Quale l'identità

dell'etica cristiana?

Giannino Piana

 

Le domande fondamentali che emergono oggi quando si parla di «etica cristiana» riguardano tanto la questione della sua «identità» quanto quella della sua attualità (o inattualità). La risposta a tali domande non è facile ed esigerebbe uno spazio molto maggiore di quello di un articolo di rivista. Ciò che tuttavia è possibile qui offrire è qualche spunto di riflessione di carattere prevalentemente metodologico, che consenta di segnalare il percorso da seguire, se si vuole individuare, anche sul terreno dei contenuti, la «novità» della morale evangelica.

Le radici umane e razionali

La soluzione della prima questione - quella dell'identità - implica anzitutto il riconoscimento che l'etica non ha origine con la nascita dell'ebraismo e del cristianesimo (e neppure delle altre religioni storiche), ma è un fatto anteriore ed autonomo che affonda le sue radici nella natura profonda dell'uomo. Si tratta, in altre parole, di un fenomeno umano, che ha la propria sede nella coscienza all'interno della quale si dà la percezione del bene e del male. Sulla base di questa esperienza originaria, è venuto sviluppandosi, nelle varie società e culture, un processo di razionalizzazione, che ha portato alla elaborazione di diversi sistemi e paradigmi etici volti a dirigere e valutare la condotta umana.
Se si confrontano tra loro questi sistemi e questi paradigmi si riscontra una consistente convergenza attorno a valori comuni nelle diverse società e culture - significativa è al riguardo la somiglianza tra il codice di Hammurabi e il Decalogo mosaico (ma non è la sola) -; convergenza che conferma la loro derivazione da una fonte comune, la ragione appunto, la quale è in grado di fare discernimento di ciò che è conforme (o meno) alla vera realizzazione umana.
Il progressivo affinamento di tale riflessione, grazie agli sviluppi del pensiero filosofico, soprattutto in ambito greco-romano - ci limitiamo qui al solo mondo occidentale (anche se meriterebbero attenzione altri mondi) - si è tradotto nella elaborazione della categoria di «legge naturale» per designare ciò che discende immediatamente dalla «natura umana» e a cui la condotta dell'uomo deve conformarsi. Tale categoria, alla quale la tradizione patristica e medioevale riconducono la seconda tavola del Decalogo - quella relativa ai doveri morali (la prima riguarda i doveri religiosi) - è stata elaborata per la prima volta in termini sistematici da Aristotele, il quale ha visto in essa il criterio fondamentale per l'individuazione dei principi destinati a regolare la vita personale e collettiva.

La specificità dell'etica cristiana

Se quanto è detto è vero, si può allora ancora parlare di «etica cristiana»? E, se si può, in che cosa consiste la sua diversità o la sua specificità? Per rispondere correttamente a questi interrogativi è anzitutto importante sottolineare che il messaggio della rivelazione ebraico-cristiana non è in primo luogo un messaggio morale ma un messaggio di fede, il cui contenuto essenziale è la manifestazione che Dio fa di se stesso all'uomo e l'annuncio del disegno di salvezza che egli offre all'umanità e al mondo.
L'etica viene dunque «dopo», e non costituisce la vera «novità». E tuttavia essa va considerata come una conseguenza necessaria di tale manifestazione e di tale annuncio. Il dono che Dio fa di se stesso all'uomo esige di essere da lui accolto mediante un atto di adesione incondizionata nella vita quotidiana. La fede, in quanto coinvolge la totalità della persona e della sua esistenza, esige (e non può che esigere) un cambiamento radicale dello stile di vita, l'adozione di un nuovo ethos personale. Per questo esperienza di fede ed esperienza morale risultano, nella rivelazione biblica, tra loro strettamente interconnesse, senza che questo comporti confusione tra le due e senza che si possa rinunciare al primato della prima sulla seconda.
Ma quale etica? Non solo il Decalogo ma anche le prescrizioni normative più dettagliate della rivelazione, che definiscono i contenuti della condotta umana, lungi dall'essere frutto di un processo che si è sviluppato dall'alto, sono piuttosto il risultato dell'esperienza morale legata al contesto culturale del tempo; sono l'esito cioè di un'attività razionale volta a identificare ciò che garantisce il corretto sviluppo della vita personale e delle relazioni interpersonali e sociali. Questo spiega perché l'etica biblica si evolve, subendo inevitabilmente il condizionamento delle trasformazioni in corso nelle varie epoche storiche, e perché si dà spesso un considerevole divario tra la maturazione della fede e l'adeguamento ad essa del costume morale.
La specificità dell'etica ebraico-cristiana non va dunque ricercata in primo luogo sul terreno dei contenuti ma su quello dei significati che essa assume in forza del proprio inserimento nel contesto dell'esperienza di fede. La novità del Decalogo non consiste infatti in ciò che prescrive, ma nel suo inserimento nel quadro dell'alleanza; nel fatto che i precetti in esso contenuti sono le clausole da rispettare, se si intende conservare e approfondire la comunione con Dio. Analogamente, le istanze contenute nel discorso della montagna (Mt 5), nel quale è condensata l'etica neotestamentaria, sono norme escatologico-profetiche che il discepolo deve fare proprie se vuole porsi alla sequela di Gesù e accogliere il regno che viene.

«Ma io vi dico»

La preminenza data all'intenzionalità di fede da cui muove l'agire morale del cristiano e alla finalità spirituale che tale agire persegue, non comporta tuttavia negazione di una certa originalità dei contenuti del messaggio morale del Nuovo Testamento. Gesù non è venuto - come egli stesso afferma - ad abrogare la Legge, la quale permane come fondamento basilare della condotta umana, ma a «dare ad essa compimento», a portarla alla sua pienezza (Mt 5, 17).
Questa rivisitazione non è, d'altra parte, una semplice restaurazione dell'antico; contiene aspetti profondamente innovativi, consistenti sia nella radicalizzazione delle istanze della Legge - a questo si allude quando si parla di dare ad essa compimento - sia nell'assunzione di una nuova forma di giustizia, che superi quella degli scribi e dei farisei (Mt 5, 20). Sono soprattutto i «ma io vi dico» contrapposti agli «è stato detto dagli antichi» a mettere chiaramente in luce il senso di questo duplice rinnovamento, il quale implica che non ci si accontenti di rispettare la vita ma ci si impegni a promuoverne la qualità umana; che non ci si limiti ad evitare l'adulterio ma si estirpi dal cuore ogni desiderio adultero; che non ci si adegui alla legge del taglione ma si risponda al male con il bene; e infine che non si mantenga la linea di netta demarcazione tra prossimo e nemico, ma si ispiri la propria condotta all'amore del nemico imitando la perfezione del Padre: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 45).
Siamo dinnanzi - come è facile intuire - a una proposta esigente che trova una ulteriore espressione nelle «beatitudini» (Mt 5, 1-9), le quali delineano il tessuto valoriale proprio della logica del regno. Con esse si afferma un capovolgimento radicale del modo di pensare e di vivere proprio del costume mondano. Il rifiuto dei parametri della ricchezza e del successo, del potere e della forza e l'adozione di criteri radicalmente alternativi, quali la povertà, la mitezza, la purità di cuore, la sete di giustizia, l'impegno per l'esercizio della misericordia e per la promozione della pace sono il programma morale dell'economia nuova.
Alla prospettiva che attraversa tutta l'etica umana (non esclusa quella veterotestamentaria) che ha nella giustizia il proprio perno - essa è per Aristotele la virtù-principe, che regola i rapporti interumani (iustitia est ad alterum) - e nella «regola d'oro» - «Non fare all'altro ciò che non piace sia fatto a te» - la propria declinazione, si sostituisce una prospettiva nuova che supera la semplice perequazione dei diritti per introdurre l'attenzione ai valori della gratuità e del dono - «Fai all'altro quello che piace sia fatto a te» - e far maturare la convinzione che solo perdendo la propria vita è possibile trovarla (Mt 10, 39). Non si tratta di per sé di un'etica esclusiva del cristianesimo - diverse sono infatti le culture religiose (e non) che presentano questa visione - ma si deve riconoscere che, almeno in Occidente, è stato soprattutto merito del cristianesimo averne promosso la crescita.

Attualità (o inattualità) del messaggio evangelico

È attuale (o inattuale) questo messaggio? La risposta alla seconda questione posta sul tappeto non può essere univoca. Se si osserva infatti la cultura dominante, dove individualismo ed economicismo, consumismo, edonismo e meritocrazia si propongono come i criteri di valutazione del comportamento nei diversi campi della vita, si può senz'altro dire che si è di fronte a una proposta del tutto inattuale e perdente. I valori, che sono alla base della morale evangelica costituiscono - come già si è ricordato - un rovesciamento radicale di queste logiche: ciò a cui rinviano è infatti il riconoscimento di una fraternità universale, che implica l'abbandono di ogni atteggiamento egoistico e l'assunzione della responsabilità verso ogni creatura che - come ha ripetutamente scritto Emmanuel Lévinas - ci interpella, in maniera incondizionata, a partire dalla propria indigenza.
Ma proprio questi valori inattuali sembrano ricuperare tutta la loro attualità, se si considera la situazione di grave disagio che l'umanità oggi attraversa - si pensi soltanto alla crescita delle diseguaglianze sia tra le nazioni che tra le classi sociali e al moltiplicarsi dei focolai di violenza e di guerra - e, più radicalmente, il malessere ontologico che si respira a causa della crisi valoriale e di senso che caratterizza la odierna condizione umana. La domanda di solidarietà e di condivisione, di gratuità e di assunzione di responsabilità emerge con insistenza nei vari settori della vita collettiva, a partire dalla stessa economia, dove si avverte il limite dell'attuale sistema incentrato sul solo scambio di equivalenti e si fa strada la convinzione che occorre fare appello alla categoria del dono non solo per restituire alla vita economica il suo significato umano, ma anche per garantirne il corretto funzionamento materiale.

Etica normativa e etica di fede

Si dirà - e non a torto - che l'etica che la chiesa spesso propone non è tanto quella qui delineata, ispirata alla radicalità evangelica; è, invece, in larga misura, un'etica normativa, fatta di precetti negativi, che delineano, in termini obbliganti, le condizioni da rispettare nei vari ambiti della vita personale e sociale, e che in alcuni di questi ambiti - in particolare in quelli della sessualità e della vita - presentano indirizzi regressivi, non rispettosi della libertà di coscienza e dell'emancipazione dei diritti che è venuta facendosi strada in epoca moderna. A questa obiezione si può senz'altro rispondere che l'esigenza di indicazioni precise soprattutto attorno a questioni complesse e delicate come quelle sollevate dall'evolversi del progresso scientifico-tecnologico è del tutto giustificata e che, in ogni caso, non tutto ciò che è espressione dello «spirito del tempo» è sempre (e necessariamente) moralmente positivo e umanizzante.
Rimane, tuttavia, vero che non è (e non deve essere) questo il terreno privilegiato sul quale la proposta cristiana deve attestarsi. Lo ripete con frequenza, papa Francesco, il quale insiste nel rimarcare - lo ha fatto di recente anche nella esortazione apostolica Amoris Laetitia - la necessità che non ci si limiti a proporre la norma o a giudicare la situazione personale esclusivamente sulla base di essa, ma si risalga ai valori fondanti, sia favorendone l'assimilazione mediante un processo adeguato di formazione della coscienza, sia tenendo in considerazione, nella valutazione della condotta, le circostanze in cui l'agire avviene e le eventuali attenuanti.
Valgono d'altronde, al riguardo, due importanti indicazioni, a suo tempo, fornite da Tommaso d'Aquino e richiamate dal pontefice. La prima è la considerazione che al cristiano, il quale è guidato nel proprio agire dalla legge nuova, la grazia dello Spirito Santo, vanno dati pochissimi precetti; la seconda è la constatazione che, quando si discende dai princìpi generali alle scelte particolari e alla loro applicazione alle diverse situazioni - è questo l'ambito proprio dell'etica normativa - cresce l'indeterminatezza e si accentua la relatività.
Questi orientamenti non implicano certo l'attenuazione della radicalità dell'etica evangelica, che va totalmente conservata, se non si vuole vanificare il cuore del messaggio cristiano. Ma - come ci ricorda ancora opportunamente papa Francesco - alla presentazione di tale radicalità deve accompagnarsi l'annuncio della misericordia, la quale rinnova dal di dentro l'uomo, spingendolo a fare della propria esistenza un cammino di permanente conversione.

(Rocca, 2016/12)