concerne. Perché a volte siamo fin troppo abituati alla fusione. Mescoliamo Dio con le bagattelle che ci trasciniamo dietro lungo la vita. No, noi non possiamo possedere Dio come cosa acquisita. Dio è una domanda, Dio è uno sbalordimento; Dio è uno sconosciuto. È quello che Giovanni Battista dice di Gesù: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete» (Gv 1,26). Il nostro amico è sempre uno sconosciuto.

IL VISIBILE È SOLO LA SPONDA DISCRETA

Il teologo e psicanalista brasiliano Ruben Alves ha scritto un testo che mi pare molto interessante. Egli sta descrivendo il suo stesso studio e dice: «nel mio studio ho due quadri, due dipinti, uno rappresenta un paesaggio luminoso, dai colori molto accesi, in cui i fiori si stagliano nitidamente su di un prato verdeggiante con montagne che affondano le loro vette nell'azzurro del cielo. Quando lo vedono per la prima volta le persone che entrano esclamano: "Che bello! Ma si limitano a questo, perché la trascendenza dice tutto quel che ha da dire e la conversazione finisci lì. L'altro quadro rappresenta un bosco, denso e profondo, con forme vaghe, la macchia di alberi indistinta, un cammino solitario che si perde nella nebbia misteriosa e diffusa... Quando lo guardano, le persone si soffermano, non sanno quello che devono pensare, ma, dopo il silenzio, si dipana l'inizio di una conversazione prolungata... "Mi chiedo", mi dicono, "cosa esisterà dietro la nebbia, dietro agli alberi, dietro all'oscurità?". Veramente in questo caso il visibile non è nient'altro che la sponda discreta che suggerisce l'invisibile, l'indicibile, lo sconosciuto».
Molte volte il nostro modo di parlare di Dio si esaurisce. Ciò avviene quando l'amicizia con Lui non è ancora sufficientemente profonda. Ma altre volte, la nostra preghiera, la nostra ricerca, il nostro sapere e il nostro assaporare Dio sono soltanto il margine discreto che suggerisce lo sconosciuto. Senza ciò, la fede diventa ideologia, cessa di essere un incontro, e un incontro di amicizia, cessa di essere ricerca... e diventa rapidamente una lista di regole e di rituali.
Cessa di essere il luogo dell'invenzione e della reinvenzione di ciò che siamo. La credenza in una conoscenza molto stabile ci fa precipitare in una specie di idolatria. Dobbiamo domandarci sempre: Cos'è che mi fa avvicinare di più a Dio? Il sapere o il non sapere? La ricerca di una certezza ad ogni costo o la fiducia speranzosa in un'amicizia che matura?

(Nessun cammino sarà lungo. Per una teologia dell'amicizia, Paoline 2013, pp. 56-66