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    «Educare alla vita buona del Vangelo» nello sport


     

    In margine agli OP /1

    Claudio Belfiore

    (NPG 2010-09-56)


    Una ricerca quantitativa dei rimandi alla realtà dello sport nel testo degli orientamenti pastorali della CEI per il decennio 2010-2020 sul compito educativo evidenzia una sorprendente essenzialità di riferimenti: due volte compare la parola sport, di cui la prima nel contesto dell’Oratorio al n. 42; una volta in riferimento agli sportivi, al n. 50; infine al n. 54 si parla di palestre e scuole calcio con riferimento ai luoghi significativi.
    Inoltre, il documento dei Vescovi rimanda in modo implicito alla realtà dello sport, non in modo univoco, anche quando scrive di «ambienti meno definiti e tuttavia influenti, quali la comunicazione multimediale e le occasioni del tempo libero» (n. 10).

    Dimenticanza o contestualizzazione?

    Come sovente accade, la ricerca quantitativa non rende onore alla verità e alle attenzioni del documento, che non poteva e non doveva parlare di tutto, ma far sì che tutti potessero riconoscersi e da esso traessero nuovo slancio e fiducia «per una crescita concorde nell’arte delicata e sublime dell’educazione» (presentazione del Card. Bagnasco).
    A evidenziare l’importanza e il valore della presenza pastorale nello sport è una delle più significative categorie interpretative degli Orientamenti pastorali dei Vescovi: l’educazione integrale. Essa, modulata in diversi modi e in piena continuità con il Concilio Vaticano II, è «cura del bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente» (O¬rientamenti n. 5, citando Caritas in veritate 18); è valorizzazione del contesto globale in cui essa vive e si relaziona, nella prospettiva del pieno svelamento di sé nell’incontro personale con il Signore qui sulla terra e per l’eternità. Così nel documento: «La santa madre Chiesa… ha il dovere di occuparsi dell’intera vita dell’uomo, anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione soprannaturale» (Orientamenti n. 2, citando Gra¬vis¬simum educationis proemio).
    La lettera di presentazione degli Orientamenti pastorali, a firma del Card. Bagnasco, rimarca la medesima esigenza esortando le comunità cristiane a una visione globale del compito educativo: «A ciascuno consegniamo con fiducia questi orientamenti, con l’auspicio che le nostre comunità, parte viva del tessuto sociale del Paese, divengano sempre più luoghi fecondi di educazione integrale».
    A conferma di quanto evidenziato il documento afferma la piena significatività della proposta educativa della comunità cristiana, «il cui obiettivo fondamentale è promuovere lo sviluppo della persona nella sua totalità, in quanto soggetto in relazione, secondo la grandezza della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino» (Orientamenti n. 15).

    Quale attenzione pastorale verso il fenomeno sportivo?

    Se in alcuni documenti è insistente il richiamo per un’azione pastorale che sia attenta all’educazione integrale della persona, considerata nella sua totalità, sembra che la tendenza a livello di scelte pastorali sia quella di concentrare le forze e le risorse, spesso molto esigue, su ciò che è ritenuto essenziale e irrinunciabile.
    Assistiamo così, per rimanere nell’ambito qui considerato, all’abbandono di attività e strutture sportive, alla delega totale della pratica sportiva ad associazioni e imprese sociali, al disinteresse verso iniziative e manifestazioni che invece tanto coinvolgono i ragazzi e i giovani. Un po’ troppo sommariamente, forse, lo sport viene considerato un ambito di minore importanza, un’attività del «tempo libero», di intrattenimento, in funzione del tempo considerato più importante perché occupato con ciò che conta (studio e lavoro).
    Gratificati dalle iniziative a carattere strettamente religioso, provocati dalle molteplici sollecitazioni verso una più esplicita evangelizzazione e affaticati dalle tante esigenze richieste dallo stare in un ambito così complesso come quello sportivo, l’azione pastorale corre il pericolo di trincerarsi «in sacrestia» o nelle sue strette vicinanze. Forse bisognerebbe considerare in modo più attento il significativo e valido richiamo al primo annuncio e alla spinta missionaria di cui esso è manifestazione, che non è invito a ritirarsi, ma semmai ad attrezzarsi meglio per stare in prima linea. Senza dimenticare un altro aspetto, lucidamente messo in evidenza dall’allora responsabile mondiale della pastorale giovanile salesiana, don Vecchi: «la constatazione che i temi secolari trascurati finiscono per rifluire negativamente sulla fede, rimpicciolendone il campo e neutralizzandone la significatività. Basti pensare a quello che è capitato con il lavoro, il movimento femminile e altri fenomeni». [1]
    Se a livello fattuale è comprensibile che temporaneamente o in vista di un ripensamento o di una ricollocazione si decida di soprassedere sull’azione pastorale in ambito sportivo, a livello di principio l’affermazione che il fenomeno sportivo esuli dall’attenzione e dall’azione pastorale della comunità cristiana non trova adeguate e fondate motivazioni.
    Testo autorevole per la riflessione è l’ancora attuale nota pastorale «Sport e vita cristiana», a cura della Commissione Ecclesiale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport (1995).
    A distanza di 15 anni dalla sua promulgazione, si propone come testo carico di profezia, in cui sono esplicitati ragioni e criteri di interesse e di attenzione della Chiesa italiana al fenomeno sportivo. Alcuni di essi si possono rintracciare ai nn. 7-8 della citata nota pastorale.
    – Il gioco e lo sport appaiono immediatamente come «attività profondamente umane» e perciò di particolare interesse per la comunità cristiana, attenta all’uomo nella sua totalità.
    – «Inoltre hanno un valore pedagogico e costituiscono una via immediata di educazione integrale della persona»: mente, spirito e corpo.
    – «Lo sport, infine, costituisce una delle matrici particolarmente significative della mentalità e del costume del nostro tempo», per il notevole impatto sociale dei fenomeni sportivi, con ampi riflessi economici e culturali.
    – «Siamo dunque nella prospettiva di una Chiesa missionaria, che vuole essere sempre più coraggiosamente impegnata a far risuonare la parola del Vangelo in tutti i luoghi significativi e quotidiani del vissuto degli uomini».

    Percorsi di vita buona nello sport

    Compreso e motivato l’interesse pastorale della comunità cristiana per il fenomeno sportivo, si pongono le domande sul cosa fare, da dove partire, quali strategie adottare. Ovviamente non ci si può fermare all’enunciato. Allo stesso tempo è pericolosamente fuorviante slanciarsi a testa bassa nel vivo di questa sfida educativa senza prima soffermarsi a valutare ancora alcuni aspetti per nulla irrilevanti. In questa fase ci vengono provvidenzialmente e significativamente in aiuto proprio le categorie sportive, disvelando oltretutto alcune delle sue potenzialità latenti e spesso disattese.
    La sfida educativa, come ogni gara sportiva che si rispetti, ha tempi di preparazione lunghi e fasi successive. In genere noi assistiamo solo alla fase centrale della pratica sportiva (l’esibizione, la partita, la competizione), che si può risolvere in tempi molto ristretti, una decina di secondi, o più dilatati, 90 minuti, ma che spesso non rende onore di tutto l’impegno e l’investimento di energie e risorse che essa richiede. Non si arriva al momento clou della gara senza prima aver deciso cosa si vuol fare, con chi e perché.

    Costituire la squadra: il soggetto pastorale

    Innanzi tutto si identificano i protagonisti principali, ma mai solitari, della competizione: come nello sport, così anche in educazione bisogna comporre la «squadra». Può essere più o meno numerosa, ma non si può essere mai da soli. Questo succede anche nei cosiddetti sport individuali: oltre all’atleta, ci sono il coach, la dirigenza, i medici, lo staff, i supporter, gli sponsor e i sostenitori, i genitori…
    Chiedersi chi sono i soggetti coinvolti, i protagonisti a diverso titolo di questo riflettere e agire pastorale, con chi vogliamo fare squadra, non è domanda oziosa né tempo sprecato: se è vero che il «gruppo» si plasma giocando e interagendo, è altrettanto evidente che una base di accordo e condivisione, che chiamiamo progettualità pastorale, ci debba essere, e questo suppone che ci sia consapevolezza di essere squadra.
    A tal proposito i nostri Vescovi indicano chiaramente il soggetto primo e prioritario del documento magisteriale: «Ci rivolgiamo anzitutto alle nostre comunità» (Orientamenti n. 6). È da evitare quel genericismo che si rivolge a tutti e alla fine non coinvolge nessuno. Il buon senso e lo spirito pratico ci sollecitano ad una lettura a più livelli della realtà delle nostre comunità cristiane: esse non coincidono con la «squadra»; ma sono ciò che sta attorno ad essa. È la realtà che la supporta e la orienta, ciò da cui attinge forza e stimolo. Una squadra seria di giocatori senza un minimo di persone interessate attorno risulta alquanto deludente e poco gratificante, a meno che si tratti di quelle simpatiche partite tra amici il cui fine è quello di giocare e passare del tempo assieme. Ma qui parliamo della sfida educativa, di una partita con una posta in gioco molto alta, di un agire pastorale che ha bisogno di essere supportato e alimentato dal sostegno della comunità cristiana. Certo, ci possono essere leader naturali che trascinano e scuotono il torpore del «abbiamo sempre fatto così», ma si risolve in un nulla di fatto, soprattutto dopo la dipartita di queste figure trainanti, se nel frattempo quanto avviato non si è innestato e non ha messo radici profonde nella condivisione e nella progettualità della comunità cristiana. Qui si richiede l’abile arte della regia e la capacità organizzativa, che sa valorizzare sia le singole persone che gli organismi di partecipazione (Con¬siglio pastorale parrocchiale, Consiglio oratoriano, équipe, commissioni) in funzione del progetto educativo condiviso. Una responsabilità e un onere che non può ricadere su una persona sola: al sacerdote, alla suora, al presidente, al coordinatore, a chiunque tocchi una qualche responsabilità, il primo obiettivo verso cui tendere con decisione è quello di costituire e organizzare la squadra, attivando partecipazione e corresponsabilità.

    Lo spirito di squadra: feconde alleanze

    Forme limitate di considerare lo sport ci abituano a pensare che la partita possa essere risolta dal campione di turno o dall’estro dell’individuo. E a volte questo succede, ma per la singola competizione. Nei tempi lunghi il campionato si vince perché si è squadra, di cui fanno parte anche figure che non sono in campo: lo staff tecnico, i medici, i supporter… E così anche nella partita educativa il sacerdote, la suora, gli animatori, i catechisti, gli allenatori, i dirigenti e i genitori, ma anche la società civile ed ecclesiale, devono formare squadra, «stabilire una feconda alleanza», all’interno della quale va riconosciuto e sostenuto «il primato educativo della famiglia» (Orientamenti n. 54c).
    A ben vedere con tutti questi atleti viene fuori uno «squadrone» dove diventa quasi impossibile giocare. Tuttavia il principio di fondo non va disatteso né trascurato: il compito educativo ha bisogno di alleanze che ne siano espressione e cerchino dialogo, confronto, condivisione, progettualità. Solo questo rapido accenno per dire che ogni squadra funziona se compiti ed abilità sono diversificati e complementari allo stesso tempo: non tutti fanno tutto, ognuno deve rendere al meglio nel proprio ruolo. E ogni squadra funziona se c’è un obiettivo, una visione di fondo che tutti accomuna e «fa correre» nella stessa direzione: «Siamo nel mondo con la consapevolezza di essere portatori di una visione della persona che, esaltandone la verità, la bontà e la bellezza, è davvero alternativa al sentire comune» (Orientamenti n. 8).

    Lo spogliatoio e l’allenamento: quale agire pastorale?

    Abbiamo messo in evidenza che nella partita educativa la squadra, il soggetto pastorale, deve essere «allargato e sinergico». Dallo sport cogliamo un altro aspetto per nulla marginale anche in contesto educativo: la preparazione in vista della gara sportiva. Ogni competizione, compresa la sfida educativa, va preparata, anche «a tavolino», oltre che con un costante e metodico allenamento: tattiche, analisi, strategie, studio delle condizioni… Quante ore di allenamento e di impegno, quanti sacrifici e tentativi, quale applicazione e quale studio a volte per una gara di pochi secondi. La passione educativa, il senso della nostra vocazione e missione, l’amore e la cura delle persone ci spingono a fare altrettanto.
    Quando parliamo di attività pastorale, dobbiamo essere consapevoli e conseguenti che tale espressione comprende anche quelle azioni irrinunciabili e decisive che sono la riflessione, l’approfondimento, la condivisione, l’elaborazione, la valutazione: sono fasi integranti dell’agire pastorale.
    Non ci si improvvisa atleti. Tanto meno ci si può dire educatori senza aver messo in atto tutto ciò che ci permette di esserlo realmente e nel modo più efficace possibile. «Fin da ora chiediamo alle comunità cristiane di procedere alla verifica degli itinerari formativi esistenti e al consolidamento delle buone pratiche educative in atto» (Orientamenti n. 6). Se c’è una cosa di cui oggi in Italia è possibile dare ampia testimonianza e riconoscimento è la molteplicità e varietà di iniziative messe in atto dalle comunità cristiane. Non è il fare che manca. La stessa cosa non si può dire del valutare e del verificare, in molti aspetti simili alla determinante e irrinunciabile opera che ogni coach con il suo staff svolge nel contesto dello spogliatoio e dell’allenamento: analizzare l’adeguatezza di strategie e tattiche, identificare punti di forza e di debolezza, rilanciare una nuova posizione in campo, prendere atto di difficoltà tra i giocatori e ipotizzare alternative, curare il clima di spogliatoio e lo spirito di gruppo.

    Saper vincere e saper perdere: la speranza affidabile

    «Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!» (1Cor 9,24). Certamente oggi la vita si presenta come una corsa senza fine né tappe, per tutto e per tutti. E forse lo stato d’animo e la diffusa percezione che aleggiano negli ambienti pastorali rimandano a un clima di sconfitta e di inadeguatezza di fronte al compito educativo che per vocazione e per missione ci sentiamo affidato. Ma quale squadra o atleta può permettersi di iniziare una competizione senza avere una seppur minima speranza se non di vincere, almeno di tenere testa al più forte?
    Tutto sommato lo sport, come anche il compito educativo, ci mette di fronte alla più grande delle sfide: quella con noi stessi. Mette alla prova la nostra fiducia e la nostra autostima. Fa traballare ciò che non è ben saldo, fino a spingere all’inganno (il doping nello sport; e nella pastorale?) o alla fuga (in sacrestia?). Oppure provoca a cercare il vero fondamento, la solidità del proprio agire e pensare, del nostro educare: «Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile» (Orientamenti 5, citando Lettera alla Diocesi e alla città di Roma… 2008).
    Tutti sperimentiamo le reali difficoltà di fronte a una cultura che per molti aspetti si presenta come contraria e impermeabile al Vangelo. Allo stesso tempo, tuttavia, «nutriamo una grande fiducia, sapendo che il tempo dell’educazione non è finito… sapendo di poter contare su una «riserva escatologica» alla quale quotidianamente attingere: la speranza che non delude (cf Rm 5,5)» (Orientamenti n. 7). Educare, oggi più che un tempo, si svela come atto di amore, di fiducia e di speranza nella vita.

    Il campionato è già iniziato. Gli Orientamenti dei Vescovi ci sollecitano ad andare in campo con quell’euforia e quella passione che vediamo negli occhi dei bambini, ma anche con la determinazione e la professionalità di chi gioca al meglio delle sue possibilità per «educare alla vita buona del Vangelo».

    Genitori e figli: la partita educativa nello sport

    I primi ad essere coinvolti nella pratica sportiva dei figli sono i genitori, e non solo all’atto dell’iscrizione o quando fanno i «tassinari!». Essi sono convocati per la più bella e avvincente gara della vita: la sfida educativa! Ci sono competizioni di cui si conservano ricordi e foto. Nella partita educativa, invece, il genitore consegna il meglio di sé: il frutto delle sue attenzioni, dei suoi valori, della sua personalità, della sua educazione.
    La Elledici ha pubblicato il libro «Sport: una passione da vivere in famiglia», che si presenta come un sussidio, uno strumento per aiutare i genitori nel compito educativo in ambito sportivo.
    Gli autori si sono messi «a bordo campo» e hanno osservato alcuni genitori, facendo emergere positività e limiti, in vista del miglioramento di sé, per il bene dei propri figli. Con positiva concretezza propongono la figura del genitore quasi-perfetto (non un genitore «irreale»!). Egli accompagna i figli nel corso dell’attività sportiva: prima, durante e dopo. È ancora il mondo dello sport, evidente metafora dell’esistere e palestra di vita, ad offrire agli autori spunti e suggerimenti educativi. E così il tennis tavolo diventa «tennis dialogo», senza il quale ogni relazione diventa arida e insignificante; il nuoto sincronizzato diventa «tempo sincronizzato», perché è saggio che ogni cosa avvenga al tempo giusto ed è essenziale che ci sia l’armonia dei gesti educativi. E così con altre 10 metafore sportive hanno delineato le opportunità educative che i genitori incontrano nello sport.
    Con questo libro ha preso avvio la campagna sociale: la partita educativa nello sport! Essa esprime la volontà di agire in modo continuato e concreto. Non uno spot, ma un percorso educativo. Già nel 1983 l’allora responsabile mondiale per la pastorale giovanile salesiana, don Vecchi, affermava: «Non ci sarà una pedagogia dello sport se gli animatori sportivi non sono capaci di individuare quali valori umani sono rafforzati e quali invece sono mortificati in una data concezione dello sport». Non basta fare sport per fare attività educativa!
    La realtà che ci circonda e la cultura in cui siamo immersi è come un torrente che trascina e travolge. Come diceva Don Bosco da soli facciamo tanto, ma purtroppo ancora troppo poco. La nostra astuzia è metterci insieme per fare di tante cordicelle una fune più forte e resistente. Partecipare alla partita educativa nello sport proposta e accompagnata con il sito www.salesianiperlosport.org è decidere di camminare insieme; è scegliere di aiutare e farsi aiutare in questa bellissima opera che si chiama educazione; è affermare che nel campo educativo c’è bisogno di sinergia e condivisione.
    Come dice un noto proverbio africano, «per educare un bambino ci vuole un villaggio».
    Ecco due semplici strumenti, il libro e il sito, per affrontare una grande sfida: educare alla vita buona del Vangelo nello sport.

    NOTE

    1 J. Vecchi, Pastorale e sport, 1983 (scaricabile da www.salesianiperlosport.org).


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