Il Miserere

in Dante e in Manzoni

Piero Stefani

psalm50-1


Tra tutti i salmi penitenziali (Sal 6,32,38,51,102,130, 143), nessuno è stato recitato quanto il Miserere (Sal 51 [50]). La sua drammatica soprascritta, «quando venne da lui il profeta Natan dopo che aveva peccato con Betsabea», lo ha, da sempre, associato a Davide penitente. Se si tiene conto della simbolica paternità davidica dell’intero Salterio, si comprende perché quelle parole siano considerate tra le più personali dell’intera raccolta e. quindi. dotate di un maggior grado di identificazione da parte di coloro che hanno avvertito le loro vite segnate dal peccato.
I due massimi capolavori della letteratura italiana, la Divina Commedia e I promessi sposi si attestano anch’essi lungo questa linea. Il discorso di Manzoni è, però, più univoco, mentre quello di Dante si colloca in un ambito molto più articolato. Nel romanzo il Miserere doveva, per forze di cose, essere tenuto in serbo per l’Innominato. Esso riguarda, esattamente, la scoperta, sollecitata in lui dal colloquio con il cardinal Federigo, che il Dio, impossibile da vedere e da toccare, è, in realtà, vicino. L’Innominato, sciogliendosi dall’abbraccio di Federigo, «si coprì gli occhi con la mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: “Dio veramente grande! Dio veramente buono! Io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno sempre davanti [Sal 51, 5]; ho ribrezzo di me stesso; eppure…! Eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provato mai in tutta questa mia orribile vita” [cfr. Sal 51, 10]» (I promessi sposi, XXIII, 175-180).
Una grande massima spirituale invita a distinguere tra peccato e peccatore; tuttavia questo procedimento non può essere fatto troppo precocemente proprio da chi si pente: per lui la sua colpa deve stargli sempre davanti. Infatti ci si rende davvero conto di quanto si è compiuto non già mentre lo si sta facendo, ma solo dopo, quando ce ne si pente: «io mi conosco ora». Se questo gravame si incontra con il perdono allora l’animo è trasportato in una dimensione nuova. Si è riconciliati con se stessi in virtù di qualcosa che viene dal di fuori. L’unicità del perdono sta nel suo essere una realtà che non possiamo procurarci da soli e che nel contempo ci tocca nel nostro più profondo, trasformandoci: «ho ribrezzo di me stesso; eppure…!». Per questo il perdono, pur senza abdicare alla responsabilità interumana, chiama in causa Dio. In qualche modo è vero che manca ancora qualcosa quando si riceve il prezioso e insostituibile perdono dal prossimo che si è offeso. Si tratta di un passaggio imprescindibile, così come lo è la necessità di porre rimedio, per quanto è dato, al male fatto. Eppure…! Eppure si avverte che il perdono, quando è completo, tocca vette più alte di quelle raggiungibili con le forze umane. Infatti non è concesso alla creatura, neppure quando si pente o quando perdona, di modificare il passato, mentre ciò è, misteriosamente, possibile al «Dio veramente grande!».
In questa luce va inteso anche il verso più sconcertante di tutto il Miserere, là dove Davide, che così gravi colpe ha commesso contro gli uomini, esclama rivolgendosi al suo Dio: «contro te, contro te solo ho peccato» (Sal 51,5). Davide, l’innominato (e Ludovico-Cristoforo) sono stati omicidi. Di questo atto ci si può pentire, ma la vittima non può più perdonare il suo assassino e nessuna altra creatura può prenderne davvero il posto. Per essere toccati dall’abisso del perdono più profondo occorre essere toccati da chi ci trascende. Laicamente questo appellarsi a Dio può, con fondati motivi, essere assunto come un espediente volto a stemperare le proprie responsabilità e come pia scorciatoia volta a raggiungere un sollievo psicologico; il rischio è ben reale, tuttavia resta ugualmente che nella fede riscoperta dall’innominato il perdono divino è un modo per tenere assieme, non si sa bene come, il ribrezzo di sé e il refrigerio: eppure…!
Nella Divina Commedia il primo riferimento al Miserere coincide con la prima parola pronunciata da Dante nel corso del suo viaggio. Non si tratta però di un’espressione di pentimento. Si è ancora nello smarrimento e in questi frangenti non si è nelle condizioni di conoscere se stessi. Si sa soltanto di essere perduti a meno che dall’esterno non venga, improvviso, un aiuto. In questi casi il Miserere si fa grido.
I raggi del sole avevano un poco quietato la paura dello smarrito. Si può, quindi, già avanzare il paragone con colui che guarda il mare in tempesta dopo esserne scampato (I, 22-24); la salita verso il colle illuminato è tuttavia ostacolata dall’incontro con le tre fiere (cfr. Ger 5,6), l’ultima delle quali, la lupa, fa perdere a Dante «la speranza de l’altezza». L’incontro con la «bestia senza pace» costringe Dante a «rovinare in basso loco». È in quel frangente che, di fronte agli occhi dell’uomo disperato che precipita quando già confidava di essere in salvo, fu offerta una figura ancora indefinita: « “Miserere di me”, gridai a lui, / “qual che tu sii, od ombra od omo certo!”» (I, 65s.). Il grande pellegrinaggio nell’aldilà inizia con la prima parola – citata in latino – del più celebre fra tutti i salmi penitenziali; tuttavia il riferimento viene compiuto per attestare non già l’ingresso nel pentimento, ma per indicare una situazione ancor più basilare: l’aver bisogno impellente di soccorso. Virgilio allora si svela a Dante.
Il colloquio tra i due poeti non si limita a celebrare la loro comune arte, esso tocca anche la profezia, si annuncia infatti all’apparire di un veltro che ricaccerà all’inferno la magra, insaziabile lupa (cfr. I,100-111). L’aiuto più autentico che si può offrire a una persona è dare ancora alito e vita alle speranze che più le stanno a cuore. Esse, quando sono più autentiche e profonde, riguardano non il proprio intimo ma la storia del mondo. Il poeta-profeta Dante doveva udire parole che gli attestassero la certezza del giorno benedetto (non ancora giunto a visitarci) in cui la società umana sarebbe stata liberata dalla bramosa fiera simbolo dell’inestinguibile, perverso, bisogno di possedere.

Nel Purgatorio

Dante e Virgilio si sono allontanati dalla schiera dei negligenti. Mentre camminano, un’anima si accorge dell’ombra proiettata dal corpo che, vivo, sta viaggiando nell’aldilà. Lo comunica alle altre. Dante allora si volge indietro e rallenta il passo. Per questo viene rimproverato dal poeta che gli fa da guida; il suo volto si copre allora di rossore:

«Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l’uom di perdon talvolta degno.»
(Purgatorio V,20-21).

Nel frattempo un’altra schiera di anime avanza lentamente:

«E ’ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi noi un poco,
cantando ‘Miserere’ a verso a verso.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
per il mio corpo al trapassar dei raggi,
mutar lor canto in un “oh!” lungo e roco;»
(V, 22-27)

All’apparire del corpo di Dante, la schiera che (secondo l’interpretazione più probabile) stava cantando a cori alternati il salmo penitenziale, interrompe la recitazione. L’inizio del quinto canto del Purgatorio è perciò contraddistinto dallo stupore suscitato dalla corporeità. Nel primo caso esso ha come conseguenza indiretta il fatto che Dante, dopo il rimprovero, manifesta fisicamente la propria contrizione; nel secondo caso porta a sospendere la recita del Miserere. Lo sbalordimento delle anime conduce quindi a prestar attenzione al corpo e a connetterlo alla sfera del pentimento attraverso il rossore del poeta o mediante il Miserere.
La correlazione tra salmi e corporeità, declinata lungo un versante molto più drammatico di quello ora detto, era stata introdotta per la prima volta nel canto terzo, là dove si parla della morte di Manfredi. Appare una figura non riconosciuta da Dante. Per presentarla si ricorre a una terzina ispirata, in maniera scoperta, alla descrizione biblica di Davide

«Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’una de’ cigli un colpo avea diviso»
(III,106-109).

Il profeta Samuele andò alla ricerca del più piccolo dei figli di Iesse per ungerlo re al posto di Saul. Quando compare, Davide è definito come «rufus, et pulcher aspectu, decoracque facie» (1Sam 16,2). Manfredi, «nipote di Costanza imperatrice», rassomiglia nell’aspetto fisico a colui che la tradizione presenta come l’autore dell’intero Salterio. L’associazione con il grande re biblico trova il proprio suggello però anche su un altro piano, là dove si evoca la vicenda personale contraddistinta dalla colpa e dal perdono;

«Orribil furon li peccati mei;
ma la bontà infinita ha si gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei»
(III, 121-124).

Manfredi, ferito mortalmente, chiude la propria vita consegnandosi piangente a chi «volentieri perdona». Quella morte richiama di certo Gesù Cristo e la sua croce; infatti le braccia distese del Figlio consentono, ora, alla infinita bontà di Dio di essere accogliente. Tuttavia in quel venir meno non è improprio scorgere anche un rimando al re peccatore, autore dei salmi, responsabile di orribili peccati e massimo cantore del pentimento e del perdono.
Il riconciliarsi con Dio, collocato nell’attimo estremo in cui la vita corporea sta sfuggendo, nella Commedia è associato a chi viene ucciso di morte violenta. Il tema, anticipato con Manfredi, domina il canto quinto apertosi alludendo a un interrotto Miserere. La recita del salmo è sospesa a motivo dell’inatteso apparire di un corpo. Nei versi successivi si assiste a un capovolgimento: questa volta è la violenta interruzione della vita corporea a trasformarsi in un implicito, efficacissimo Miserere.

«Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultim ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando,
fora di vita uscimmo a Dio pacificati»
(V, 52-56)

La riconciliazione avviene per grazia di Dio non solo in punto di morte, ma anche a causa di quel tipo di morire che avvicina il morto ammazzato al Figlio ucciso sulla croce. Come il «buon ladrone» (cfr. Lc 23, 39-43), anche Jacopo e Benvenuto scoprono che mentre si è uccisi si dischiude lo spazio riservato al pentimento e al perdono. Jacopo del Cassero, inoltrandosi per zone paludose, tenta di fuggire ai sicari assoldati da Azzo d’Este. La scelta del percorso si rivelò sbagliata e ciò significò per lui la perdita della vita terrena e l’acquisto di quella eterna.

«Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Oräco,
ancor sarei di là dove si spira.
Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi;
e lì vid’io de le mie vene farsi in terra laco.»
(V, 79-85)

Qui vi è un rossore ben più inteso ed efficace di quello del volto: è quello costituito dal proprio sangue che scorre per terra. Il secondo è un rosso ancor più salvifico del primo. L’io che vede scorrere a terra il proprio sangue, non è travolto, in virtù di pentimento e di perdono, dallo stesso destino di dissipazione.
Durante la battaglia di Campaldino, Bonconte da Montefeltro, «forato ne la gola», fugge insanguinando il piano; mentre sta perdendo vista e parola, chiude la propria vita in nome di Maria: «e rimase mia carne sola». Vi è una contesa tra un angelo e un diavolo per la sorte dell’anima. Lo sconfitto demonio deve prendere atto della forza che, presso Dio, ha la debolezza della condizione mortale:

«Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;»
(V, 106-107).

Rifacendosi a una visione di «dualismo moderato» presente anche nella Summa, Dante attribuisce alla potenza demoniaca la capacità di intervenire sugli elementi naturali. Scoppia un temporale provocato dal diavolo e il corpo di Bonconte è travolto dalle acque e che lo trascinano fino all’Arno dove scompare per sempre alla vista umana.

«Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel mi sospinse
ne l’Arno, e sciolse il mio petto la croce
ch’i fe’ di me quando ’l dolore mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse.»
(V, 124-128)
Il demonio scioglie un corporeo segno cristico, ma per lui è tardi, troppo tardi. Per Bonconte tramutare in croce il proprio corpo morente è un atto ultimo e salvifico di consegna di sé a Dio («ch’i fe’ di me»). Rispetto a quel gesto il peccato è nulla. Il signore del peccato è, perciò, reso impotente dal morire che lui stesso ha introdotto nel mondo (cfr. Sap 2,24).

(Fontehttp://www.laportabergamo.it/documentazione/doc_iniziative/il_miserere_in_dante_e_in_manzoni.pdf