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    La Costituzione sotto casa: le autonomie locali



    Educare alla Costituzione /15

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2012-02-69)


    L’equilibrio tra locale e globale era ben presente ai Padri Costituenti che seppero tenersi alla larga sia dai rischi del nazionalismo sia dalle trappole del localismo. Se il XX secolo infatti dovrebbe averci messo in guardia dai danni compiuti in nome dei nazionalismi, l’enfasi sul localismo d’altro canto rischia di portare alla perdita non solo dell’idea di Unità Nazionale (art. 5: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali») ma anche e soprattutto della percezione del fatto che anche la più piccola realtà locale è ormai inestricabilmente coinvolta in una rete di relazioni con altre realtà, anche internazionali. Basti pensare alle posizioni di alcuni cittadini quando viene proposta la realizzazione di una discarica in un determinato comune (ci si chiede semplicemente «perché non la fate nel Comune di fianco?», indipendentemente dagli studi di fattibilità) o alle proposte di «risolvere» il «problema»[1] dell’immigrazione rimanendo unicamente a livello locale. L’idea di federalismo solidale è un primo passo verso l’impostazione di un nuovo rapporto tra locale e globale, un rapporto che sarà consolidato quando Comuni, Provincie e Regioni la smetteranno di palleggiarsi un po’ infantilmente le responsabilità, salvo scaricarle sullo Stato quando la questione è diventata troppo complessa.

    Il locale non è un pretesto per un radicamento provincialista che chiude le persone in un egoismo che non vuole vedere il mondo (lo si nota nelle frasi sciocche quali: «Che senso ha andare in Egitto a vedere le Piramidi con tutte le cose belle che abbiamo in Italia»); educare al rispetto delle autonomia locali significa mostrare che il locale è certamente una risorsa ma anche e soprattutto un punto da cui partire, verso la città più vicina e da lì verso il mondo:

    Sono restati nei vetri delle credenze i figli a guardare con gli occhi chiari nella luce delle cucine, senza più vedere i focolari, né le travi nere di fumo, né la tavola unta, né le ceste, né gli zoccoli lasciati abbasso dalle ragazze scappate in camera con l’odore dei tigli (…)
    I figli sotto il loro bel ciuffo biondo guardano senza vederle: hanno dimenticato le loro fionde, andando giù verso Pordenone e il mondo.[2]

    Educare all’equilibrio tra locale e globale significa, come dice un vecchio slogan, «pensare globalmente agire localmente»; il che è possibile solamente se si è a conoscenza delle dinamiche che guidano le autonomie locali. Chi è il Sindaco del mio Comune? Quando è stato eletto? Chi deve pensare ad asfaltare la strada davanti a casa mia? E lo stradone davanti alla scuola? Di che cosa si occupa l’Assessore all’Urbanistica? Da chi devo andare per protestare perché la palestra è ancora fredda? Dall’assessore allo Sport o da quello ai Lavori Pubblici? Queste domande vanno poste ai ragazzi, che devono essere non solo informati a proposito dei poteri locali ma anche guidati ad incontrarli fisicamente.

    Riappropriarsi dell’idea di cittadinanza

    Ma il modo migliore di educare alle autonomia locali è guidare i giovani e le giovani a riappropriarsi criticamente dell’idea di cittadinanza. Non è corretto dire che i ragazzi e le ragazze saranno i cittadini e le cittadine di domani: essi, esse sono già cittadino/e, e devono essere aiutati a rendere attiva e partecipata la loro cittadinanza. Ma accanto alla stessa idea di cittadinanza occorre che sia ribaltata o perlomeno messa in discussione la dialettica tra centro e periferia, eliminando sia l’arroganza centripeta di chi vede nelle ampie vie della city l’unico possibile valore per l’esistenza degli uomini, sia la retorica di chi vede nelle periferie delle città e del mondo un aggancio immediato per nuovi valori, per una nuova umanità, per la rivoluzione. Spesso nelle periferie la cittadinanza è solamente un nome quasi ironicamente appiccicato a una miseria materiale e morale che certo non si elimina semplicemente fingendo di non vederla. Alla retorica preferiamo allora la descrizione realistica della periferia come un posto nel quale non tornare:

    nato ai bordi di periferia dove non ci torno quasi più resta il vento che ho lasciato come un treno già passato oggi che mi sei accanto oggi che si sei soltanto oggi che ci sei adesso tu[3]

    Il localismo esasperato vede nel locale solo positività, risorse, opportunità, dimenticando che in un mondo strutturalmente ingiusto il locale è abbandono, perdita di sé, angoscia:

    hanno trovato Marco fatto, sulle scale, messo male, l’hanno portato all’ospedale, che ci puoi fare, non ci riuscivi neanche più a parlare. Hanno legnato Alberto, giù al parco, dei tipi di Milano, penso di Quarto, io vado a casa sta accorto ci sono i sesamo, fammi fare un tiro ‘spetta appena accesa. Caugh! Caugh! Ne hai messo troppo, quasi sbocco. Ecco guarda che ciocco è Marocco (…) Fatti un giro nel quartiere, vieni a vedere (... e come un quadro ti dipingo in rima una situazione reale...) vieni a vedere, vieni a vedere, fatti un giro nel quartiere. Dov’è Ale? Hai visto Ale? No, però ieri l’ho visto in tele. Alberto sta andando a Quarto, c’ha il cannone, senti vieni anche tu siamo già in venti, oh tranqui quegli infami andranno giù tanti quanti ne sono. Ale ha staccato il telefonino, lascia stare non sono più suoi affari, e poi non gli conviene, lui sta bene, lui ne è fuori... lui ne è fuori! Fatti un giro nel quartiere, vieni a vedere (... e come un quadro ti dipingo in rima una situazione reale...)[4]

    «Vedere la situazione reale» significa allora demitizzare la città, vederne i lati d’ombra, gli aspetti di ingiustizia e di dolore; capire inoltre che il dolore che constatiamo qui e ora è un dolore che si rifrange anche altrove, che c’è un filo rosso che collega la sofferenza del giovane delle periferie milanesi con quella del ragazzo del villaggio dell’Africa centrale. Le città, i paesi, i quartieri devono essere visti dai giovani, ma visti veramente:

    Hai mai visto una città,
    dove i sogni rimbalzano sulle finestre
    ed i vetri riflettono vetri in estate
    e in inverno, e spalancano gli occhi
    a cortili quadrati e deserti.
    Hai, mai visto una città, dove si nasce
    e si muore in un grande ospedale,
    grattacielo moderno struttura
    di tipo aziendale, dove la morte
    è un fatto statistico del tutto normale.
    Hai mai visto una città,
    che respinge i rifiuti della sua vita ricca,
    negli squallidi prati
    ai margini dell’abitato,
    dove di notte l’amore però
    non sa di peccato.
    Hai mai visto una città,
    con le tristi balere di periferia,
    dove tra una retata e l’altra
    della polizia, ubriachi e puttane
    ricercano una compagnia.[5]

    Per il cambiamento

    Le autonomie locali devono essere viste non nella loro staticità ma nel loro aspetto di educazione al cambiamento. Cambiare le cose nel proprio quartiere è un allenamento perché le cose cambino anche nel mondo; i due aspetti non sono scindibili, nel senso che nessun cambiamento sociale può essere pensato unicamente su scala locale (per non legittimare gli egoismi) né unicamente su scala globale (per non perdere la presa appunto sul locale). I cambiamenti vanno pensati su entrambi i fronti; ma la cosa essenziale è che si cambi:

    Dentro a un cielo nato grigio, si infilzano le gru ricoperte dalle case, le colline non si vedon più. Sulle antenne conficcate nella crosta della terra corron nuvole frustate, come va un esercito alla guerra. E la voce che mi esce, si disperde tra le case, sempre più lontana, se non la conosci, è l’angoscia metropolitana. (…)
    La campagna circostante, triste aspetta di morire, per le strade quanta gente, è in fila per entrare o per uscire.
    Chiude l’ultima serranda, poi la luce dice addio, la città si raccomanda, la sua sporca anima a Dio.
    E la voce che mi esce, si disperde tra le case, sempre più lontana, se non la conosci, è l’angoscia metropolitana.[6]

    La stessa operazione di disincanto deve essere a nostro parere operata a proposito della contrapposizione tra città e campagna, stucchevole già nelle fiabe che mettono in scena i topi presuntamente saggi: oggi la vita di campagna non costituisce (se mai l’ha fatto) un antidoto o un contravveleno all’alienazione urbana, e la pedagogia di campagna è stesso caratterizzata dalla stessa violenza e dalla stessa spietata mancanza di solidarietà che viene esaltata e amplificata per le vie di New York.

    L’aurora di New York ha quattro colonne di fango e un uragano di nere colombe che guazzano nelle acque putride.
    L’aurora di New York geme per le immense scale cercando nei cantoni balsami di angoscia disegnata.
    L’aurora arriva e nessuno l’accoglie nella sua bocca perché non c’è domani né speranza possibile.
    A volte il denaro in sciami furiosi trapassa e divora bambini abbandonati.
    I primi che escono sentono sulle loro ossa che non vi sarà paradiso né amori sfogliati; sanno che vanno a un fango di numeri e di leggi, a giuochi senz’arte, a sudori senza frutto.
    La luce è sepolta da catene e rumori in un’impudica sfida di scienza senza radici.
    Nei sobborghi c’è gente che vacilla insonne come appena uscita da un naufragio di sangue.[7]

    Cambiare il locale per cambiare il globale; modificare il globale per agire sul locale.
    È ozioso chiedersi che cosa venga «prima». Essenziale è il cambiamento, il raggiungimento della vera autonomia, che è la possibilità per tutti e per ognuno di vivere in modo dignitoso laddove ci si trova, e di scegliere di andare altrove, verso il mondo, sapendo di trovare ovunque tracce di accoglienza, di solidarietà, di pace.


    NOTE

    [1] Intanto un primo passo avanti potrà consistere nel non pensare all’immigrazione solo come «problema» (tipicamente di ordine pubblico) ma anche come «risorsa».
    [2] Pier Paolo Pasolini, «Viers Pordenon e il mont» in Bestemmia, Milano, Garzanti, 1990, vol. I pag. 34; il testo della poesia è in friulano: A son restàs ta li vitrinis i fis a vuardà cui vuj clars in ta la lus da li cusinis, sensa pì jodi i fogolàrs, nè li tras infumantadis, nè la taula onta, nè i zeis nè li dàlmanis lassadis abas da li frutis s-ciampadis in ciambra cu l’odòur dai tejs…I fis sot il so biel suf biont a vuardin sensa pì jodilis: a àn dismintiàt li so sfiòndis zint ju viers Pordenon e il mont.
    [3] Eros Ramazzotti, Adessso tu.
    [4] Articolo 31, Fatti un giro.
    [5] Claudio Lolli, Hai mai visto una città?
    [6] Claudio Lolli, Angoscia metropolitana.
    [7] Federico Garcia Lorca, «L’aurora», in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1980, vol. II, pag. 589.


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